Kant e la femminilità (Parte I)
Occorre subito precisare che quando si parla di condizione femminile ci si riferisce alle donne di ceto sociale elevato o molto elevato. I ceti popolari, uomini o donne, in questo periodo non fanno storia, tranne che per casi come quello della manzoniana colonna infame. In questo senso si deve considerare il monachesimo come ceto sociale sui generis, dove non è impossibile una visibilità storica pur provenendo da ceti popolari. Da un punto di vista giuridico la donna tendenzialmente non aveva personalità civile. Se era figlia, perché figlia; se moglie, perché moglie. Essa era proprietaria in due casi tipici: l’orfanezza e la vedovanza. Il matrimonio era un contratto fra uguali, in cui una parte (la donna) accettava liberamente la sottomissione all’altra. L’educazione femminile era sistematicamente diversa da quella maschile in tutti i ceti. In quelli popolari l’uomo doveva imparare un mestiere; in quelli più alti curare l’istruzione e l’educazione civile. Alle giovani erano riservate conoscenze pratiche, attinenti al loro futuro ruolo di madri e di mogli. Del resto anche i mestieri femminili erano normalmente diversi da quelli maschili, sebbene non in modo assoluto. Da un punto di vista istituzionale il sapere era quasi monopolio del clero (non esclusa qualche religiosa) e dei maschi delle classi più elevate. L’istruzione pubblica non esisteva. Vi erano i collegi – quasi esclusivamente maschili – o i precettori privati per i rampolli di famiglie molto facoltose. E se qualche volta poteva succedere che una donna imparasse un po’ di latino, per lo più era solo per la sua capacità di origliare la lezione che veniva impartita ai fratelli. Era così ovunque e sempre? La donna era tenuta realmente in una ignoranza assoluta? A questo occorre rispondere di no. Gli archivi dei monasteri sono fitti di lettere, così come sono conservati epistolari di donne nobili o borghesi. Molte donne sapevano leggere e scrivere, ma nella lingua materna. Perciò non potevano che accedere alle pubblicazioni in volgare. D’altra parte ci furono anche casi, come quello di Vittoria Colonna, in cui una giovane venne educata con cure assai particolari, tanto che rimangono moltissimi suoi scritti in versi. In questo quadro generale, nella Francia del XVII secolo troviamo due eventi di larga portata. Uno è il cartesianesimo; l’altro sono i salotti letterari. Descartes fu importante in due modi: uno pratico e uno teorico. Per il razionalismo cartesiano la res cogitans non ha differenze di genere, per cui è assurdo che l’uomo debba essere istruito e la donna no. Coerentemente a questo principio, Cartesio per la prima volta pubblica un testo di filosofia come il Discorso sul metodo, in lingua volgare anziché in latino. Da questa incrinatura passerà tutto lo sviluppo successivo. Il transito dalla rilevanza assoluta del latino alla sua irrilevanza assoluta segna il cammino dalla rilevanza assoluta della cultura clericale alla sua irrilevanza assoluta (secolarizzazione). E purtroppo il parallelo cammino di emancipazione femminile porta quasi inevitabilmente le femministe a leggere l’irrilevanza culturale del cristianesimo come condizione di possibilità della loro emancipazione. Il XVII secolo è dunque al sorgere di un processo storico complesso, dagli effetti tuttora tangibili. Ed è proprio in questo periodo che Madame de Rambouillet inventa il suo salotto. Esso è una piccola corte, dove la padrona di casa è la regina, e dove si è invitati per conversare, accolti in un ambiente sorprendentemente confortevole, luogo di incontro con ingegni eccellenti e spiriti arguti. Qui gli scrittori possono presentare le loro opere più recenti, qui vengono lette pagine ritenute stimolanti, qui si esercita la critica più raffinata. Inevitabilmente qui si finisce per parlare di politica e qui nasce la Fronda. All’inizio della seconda metà del secolo, falliti i moti frondisti soprattutto per l’abilità politica di Mazzarino, i salotti si riorganizzano dando vita al preziosismo. E questo è un fenomeno di estrema importanza sia letteraria che sociale. Da un punto di vista del potere, le donne approfittarono di quello che avevano, ossia il potere di invito e di accoglienza, per imporre un gusto nuovo, il cui