L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Alternanza perfezione – volgarità

Il modello femminile stabilisce che il linguaggio sia molto più controllato, più uguale, del corrispondente maschile. E’ vero che il tono a volte si fa alto, soprattutto nelle frequenti esclamazioni, nelle espressioni emotive, nelle domande, ma in complesso è più monotono e non presenta quegli sbalzi e quelle variazioni comuni agli uomini, i quali possono presentare in una successione rapida le tonalità e i registri più diversi. Tale linguaggio tende anche ad essere “più corretto” ( riguardo alla scelta dei vocaboli e alla grammatica ), cioè più aderente alle norme stabilite.

Presenta anche un minor uso di espressioni nuove ed insolite, secondo quella “conservativit{ linguistica” più volte citata. Nelle strisce a fumetti espressioni come “munch”, “snort”, “sgrunt”, “gurgle”, “sob”, “splot”, “tzk” e molte altre, molto frequenti sulla bocca di personaggi maschili, non vengono quasi mai attribuiti alle femmine. Ci sono zone nell’ espressione verbale non familiari alle donne ; vanno dagli schiocchi della lingua e delle labbra fino all’ uso del fischio a scopo comunicativo o espressivo, come anche al largo impiego del grido ( come richiamo o altrimenti ). Possiamo attribuire questo restringimento delle possibilit{ espressive all’ idea della donna come “ controllo di sé ” e “ perfezione ”.

Infatti viene imposto alla donna un notevole autocontrollo ; e non nel senso positivo di “dominio su di sé”, ma come rigidit{ e limitazione nei movimenti e nelle reazioni. Nel testo scolastico già citato ( Casa ridente, vita serena ) si ammoniva : “ Oggi la donna lavora come gli uomini, è vero, ma non per questo deve perdere la sua femminilità. Ricordate che ciò che si apprezza di più in una donna non è né l’ intelligenza né la cultura, ma l’ esteriore compostezza… ; Un gesto sguaiato, una parola scorretta, un atto scortese, compiuto da una giovinetta, possono farle perdere di colpo tutto il suo fascino … .”

Il libro non è recente, tuttavia le cose non sono molto mutate, come osserva un recente numero della rivista “Effe”.

“Essere ben educata – dice l’ articolo – è per una ragazza più importante che essere semplicemente educata. Ancora oggi, malgrado i mutamenti di costume, ci sono un gran numero di cose che le ragazze “non devono fare”, gesti e modi su cui la gente troverebbe da ridire. Il modo di sedersi, di camminare, di parlare, di sorridere, di ridere, di prendere degli oggetti, obbedisce a un rituale raffinato ma limitante.

Tutti i movimenti di una ragazza sono messi a confronto d’ una norma “ideale”, mentre il ragazzo si vede assegnato un campo di manovra ben più vasto ”.

E’ sempre Dalla parte delle bambine che descrive l’ educazione differenziata per sesso.

“Ci dà fastidio che le bambine imparino a fischiare, ci sembra naturale che lo faccia un maschio. Si interviene se una bambina ride sguaiatamente, ma ci va benissimo che lo faccia un maschietto….Non tolleriamo che una bambina stia “scomposta”, ci sembra normale che sia “scomposto” un maschio. Si pretende che una bambina non urli, non parli a voce alta, ma se si tratta di un bambino ci sembra naturale. Puniamo una bambina, trasalendo di raccapriccio, se dice parolacce, se le dice un maschio ci viene da ridere…Se un bambino non dice grazie e prego chiediamo scusa per lui, se non lo fa una bambina siamo molto contrariati… Sopportiamo che un maschio stia male a tavola, ma da una bambina pretendiamo la compostezza… Se una bambina prende a calci una palla le insegniamo che è meglio tirarla con le mani, al maschietto insegniamo che è meglio prenderla a calci … Se sorprendiamo un maschietto che gioca con i genitali gli imponiamo di smetterla, se sorprendiamo una bambina, allora, oltre ad imporle di smetterla, non riusciamo a nascondere il disgusto… Se una bambina maltratta il suo gatto o il suo cane ci vediamo abissi di perversione, se lo fa un maschio glielo impediamo ma ci sembra normale. Se un maschietto strappa un oggetto dalle mani di un altro bambino glielo impediamo, ma in fondo ce lo aspettavamo, da una bambina non ce lo aspettiamo affatto ”.

Certamente vi sono evidenti segni di cambiamento di questa situazione, e lo dimostra l’ importante ruolo assunto dall’ abbigliamento.

