L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

La Llorona

La “Donna piangente”, è una leggenda messicana, anche se è diffusa, con sfumature diverse, in altri paesi latinoamericani (Costa Rica, El Salvador, Cile, Venezuela). È anche molto di più: è un mito che ha radici antichissime, tanto da entrare profondamente nell’immaginario collettivo di tutto un popolo, fino a diventare parte integrante della sua cultura.
La Llorona, con il nome e gli attributi con cui ancora oggi è conosciuta, nasce nel primo periodo coloniale, quando Cortés, dopo aver distrutto Tenochtitlán nel 1520, costruisce sulle sue rovine la nuova capitale, Città del Messico.
Appare di notte, come uno spirito in forma di donna, immersa in un ininterrotto e disperato pianto; la versione più accreditata dice che in vita uccise o perse i suoi figli e divenne pazza cercandoli. A volte si dice che non sa di essere morta.
In certe versioni viene identificata con un demone o uno spirito maligno, in altre con un’anima in pena che chiede perdono, in altre ancora con una dea caduta.

Appare come una donna vestita di bianco, dai lunghi capelli neri, coperta da un velo che si muove intorno a lei al più tenue soffio di vento. Attraversa lentamente strade e piazze, con un percorso diverso ogni volta; le sue braccia si contorcono per la disperazione, lancia alte grida (“Ay, mis hijos!”, “I miei figli!”) seguite da gemiti strazianti. E ogni volta arriva fino alla Plaza Mayor, dove si inginocchia verso est, bacia la terra, emette il più luttuoso dei suoi lamenti, il più disperato dei suoi pianti; poi, sulle rive del lago Texcoco, scompare, dissolvendosi nell’aria come nebbia, o immergendosi nelle sue acque.
Appare anche in altre città del regno, così come nelle campagne, spaventando il bestiame, che corre impazzito come se qualcuno lo inseguisse; si sente il suo grido lungo i sentieri imbiancati dalla luna, tra gli alberi dei boschi; porta la sua disperazione attraverso aride montagne; esce misteriosa dalle grotte dove vivono gli animali feroci; cammina lenta lungo le rive dei fiumi mescolando i suoi lamenti al rumore senza fine delle acque.
Ovunque annuncia disgrazia a chi la incontra, a chi rimane segnato dal dolore del suo eterno pianto.
La leggenda della Llorona ha però antecedenti molto più antichi, tanto che si perdono nei miti precolombiani e si confondono con diverse rappresentazioni della Dea Madre
“Sesto presagio funesto:
Molte volte si sentiva, una donna piangeva; gridava nella notte; lanciava alte grida:
-Poveri figli miei! Ormai dobbiamo andarcene lontano!-
E a volte diceva:
-Poveri figli miei! Dove vi porterò?-
“La visione dei vinti : testimonianze indigene della conquista” a cura di Miguel León Portilla … [et al.]. Cit. in López Rivas.
L’arrivo degli spagnoli era stato preannunciato da una serie di presagi funesti: uno dei più spaventosi era il pianto straziante di una donna che di notte si lamentava per il destino terribile che incombeva sui suoi figli.
Secondo Bernardino de Sahagún (uno dei primi cronisti) si trattava di un demone chiamato Cihuacoatl, la “Donna serpente”, dea della guerra e delle nascite, protettrice della razza. Nella cultura Nahuatl questa dea aveva diverse manifestazioni, i cui attributi intrecciano complesse simbologie (la maternità, la guerra, il colore bianco, le forze sotterranee della natura, l’aldilà, il luogo mitico dell’est verso cui era partito Quetzalcoatl, il dio civilizzatore, di cui gli Aztechi aspettavano il ritorno e per il quale scambiarono lo stesso Cortés… vedi anche “La maldición de Malinche” di Gabino Palomares.)
Legata alle acque (laghi, fiumi, sorgenti), era la protettrice delle “Cihuateteo”, le donne morte di parto che, in certi giorni ad esse dedicati, scendevano sulla terra, seminando il terrore agli incroci delle strade e uccidendo i bambini.

