"… Non vogliate negar l'esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno canto XXVI, 116-120)

Vizi «carnali» e vizi «spirituali»: il peccato tra anima e corpo (Parte VIII)

Nella letteratura morale e pastorale del XIII secolo l’attenzione ai segni dei vizi si colloca in un quadro intellettuale profondamente mutato; i nuovi saperi medici e psicologici che stanno alle spalle del discorso fisiognomico consentono di affrontare il problema in termini più generali, all’interno di una nuova definizione dei rapporti tra anima e corpo . I vizi da sempre più “visibili”, più ricchi cioè di manifestazioni esteriori si rivelano quelli a più alto tasso di passionalità, come ira, accidia e invidia, e trovano proprio in una più precisa definizione dei rapporti tra passione e peccato e nell’insostituibile ruolo che il corpo gioca nella dinamica delle passioni la giustificazione della loro visibilità . Legati al corpo attraverso la mediazione dell’anima, tali vizi tuttavia non coincidono affatto con i vizi carnali; questi ultimi, a loro volta, possono mantenere il loro rapporto col corpo solo a patto di mettere in evidenza il percorso passionale che li riconduce all’anima.

Alla luce di cambiamenti così radicali, che da una parte rivendicano soltanto per l’anima la funzione di generare i vizi, dall’altra riscoprono il ruolo del corpo nelle dinamiche passionali, cosa resta dell’antica contrapposizione tra vizi carnali e vizi spirituali? Il legame privilegiato con il corpo che Cassiano aveva rivendicato per vizi come gola e lussuria è davvero totalmente svuotato di significato?

Di fatto nella letteratura scolastica la distinzione tra vizi carnali e vizi spirituali è quasi completamente scomparsa, sostituita da una classificazione che, rimescolando le categorie anima / corpo e interno / esterno, distingue i vizi in relazione ai fini che muovono le azioni umane ; e anche nei testi di carattere ascetico che puntano al perfezionamento spirituale il doppio percorso individuato da Cassiano appare ormai leggibile secondo modalità meno differenziate .

Eppure dell’antico “marchio” dei peccati carnali qualcosa è rimasto: l’ingombrante presenza del corpo si è spostata dalla causa del peccato al suo effetto, e paradossalmente i vizi carnali, quei vizi che, secondo Cassiano, puntavano al piacere del corpo, sembrano invece attentare gravemente proprio alla salute fisica. La nuova attenzione che nel corso del XIII secolo viene rivolta al corpo e al suo benessere non manca di coinvolgere anche il discorso morale: in ossequio alla moda “salutista”, Roberto di Sorbona ricorda le numerose e gravi malattie che minacciano i lussuriosi, dal mal di testa all’astenia, fino alla lebbra ; Roberto di Flamborough elenca tutti i mali che provengono dagli eccessi alimentari ; e Egidio Romano passa in rassegna tutti i danni che la crapula produce nelle diverse membra del corpo . Certo, spesso l’accenno alla salute del corpo non è che un espediente retorico particolarmente efficace per evidenziare i rischi che i peccati carnali comportano per la salute dell’anima, ma non si tratta solo di questo. Vizi carnali nati dall’anima, gola e lussuria sono colpevoli anche perché danneggiano il corpo, e proprio la mancanza di carità nei confronti del corpo finisce per rappresentare il tratto distintivo della colpa e l’elemento per cui essi sono, appunto, vizi capitali .

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