“L’ uso generalizzato dei pantaloni fin da piccolissime, e la conseguente maggiore libertà di movimento, ha certamente reso più accessibili alle bambine certi giochi “maschili”, che fino a pochi anni fa erano impediti dall’ intralcio delle gonne, e inoltre ha cambiato non poco il ‘codice’ dei gesti e atteggiamenti permessi e vietati, cioè quelli definiti ‘composti’ e ‘scomposti’. ”

In questo modo la “naturale” ed “innata” grazia femminile si dimostra un comportamento culturalmente indotto.

Una delle spiegazioni più valide per questo “autocontrollo” imposto risiede nel pur semplicistico e abusato slogan che dice : “ La donna è madonna o puttana, è angelo o demonio ”. Essendo per il maschio un essere alieno, misterioso e potenzialmente pericoloso, non può essere vista che in termini estremi, e se non è angelicata, eterea e spirituale passa immediatamente alla valutazione opposta. E’ il medesimo meccanismo per cui in molti romanzi vittoriani si stabiliva la netta differenziazione tra “l’ operaio buono” e “lo sfacciato sovversivo”, e per cui gli schiavisti hanno distinto gli “zii Tom” buoni e pazienti dalle “bestie nere” che minacciavano la rivolta ; ma per le donne è molto più complesso e profondo.

Maria Antonietta Macciocchi accenna, nel libro Dopo Marx, Aprile , alla sua repulsione ad essere sempre chiamata “signora”, per la facilità con cui questo termine fin troppo cerimonioso può trasformarsi in offesa, “aggressione villanzona”.

In tanti classici della letteratura mondiale i personaggi femminili non possono essere che totalmente bianchi o del tutto neri ; difetti e colpe sono perdonati al protagonista maschile ma non alla femmina, e la convenzione narrativa la salva sempre dal fare dei passi falsi. Nel cinema, dal film muto in poi, i comici sono sempre stati uomini, la non esistenza di una donna – clown conferma l’ assenza di una reale umanità riconosciuta alla donna. Il personaggio maschile ridicolo o colpito dalla sorte suscita solidarietà e partecipazione, ma la donna che scende dal suo piedistallo è da rigettare e da consumare.

Anche le riviste per fotoamatori considerano la donna un soggetto difficile per le foto. Ad esempio non bisogna mai fotografare una ragazza che cammina prendendola di spalle, e dal basso verso l’ alto, e in gesti che non siano quelli convenzionalizzati, se non si vuol rendere la foto “volgare”. Generalmente si produce la grossa mistificazione di trasformare queste limitazioni in complimento ; in una intervista a “L’ Europeo” Davide Maria Turoldo ha detto : “ La donna è la ‘perfezione’; quando un uomo fisicamente decade, nessuno se ne meraviglia, quando capita alla donna sì ”. Allo stesso modo quei professori che nel secolo scorso si rifiutavano di discutere di anatomia in presenza di una donna ritenevano di renderle un omaggio.

Si dice spesso che la gestualità femminile sia molto più sviluppata di quella maschile. “ La donna ha elaborato un linguaggio del corpo assai più ricco ” – ha osservato Umberto Eco in un articolo, aggiungendo : “ Essa si è specializzata nella comunicazione gestuale e mimica, tanto che se un uomo tende ad esprimersi con il gesto, le espressioni del viso, la posizione del corpo, viene detto ‘effeminato’. ”

Tuttavia questa è una impressione superficiale, che non rende l’ effettiva realt{. Più profondamente notiamo che è piuttosto l’ uomo ad usare il corpo spiegandone le potenzialità espressive e funzionali.

I movimenti delle donne sono più raffinati ed elaborati, ma molto ripetitivi e limitati da una norma ristretta, nel medesimo senso che abbiamo visto per il linguaggio verbale. La limitazione dei movimenti comincia assai precocemente : “Stai ferma” è un’ ingiunzione molto più frequente di “Stai fermo”.

