"… Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno canto XXVI, 116-120)

Kant e la femminilità (Parte X)

La donna: sua missione. Per Kant è del tutto evidente che il significato della donna si ha solo nell’opposizione antonimica con l’uomo. Tuttavia si tratta di una opposizione sui generis, in quanto in questo caso la natura ha creato una diversità solo a motivo di una mutua attrazione e collaborazione. Di ciò è evidente segno non solo e non tanto la mera attività procreatrice, ma l’esperienza storica di quel connubio singolare che è la famiglia. E qui è molto interessante che per Kant la missione femminile non si esaurisca affatto nella famiglia, mentre la famiglia resta una forma eminente, un luogo tipico del ministero femminile. Occorre dunque fermarsi su questo punto, onde meglio apprezzare il senso complessivo del pensiero kantiano. “Nella vita coniugale la coppia deve costituire quasi una sola persona spirituale, che viene animata e governata dalla intelligenza dell’uomo e dal gusto della donna”.  Di nuovo, qui è tutto Kant. Una battuta lapidaria, ma di una profondità da vertigine. Intanto la comunione è un fatto spirituale, che si pone come trascendente rispetto ai sottosistemi costituenti. In quanto tale il suo orizzonte è l’eternità del vincolo. Poi questo nuovo sistema ha un governo unificato; ma, sorprendentemente, usciamo dai canoni patriarcali e dagli stereotipi del pater familias, perché scompare la figura del marito come capo, mentre compaiono due binari che tracciano le direttrici di governo: l’intelligenza dell’uomo e, sullo stesso piano, il gusto della donna.  Se raffrontiamo il modello kantiano con Ef 5, 22-33; o con 1Pt 3, 1-7;  ci accorgiamo facilmente che per un verso vi è una enorme affinità; ma per un altro il messaggio è formulato nei due casi secondo schemi culturali diversi. E’ vero che i passi neotestamentari, che parlano delle reciproche relazioni fra marito e moglie, insistono sul dovere del marito di amare la moglie: il che evidentemente deve avere qualche diversità dallo spadroneggiare. Ma se prendiamo Col 3, 18+ il marito è incontestabilmente l’auctoritas, tanto nei confronti della moglie che dei figli. In Kant compare una doppia autorità: anche la moglie è autorevole, perché il suo sentire è più fine di quello maschile, per cui non è solo la donna che ha motivo di imparare dall’uomo, ma anche l’uomo dalla donna. Come abbiamo visto, la donna è depositaria di una grande scienza, e l’uomo farebbe malissimo a non giovarsene, perché ne seguirebbe uno squilibrio grave nel governo familiare. E se vi fosse contrasto fra intelligenza maschile e gusto femminile? Perché poi il problema è tutto qui. E, magari, su questioni per nulla banali, quali l’educazione dei figli. Kant è drastico: il contrasto delle preferenze è insulso, “e quando accade, costituisce l’indizio più certo di gusti grossolani, ovvero accoppiati in modo ineguale. Se si arriva fino al punto di contendere sulla supremazia, la cosa è giunta alla sua estrema rovina; perché là dove l’intero legame si fonda sull’inclinazione, esso è già per metà rotto, non appena comincia a farsi sentire il dovere”. Qui abbiamo due elementi teoretici: 1. la comunione suppone gusto fine; 2. il legame non si fonda sul dovere o sulla legge, ma sull’inclinazione. Il secondo punto non viene approfondito: è un’ intuizione geniale, ma resta l’anello debole della costruzione.  