"… Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno canto XXVI, 116-120)

Vizi «carnali» e vizi «spirituali»: il peccato tra anima e corpo (Parte VI)

Più o meno negli stessi anni, il chierico inglese Tommaso di Chobham riprende la distinzione vizi carnali / vizi spirituali, ma la rilegge e la riformula alla luce di un criterio che non è più quello di Cassiano o di Gregorio: ci sono tre vizi carnali (gola, lussuria e ira) e tre vizi spirituali (invidia, accidia e superbia), e nel mezzo sta l’avarizia, vizio in parte carnale e in parte spirituale . Questo ordine, che Tommaso riconosce abbastanza inconsueto, risponde ad un criterio del tutto nuovo: i primi tre vizi sono immediatamente evidenti a tutti quelli che li commettono; i vizi spirituali invece sono «latenti e occulti», e quasi nessuno confessa di esserne preda, tanto essi si presentano in maniera subdola, sotto l’aspetto di comportamenti non colpevoli. L’avarizia poi, perfettamente riconoscibile quando compare come furto, rapina o usura, è molto meno evidente quando assume le vesti di indifferenza o insensibilità ai bisogni altrui.

Nella letteratura pastorale del XIII secolo si fa dunque strada un criterio di distinzione dei vizi che non affonda più le sue radici nella contrapposizione tra anima e corpo, ma nel diverso grado di “visibilità” delle singole colpe: spirituali sono quei vizi che difficilmente vengono percepiti come tali, e che pertanto sono molto più difficili da riconoscere e da estirpare. Il nuovo criterio di classificazione dei vizi appare insomma più legato al problema della loro riconoscibilità e dicibilità, e rinvia direttamente a quello spazio istituzionalmente legato alla enunciazione dei peccati che è la confessione: qui è importante, tanto per il penitente, quanto per il confessore, riuscire a etichettare esattamente i peccati, anche quelli più “spirituali”, cioè quelli più nascosti alla coscienza di chi li ha commessi. Le classificazioni di Pietro di Poitiers e di Tommaso di Chobham, poco consistenti da un punto di vista teorico, sono in realtà funzionali proprio a questa esigenza: parlare dei vizi vuol dire saperli identificare, anche quando essi sembrano sfuggire alla vista, e riconoscere nella loro diversa visibilità il tratto distintivo della loro natura ed un elemento per valutarne la gravità.

Classificare i vizi a partire dalla loro visibilità vuol dire allora in qualche modo rimettere in gioco il corpo, ma in termini che non possono più essere quelli della tradizione monastica. Se il corpo in quanto entità metafisica contrapposta all’anima non può più essere considerato origine e causa della colpa, i corpi nella loro dimensione concreta e nella loro ingombrante quotidianità non possono essere esclusi dal discorso del peccato. La perdurante fortuna del sistema dei vizi capitali, che proprio nel XIII secolo sembra toccare il suo apice, impone anzi una nuova attenzione al problema del corpo ed una ridefinizione dei rapporti corpo / peccato più funzionale alle esigenze classificatorie imposte dal discorso pastorale.

Se il corpo è, come sosteneva Abelardo e come affermano concordi tutti i teologi scolastici, puro strumento di un peccato che sta comunque nell’anima, la distinzione tra vizi carnali e vizi spirituali si sposta all’interno dei singoli vizi, ciascuno dei quali può essere analizzato nella sua natura puramente interiore o nelle sue manifestazioni esterne, come mostrano numerosi esempi della letteratura pastorale. Nel più famoso trattato sui vizi e sulle virtù, quello del domenicano lionese Guglielmo Peraldo, la superbia, vizio spirituale per eccellenza, si sdoppia in superbia interiore e superbia esteriore, dove la prima si insinua nei meandri dell’intelletto e dell’affettività, mentre la seconda si mostra all’esterno nell’ostentazione di abiti, ornamenti, case, ricchezze, e si manifesta “fisicamente” nelle singole membra del corpo ; ma anche l’ira si suddivide in ira occulta, del tutto priva di manifestazioni esteriori, e ira che invece prorompe all’esterno, assumendo le forme più corpose di parole o azioni aggressive . D’altro canto, nei peccati più carnali il ruolo del corpo può affievolirsi fin quasi a scomparire, come nel caso di un peccato di lussuria che consiste solo in un pensiero turpe, o di un peccato di gola che rimane allo stato di desiderio .

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