“ La motricità richiede una serie di finissime coordinazioni neuromuscolari e un’ intensa attivit{ cerebrale. Più il bambino si muove, più ha occasione di fare esperienze sensoriali nell’ ambiente, più le sue cellule cerebrali e la sua intelligenza si sviluppano. Ridurre le possibilità di movimento significa ridurre le sue curiosità, le sue esperienze e quindi la sua intelligenza. Un bambino che cresce in un ambiente povero di stimoli e di libertà sviluppa meno la sua mente di un altro che vive in un ambiente più ricco, più vario e più tollerante. ”

Spesso, più o meno apertamente, la femmina viene dissuasa dal partecipare agli sport e alle attività fisiche ; e ciò, secondo Susan Brownmiller, le impedisce l’ addestramento alla competizione e ai contatti fisici. Il vantaggio psicologico che i maschi hanno in una situazione di emergenza è molto più decisivo della forza fisica ; essi infatti sono stati allevati e incoraggiati ad usare i loro corpi in modo competitivo sin dalla prima infanzia. “ Ci sono importanti lezioni da imparare nelle competizioni sportive, fra l’ altro che la vittoria è il risultato di un duro, costante e serio allenamento, di una fredda, intelligente strategia che comprende l’ impiego di trucchi e di bluff, e di un positivo assetto mentale in grado di mettere in moto l’ intero complesso dei riflessi ”.

Qualche tempo fa si poteva leggere in un articolo sportivo : “ La Chersoni, sempre più incantevole allo sguardo, trova difficoltà a trasportare le sue piacevoli fattezze su andature sostenute ”…; mentre il giornalista Gianni Brera diceva di una discobola : “ Tracagnotta, con gli sterno-cleidomastoidei in evidenza e gambe corte e tozze ( ahimé ) ”.

In entrambi i casi, l’ attenzione non è rivolta ai risultati ottenuti, bensì all’ apparenza fisica delle atlete. Anche nelle ultime Olimpiadi le nuotatrici ed altre atlete venivano definite sprezzantemente “troppo maschili”.

La donna sportiva dovrebbe quindi essere impegnata in due cose opposte : gareggiare e mantenere un certo autocontrollo, perché d{ fastidio la donna sudata, con l’ espressione stravolta dalla tensione, dai gesti duri e non aggraziati. Essa dà fastidio anche dal punto di vista morale, dal momento che non è disposta ad aiutare gli altri ma lotta per se stessa e per la propria vittoria.

La ginnasta Nadia Comaneci fu definita “la bambola meccanica” e la si descriveva in questo modo : “E’ decisamente competitiva, Nadia. E’ dura, seria, glaciale…. Mentre cerco, con scarsi risultati, di vedere dei barlumi di umanità, di calore, di partecipazione, in questo minuscolo robot … Con un’ espressione di odio così concentrato come nemmeno negli occhi dei pugili, dei lottatori. Erano gli occhi di Nadia. ”

In definitiva tale visione della donna ha portato ad attribuire all’ uomo la forza e l’ intelligenza ( che implicano il “fare” )e a lei la bellezza ( che implica l’ “apparire” ). Ciò che alimenta la personalità è la varietà di problemi da affrontare e l’ acquisto di nuove conoscenze, cioè l’ esperienza. Per questo l’ uomo si è conosciuto e si è espresso nel mutevole “fare” e la donna, costretta alla fissit{ del ripetere, non ha potuto che conoscersi ed esprimersi nell’ “apparire”. Ciò persino modificando il suo volto e il suo corpo per adeguarsi a un modello dato.

Si è detto che il corpo delle donne non è stato altro che il prolungamento del desiderio maschile, come si è espresso nelle varie strutture socio-culturali, un testo dettato dagli uomini.

In tutte le culture ed in ogni epoca troviamo pratiche per marchiare fisicamente la donna, fino a deformare il cranio e il volto femminili ( le labbra a piattello e i colli rigidi delle africane, le orecchie forate). Il “piedino cinese”, questa deformit{ provocata artificialmente, può essere considerato il simbolo di un destino : l’ esclusione dal mondo aperto, nel quale solo gli uomini potevano camminare, avanzare, progredire.

Anche l’ attuale chirurgia estetica e la ferocia delle diete corrispondono agli stessi princìpi. E’ un fatto che i vestiti delle donne non si sono quasi mai ispirati a criteri di comodità e di benessere, anzi creavano spesso impaccio, fastidio, costrizione. Vale a dire che l’ abbigliamento delle donne ha risposto più a necessit{ ideologiche che pratiche ( secondo la caratteristica delle “funzioni- segno “ di Barthes ). Ancora oggi, nonostante il prevalere ( per fortuna ) dell’ abbigliamento “casual”, tante donne per i loro vestiti ( gonne troppo lunghe o troppo strette, calzoni strettissimi, tacchi troppo alti ) si rendono difficoltoso il minimo movimento.

