"… Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno canto XXVI, 116-120)

Kant e la femminilità (Parte VIII)

Non vi è in questa posizione di Kant una precomprensione del ruolo come funzione di genere? Non vi è una volontà di emarginare la donna dalla sfera del pubblico, o almeno un pregiudizio sessista? Apparentemente le prove contro l’imputato sono schiaccianti. Occorre dunque fare qualche osservazione. La prima è che Kant non disponeva del riscontro della statistica: madame Dacier e la marchesa di Chastelet sono chiaramente presentate come eccezioni singolari, per cui la reazione collettiva (anche femminile) a tale eccezionalità non può non averlo influenzato. E per quanto riguarda la questione del ruolo pubblico-politico, erano tempi in cui anche ai maschi non era concesso molto: tanto è vero che quando Kant capisce che nelle questioni internazionali l’apporto del filosofo potrebbe essere importante, parla di un articolo segreto. Protagonista della politica è solo il sovrano, uomo o donna che sia. In oltre egli non dà un giudizio sulla femminilità assoluta di queste signore, perché Kant non centra l’attenzione su di essa, ma sulle occupazioni per il tempo maschili di queste due donne. Ora egli nota che esse se la cavano assai bene in tali sfide: potrebbero benissimo avere la barba va inteso appunto nel senso che non manca loro nulla per discutere con gli uomini da pari a pari. Dunque vi è in primo luogo un riconoscimento di parità. Secondariamente il contesto va esaminato meglio. E allora scopriamo che come in generale non nega alla donna la caratteristica della sublimità, ma semplicemente richiama alla femminilità il diritto di sussumerla sotto la categoria del bello, né malvede nella donna la presenza di virtù eminentemente maschili come il coraggio; allo stesso modo distingue l’intelligenza secondo due tipologie: l’intelligenza bella e l’intelligenza profonda. E ciò che richiede è semplicemente che il pensiero femminile non perda la nota di intelligenza bella nell’acquisire quella di intelligenza profonda (§ pp. 316-317). Ora in questa esigenza a me pare di scorgere un rispetto grande e un’intuizione profonda della femminilità. E quando Chiara Zamboni manifesta l’esigenza e l’attesa di un pensiero che sia espressione di parole illuminanti per la propria vita, a me pare che ripeta l’idea kantiana, semplicemente in termini diversi. La simbologia della luce è un equivalente della simbologia del bello, per cui rimproverando al pensiero di altre donne di non essere illuminante, non fa che ripetere la critica di Kant. E infatti il suo errore, semmai, è di superficialità, nel momento in cui teorizza che sia l’oggetto del pensiero (ad esempio la geometria o la metafisica) a determinarne le note. Qui forse risente ancora di un certo impianto scolastico, secondo cui è l’oggetto che qualifica la scienza. Viceversa, se avesse esaminato la cosa con più attenzione, si sarebbe accorto – come ad esempio la Militello – che quando Michelangelo scrive una poesia non perde profondità di intelletto, solo perché rinchiude l’espressione nell’armonia poetica. E allora perché escludere che il pensiero femminile possa acquisire anche la nota della profondità, senza perdere la forza di illuminare? Tuttavia non si può dire che la donna ignorante rappresenti l’ideale kantiano, sebbene Kant aborra dal fornire alla donna un’erudizione fredda e speculativa: per lui la didattica delle giovani deve sempre far leva sulle sensazioni e sui sentimenti. E, tenuto conto che la grande scienza femminile è la scienza dell’uomo, ecco il piano di dettaglio: “Si cercherà di estendere tutto il loro senso morale, non la loro memoria; e non per mezzo di regole generali, bensì mediante singolari giudizi sul comportamento che esse vedono attorno a sé”. Dunque una pedagogia induttiva e non deduttiva, che parte dal particolare e non dal generale. Se si considerano i tempi, non è poco. E ancor di più se si considera l’alto valore in cui Kant teneva i principi. Ma sembra quasi che qui ci voglia dire che all’intuizione femminile basta poco per coglierli, purché si presenti in modo adeguato materia di riflettere.  