La mia impressione è che nel pensiero kantiano finisca per prevalere l’idea, del resto già presente in questo scritto, che non si ha vera condotta morale sulla base della semplice inclinazione: questo sarebbe l’atteggiamento di Alceste, che Kant ritiene immaturo. Tuttavia è vero che nell’innamoramento l’inclinazione prevale di gran lunga su ogni altra forza unitiva: e dunque questa tesi non è poi così peregrina, per quanto possa restare l’esigenza di articolarla in modo soddisfacente anche rispetto al polo morale. E qui apro una finestra: la vita spirituale ha due poli: quello estetico e quello morale. Sopprimendo uno dei due le cose né funzionano né possono funzionare. Ma il problema di una loro mutua articolazione è ancora aperto. Sul primo punto, invece Kant si diffonde abbastanza. In primo luogo egli nota che il fascino di una donna dalla bellezza sublime, ossia quello che promana da una intensa vita spirituale, non agisce nello stesso modo sui vari tipi di uomini. Infatti mentre tutti giudicano allo stesso modo la bellezza fisica nella sua oggettività, quelli di gusto rozzo provano freddezza e repulsione dal sublime spirituale, e solo quelli di gusto fine ne vengono attratti. In questo modo si ha una sorta di selezione naturale, che tende a dar vita a vincoli fra persone dalla finezza di gusto non troppo dissimile. Ora un uomo di gusto fine è magnanimo, e riterrà suo dovere assumere il punto di vista della compagna. Inversamente una donna modesta è abnegata, e dunque incline e desiderosa di valorizzare il punto di vista del marito. Ne segue che il doppio binario kantiano suppone in modo intrinseco il dinamismo dell’ascesi kenotica, ossia dell’ amore. Questo gusto fine ha poi un rapporto profondo col pudore, ossia con un certo nascondersi e svelarsi poco a poco. Le “attrattive spirituali avvincono di più a misura che diventano visibili, perché esse solo in occasione di sensazioni morali si rendono operanti e, per così dire, si fanno scoprire, ogni scoperta di una nuova attrattiva lasciandone supporre ancora delle altre: laddove tutte le avvenenze che non si tengono per nulla celate, dopo che, fin dall’inizio, hanno compiuto l’intera opera loro, null’altro possono fare in seguito, se non raffreddare l’amorosa curiosità e a poco a poco la fanno scadere fino alla indifferenza” (p. 325). Dunque la colla del vincolo è una vita spirituale così ricca che generi continuamente orizzonti di bellezze inesplorate: in questo modo la reciproca inclinazione non potrà mai cadere, e l’innamoramento resta la forma normale della vita comune. Ma, quando l’amore arriva a questi livelli, succede che gli amanti si modificano reciprocamente. O meglio succede che l’amore produce delle modificazioni profonde, dato che ciascuno tende ad integrare nella propria personalità e nei propri giudizi tutto quel mondo di valori e di bellezza che scopre nel coniuge. Si ha cioè una sinergia, un effetto migliorativo reciproco, ed è precisamente qui che si svela la missione di genere. E, in particolare, emerge la missione della donna. Infatti, ¿cosa succederebbe se invece di profondere sforzi spesso vani nell’educazione maschile, si educassero le fanciulle ad alti sentimenti morali? Succederebbe la “cosa più importante: che l’uomo divenga più perfetto come uomo e la donna come donna” (p. 329).  E questo inevitabilmente, perché se lo standard femminile si alza, ai maschi non resta che delle due una: o adeguarsi, o rinunciare all’accoglienza muliebre. E statisticamente l’effetto traino sarebbe certo. In questa concezione riecheggia evidentemente l’ esperienza del preziosismo; o anche il pensiero di Rousseau: nell’ allocuzione alla Repubblica di Ginevra, che apre il Discorso sull’origine e sui fondamenti dell’ineguaglianza fra gli uomini, egli si riferisce alla ginosfera come ad una preziosa metà del genere umano, che rende felice l’altra metà, e la cui saggezza e dolcezza permettono il mantenimento della pace e dei buoni costumi. Una ulteriore annotazione concerne il fatto che Kant nell’identificare la missione della donna si limita – e intende limitarsi – a leggere e ad illustrare il progetto della natura, che qualche volta chiama esplicitamente Provvidenza. Allora sulla sua religiosità si potrà discutere: sulla sua onestà intellettuale molto meno. E a me pare che egli si ponga nella stessa linea del Visconte di Verulamio: la natura va conosciuta per essere obbedita. E’ in questo la grandezza umana. Tutto l’uomo può, ma all’interno di leggi prestabilite. Viceversa l’ atteggiamento