Il processo di educazione alla vanità e alla cura di se stesse viene così descritto : “ Mentre fino ad allora era stata un maschietto, o meglio, un individuo indifferenziato, cominciò a presentare alcuni atteggiamenti considerati tipici delle bambine. Sedeva allo specchio per pettinarsi e mentre fino ad allora si dava energiche spazzolate a casaccio, senza nessun compiacimento per il proprio aspetto, cominciò a mettere in moto una mimica di compiacimento come evidentemente aveva visto fare alla madre e all’ assistente. Inarcava le sopracciglia, sbatteva le palpebre, si sorrideva, si osservava di tre quarti, avvicinava e allontanava il viso dallo specchio per osservarsi meglio. ” 1

“Molto manca a quella donna a cui manca la bellezza” scrisse Baldassarre Castiglione molti secoli fa, con parole ancora attuali. Che la bellezza attiri e colpisca positivamente è una cosa naturale, valida per uomini e donne ; ma i primi possono sopperire a delle imperfezioni fisiche con altre virtù, possibilità non concessa alle altre.

Nel cinema la protagonista, qualunque sia il suo ruolo, deve essere innanzitutto molto bella. A questo proposito Dacia Maraini ha osservato che solo il corpo dell’ uomo ha il diritto di apparire umano. “ Il nostro cinema coltiva e favorisce l’ espressione di attori intelligenti, duttili, segnati dalle cose e dai fatti ; come Albertazzi, Mastroianni, Manfredi, Volonté, e nello stesso tempo relega in cantucci male illuminati attrici di personalità che alla prima ruga sono state costrette a ritirarsi… Le poche che restano sono talmente terrorizzate di apparire meno giovani, che si muovono come delle mummie, chiuse e immobili dentro una maschere che le fa inespressive e anonime ”.

Il massimo di fissità e di maschere lo troviamo nel sorriso stereotipato, cos’ frequente nelle donne. La pubblicità a sua volta insiste molto su questa necessit{ dell’ apparire ( “ Un uomo ti guarda ” ; “ Ora mi vogliono tutti vicina. Ma ho rischiato di restare sola per colpa di un sapone ‘mezza giornata’ ” ; “ Il suo successo è nei suoi capelli ” ), ma soprattutto esalta le possibilità del sorriso. Parla di “ bianco irresistibile ”, di un “ sorriso che conquista ”, dice : “ Prendi ciò che vuoi con un sorriso ”.

Il sorriso è inteso qui come un tacito invito rivolto al ragazzo desiderato e come mezzo per attrarre l’ attenzione, ma più largamente ( come derivazione dai nostri antenati primati ) sta a significare inoffensività, segnale pacifico, amicizia, sottomissione o almeno disponibilit{ verso l’ altro. Per questi motivi è diventato una espressione tipicamente femminile, che la stragrande maggioranza delle donne fotografate tende ad adottare e che è tipico delle attrici e delle modelle. In genere è evitato dai modelli e dagli attori uomini, che devono impersonare caratteristiche fin troppo opposte.

A questo punto risulta naturale, considerata la sfera particolare in cui si è mantenuta la donna, il limitato impiego di espressioni verbali relative alla sessualità . Tale fenomeno, rilevato da tutti coloro che si sono occupati dell’ argomento “Donna e linguaggio”, era nel passato molto più accentuato, e si estendeva ad altri aspetti dell’ esistenza giudicati “sporchi” e “volgari” ; a volte persino l’ atto di nutrirsi non veniva nominato, se non con eufemismi. Perciò la donna, tante volte considerata un essere soltanto sessuale e costretta a vivere solo in questa funzione, non è intervenuta nella produzione del linguaggio e dei termini sessuali, i quali riflettono tutti il punto di vista maschile.

Di fronte a un avvenimento di natura sessuale ricorreva la classica frase : “ Portate via le donne e i bambini ”, e fino a pochi decenni fa la donna non poteva far parte di giurie se il processo era minimamente scabroso ; ancora oggi del resto molti uomini cercano di evitare termini “volgari” in presenza di “signore”.

Elena Gianini Belotti ha fatto notare come fin dalla più tenera infanzia non viene fatta alcuna menzione del sesso della bambina, lasciato senza nomi né vezzeggiativi mentre al sesso del maschio si allude continuamente e scherzosamente. Per questo motivo molte donne sono molto meno oneste degli uomini nell’ esprimere i loro impulsi e provano imbarazzo per i termini sessuali. Era perciò impensabile una produzione femminile di parole legate alla sessualità ; la creatività presuppone la libertà, altrimenti non può sussistere.

