L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Il teatro ed il femminile

Il teatro greco pullula di figure femminili memorabili: Medea, Elena, Fedra, Antigone, Elettra, Ecuba. Le letterature moderne hanno attinto a queste figure del mito e della letteratura per creare immagini sovversive e inquietanti, e anche per salvarle dalle ‘calunnie’ del mito antico. Un percorso didattico può utilizzare i testi classici, letti in traduzione, come confronto e contrasto sulla caratterizzazione dei personaggi femminili nelle letterature moderne.

La storia greca ricorda poche donne: nulla di paragonabile alla regina Elisabetta d’Inghilterra, e nemmeno a Livia, influente moglie dell’imperatore Augusto. Al contrario, il mito greco, e il teatro greco in particolare, pullula di figure femminili memorabili: Medea, Elena, Fedra, Antigone, Elettra, Ecuba, Cassandra, Clitennestra. Già i greci antichi si interrogavano sulla disparità tra il ruolo pubblico delle donne, che era ridottissimo, e l’importanza dei personaggi femminili nei loro testi letterari. Se nell’Atene di età storica le donne erano giuridicamente e politicamente marginali (nonostante le malignità sul potere di Aspasia, la compagna di Pericle), nella letteratura che parlava di Micene e di Troia, di Corinto e di Tebe, le donne contavano: scatenavano guerre (Elena), sfidavano i sovrani (Antigone), si ribellavano ai mariti (Medea). Le polarità del comportamento femminile esplorate nel teatro classico mettevano in scena inquietudini fortissime, che le letterature moderne hanno ripreso soprattutto nei tempi più vicini a noi.

Il paradosso più grande consiste nel fatto che questi personaggi femminili ‘forti’ erano recitati da attori maschi (come nel teatro di Shakespeare). Platone, nella Repubblica, criticava questa pratica: chi recita personaggi moralmente condannabili o psicologicamente deboli (una donna che si dispera per amore) acquisisce le loro caratteristiche anche nella vita reale. Questa condanna del teatro eserciterà grande influenza, e sarà ripresa, anche nel dettaglio degli argomenti, dai puritani nell’Inghilterra del XVII secolo.

E, d’altra parte, che i personaggi femminili siano rappresentativi del teatro in quanto tale è evidente dal famoso monologo in cui Amleto, dopo aver visto un attore recitare la parte di Ecuba, si chiede:

non è mostruoso

che quest’attore, in una mera finzione,

in un suo sogno di passione, possa tanto forzare

la sua anima al concetto che per il suo operare

tutto il suo volto è impallidito, lacrime

nei suoi occhi, disperazione nel suo aspetto,

la voce rotta, e l’intera funzione

che s’adattava con le forme alla sua idea?

E tutto per niente. Per Ecuba! Cos’è

Ecuba per lui, o lui per Ecuba,

che debba piangere per lei? Che farebbe

se avesse il motivo e la spinta alla passione

che ho io?

(da William Shakespeare, Amleto, atto II, scena 2, tr. it. di A. Lombardo, Feltrinelli, 2002)

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La passione, il dolore femminile, diventa un modello per il dolore e la passione degli uomini nella vita: senza distinzioni tra uomini e donne. Anzi: il personaggio femminile, proprio perché la cultura greca antica spesso considerava le donne più prone all’emotività, viene utilizzato dagli uomini per esplorare stati emotivi che a loro sono normalmente preclusi.

Una lettura dei testi antichi può illuminare per gli studenti non soltanto le numerose influenze sulla letteratura italiana, ma le scelte, a volte molto differenti, adottate dalle letterature moderne e contemporanee per parlare di temi simili.

Famiglia: Antigone, Elettra e Alcesti

Un tema centrale nella presentazione letteraria e teatrale della donna nel mondo antico è il legame con la famiglia. La donna protegge la famiglia e si sacrifica per la famiglia, in particolare per i maschi della famiglia: il fratello e il padre. Antigone, nell’omonimo dramma di Sofocle, sceglie di morire pur di poter compiere i riti funebri in onore del fratello, proibiti dal sovrano di Tebe. Elettra, nelleCoefore di Eschilo, e nei drammi Elettra di Sofocle ed Euripide, incita il fratello a vendicare il loro padre, ucciso dalla madre e dal suo amante Egisto. Alcesti, nell’omonimo dramma di Euripide, accetta di morire al posto del marito.

Questi drammi mettono in scena le polarità del comportamento femminile: violenza e sacrificio. E’ vero che la vendetta spetta agli uomini, ma quando gli uomini sono morti, tocca alle donne agire, come ritiene Elettra nel dramma di Sofocle, e nella riscrittura sofoclea operata da Hoffmanstahl.

