"… Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno canto XXVI, 116-120)

Vizi «carnali» e vizi «spirituali»: il peccato tra anima e corpo (Parte IV)

Ridefinire le tipologie del vizio in relazione ai progressi della vita religiosa comporta un ulteriore arretramento della distinzione carne / spirito all’interno della psicologia dell’uomo e finisce per designare non più soltanto i vizi, ma anche i monaci stessi: carnali sono i principianti, quei monaci che hanno appena intrapreso la vita religiosa o che comunque non progrediscono speditamente nel cammino della perfezione; spirituali sono invece quanti, dopo aver superato le numerose battaglie della carne, vivono una vita molto simile a quella degli angeli e come gli angeli sono esposti soltanto alla tentazione estrema dell’autosufficienza e dell’autocompiacimento. Se dunque la superbia, peccato spirituale per eccellenza, è la colpa tipica dei monaci spirituali, questo non vuol dire che i monaci carnali ne siano del tutto immuni; in loro il vizio spirituale tende ad assumere aspetti carnali e si manifesta in forme più “corpose”: tono della voce troppo elevato, risate fragorose, risposte aspre, eccesso di parole, tutti aspetti carnali di un vizio spirituale e segni della sostanziale insofferenza del monaco per la vita claustrale .

Rispetto al complesso quadro delineato da Cassiano, la riflessione di Gregorio appare in un certo senso come una “semplificazione” del modello generativo da lui messo a punto, e si accompagna al tentativo di universalizzare il sistema dei vizi capitali e sottrarlo a quella destinazione esclusivamente monastica per la quale Cassiano lo aveva pensato. In due pagine dei Moralia destinate ad una fortuna immensa, Gregorio descrive la genealogia dei vizi, distinguendo cinque vizi spirituali e due carnali. Il processo di generazione dei vizi infatti, pur essendo marcato da una sostanziale omogeneità, per cui ciascun vizio si sviluppa naturalmente dal precedente, prevede tuttavia una precisa linea di demarcazione tra spirito e carne. La superbia genera l’invidia, questa a sua volta genera l’ira; dall’ira nasce la tristezza e dalla tristezza l’avarizia: questo perché l’animo, turbato intimamente e ormai privo della gioia interiore, cerca al di fuori di sé la consolazione alla tristezza che lo opprime e si riversa su beni esteriori. Il passaggio dall’interiorità all’esteriorità coincide con un progressivo coinvolgimento del corpo che contrassegna i due ultimi peccati, gola e lussuria, peccati carnali, radicati in specifici organi corporei; la “corporeità” dei due vizi carnali spiega anche il passaggio dall’uno all’altro, in nome della contiguità fisica degli organi interessati . La distinzione di Gregorio segnala dunque nel processo di generazione dei vizi un percorso che conduce dall’interiorità all’esteriorità, dove il ‘fuori’ si identifica con il ‘corpo’ e con la ‘carne’, e la netta bipartizione tra vizi carnali e vizi spirituali sembra sovrapporsi senza sbavature a quella interno / esterno e anima / corpo.

Le differenze del sistema gregoriano rispetto al modello elaborato da Cassiano sono evidenti: la generazione dei vizi appare ora continua e unidirezionale, una sorta di autopropagazione più simile al processo di accrescimento di una pianta che non alla generazione animale. Ma la metafora dell’albero, che nel testo gregoriano si sovrappone alla metafora della battaglia, e che sarà ampiamente sviluppata soprattutto a livello iconografico nei secoli successivi, sottolinea quella che è la vera novità del modello gregoriano: l’enfatizzazione del ruolo della superbia. Riformulando il versetto dell’Ecclesiastico 10, 15, che indicava nella superbia l’inizio di tutti i peccati, Gregorio riconosce in questo vizio la radice che alimenta l’intero albero del male, radice sotterranea e nascosta, ma proprio per questo tanto più pericolosa e invadente.