Tuttavia una repressione esterna non può spiegare tutto, perché la questione è più complessa e possiamo parlare di un atteggiamento psicologico culturalmente indotto per cui esse non considerano valida la propria sessualità. Non tanto importa che le donne siano state represse sessualmente, quanto che ad esse sia stato imposto un modello sessuale particolare, tale che la sessualità è stata distorta e deviata. Questo modello stabilisce prima di tutto la distinzione precisa fra attivo (uomo) e passiva (donna). Secondo la codificazione stabilita l’ impulso sessuale dell’ uomo si risveglia spontaneamente, mentre quello della donna rimane assopito fino ad un intervento esterno.

Negli articoli di giornale, in testi di canzoni, nei discorsi della gente, si legge e si sente dire : “Lui l’ ha resa donna” , “Ho fatto di te una donna”, e così via. Abbiamo visto l’ uso di parole quali “potente” e “impotente” per l’ uomo. Nessuna donna, nemmeno la più capace sessualmente, sar{ mai chiamata “potente”. E’ detta invece “la più sexy”, perché “sexy” è qualcosa che eccita il maschio e lo rende appunto più “potente”, ed ha solo senso passivo.

Insomma la sessualità della donna è secondaria. Secondo Freud : “ In verit{, se fossimo capaci di dare una connotazione più precisa al concetto di “maschile” e “femminile”, sarebbe anche possibile affermare che la libido è invariabilmente e necessariamente di natura maschile. ”

L’ aggressivit{ del maschio e la passivit{ della femmina sono state elevate a legge di natura, e per questo ritenuti comportamenti giusti e immodificabili. Ma il concetto di “aggressivo”si trasforma facilmente in “sadico” e quello di “passivo” diventa facilmente “masochistico”. Ancora Freud afferma ne Il problema economico del masochismo che le donne sono masochistiche per natura, e stabilisce come legge psicoanalitica che in esse il masochismo è lo stato preferito, una “espressione di maturit{ sessuale”. E la sua discepola Helen Deutsch arriva a concludere che ogni rapporto sessuale è, anzi deve essere, uno stupro.

Tutto ciò ha avuto l’ effetto agghiacciante di giustificare la violenza nel campo sessuale, e di stabilire l’ opinione comune che la donna “voglia” un uomo forte, che voglia “essere dominata”, come se ciò fosse possibile per un essere umano sano.

L’ affermazione : “ Essa è oppressa dal modello sessuale, non è repressa perché non risponde al modello sessuale ”, 102 è giustificata più di ogni altra cosa dalla assoluta negazione della clitoride, che è il centro della sessualità femminile. Se in molte popolazione asiatiche e africane, così come nella medicina del passato, si è praticata la castrazione fisica, con la escissione della clitoride, la nostra cultura ha praticato quella psicologica, soprattutto attraverso Sigmund Freud e Wilhelm Reich.

Infatti : “ Lo spiegamento della femminilità richiede come condizione l’ abolizione della sessualità clitoridea ” ha scritto Freud .

Poiché la sessualità femminile è data dalla stretta unione di due organi, clitoride e vagina, con l’ abolizione del primo anche l’ altro non ha più avuto nessun valore.

La migliore prova che il linguaggio sessuale sia esclusivamente maschile è data dalla inesistenza di parole che indichino la clitoride.

Per tutti gli altri organi sessuali esistono termini di uso popolare, mentre in questo caso esiste, isolato, il solo termine scientifico (tra l’ altro piuttosto difficile a pronunciarsi). Chiaramente gli uomini non hanno avuto interesse a nominarlo, non essendo direttamente connesso con la loro sessualità, mentre le donne arrivavano ad ignorarne persino l’ esistenza.

Al contrario l’ insistenza sul coito come unica espressione ammessa ha provocato l’ enorme esaltazione del sesso maschile. Solo per l’ uomo era vista la “volontariet{” dell’ atto sessuale , con l’ erezione ( il segno dell’ eccitazione) vista come qualcosa di magico, poiché il corrispondente eccitamento femminile era ignorato, e si supponeva non esistere. Di conseguenza la donna appariva come sempre “disponibile” e “pronta”, mentre occorreva che l’ uomo desiderasse il rapporto per realizzarlo.

