L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Pelle di foca, pelle d’anima: la mia fiaba di riferimento tratta da “Donne che corrono coi lupi”

Il saggio “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estes con la  fiaba “Pelle di foca, pelle d’anima”  illustra magnificamente la profondità del simbolismo della donna-foca. La fusione dell’animale e della donna  rappresenta l’anima selvaggia, il contatto con la forza interiore,  con la concretezza del mondo,  con lo spirito.

La pelle di foca che racchiude il corpo della  donna è  il magico confine,  il simbolo arcaico del contatto con l’istinto,  della capacità di stare nella propria pelle, dell’intuito che allarga la visione, della dignità e  dell’ orgoglio del proprio essere.

La pelle di foca è anima del femminile che deve continuamente essere irrorata dall’acquadel mare per offrire  il dono della consapevolezza e della felicità.

Ma  del simbolo   foca vanno considerate altre caratteristiche forse più prosaiche, ma non meno importanti: prima fra tutte la scivolosità  della pelle…sfuggente, veloce  che rimanda a desideri di fuga e  solitudine, a paura dei   contatti fisici  o sessuali, ad una verginità e ad un isolamento dai desideri altrui.

La foca fugge  immergendosi    nell’acqua dove i suoi movimenti diventano sinuosi ed leggeri, dove mostra una grazia ed una sicurezza che, nei sogni, diventa la prima immagine di un possibile cambiamento.

