L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Cartesio

 

Cartesio (1596-1650) frequentò il liceo gesuita francese La Fléche dove conseguì una solida preparazione. Ma nonostante questo, ad un certo punto, iniziò a mettere in discussione il valore dell’esperienza fatta manifestando quella insoddisfazione analoga a quella sperimentata dagli studenti di filosofia quando, di fronte alla carrellata di filosofi sono portati a chiedere con radicalità: chi  ha ragione? Iniziò così a chiedersi cosa fare per dare anche alla filosofia una struttura di pensiero che sia simile alle caratteristiche della matematica (chiarezza, evidenza, incontrovertibilità, rigorosità). Già qui cogliamo le origini di un certo tipo di atteggiamento caratteristico della modernità: il matematismo, l’idea cioè che si possa costruire un sapere che abbia le caratteristiche della matematica.

L’operazione di Cartesio, in realtà è molto più radicale, in quanto il problema non è soltanto quello di estrapolare il metodo matematico per poi applicarlo alle varie discipline, quanto quello di fondare questo inizio, questo metodo stesso su basi metafisiche.

Il metodo che Cartesio formalizza estrapolandolo dalla matematica e dalla geometria è il metodo che ha questa successione:

1)    Evidenza: accogliere come vero solo ciò che risulta evidente, ossia chiaro e distinto;

2)    il momento dell’analisi consiste nel dividere ciascuna delle difficoltà da esaminare nel maggior numero di parti possibili e necessarie per risolverla (la scomposizione);

3) il momento della sintesi per cui gradatamente si passa dalle conoscenze più semplici alle più complesse;

4) il momento della enumerazione e revisione che consiste nel controllo delle due precedenti.

Questo metodo però per Cartesio non ha ancora la propria giustificazione. Si potrebbe usare una metafora per spiegare qual è l’anello mancante: es. ho una scala a pioli che mi permette di fare un passo graduale o dei salti da una condizione più semplice a condizioni più complicate, ma qual è il punto di appoggio? Ossia qual è il punto di appoggio su cui si regge il sapere, tutto lo scibile umano, il punto di inizio su cui appoggiare metafisicamente tutta la conoscenza umana?

Questa attività di fondazione di Cartesio inizia con l’attività della messa in discussione di tutte le certezze: inizia col dubbio metodico. Già il fatto che uno si ponga la domanda “dove sta la validità di questo metodo?” introduce un primo elemento di dubbio. Qui il dubbio assume una valenza iperbolica, perché mette in discussione anche quelle che sono le evidenze più naturali (es. chi mi dice che questa penna esiste?). Mette in discussione anche le certezze della matematica, la cui conoscenza potrebbe essere illusoria, in quanto potrebbe essere stata stabilita da un genio ingannatore, un genio maligno.

Cartesio giunge a dire che posso ammettere di ingannarmi o di essere ingannato in tutti i modi possibili, ma per fare ciò devo esistere, essere qualcosa e non nulla. La proposizione io esisto è la sola vera, in quanto può dubitare solo chi esiste. In quanto penso non posso negare che sono = cogito ergo sum.

Dov’è la differenza tra l’impianto agostiniano e l’impianto cartesiano? Per Agostino la verità indubitabile di questa intima scientia continua a esistere “anche se svanissero quelli che ragionano”, perché non è il pensiero a creare la verità, esso solo la scopre”. La verità che emerge nel dubbio e dal dubbio non esiste, come invece in Cartesio, unicamente nell’atto in cui il pensiero produce se stesso, ma esiste in sé, indipendentemente dal pensiero che la scopre. Anche la verità indubitabile che emerge dal dubbio è, per Agostino, trovata. Il “se sbaglio sono” indica l’atto puro e semplice dell’autoconsapevolezza, l’atto attraverso cui colgo la consapevolezza della mia esistenza. I temi della filosofia agostiniana sono l’io e Dio; quindi il problema della fondazione, dell’inizio, il problema ontologico per sant’Agostino è innanzitutto Dio.

In questa ricostruzione della riflessione cartesiana non abbiamo ancora incontrato il problema di Dio. Cartesio, infatti, cerca un fattore primo dal punto di vista fondativo che sia chiaro, evidente, incontrovertibile e in grado di resistere al dubbio più radicale. Questa verità prima, vero punto archimedeo, non ha immediatamente nulla di trascendente. Il punto di partenza per Cartesio è il cogito. Il punto di partenza individuato nel cogito ha esattamente le caratteristiche di chiarezza e distinzione che Cartesio aveva posto nella prima delle regole del metodo.

La differenza nel paragone con sant’Agostino è molto utile per fissare un altro aspetto del mutamento avvenuto con Cartesio e cioè il fatto che l’asse della filosofia viene spostato dall’essere al conoscere. Cartesio apre una direzione del pensiero umano che diviene centrale nella filosofia moderna: il problema della conoscenza.

Dunque il soggetto è il centro del nuovo sapere. Da questo punto di vista la ragione si ritrova ulteriormente giustificata, perché se è autonoma, se è autofondata (nel senso che il cogito appartiene come dimensione alla ragione che coglie attraverso l’atto dell’intuizione l’esistenza del soggetto e questo costituisce la verità originaria) è chiaro che il centro del sapere umano è il soggetto umano.