“ Tutti i richiami all’ emancipazione nel contegno femminile che dovrebbe attivizzarsi (“prendere l’ iniziativa”) trovano nella donna una comprensibile resistenza. Infatti, che significa per lei sollecitare un uomo al rapporto sessuale quando poi quello che si svolgerà tra loro sarà il rapporto sessuale condotto dall’ uomo ? ”. La “donna attiva”in questa cultura sessuale era un controsenso, non avendo nessuna possibilità di decidere quando iniziare e quando finire . tutto dipendeva dall’ uomo e dalla sua erezione. A tal punto gli uomini hanno considerato con orgoglio il proprio sesso da vederne l’ assenza nelle donne come una “castrazione” , come se la differenza tra femmine e maschi non potesse esistere naturalmente. “ Si produce nella donna – in modo simile a una cicatrice –un senso d’ inferiorit{. Dopo che essa è andata oltre il primo tentativo di chiarirsi la mancanza del pene considerandola come una punizione personale e ha compreso la generalità di questo carattere sessuale, comincia a condividere il disprezzo dell’ uomo per questo sesso minorato in un punto decisivo”.  Per tale motivo si crede anche alla spasmodica attesa di ogni donna per un figlio maschio : “ La situazione femminile è però affermata solo quando il desiderio del pene viene sostituito da quello del bambino …” ; “ La felicit{ è grande se questo desiderio trova più tardi il suo appagamento reale, ma in modo del tutto particolare se il bambino è un maschio che porta con sé l’ agognato pene” .

L’ enorme considerazione per questo sesso ci viene rivelata anche dalla presenza, nel linguaggio verbale, di numerosissime parole che lo nominano ; anzi lo si vede ossessivamente presente in ogni oggetto allungato ( esistente in natura o manufatto), come fava, cece, fungo, asparago, verga, palo, tubo, cannone, pistola, missile e così via.

Abbiamo detto che la vagina, da sola, non ha significato più niente ; ed infatti non ha avuto una denominazione. Il nome scientifico, “vagina”, non significa altro che fodero, guaina, cioè un contenitore, qualcosa che non esiste di per sé ma in rapporto ed in funzione dell’ altro sesso. E, tranne i nomi attribuiti dagli uomini, non esistono termini femminili per il proprio sesso.

In genere si dà un nome a ciò di cui si rileva l’ esistenza, che è considerato importante, o di cui si è fieri. Non essendoci queste condizioni, l’ unico nome attribuito è stato quello di “cosa”, che serve per nominare il meno possibile e che non individua niente. “ La tua ‘cosa’ ”, “la tua ‘natura’ “ sono espressioni comunissime soprattutto tra le donne anziane, ma non solo tra di esse. Per gli stessi motivi il termine “cosa” è usato anche per la mestruazione, ed anche qui i termini tecnici sono in se stessi degli eufemismi. “Mestruazione” deriva dal latino “menstruus”, mensile, e l’ aggettivo “catameniale” dal greco “catamenios” ( che avviene mese per mese ), mentre i nomi dati dalle donne esprimono solo il silenzio.

Si dice “ avere le mie ‘cose’ ” in Campania, “ essere in compagnia ” nelle zone del Nord, “ avere il fatto ” in Calabria, oppure si usa il sostituto di “indisposizione”. In Francia si dice “ les régles ”, in America “ i mesi ”, “ il suo tempo ”, “ la sua ora ”, e gli irlandesi parlano della “ stagione ”.

Soltanto adesso le donne iniziano a coniare dei termini propri : ad esempio è nato il termine “cingimento” o “avvolgimento” per descrivere il coito “dalla parte della donna” , quello di “orgasmare”, un vocabolo attivo che sostituisce il passivo “avere l’ orgasmo”, e nuovi nomi per la clitoride, tra cui “perla”. Ma in gran parte questo silenzio continua ancora oggi, come è sottolineato da Ida Magli.

“… La parola rivela e riassume così la sua originaria potenza nella sua forma più pura, più nuda, più vera : è azione, è avvenimento, è “fatto”. Chi pronuncia parole mette in atto potenze, stabilisce realtà, come è ben chiaro in tutte le narrazioni mitiche di origine, in tutte le formule magiche, in tutti i rituali, nella preghiera, nel giuramento, nella testimonianza, nell’ imprecazione. Nel cristianesimo la parola “si è fatta carne”, la parola è “avvenimento”, la potenza della parola è presente, del resto, in forme più o meno evidenti, in quasi tutte le religioni.

D’ altra parte tutto quell’ aspetto del comportamento umano che noi oggi genericamente chiamiamo “magico” ha alla sua base la convinzione, inespressa perché ovvia, che le parole “agiscano”. Di qui anche la necessità che le parole non siano cambiate, necessità che è presente in tutte le liturgie, in tutti i rituali ; si può essere certi che la cosa desiderata avvenga solo se si pronunciano le parole esatte. Ma per quanto la parola sia potente, la connessione con la sessualità la rende ancora più potente.

