L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Donne nell’antichita’

La società greca, pur valutando le differenze fra le varie epoche e la maggiore considerazione in cui la donna era tenuta nella civiltà minoica e micenea,  fu generalmente al maschile e misogina, le leggi, la vita politica, la cultura, furono elaborate dagli uomini, la donna fu relegata ad un ruolo passivo, domestico, o legato all’irrazionale e al basso istintuale, e solo il ruolo di etéra (accompagnatrice) le consentiva di esprimere una certa personalità e cultura: si pensi all’etéra più famosa, Aspasia di Mileto, che affiancò nel governo Pericle, il grande statista del V sec. a. C., nel governo ad Atene.

Nella famiglia greca, dove il capo riconosciuto era il padre, che esercitava anche missioni di carattere religioso, e a cui si doveva cieca ubbidienza, la donna, che contraeva matrimonio combinato soprattutto per convenienze economiche o familiari, era confinata nella parte più segreta della casa, il gineceo, passando, col matrimonio, dalla reclusione  nella casa paterna a quella nella casa del marito; padrona di schiave, diventava di fatto anch’ella schiava, e trascorreva la vita ad  attendere ai lavori domestici e alla prima educazione dei figli.

Diversa era la condizione della spartana rispetto a quella ateniese e, in generale alle altre donne greche, sulle quali operò l’influsso della vicina Asia che le relegava in una condizione di inferiorità.

La spartana  riceveva un’educazione molto più severa ed austera; le leggi le vietavano ogni forma di lusso nel vestiario, nell’acconciatura, nei cosmetici, perciò non poteva portare gioielli, indossare vesti ricamate o colorate, e le veniva imposto di praticare molti sport, come la corsa, e di vivere all’aria aperta, per fortificare lo spirito e il  corpo e poter procreare figli sani e robusti, però godeva di una certa indipendenza e di notevoli diritti che le conferivano una spiccata dignità.

Da sola amministrava la casa, creando una specie di matriarcato, affrontando spesso anche lavori pesanti, partecipava ai banchetti e collaborava con lo Stato all’educazione dei figli. Inoltre, rispetto alla donna ateniese, era più libera; poteva girare per le strade, indossare gonne corte, attendere ai giuochi ginnici, cantare e danzare in compagnia di giovanotti, ed aveva un posto di riguardo nell’ambito della famiglia, dovendo assumersi molte responsabilità allorché sostituiva l’uomo, costantemente impegnato nelle imprese belliche o negli uffici pubblici.

Nella famiglia romana l’indiscusso capo della famiglia era il pater familias, con poteri assoluti riconosciuti dalle leggi dello Stato, la patria potestas,  autorità eccezionale, che gli dava diritto di vita e di morte sui figli e sugli schiavi.

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Anche la donna (dómina, cioè padrona) era soggetta alla patria potestas, ma, pur essendo sottoposta all’autorità paterna o a quella del marito, sempre sotto tutela di un uomo (il padre, il fratello, il marito), unita in matrimoni di convenienza, spesso con notevoli differenze di età (si pensi alla bella e giovane quattordicenne Messalina andata in sposa a Claudio imperatore, cinquantenne,  balbuziente e zoppo), in cui frequente era l’adulterio ed il ripudio dell’uomo (la donna, invece, poteva solo essere ripudiata), dopo sposata godeva di un certo rispetto e di una maggiore indipendenza e libertà di movimento, pur se limitata,  rispetto alle altre donne dell’antichità, per esempio le greche, soprattutto le ateniesi, riuscendo anche ad avere influenza sulla vita pubblica.

Virtuosa per eccellenza, dedita alla famiglia e ai lavori domestici (Domi mansit, lanam fecit  “rimase in casa, filò la lana”,  Domi mansit casta vixit lanam fecit, “rimase in casa, visse casta, filò la lana”, l’ideale condizione femminile  era legata al lanificium, l’antico costume secondo il quale la matrona personalmente filava la lana e tesseva le vesti per la famiglia), nell’ambito della vita familiare ricopriva una  posizione preminente (testimoniata dai lusinghieri appellativi di mater familias, matrona, domina);  partecipe di tutte le attività familiari, aveva il governo della casa, vigilava sul lavoro delle ancelle, si occupava dell’educazione dei figli nella prima età, era libera di uscire per fare acquisti o visite.

Inoltre partecipava a ricevimenti e ai banchetti (però non poteva stare sdraiata ma seduta, si asteneva dalla commissatio, il rito finale in cui i convitati si abbandonavano alle libagioni, e  non beveva vino, ma mulsum, miscela di vino e miele), frequentava le terme, assisteva agli spettacoli del Circo, andava a  teatro, e veniva sempre consultata negli affari dal marito, al quale era molto devota e garantiva costante sostegno morale.