orgoglioso fac et excusa, approda forse ad un dominio effimero, ma è fuori della linea della vera grandezza. Ebbene, leggendo la natura, Kant rileva che essa dona alla donna bellezza per poi distruggerla. Perché? Per dar modo ai chirurghi di farsi la villa alle Maldive? No, ma per incentivare la donna alla perfezione della propria femminilità, ossia allo sviluppo di quel sublime spirituale il cui fascino è inattaccabile dall’erosione del tempo. In altri termini la vecchiaia è il richiamo potente all’esercizio della femminilità nella trascendenza dell’eterno. Vi è infatti una dialettica: di fronte alla vecchiaia l’istinto femminile sente che non può morire, sente che deve esserci una via per vincere. E questa via è la via dello spirito. La donna ha la missione di essere eternamente bella, eternamente affascinante. Dunque la femminilità è una categoria metafisica, perché una tale sublime missione richiede una condizione di possibilità. Simone Weil scriveva che a Dio si può giungere per due vie: quella della bellezza e quella del dolore. Nella vecchiaia la donna ha la possibilità di unificare l’una e l’altra, e di accedere ad una bellezza che è propriamente ierofanica. La dottrina della Metafisica dei costumi In questo testo del 1797 troviamo, come detto, un intero capitolo dedicato al diritto di famiglia.  Nel coniugio, l’ uso che uno fa della sessualità altrui “è un godimento, per il quale una delle due parti si abbandona all’ altra. In questo atto l’ uomo riduce se stesso ad una cosa, il che è contrario al diritto dell’ umanità che risiede nella sua propria persona. Questo diritto non è possibile che ad una sola condizione, cioè che, mentre una delle due persone è acquistata dall’ altra, proprio come una cosa, questa alla sua volta acquisti reciprocamente l’ altra; così essa ritrova di nuovo se stessa, e ristabilisce la sua personalità”. In questa prima parte del § 25, Kant fa due osservazioni: una è che in quest’ uso reciproco degli organi sessuali, realmente ciascuno diviene un oggetto di consumo: e questo non solo per la materialità dell’ atto; non solo per il piacere; ma per quell’ aggettivo mio, mia, che è un dato antropologico innegabile. L’ esperienza dell’ appartenenza ricordiamoci che è tanto desiderabile che onerosa in entrambi i versi: sia attivo che passivo. Nell’ appartenere alla donna l’ uomo sperimenta la sicurezza della cura, che non è meno importante del possesso di un corpo. E reciprocamente per la donna. Ora come sarebbe possibile appartenere, se non per un atto di espropriazione? E cos’è l’ espropriazione se non reificazione? Per cui Kant ha ragioni da vendere, checché ne pensino coloro cui piace tantissimo sentirsi dire mia ciccina o mio topastro, ma solo da labbra ipocrite. La seconda osservazione è che la figura giuridica dell’ uomo reificato è lo schiavo. Ora delle due una: o si reintroduce il diritto di schiavitù; oppure occorre evidenziare perché in questa nuova figura non si ripresenti l’ antica. Ebbene, se nel complesso la dottrina che propone non sembra soddisfacente, nel caso del coniugio l’ argomento è interessante: mentre la schiavitù è una relazione asimmetrica, il coniugio non è tale, in quanto non vi è un inespropriato e un’ espropriata; bensì due possessori e due posseduti. Nell’ essere posseduto creo l’ altro possessore, e poiché entrambi i coniugi si fanno possedere, ciascuno riceve uno schiavo e restituisce a se stesso un essere libero: reintegra l’ altro nella sua dignità e libertà, proprio nel conferirgli un diritto su di sè. E infatti lo schiavo è lo stabilmente senza diritto, non l’ accidentalmente tale. Non è finita: “l’acquisto di un membro dell’uomo è nello stesso tempo acquisto di tutta la sua persona, perché la persona è un’ unità assoluta; in conseguenza, l’ abbandono e l’ accettazione di un sesso al godimento dell’ altro” non è possibile che sotto la condizione del matrimonio. Il che è evidente.

 

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