Il patto di fondazione della società è, alle sue origini , un patto sessuale, lo “scambio delle donne” ; si “scambiano parole” ( origine del diritto) perché “si scambiano donne”…. Tutto ciò che è carico di potenza, è temibile ; può essere utile ma anche pericoloso. La “tabuizzazione” che, in un modo o nell’ altro, circonda la sessualit{ in tutte le culture è la logica conseguenza del suo valore originario di fondamento della cultura, in quanto fondamento della parola. Non è un caso se spesso l’ imprecazione oscena ( oscenit{ è da questo punto di vista la valenza negativa della rottura del tabu ) fa ricorso al disegno dell’ organo sessuale. In effetti, senza saperlo, forse, chi preferisce disegnare piuttosto che scrivere la parola oscena rispetta un ultimo limite di “tabuizzazione”, essendo in realt{ l’ organo sessuale privo di potenza, una volta privo della parola che gli dà senso.

… E ben lo sanno le femministe che simbolizzano, minacciando, il sesso femminile con le mani, ma non si arrischiano a gridarne trionfanti il nome …. La donna è lo strumento da cui trae la forza la parola, e dunque non può essa stesa parlare …. Nessuna rivoluzione compiono le femministe innalzando le loro mani in un gesto che le condanna ad essere “segni di se stesse” e ristabilisce, col suo silenzio, la potenza maschile della cultura ”. 107

Al contrario l’ uso nel linguaggio verbale dei termini riferentisi al sesso maschile è così frequente da essere divenuto proverbiale. Si è osservato che “cazzo” è la parola più usata anche dai giovani, e con i significati più diversi. Secondo gli elenchi di Giorgio Bocca e di M. A. Macciocchi è un “sostantivo onnisignificante”, che sta per “niente” ( “i compagni hanno fatto un cazzo”) e per “tutto” ( “i compagni hanno fatto un cazzo di cose”), per “insomma” o “perbacco” (“che cazzo c’entro io”), per “che cosa ?” (“ma che cazzo dici ?”), per “brutto” (“uno spettacolo del cazzo”) e per “bello” ( “un cazzo di spettacolo”), in senso di offesa (“saranno stati quei cazzi l{”) e di lode.

Attualmente non solo i maschi, ma gran parte delle ragazze usano correntemente nella conversazione le cosiddette “parolacce”.

Molte pensano che ciò esprima il rifiuto di una tradizione e di un moralismo repressivo che le permetteva soltanto agli uomini. Le parole “volgari” non sarebbero altro, secondo il loro senso etimologico, che le parole usate dal popolo e considerate oscene soltanto perché conosciute ed usate, quindi contrapposte ai termini dotti, difficili, sconosciuti. E’ vero che sono parole “maschili”, ma tutte le parole interdette e gli eufemismi sono sottoposti col tempo a una usura espressiva e semantica, facilmente perdono la carica rievocativa, e la loro origine e il loro significato originario svaniscono dalla coscienza dei parlanti. E’ il caso di parole come “casino”, che tutti usano, spesso senza conoscerne il significato, o di insulti ( “ V{ all’ inferno ! ” , “Bastardo”) considerati nel passato molto gravi, e che adesso sono del tutto inoffensivi. Inoltre anche gli uomini usano espressioni che si riferiscono alle donne, quando dicono : “ Ho concepito un’ idea ”, “ Ho partorito un’ opera ”.

Dal lato opposto si osserva che le donne, usando un linguaggio creato dal maschio (usando ad esempio espressioni quali : “ Mi sono rotto(a) il cazzo, i coglioni ”, e simili, che in realt{ soltanto i maschi potrebbero usare in maniera appropriata), risultano “colonizzate” in senso linguistico, ribadendo in questo modo il proprio silenzio. Lo dimostrerebbe il linguaggio corrente, del tutto “maschile”, delle anziane donne di campagna, le più represse sessualmente. Inoltre molte non sono affatto parole “neutre” o con referente divenuto indefinito, bensì utilizzano la denominazione del sesso maschile a fine di esaltazione o di minaccia.

Contemporaneamente a questo loro uso verbale vengono infatte prodotte un gran numero di scritte murali quali : “Chiudiamo la bocca a Flaminia col cazzo” o “MSI vince / Col cazzo (risposta)/ Anche con quello (contro-risposta)”. Infine, sempre secondo tale opinione, le “parolacce” non sono una espressione di “liberazione sessuale”, anzi esprimono l’ ambivalenza della repressione quando usano il sesso per insultare e per offendere, nonché le concezioni storicamente “maschili” della sessualità.