La fiaba: Pelle di foca, pelle d’anima

In un tempo lontano lontano, perduto per sempre, che mai tornerà, i giorni sono di neve bianca, e in lontananza i minuscoli granelli sono persone o cani oppure orsi. Qui nulla fiorisce spontaneamente. I venti soffiano tanto forti che tutti devono di necessità indossare giacche a vento, stivali e berretti. Qui, all’aperto le parole si congelano, e intere frasi devono essere rotte sulle labbra di chi parla e disgelate accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto. Qui la gente vive nella bianca ed abbondante capigliatura della vecchia Annaluk, la vecchia nonna, la vecchia maga che è la Terra stessa. E in questa terra viveva un uomo, un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance.
Cercava di sorridere e di stare contento. Andava a caccia, dormiva beneMa desiderava tanto una compagna umana. Talvolta, quando si avvicinava al suo kajak una foca, rammentava le antiche storie sulle foche ch’erano un tempo esseri umani, e a ricordare quel tempo restavano gli occhi, capaci di sguardi saggi, e amorosi, e selvaggi… E allora talvolta sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime scendevano lungo i crepacci del volto.Una volta cacciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Mentre la luna si levava alta nel cielo e il ghiaccio brillava, raggiunse un grande scoglio sul mare, e su quell’antico scoglio apparve un movimento di grazia eccelsa. Remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi, ed ecco che sullo scoglio possente danzavano delle donne, nude come il giorno in cui le loro madri le avevano partorite. Rimase a guardare. Le donne parevano essere fatte di latte di luna, con la pelle punteggiata d’argento come i salmoni a primavera, e piedi e mani sottili e leggiadri.
Tanto erano belle che l’uomo rimase sbalordito, mentre le onde leggere lo trasportavano sempre più vicino allo scoglio. Sentiva ora le magnifiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l’acqua intorno allo scoglio che rideva? L’uomo era confuso perché era abbagliato. La solitudine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d’acqua era in qualche modo svanita, e senza riflettere, quasi così dovesse essere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano. Si nascose dietro uno spuntone e infilo una pelle di foca nel suo qutmguk, la giacca di pelliccia. Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito…come quella delle balene all’alba…o quella dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera. Che cosa andavano ora facendo le donne?
Infilavano la loro pelle di foca e una dopo l’altra scivolavano nel mare, urlando e uggiolando felici. Una no. Cercava dappertutto ma non riusciva a trovare la sua pelle. L’uomo prese coraggio e neanche sapeva perché. Le si mostrò: “Sii mia moglie, io sono un uomo così solo”.
“Oh io non posso esserti moglie, io appartengo agli altri, quelli che vivono di sotto”
“Sii mia moglie” insistette l’uomo ” tra sette estati ti restituirò la pelle di foca e potrai restare o andartene, come tu vorrai”.
La giovane donna-foca lo guardò a lungo in volto con quegli occhi che parevano umani. Riluttante disse: “Verrò con te, tra sette estati si deciderà”.
Ebbero un bambino e lo chiamarono Ooruk. E il bambino era agile e grassoccio. In inverno la madre raccontò a Ooruk le storie delle creature che vivono sotto al mare mentre il padre tagliava a piccoli pezzi un orso con il suo lungo coltello affilato. Quando la madre portava il piccolo Ooruk a letto, gli indicava attraverso l’apertura per il fumo le nuvole e tutte le loro forme e raccontava storie di trichechi, balene, foche e salmoni, perché erano quelle le creature che conosceva.
Ma col passare del tempo la sua carne prese a seccarsi. Prima si sfaldò, poi si incrinò. Cominciò a cadere la pelle delle palpebre e caddero a terra anche i capelli. Diventò del più pallido bianco. Cercò di nascondere la sua debolezza. Ma i suoi occhi si offuscavano sempre di più e la vista le si faceva sempre più debole.
E così andarono le cose finchè una notte il piccolo Ooruk non fu svegliato da un urlo, e del tutto insonnolito si levò a sedere sulle pelli del letto. Sentì come il ringhiare di un orso, che era suo padre che picchiava sua madre. Udì un pianto come di argento tintinnante sulla pietra, che era sua madre.
“Hai nascosto la mia pelle di foca sette anni or sono, ora giunge l’ottavo inverno. Voglio che mi sia restituito ciò di cui sono fatta” gemeva la donna foca. “devo avere ciò a cui appartengo”.
“E tu mi lascerai senza moglie, e lascerai il bambino senza madre. Sei cattiva”.
E il marito strappò la porta leggera e sparì nella notte.
Il bambino amava molto sua madre. Temeva di perderla e pianse fino a piombare nel sonno, per essere risvegliato dal vento. Un vento strano, che pareva chiamarlo. Saltò fuori dal letto. Udendo ripetere il suo nome si precipitò fuori nella notte stellata. Corse alla scogliera e in lontananza, sul mare agitato dal vento, scorse una grande foca argentea e irsuta dalla testa enorme, con le vibrisse che scendevano fino al petto, gli occhi di un giallo scuro. “Ooooooruk”.
Il bambini a fatica discese giù lungo la scogliera e in fondo incespicò su una pietra, no, un involto, rotolato giù da una fenditura nella roccia. “Oooooruk”.
Il bambino aprì l’involto e lo scosse, era la pelle di foca di sua madre. Sentiva tutto il suo odore. L’anima della madre lo attraversò come un improvviso vento d’estate. Si portò la pelle al volto e l’anima di sua madre attraversò di nuovo la sua.
E la vecchia foca argentea lentamente si immerse nelle acque profonde.
Il bambino si inerpicò su per la scogliera e corse con la pelle di foca che gli svolazzava dietro, e si precipitò in casa. Sua madre lo accarezzò, e accarezzò la pelle, e socchiuse gli occhi, grata perché entrambi erano salvi. Infilò la sua pelle di foca. Sollevò il piccolo e se lo mise sotto il braccio e corse verso il mare ruggente.
“Oh madre non lasciarmi” implorò Ooruk.
Lei voleva restare con il suo bambino, ma qualcosa la chiamava, qualcosa di più antico di lei, di più antico del tempo. Si volse verso di lui con uno sguardo di terribile amore negli occhi. Prese il viso del bambino tra le mani e soffiò il suo dolce respiro nei suoi polmoni. Allora, tenendolo sotto il braccio come un involto prezioso, si tuffò in mare, sempre più a fondo, e la donna-foca e il suo bambino respiravano agevolmente nell’acqua. E scesero nuotando sempre più a fondo, fino a raggiungere la grotta delle foche dove creature di ogni genere banchettavano e cantavano, danzavano e parlavano, e la grande foca argentea che aveva chiamato Ooruk nella notte abbracciò il bambino e lo chiamò nipote.
“Come sono andate le cose lassù figlia?” domandò la grande foca argentea.
La donna foca guardò in lontananza e disse: “Ho ferito un essere umano…un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui, perché se lo facessi resterei prigioniera.”.
“E il bambino?” domandò la vecchi foca. “Il mio nipotino?”. Lo disse con tanto orgoglio che la voce gli tremò.
“Lui deve tornare. Non può fermarsi. Non è ancora tempo che resti con noi”. E pianse. E insieme piansero.
Passarono alcuni giorni e alcune notti, per l’esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l’antica lucentezza. Diventò di un bel colore bruno, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò le sue rotondità, e potè nuotare a suo agio. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte la vecchia foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro. Risalirono, risalirono dalle profondità verso il mondo di sopra. Là, al chiarore della luna, delicatamente poggiarono Ooruk sulla riva pietrosa. La madre lo rassicurò: “Sarò sempre con te. Tocca quel che ho toccato, i legnetti per accendere il fuoco, il mio coltello, le incisioni che ho fatto sulla pietra di lontre e foche, e io soffierò nei tuoi polmoni un vento affinchè tu possa cantare le tue canzoni.
Più volte la vecchia foca argentea e sua figlia baciarono il bambino. Infine si allontanarono al largo e con un ultimo sguardo scomparvero tra le onde. E Ooruk, siccome il suo tempo non era ancora venuto, rimase. Passò il tempo e diventò un grande suonatore di tamburo, cantore e artefice di storie, e si disse che tutto ciò accadde perché il bambino era sopravvissuto ed era stato riportato dalle profondità del mare dagli spiriti delle foche.
Ora, nelle grigie brume del mattino, talvolta lo si vede ancora, ripiegato in ginocchio su una certa roccia del mare, mentre pare parlare con una certa foca che spesso si avvicina alla riva. Molti hanno cercato di catturarla, ma nessuno ci è mai riuscito e’ nota come Tanqigcaq, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi sono capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi.