Giuridicamente, però, inferiore era la condizione della donna romana: non le era consentito testimoniare in tribunale e non poteva reclamare alcun diritto sul patrimonio del coniuge defunto, ma poteva ereditare e possedere dei beni.

Successivamente, con l’aumento della ricchezza, e con  la corruzione politica, nella società romana vennero meno gli austeri principi, e ne risentì anche l’istituto familiare (e frequenti divennero i divorzi); allora le donne non furono più relegate esclusivamente al ruolo di custodi del focolare,  cominciarono ad avere maggiore libertà e  poterono anche dedicarsi agli affari o alle professioni pubbliche, esercitando la medicina e l’avvocatura, ma anche studiare, tenere conferenze, comporre versi.

Nella vita familiare etrusca, invece, rispetto a quella greca o romana, maggiore era l’importanza della donna, che, come madre e sposa, poteva accompagnare l’uomo sia nelle cerimonie religiose che in quelle pubbliche, presenziare ai banchetti, assistere alle rappresentazioni ginniche (cosa severamente vietata, tranne che per le sacerdotesse, presso gli antichi Greci nei giochi olimpici), abbigliarsi con vesti splendidi e variopinte e adornarsi di ricchi monili d’oro.

La grande considerazione  in cui era tenuta, che avvicina il suo ruolo a quello delle donne della civiltà preellenica o cretese micenea, in cui era loro consentito essere presenti a tutte le cerimonie, ed anche partecipare ai giochi, è provato dal fatto che, nelle epigrafi funerarie, volendo stabilire l’appartenenza del defunto ad una determinata famiglia, si soleva  indicare non soltanto il nome del padre, ma anche quello della madre.

Diversa, invece, pur provenendo da una civiltà di origine indoeuropea come quelle greca e romana, era la condizione della donna nelle popolazioni celtiche, che disponeva, sicuramente, di libertà ed autonomia ben più ampie.

Non  “angelo del focolare” (già da piccoli i figli spesso venivano affidati a persone estranee alla famiglia per essere educati), le era consentito essere sacerdotessa (anche druidessa) e guerriera (le donne- guerriero furono presenti fra i Celti fino al IX secolo, poi furono bandite per legge, e molte armi e armature sono state ritrovate nelle sepolture femminili), regina e capo tribù, moglie e capofamiglia (se era lei ad essere più ricca in famiglia, assumendo, così, all’interno del matrimonio, il ruolo dominante), anche istruttore d’arme (a educare alle armi l’eroe gallese Cu Chulainn  fu, appunto, una donna, l’amazzone Scáthacht) e, poiché la società celtica contemplava tale  istituzione,  poteva divorziare.

La donna celta non solo poteva ereditare, ma, come dimostrano i ricchi corredi funebri riportati alla luce dagli scavi archeologici,  poteva essere anche molto ricca.

Straordinario il corredo ritrovato in una camera funeraria scoperta nel 1953 presso delle fortificazioni a Vix, in Borgogna! Insieme allo scheletro di una principessa sequana, adorna di bracciali e collane di perle e recante un diadema d’oro, c’erano oggetti importati dalle zone più lontane del mondo, dal nord al sud,  dal Baltico e dal Mediterraneo, persino un cratere greco di duecento chili capace di contenere cinque persone.

E godeva pure di una maggiore libertà sessuale, e, per il fatto di poter avere più figli da uomini diversi, essendo difficile in tale promiscuità assicurarsi con certezza chi fosse il padre di un dato bambino, la successione era matrilineare.

Fra le donne celte, oltre all’indomita, forte e coraggiosa Boudica, esemplare per valore e fierezza, da Plutarco, nel “De mulierum virtute”, apprendiamo la storia di altre due combattive e dignitose figure femminili: Chiomara e Camma.

La regina Chiomara era la moglie dell’affascinante ed intelligente Ortagion dei Tolistoboi; rapita e violentata da un centurione romano, nel momento in cui questi si chinò a raccogliere l’oro del riscatto, lo decapitò, e poi tornò dal marito col macabro trofeo.

E la sacerdotessa Camma non esitò ad attuare una vendetta mortale contro chi le aveva assassinato il marito.

Donna galata di bellissimo aspetto, moglie  del tetrarca Sinato, suscitò la passione del potente  Sinorige che, non riuscendo in alcun modo ad averla, le uccise il marito, pensando che, liberandosi del rivale, avrebbe potuto farla sua.

Camma cercò conforto al dolore della perdita dello sposo esercitando il sacerdozio, rifiutando tutti i suoi ricchi pretendenti, ma quando poi Sinorige le propose le nozze, finse di acconsentire, e lo attirò in una trappola fatale: lo prese per mano e lo condusse all’altare per il brindisi rituale ma, nella coppa dalla quale entrambi dovevano bere, all’idromele contenuto aggiunse del veleno: così facendo morì insieme all’assassino, però vendicò la morte del marito.

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