Il simbolo centrale, dunque, è quello della maternità distrutta, per sempre perduta e rimpianta: la dea conosce e piange il destino di morte e schiavitù che incombe sui suoi discendenti. Ha a che fare con il sincretismo e l’identità meticcia dei popoli latinoamericani, con il trauma delle origini.
La stessa leggenda è “meticcia”: nel periodo coloniale Cihuacoatl diventa la Llorona, una personificazione più vicina alla sensibilità dei conquistatori: non si può più parlare apertamente di divinità preispaniche, sarebbe blasfemo, costituirebbe una vera e propria eresia. Così la storia cambia, modellandosi su gusti e tradizioni diverse, senza perdere del tutto la sua essenza indigena, che rimane viva e potente nel sincretismo degli elementi simbolici
Nella Plaza Mayor, per esempio, sorgeva il grande tempio del sole (recentemente se ne sono scoperti i resti): il soffermarsi della llorona nella piazza, il suo inginocchiarsi verso est, allude al recupero degli antichi luoghi sacri, alla possibilità di aprire un varco verso il mondo delle ombre, a una chiamata alla rinascita: alcuni popoli credevano, infatti, che all’est risiedessero le anime dei bambini in attesa di nascere.
La Llorona non ha volto – o comunque è nascosto – simbolo di un popolo che ha perso la sua essenza, la sua identità. L’eterno ritorno all’acqua allude alla morte come suicidio o immolazione davanti all’inevitabile:la pena della Donna piangente è continua, mai le correnti di un fiume saranno le stesse, mai potrà cambiare il destino o toccare di nuovo il passato, è rotta per sempre la circolarità del tempo.
Nelle testimonianze indigene della Conquista ritorna spesso il tema della morte degli dei: in questo senso la Llorona riassume in sé ogni disperazione, ogni perdita, ci parla della fine di un popolo e di una cultura, ma anche della dolorosa e insopprimibile persistenza della memoria.
Possiamo pensare a lei come a una specie di “Genius loci”, un mito ancora vivo, che continua ad agire nell’immaginario collettivo; ancora oggi le vengono dedicate canzoni, film, rappresentazioni teatrali, studi antropologici, articoli,libri.
Il senso di una perdita originaria, di un dolore atavico che abita il sangue dei popoli morti e nati a un tempo nello spazio traumatico della Conquista, ha una profonda eco in moltissime opere letterarie e poetiche:
Tutte quelle voci oscure, di avi indigeni, che piangono nel nostro cuore
Todas esas voces oscuras, de abuelos indios, que lloran en nuestro corazón
(da una lettera di Alfonso Reyes a Mediz Bollo, 1922. Cit. in Rivas López)

Ma io non conosco che alcune parole
Nella lingua o lapide
Sotto la quale hanno sepolto vivo Il mio antenato

Pero yo no conozco más que ciertas palabras
en el idioma o lápida
bajo el que sepultaron vivo a mi antepasado
(“Silencio cerca de una piedra antigua” di Rosario Castellanos)



LA CANZONE
Questa famosa canzone popolare ha numerose varianti: ho raccolto qui alcune strofe ma sicuramente ne esistono molte altre; il tratto comune è l’invocazione della Donna Piangente come interlocutrice o testimone di pene amorose ed esistenziali. A volte la Llorona è la donna amata, oggetto irraggiungibile di un tormentato desiderio.

La Llorona

No sé que tienen las flores llorona, las flores del campo santo
No sé que tienen las flores llorona, las flores del campo santo
Que cuando las mueve el viento llorona, parece que están llorando
Que cuando las mueve el viento llorona, parece que están llorando
Ay de mí llorona, llorona tu eres mi chunca
Ay de mí llorona, llorona tu eres mi chunca
Me quitaran de quererte llorona pero de olvidarte nunca
Me quitaran de quererte llorona pero de olvidarte nunca
(guitarra)
A un santo cristo de fierro llorona mis penas le conté yo
A un santo cristo de fierro llorona mis penas le conté yo
Cuales no serian mis penas llorona que el santo cristo lloró
Cuales no serian mis penas llorona que el santo cristo lloró
Ay de mí llorona, llorona de un campo lirio
Ay de mí llorona, llorona de un campo lirio
El que no sabe de amores llorona no sabe lo que es martirio
El que no sabe de amores llorona no sabe lo que es martirio
(Guitarra)
Dos besos llevo en el alma llorona que no se apartan de mí
Dos besos llevo en el alma llorona que no se apartan de mí
El último a de mi madre llorona y el primero que te dí
El ultimo a de mi madre llorona y el primero que te dí
Ay de mí llorona, llorona llevame al rio
Ay de mí llorona, llorona llevame al rio
Tapame con tu reboso llorona por que me muero de frío
Tapame con tu reboso llorona por que me muero de frío

Traduzione di Maria Cristina Costantini

Fonte:  saggio di Helena Rivas López, “La Llorona o la Desesperanza de un Pueblo”, pubblicato sulla rivista Razón y palabra, 2003, n. 33 ( “Canzoni contro la guerra”)

2 Risposte

  1. Maria Cristina Costantini

    Ciao,
    mi chiamo Cristina e sono l’autrice del pezzo sulla llorona, ma dovrei dire piuttosto la traduttrice, visto che la maggior parte del testo è la traduzione quasi completa di un saggio di Helena Rivas López, “La Llorona o la Desesperanza de un Pueblo”, pubblicato sulla rivista Razón y palabra, 2003, n. 33 (come correttamente specificato nella pagina di “Canzoni contro la guerra” su cui il mio testo è pubblicato).
    Ti chiederei per cortesia di citare questo saggio nel tuo post, visto che si tratta di un articolo accademico, con tanto di bibliografia e sitografia, e, fatta la salva la libertà di riprodurre e riproporre ciò che è liberamente disponibile in internet, le fonti andrebbero sempre citate, soprattutto se autorevoli come nel caso della studiosa messicana.
    Grazie per l’attenzione e per l’apprezzameno che dimostri a temi anche a me molto cari.

    Mi piace

    5 settembre 2012 alle 9:16 am

    • Ciao Maria Cristina
      grazie a te per il tuo passaggio su questo blog
      a presto

      Fiorella

      Mi piace

      6 settembre 2012 alle 11:30 am

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