Ancora, si dovranno mostrare “gli esempi che si mutuano da altri tempi, per dimostrare l’influenza che il bel sesso ha sempre avuta sulle faccende di questo mondo; i differenti contegni che esso ha tenuto in altre epoche, o tiene in terre straniere, nel regolarsi di fronte agli uomini”. Dunque le giovani vanno istruite sul campionario più vasto possibile di tecniche che ne aumentino il potere nei confronti del genere maschile, in modo che possano scegliere le strategie migliori, o affinare qualcuna delle passate, adattandola alla novità delle circostanze. E se si considera che, fra i costumi presenti in terre straniere, Kant certamente immaginava anche di illustrare quelli dei pellerossa canadesi, si capisce quanto antipatriarcale fosse il suo punto di vista. Non mi sento di dare un giudizio su questo dettagliato programma educativo. Aggiungo che mi meraviglierebbe molto se oggi, anche grazie al contributo di psicologhe e pedagogiste, non fossimo in grado di migliorarlo, adattandolo ai tempi mutati. Dico però che Kant è mosso da un’intuizione che mi pare tanto sicura quanto geniale, e che è un errore non considerarla con la massima attenzione: “una tale istruzione è fin troppo rara, perché essa richiede attitudini, esperienza e un cuore colmo di sentimento” (p. 318). Si può dargli torto? Abbiamo così un modellino di Kant come di un signore arguto, acuto, sereno, equanime nel giudizio verso altrui, ed in particolare benevolo e disponibile verso il bel sesso, sebbene in parte superficiale nella questione degli studi, oltre che geniale e, forse, profetico; e che solo invecchiando diventa un po’ misantropo. Ma era proprio così? Il modellino va ancora ridimensionato: ad esempio, parlando dei negri, riprende in modo acritico la teoria di Hume, secondo il quale dire negro e dire corto d’ ingegno è la stessa cosa. Oggi un tale razzismo lo percepiamo come una caduta di gusto che, proprio in un trattato sul bello e sul sublime… Ma, per quanto concerne l’atteggiamento benevolo verso il mondo femminile, le conferme non mancano. Ad es. depreca la condizione femminile presso i popoli africani, dove è prossima alla schiavitù; e nei paesi in cui l’harem è un costume celebrato, e si riduce la donna a quel gioiello il cui unico valore è nel poterlo rompere. Viceversa ha parole di stima e di lode per i pellirosse del Canada, dove le donne sono tenute in così alta considerazione, che esse hanno proprie assemblee dove discutono le questioni della tribù; e dove, una volta raggiunta una posizione comune, viene incaricata una delegazione di portare il punto di vista femminile nell’assemblea degli uomini: cosa – nota Kant – per nulla formale se, come accade, assai spesso tale determinazione sarà anche quella finale dell’assemblea plenaria. E questo conferma la tesi prima sostenuta, secondo cui Kant non ha pregiudizi di ruolo nei confronti della donna (altrimenti avrebbe biasimato questi popoli, anziché lodarli, e meno che meno avrebbe immaginato di inserirne la conoscenza nel programma educativo delle giovani); semplicemente non esercita la sua immaginazione oltre quel passo che in Europa vede possibile. Del resto abbiamo la prova del nove quando parla delle donne francesi. Riconosce infatti che esse danno il tono a tutte le compagnie e a tutte le conversazioni, a tal segno da poterne trovar traccia linguistica nei modi di dire e di fare: se di solito facendo visita a qualcuno si chiede: il signore è in casa? in Francia non più. Ora la domanda è: la signora è in casa? Vi è dunque un ginocentrismo oggettivo. Ma, nota Kant, ad esso corrisponde un reale incremento di rispetto? E suo malgrado risponde sulla negativa. Questo perché una società frivola, per quanto ginocentrica sia, è una società fallita.

 

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