L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Eleonora Duse

Quelle povere donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa che mentre io m’ingegno di farle capire alla meglio a quelli che m’ascoltano, quasi volessi confortarle, sono esse che adagio adagio hanno finito per confortare me.

Così scriveva ad un critico teatrale Eleonora Duse, una tra le più grandi attrici di tutti i tempi, intensa e palpitante, schiva ma appassionata, che ebbe molto sfumato il confine tra donna ed attrice. Esigente e rigorosa, soleva scrivere continue note ai copioni a tal punto da influenzare infine tutto il testo recitato, per poi stravolgerlo e mutarlo ad ogni recita; con l’intensità sia del gesto che della parola suscitava consensi ed entusiasmi talmente profondi da meritarsi il  soprannome di “Divina” e da essere considerata, già in vita, un mito, che, tra storia e leggenda, continua a persistere.

Impareggiabile interprete di Shakespeare, del teatro francese dell’800, di Giacosa, Praga, D’Annunzio, di Ibsen che tanto l’appassionò, che tradusse dal francese e che cercò persino d’incontrare andando in Norvegia a recitare i suoi drammi, Eleonora Duse nacque a Vigevano nel 1858, da una famiglia di attori girovaghi.

Suo nonno fu un popolare attore del suo tempo, ed anche suo padre fu un attore che recitava nei mercati e nelle fiere.

Coinvolta nella vita da girovaga, Eleonora non frequentò mai la scuola, ma a 4 anni era già in palcoscenico, in una particina in cui le veniva richiesto di piangere e, per suscitarle le lacrime, dietro le quinte veniva picchiata sulle gambe.

Splendida Giulietta , acclamata Teresa Raquin, ottima  Principessa di Baghdad, a 23 anni s’impose come prim’attrice nella compagnia Città di Torino, e a 29 diventò capocomica.

A 24 anni, nel 1882, dall’attore Tebaldo Checchi  ebbe  una figlia, Enrichetta, che crebbe nei collegi a causa delle continue tournèe della madre; nello stesso anno Eleonora  incontrò la grande Sarah Bernhardt.

Nel 1884, durante la messinscena della Cavalleria rusticana,  conobbe Arrigo Boito, musicista e poeta, librettista di Verdi, che la introdusse negli ambienti della scapigliatura milanese e col quale ebbe una storia d’amore durata sette anni, storia inizialmente appassionata, soprattutto da parte di lei, poi meno intensa, di cui resta testimonianza nelle bellissime lettera che i due si scambiarono, in cui Arrigo chiamava Eleonora “Lenor” o “bumba”, Eleonora chiamava Arrigo “Ozzoli” o “Zozzoli”.

A risaltare maggiormente nel  carteggio  sono proprio  le  lettere della Duse, talvolta sgrammaticate e frammentarie, ma intense e dense di emozioni, che non parlano solo d’amore, ma esprimono riflessioni, pensieri e ripensamenti  sulla  vita e sull’arte:

Arrigo!Io voglio vedervi, presto, presto…Un giorno, una notte, non più, tu verrai…Ecco vedi, se parlo d’arte…mi rassereno…appena parlo di vita-la gola mi si serra…e non so più parlare…

Se sapessi parlare – ti direi che mi sento-sento il mio spirito-tutta me- nel periodo più…più…come posso dire?- Più propenso…(è poco)-più assorbente (è misero)…non so…non so…Sento il cuore e il cervello-così aperto-così dischiuso al bene…Sento che CAPIREI tante cose – che ne apprenderei tante altre…Sento che NULLA è più disposto a “salire” che il mio cuore -e qualche altra cosa che chiamasi “capire””-ma chi alimenta le disposizioni buone e fertili dell’ingegno e del core- è lontano lontano!…

La corrispondenza tra Eleonora e Arrigo non si concluse, però, con la fine del legame amoroso, ma terminò solo con la morte di Boito.

Un altro incontro importante per la Duse, avvenuto nel 1895, fu quello con Gabriele D’Annunzio, al quale fu legata da un rapporto d’amore e d’arte per dieci anni.

Così la rievocò il Vate:

Udivo talvolta un fruscio lieve dietro la porta. . . Era la pietosa venuta a origliare… Ella dice – Come sei pallido, figlio! Giacché tu m’hai aperto, riposati un poco, datti un poco di tregua, dammene un poco anche a me. Non ti prendi un momento di respiro… sempre amo e temo, quando sono con te, il “cavallo alla porta e le ali all’anima”. Si siede presso il piccolo balcone. Io m’inginocchio presso i suoi ginocchi . Respiriamo uguali.

D’Annunzio era più giovane della Duse di cinque anni, per questo lei lo chiamava “figlio”; per lei il Vate scrisse tanti drammi che l’attrice recitò, ed anche  finanziò, come “Il sogno di un mattino di primavera”, “Gioconda”, “La città morta” ,”La figlia di Iorio”, ma anche esibì i dettagli della loro passione, causandole dolore e umiliazione, nel romanzo  “Il fuoco”.

Eleonora Duse si ritirò dalle scene nel 1909 ma, affascinata dal cinema,  per il quale ebbe una passione non corrisposta,  girò un  film nel 1916 sotto la direzione di Febo Mari, “Cenere”, tratto dal romanzo di Grazia Deledda, che passò inosservato. Nel 1921 ritornò a recitare con un repertorio ibseniano, e ripropose anche l’amato D’Annunzio.

Morì di polmonite in un hotel di Pittsburgh, in Usa,nel 1924, a 66 anni, durante  la sua ultima trionfale tournèe.

Attrice intensa, donna forte, dal temperamento d’acciaio, molto religiosa, anche un poco capricciosa (spesso usava gli stessi abiti preziosi nella vita e sulla scena, aveva una passione per i fiori che spargeva sul palcoscenico e indossava sui vestiti, non si truccava mai, né in scena né fuoriscena), venerata dal mondo eppure profondamente sola, Eleonora Duse, la Divina, seppe imporsi tra Ottocento e Novecento come interprete consapevole del suo ruolo, spaziando dal teatro classico inglese, al francese, al contemporaneo, imprimendo i tratti distintivi della sua recitazione e della sua personalità che ancora oggi continua ad affascinare.

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