Qui finisce la storia.

Questa storia viene raccontata da molte popolazioni: celti, scoti, le tribù indiane dell’America nordoccidentale, le popolazioni siberiane e islandesi. La storia assume vari nomi: la fanciulla foca, la piccola foca, carne di foca.La foca è uno dei simboli più belli dell’anima selvaggia.

Nel mondo della natura le foche sono creature speciali che nei secoli si sono evolute e adattate. Queste creature vengono a terra soltanto per partorire e allevare i piccoli, come nella storia della donna-foca. La foca si dedica intensamente al suo piccolo per circa due mesi, amandolo, proteggendolo e nutrendolo unicamente con le sue riserve. In quel periodo il piccolo, che alla nascita pesa circa 15 Kg, quadruplica il suo peso. Solo allora la madre torna al mare e il piccolo ormai cresciuto è pronto per iniziare una sua esistenza indipendente.

Nel racconto “Pelle di foca, pelle d’anima”, la pelle può rappresentare la natura femminile selvaggia. La pelle di foca rappresenta il contatto con l’anima.

Quando la donna si trova in contatto con la sua anima è pienamente centrata su di sé.

L’autrice intitola questo capitolo “A casa: il ritorno a sé”. Con questo l’autrice vuole intendere che il contatto con l’anima si ha ritornando a casa. Un luogo reale o simbolico dove possiamo metterci in contatto con la nostra anima.

Come la foca perde la sua pelle, così la donna perde il contatto con la sua anima.

Come la foca ritrova la sua pelle, così la donna ritrova la sua anima selvaggia. E come la foca torna nel mare così la donna “torna a casa”.

Che cos’è l’anima?

