"… Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno canto XXVI, 116-120)

Vizi «carnali» e vizi «spirituali»: il peccato tra anima e corpo (Parte I)

Il sistema dei vizi capitali, messo a punto tra V e VI secolo in ambiente monastico, rappresenta, come è noto, una delle più fortunate “invenzioni” della cultura medievale. Utilizzato sistematicamente e in maniera quasi esclusiva almeno fino al XV secolo, esso non solo costituisce lo schema per eccellenza per classificare i vizi, ma spesso è anche il luogo in cui sviluppare una riflessione sulla natura del peccato e sulle sue dinamiche. La lunghissima durata che lo caratterizza dimostra in maniera evidente l’efficacia ermeneutica e la forza retorica di questo schema, capace di adattarsi senza troppi problemi ai profondi mutamenti che nel corso dei secoli hanno segnato le dottrine morali. La “fortuna” dei vizi capitali risulta in effetti comprensibile solo alla luce di una continua operazione di rimodellamento dello schema sulla base di istanze sempre nuove e sullo sfondo di coordinate di natura psicologica e antropologica assai differenziate.

In questo quadro, porre l’accento sulle dinamiche che, nel sistema complessivo, ma anche all’interno di ogni singolo vizio, si instaurano tra interiorità ed esteriorità, tra anima e corpo, rappresenta una via d’accesso privilegiata per mettere in luce i profondi cambiamenti che, sotto l’apparente immobilità dei termini, attraversano la lunga storia dei vizi capitali.

Alle origini di tale vicenda sta in effetti la distinzione tra vizi carnali e vizi spirituali. I due “padri” del settenario, Cassiano e Gregorio Magno, ricorrono entrambi a questa scansione per segnalare il diverso coinvolgimento di carne e spirito, di anima e corpo nel processo generativo dei diversi vizi. Cassiano parla di otto vizi principali concatenati l’uno all’altro, ma individua una netta cesura che separa i vizi carnali dai vizi spirituali. Carnali sono quei vizi che hanno a che fare con i sensi e con l’ardore della carne, vizi nei quali «il corpo si appaga e si diletta a tal punto da trascinare l’anima a consentire ai suoi appetiti». Sono peccati che non possono essere consumati senza il supporto della carne e che dunque trovano il loro rimedio eminentemente nella repressione del corpo (castigatio corporalis). Si tratta di gola (gastrimargia) e lussuria (fornicatio), peccati carnali, ma anche peccati «naturali», nella misura in cui rispondono entrambi a bisogni radicati nella natura umana, al punto che talvolta insorgono senza alcuna sollecitazione da parte dell’anima. Peccati in qualche modo innati nell’uomo, inscritti in quella natura che, dopo la colpa originale, è inevitabilmente segnata dalla concupiscenza, essi si traducono immediatamente in atti esteriori e si realizzano attraverso l’azione del corpo.

Una Risposta

  1. Senza vizio non esiste virtù, no?

    3 luglio 2011 alle 10:22 am

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