La polarità opposta alla vendetta è l’accettazione della morte. Alcesti rappresenta la polarità estrema del sacrificio, e la più rischiosa: sacrificarsi per il marito significa sacrificarsi per una persona acquisita alla famiglia, con cui non si hanno legami di sangue. Questo dramma ebbe una grande fortuna in età moderna, soprattutto a partire dal ‘700. La recente versione di Raboni ambienta il dramma in un’epoca di persecuzioni politiche o razziali: anche qui la donna sceglie di morire, ma nel farlo rivela la fragilità morale degli uomini che lei stessa salva.

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In Sofocle, Antigone accetta di morire per onorare le “leggi non scritte, incrollabili, degli dèi, che non da oggi né da ieri, ma da sempre sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce”, leggi superiori ai decreti dei re. Antigone (sia come personaggio che come dramma) è diventata, per i moderni, un simbolo molto più forte di Elettra: il simbolo romantico della scelta tragica, il segno del contrasto tra obblighi verso la famiglia e la comunità (nelle interpretazioni filosofiche ottocentesche discusse da Steiner nel suo famoso saggio Le Antigoni). Antigone è divenuta però anche il simbolo dell’opposizione politica: dell’opposizione all’occupazione nazista della Francia, nell’Antigone di Anouilh del 1944, ad esempio; ma anche dell’opposizione all’apartheid. Nel 1973 il drammaturgo sudafricano Athol Fugard, con la collaborazione degli attori John Kani e Winston Ntshona, creò il dramma The Island, ambientato a Robben Island (l’isola dove tra l’altro era detenuto Nelson Mandela). Fugard mette in scena due prigionieri che a loro volta mettono in scena, in carcere, l’Antigone di Sofocle, ricreando forzatamente la convenzione antica secondo cui attori maschi impersonavano figure femminili: un ‘metateatro’ con evidenti implicazioni politiche. I cittadini neri perseguitati dall’apartheid rappresentano un dramma della tradizione europea, ma lo usano per trovare la loro voce di ribellione (e di resistenza nonostante la punizione) contro il regime politico che li punisce.

Eros: Elena e Fedra

Il tema dell’eros è un’altra lente attraverso cui vengono presentati i personaggi femminili. Beatrice e Laura, Angelica e Lucia sono i personaggi femminili della letteratura italiana che per primi vengono alla mente: tutti legati all’eros, ma a un eros molto meno inquietante di quello di Elena e Fedra. Angelica è il personaggio che si distacca dagli altri per una caratteristica mescolanza di innocenza e pericolosità: come Elena, la sua attrattiva scatena le passioni dei guerrieri di eserciti contrapposti, e provoca duelli tra i campioni dei diversi schieramenti. Il teatro greco aveva già esplorato questo rovesciamento della figura di Elena: Euripide, nell’Elena appunto, ci presenta una Elena casta e rispettosa, ingiustamente accusata di essere la causa della guerra di Troia. La dea Era ha infatti creato un fantasma, un automa dalle fattezze simili alle sue: i greci e i troiani vanamente combattono per un’illusione. I racconti di Hoffmann (un dramma musicato da Offenbach, sulla base di racconti dello scrittore romantico tedesco E. T. A. Hoffmann) e il Casanova di Fellini riprendono in maniera sottile il tema dell’amore per una macchina (un tema che ha avuto grande fortuna nella cultura popolare moderna).

L’eros distruttivo di Fedra, che si innamora del figliastro Ippolito, viene raccontato nell’Ippolito di Euripide, e sarà ripreso da Seneca (Fedra) e Racine (Fedra), e riproposto da D’Annunzio. Fedra è il modello mitico dell’infedeltà coniugale, e del contrasto tra il senso del dovere e la passione non controllabile. Solo nell’Ottocento questi temi verranno affrontati direttamente, in opere che hanno creato scandalo, come Madame Bovary di Flaubert. Il tema, perturbante, dell’amore tra madre e figlio, o tra una donna più matura e un giovane uomo, è esplorato in alcuni testi del Novecento. Il racconto di Schnitzler, Beate e suo figlio, del 1913, mescola i tratti salienti del mito di Fedra con alcuni di quello di Medea.

Ira e dolore: Medea

L’ultima polarità su cui si vuole insistere è quella dell’ira e del dolore. I personaggi femminili, nel teatro antico, sono scelti proprio per il motivo condannato da Platone: possono essere usati per rappresentare gli estremi di dolore e di passionalità. Il famoso discorso ‘femminista’ di Medea sulle sofferenze delle donne è stato imitato e ripreso dagli interpreti moderni come il fondamento dei drammi ‘coniugali’ ottocenteschi: la Medea di Euripide può accompagnare a contrasto la lettura dei drammi di Ibsen sul matrimonio, in particolare Casa di bambola (1879), Spettri (1881), Hedda Gabler (1891) (e la rilettura recente del dramma euripideo operata da Christa Wolf). Ma per gli antichi, Medea era figura esemplare non della rivendicazione femminista, bensì della incapacità umana di controllare con la ragione gli impulsi della passione.

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