L’anima selvaggia della donna è intuito, è stare con sicurezza e orgoglio nel proprio corpo indipendentemente dai suoi doni o dai suoi limiti, è parlare e agire per proprio conto in prima persona, essere consapevoli, vigili, rifarsi ai poteri femminili innati dell’intuito e della percezione. Riprendere i propri cicli naturali, scoprire a cosa si appartiene, considerare la propria dignità e integrità.

La donna selvaggia, in quanto archetipo, è l’aspetto creativo, fantasioso, artistico e poetico. E’ la fonte del femminino, è tutto quanto è istinto, è un insieme di mondi visibili e nascosti. E’ veggenza, colei che sa ascoltare, è il cuore leale, è la fonte, la luce, la notte, l’oscurità e l’alba, la vita e la morte.

Ogni donna lontano dal contatto con l’anima alla fine si esaurisce.

Perdere la pelle.

La pelle di foca è, come si è detto, un simbolo dell’anima. La pelle, oltre a dare calore, fornisce anche un sistema di allarme e di protezione. Negli animali come negli essere umani, il pelo si rizza in risposta a  paure, pericoli, forti emozioni. Nelle culture in cui predomina la caccia, la pelle è insieme al cibo il prodotto più importante per la sopravvivenza. La pelle tiene al sicuro e all’asciutto i bambini piccoli, protegge e riscalda le parti più vulnerabili del corpo.

PERDERE LA PELLE E’ PERDERE LA PROTEZIONE, IL CALORE, IL SISTEMA D’ALLARME, LA VISTA ISTINTIVA.

Perdere l’anima per la donna è perdere l’energia per creare, nella famiglia, nelle amicizie, nei suoi obiettivi, nel suo sviluppo personale e nella sua arte.

L’unico modo che ha la donna per non lasciarsi sfuggire la pelle-anima consiste nel conservare una consapevolezza del suo valore.

NELLA STORIA LA DONNA FOCA SI DISSECCA PERCHÉ RESTA TROPPO A LUNGO SULLA TERRA. Quando una donna resta troppo a lungo lontana “dalla sua casa”, la sua capacità di percepire come si sente dentro comincia ad affievolirsi, persegue quello che gli altri le richiedono di fare e non quello che desidera. Non percepisce quel che è troppo né quel che non è abbastanza, e vive ai limiti.

Nella storia la promessa fatta dall’uomo diventa una promessa non mantenuta. Anche L’uomo è “disseccato” per essere rimasto troppo a lungo nella solitudine. Ma quale donna non riconosce dentro sé questo tipo di promessa non mantenuta? Appena avrò finito di fare questo, potrò andare…. All’inizio della primavera o alla fine dell’estate, me ne andrò…. Antepongono i bisogni degli altri ai loro progetti.

Alcune donne restano in una situazione perché temono che le persone a loro care non comprendano il loro bisogno di tornare “nella propria casa”. Ma una donna, per se stessa, deve saper comprendere questo. Quando una donna va “a casa” secondo i suoi cicli, ad altre persone attorno a lei è richiesto di attivarsi. Il suo ritorno a casa consente anche ad altri di crescere ed evolvere.

Nella storia, invece di lasciare il bambino sulla terra o di portarlo con sé per sempre, la donna-foca porta il bambino a trovare quelli che vivono “di sotto”, sotto il mare. Il bambino rappresenta un essere capace di attraversare entrambi i mondi, sia quello terrestre che quello marino. Occupa pertanto un ruolo speciale, il bambino che è sceso nelle profondità e ne è riemerso è un essere capace di vivere sia nel mondo terrestre (che rappresenta il mondo del bisogno del possesso, della donna che si trasforma in donna guaritrice dei mali del mondo) che nel mondo marino (che rappresenta il contatto con l’anima, l’intuizione, la libertà).


2 Risposte

  1. Splendido blog, complimenti, tornerò a trovarti!

    "Mi piace"

    26 marzo 2011 alle 4:06 pm

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