Ma qui inizia un nuovo ordine di problemi: noi esistiamo come sostanza pensante e il fatto di aver individuato il cogito mi permette di dire che io sono una sostanza pensante, una res cogitans. Come faccio da questa verità originaria a formulare dei giudizi veri, delle conoscenze vere sulla realtà esterna = res extensa?

La caratteristica principale, chiara ed evidente di tutto ciò che pensa è quella di essere realtà pensanti. La realtà esterna a noi ha la caratteristica chiara ed evidente di essere estesa.

Il problema è: “come faccio a conoscerla”? Io ho coscienza di me attraverso i miei pensati, attraverso le mie idee, attraverso il mondo di rappresentazioni che io mi faccio della realtà esterna. Il problema che Cartesio pone, ed è il motivo per cui costituisce l’origine della filosofia moderna, è che mette in discussione l’evidenza dell’identità originaria di certezza e verità. Mette in discussione il fatto che ciò che mi appare immediatamente sia certamente vero, perciò mette in discussione l’identità di certezza e verità.

Il punto di cominciamento ce l’ho e devo costruire il ponte tra l’io e la realtà esterna.

L’io come realtà pensante percepisce delle rappresentazioni che chiamiamo idee. Le idee possono essere di tre tipi: avventizie, fittizie, innate. Le idee avventizie sono quelle che mi vengono dal di fuori (es: albero); ma potrei pensare anche il lombrico con le ali d’acciaio e questa è un’idea fittizia che mi faccio io e che non ha valore di verità.

Per quanto riguarda il valore veritativo di ciò che abbiamo chiamato idee avventizie -nel lavoro speculativo svolto fino ad ora- non sono ancora sicuro che ci sia la corrispondenza tra l’io e la realtà esterna, ho solo la percezione di avere dei pensati. Esiste in me un’idea, oltre a quella del mio io che è assolutamente inattaccabile, di cui io sono assolutamente certo? Questa è l’idea di Dio. Qui abbiamo un certo recupero dell’idea ontologica di sant’Anselmo: esiste infatti nell’essere umano la capacità di pensare questo essere perfetto e nel momento in cui lo penso e lo percepisco nella mia mente esiste nella realtà. Se l’essere perfetto che io penso non esistesse nella realtà, gli mancherebbe un attributo essenziale della sua perfezione che è quello dell’esistenza e quindi l’essere perfetto necessariamente esiste fuori di me come realtà.

Siccome io sono un essere finito e limitato e quindi imperfetto, dal momento che posso pensare l’Essere perfetto è evidente che questa idea non me la sono data io. Quindi questa idea mi viene dall’essere perfetto. Questa è una riprova per Cartesio che l’idea di Dio è un’idea innata, è in noi a priori ed è costitutiva della nostra ragione.

In questo ragionamento c’è un circolo vizioso che già i contemporanei di Cartesio gli contestavano. L’idea di Essere perfetto non può essersela data l’uomo, ma è comunicata direttamente da Dio, in quanto un essere finito come l’uomo non può causare l’idea di infinito, perché alla causa si deve assegnare tanto essere quanto ne ha ciò che da essa è causato. Ma da dove trae la sua verità questa affermazione circa il rapporto causa-effetto? Dov’è la verità circa il principio causa – effetto? Per giustificare il principio di causa avrei bisogno di cogliere in modo chiaro, evidente, necessario l’idea di Dio; se invoco l’idea di causa per giustificare l’esistenza di Dio cado in un circolo vizioso.“Il mio pensiero può essere sicuro di cogliere la realtà che è fuori di lui solo se sa che Egli esiste, ma può sapere che Dio esiste solo se è capace di cogliere la realtà che è fuori di lui” (in E. Severino, La filosofia moderna).

Il Dio cartesiano è garante: è un Essere che garantisce quello che garantisce la verità nel senso dell’adeguazione tra le mie idee e la realtà esterna. C’è in Cartesio la volontà di fondare tutto l’albero del sapere su basi di tipo metafisico: la metafisica sono le radici, il tronco la fisica, i rami le varie scienze. Anche la fisica trova le sue radici, i suoi fondamenti nella metafisica, perché il punto di cominciamento è il cogito, quell’atto di pensiero, quell’intuizione costituita dal cogito ergo sum = io penso dunque sono.

Quel punto di inizio costituisce una novità radicale in tutta la storia della filosofia, perché traccia la possibilità di diversi percorsi: c’è chi considera Cartesio un filosofo religioso e c’è chi vede in lui l’iniziatore dell’immanentismo moderno  a causa della formulazione del principio di immanenza, ovvero del principio secondo cui il fattore centrale della conoscenza è identificato nella soggettività (e infatti anche il problema di Dio viene dedotto a partire dalla soggettività, in quanto Dio è un fattore che appartiene alla mia conoscenza innata). Cartesio, quindi, per il metodo inaugurato, per il punto di incominciamento che rappresenta e per i problemi che lascia aperti, è inevitabilmente un punto di riferimento inevitabile.

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