L’enfasi gregoriana sulla superbia riprende un tema che era stato ampiamente sviluppato da Agostino: la superbia è inizio di tutti i peccati in un doppio senso, ontologico e cronologico. Se tutti i peccati infatti sono in qualche misura peccati di superbia è perché all’origine della vicenda umana sta un peccato di superbia, il peccato originale, prototipo e causa diretta di tutti i peccati. La superbia è “il” peccato. È allora nella scena primigenia che va ricercata non solo la spiegazione della peccabilità dell’uomo, ma anche in qualche modo la definizione della natura stessa del peccato. Il peccato di Adamo fu un peccato di superbia, del tutto analogo al peccato dell’angelo ribelle, Lucifero, che nel suo sconfinato orgoglio aveva preteso di innalzarsi fino a Dio. Peccato dunque totalmente spirituale, se poté essere commesso da una creatura priva di corpo come l’angelo, il peccato di superbia gonfiò l’animo di Adamo, rendendolo sensibile alle sollecitazioni del demonio; ma l’aspirazione a essere come Dio segnò la separazione della creatura dal creatore e introdusse nel creato la lacerazione e il conflitto. La cacciata dal paradiso terrestre coincide per Adamo con la scoperta della propria nudità, cioè con la constatazione che la disobbedienza si è introdotta nella sua stessa carne e che gli organi sessuali, che egli prima padroneggiava secondo la sua volontà, si muovono ormai al di fuori del suo controllo: il peccato dello spirito è penetrato nella carne e attraverso quella stessa carne, divenuta disobbediente e “oscena”, si trasmette a tutti gli uomini. Nella rapida successione della colpa e della punizione, la condanna di Dio trasforma la natura umana: «l’uomo che, se avesse rispettato il precetto divino sarebbe diventato spirituale anche nella carne, diventava carnale anche nella mente» .

 Gregorio riprende alla lettera l’affermazione di Agostino; anche per lui il peccato del primo uomo corrisponde a una caduta nella carnalità e nell’esteriorità: l’anima, ormai internamente accecata, non riesce a vedere che con gli occhi del corpo e non riesce a pensare altro che immagini di corpi . Il peccato tutto spirituale della superbia segna la perdita dell’interiorità e precipita l’uomo verso quel “fuori” che finisce per coincidere col peccato stesso . Origine e prototipo di ogni altro peccato, la superbia innesca un processo di progressiva esteriorizzazione che è scandito dalla proliferazione dei sette vizi principali e che culmina nei vizi che più direttamente coinvolgono il corpo e la carne. Il meccanismo del peccato si riproduce all’infinito, ripetendo ogni volta la stessa scansione che ha caratterizzato la colpa del primo uomo: tutti i peccati infatti nascono all’interno del cuore, dove si alimentano di quelle immagini del “fuori” che hanno ormai raggiunto l’anima, trascinano la volontà all’assenso e infine si mostrano all’esterno .

In questo complesso sistema, in cui ogni peccato riproduce il primo, ma al tempo stesso scandisce un processo di ulteriore esteriorizzazione dell’anima, appare evidente che tutti i vizi sono di fatto sia interiori sia esteriori. La “spirituale” superbia, ad esempio, invade gradualmente come una malattia tutte le membra dell’anima, per poi manifestarsi apertamente all’esterno nei comportamenti e negli atteggiamenti dell’uomo e nelle membra stesse del suo corpo; radice sotterranea che alimenta tutti i vizi, la superbia si sdoppia immediatamente in quella vanagloria che altro non è se non la manifestazione esteriore del gonfiore dell’anima, una sorta di alter ego della superbia, destinato nel corso dei secoli a sovrapporsi sempre più spesso o ad assimilarsi a lei . D’altro canto un peccato come la gola occulta dietro la sua invadente carnalità il disordine dell’anima mossa da una smodata concupiscenza, dove, «non è il cibo ma il desiderio che costituisce il vizio» .

 

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