elemento fondamentale era la semplicità del linguaggio, in contrapposizione allo stile pedante; ma in cui non meno importante fu la spiritualizzazione del linguaggio. Questo secondo aspetto ebbe persino una rilevabile incidenza lessicale, dato che furono bandite le parole oscene, fino allora frequenti nelle composizioni satiriche. Ma soprattutto portò l’attenzione verso ciò che nell’uomo vi è di più nobile, ossia gli affetti e i sentimenti. Il preziosismo fu promosso dalle donne, ma il nuovo gusto non rimase meramente femminile. Il teatro cambiò in modo così significativo che le donne non ebbero più motivo di esserne escluse (o autoescluse). Compaiono le prime scrittrici, per lo più anonime, sia di romanzi che di opere teatrali. Nelle loro storie compaiono eroine caratterizzate da un’assoluta capacità di dominio delle proprie passioni. Naturalmente quasi sempre si tratta di storie d’ amore, cosa che richiede necessariamente di arrivare anche all’atto carnale. Ma il modo in cui la materia è trattata è nuovo. In qualche modo l’atto carnale è la cosa meno importante. Ciò che è importante è il rilievo dato al pudore femminile e alla verecondia. Questo oggi è letto per lo più con insofferenza o con disprezzo, ma questa è una lettura molto ingiusta, e per due motivi. Uno è che nell’immaginario collettivo delle persone colte la donna, nella natura, era una sorta di di meno, a causa del fatto che, diversamente da tutte le altre femmine, è sempre disponibile all’accoppiamento (cioè non è soggetta ai ritmi dell’estro). Questo fatto già dagli antichi era stato letto molto male: Clemente Alessandrino, riprendendo il pensiero ellenistico, osserva che l’accoppiamento secondo ragione è solo quello che mira alla procreazione; per cui l’ insaziabilità femminile è contro ragione. Ebbene le preziose, con le loro opere, incidono sull’immaginario collettivo, presentando come possibile e bella una donna totalmente diversa. Oggi siamo arrivati all’ apologia della sfrenatezza, ed è tutto da discutere che questa sia veramente emancipazione. Il secondo punto è che la dissociazione fra sentimenti e libertà è un disastro. Le preziose enfatizzando i sentimenti pongono anche il tema della libertà nella luce corretta e migliore. La vita è un’esperienza infelice quando i sentimenti non sono rispettati, quando non hanno valore. La legge qualche volta punisce chi lancia pietre dai cavalcavia e ferisce un passante. Ma non potrà mai punire chi con una parola o una decisione ferisce il cuore, a volte in modo mortale. Dalla ferita di un sasso si può guarire in un mese o in una settimana. Un sentimento spezzato può mutilare una vita, privare la figlia di un padre o l’uomo della moglie. Allora, se non ci fu amore, cambiare donna o cambiare cravatta è più o meno lo stesso. Ma se ci fu amore? Il cuore ha diritto di essere difeso e tutelato, ma per farlo una sola via è possibile: quella dell’educazione. E questa fu la via imboccata dalle preziose, i cui scritti ebbero la funzione oggi assunta dalle telenovele. Per cogliere l’importanza di quell’ampio movimento letterario che prende avvio dal preziosismo, basterebbe considerare la figura del Manzoni. Le sue frequentazioni dei salotti francesi, in particolare di Madame Condorcet, furono essenziali alla sua formazione e all’evoluzione del suo gusto letterario. E l’operazione che egli farà, scrivendo i Promessi sposi, corrisponde esattamente alla traduzione nella letteratura italiana di quella femminilizzazione del linguaggio che operarono le preziose in Francia, non senza subire le violente reazioni dei pedanti. Se Manzoni queste reazioni non ebbe, e il nuovo stile fu universalmente accolto con favore, fu appunto e solo perché ormai quella battaglia di avanguardia era stata vinta, per merito di quelle donne accorte e coraggiose. In due secoli le scrittrici passano dall’anonimato alla notorietà delle più talentuose come Madame de Sévigné. Emblematica resta Madame de Staël, sebbene non l’unica. Ma proprio attraverso di lei possiamo cogliere i limiti di questo grande moto di emancipazione. Ormai centro universale di attenzione, in Corinne lascia visibilità al dramma della sua esperienza: “La gloria, per le donne non è che lo splendido lutto della felicità”.