Queste sono dunque le opposte opinioni ; esse comunque riguardano l’ uso femminile di parole coniate dai maschi. Iniziano comunque ad apparire espressioni femminili, anche se alcune di esse apparentemente ricalcano quelle degli uomini ; sui muri di Bologna è comparsa “Mi sono rotta l’ utero”, così come si sente dire : “i medici ci prendono per le ovaie”.

Ma se nel primo caso questa imitazione può essere vera, nell’ altro è solo apparente, perché constata realmente e non solo metaforicamente l’ estrema dipendenza delle donne, a causa delle proprie caratteristiche ormonali e fisiologiche, da un certo potere medico ( che tratta la gravidanza come fosse una malattia, il parto come un evento chirurgico).

Ritornando alle caratteristiche linguistiche nei testi della letteratura di consumo e nei fumetti, un altro uso del linguaggio molto diffuso nei personaggi femminili è quello al fine di inganno e di menzogna. Si tratta di un linguaggio spesso lezioso, bamboleggiato, di una finta ingenuità, che diventa addirittura musicale quando vuole ottenere qualcosa.

Anche lo sguardo che accompagna queste parole è falsamente ingenuo o esageratamente intenso, i gesti sono studiati. E’ la nostra cultura che produce questi comportamenti, incoraggiando l’ uso della seduzione da parte delle donne per ottenere qualcosa e l’esercizio della civetteria, mentre tali aspetti vengono severamente repressi nel maschio.

Il motivo principale che porta a vedere nel linguaggio femminile un mezzo per mentire sta in quella esclusione dal “fare” gi{ trattata, per cui le donne, non potendo ottenere direttamente e con le proprie capacit{ un certo risultato, utilizzano altri mezzi ( e l’ arma dell’ espressione verbale è tra le più potenti). Ad esempio nelle storie a fumetti contenute ne “Il Monello”, “L’ Intrepido” ed altri giornali simili, vi è una notevole sproporzione fra maschi e femmine per quanto riguarda il mentire.

Gli uomini infatti usano in genere la forza, l’ intimidazione o una qualche forma di influenza, al contrario le donne usano l’ inganno (addirittura molto spesso si nascondono dietro una falsa identità) o almeno fingono con frequenza sentimenti che non provano. Vi è anche un altro motivo : accade sovente che la donna “finga” per le oggettive difficoltà di corrispondere al modello assegnatole ; soprattutto quella perfezione, quell’ autocontrollo che non le consente di abbandonarsi ad impulsi naturali.

Un tale modello assegna alle femmine un maggior grado di convenzionalità, una maggiore attenzione alle norme della società in cui vivono, una serie di atteggiamenti che non possono essere spontanei ( sarebbe impossibile ), bensì continuamente studiati. Anche quel continuo dover compiacere gli altri non può produrre che finzione. E’ facile notare che i gesti falsi, le posture del corpo studiate, sono molto diffusi nelle immagini femminili.

Le foto di modelle, attrici, non solo, ma anche di donne qualsiasi, mostrano varie espressioni : il capo appoggiato alla spalla o girato in alto, braccio sollevato, mani che toccano il capo o i capelli, oppure appoggiato al collo. Il corpo è disposto in maniera innaturale, il viso atteggiato ad espressioni di sorpresa o di mistero. I corrispondenti personaggi maschi non presentano nessuna di queste caratteristiche : non toccano parti di sé, mantengono il viso inespressivo e il corpo teso. Certamente si tratta soltanto di un’ altra forma di finzione, che tuttavia non arriva quasi mai al punto di stravolgere quegli atteggiamenti normali della vita quotidiana.

In conclusione : questi sono dunque i comportamenti verbali ( connessi a forme corrispondenti di comportamenti non-verbali ) che le donne tratteggiate nei mass-media presentano. Ma dobbiamo chiederci se essi hanno veramente riscontro con la vita reale oppure riflettano solo stereotipi che non hanno alcuna validità oppure la avevano soltanto nel passato.

Ad esempio in molte occasioni i ruoli sembrano scomparsi, non si notano a prima vista differenze apprezzabili fra il linguaggio e il comportamento di studenti e studentesse degli stessi corsi, e di tutte quelle persone ( uomini o donne ) che vivono nella stessa realtà sociale e svolgono le medesime attività.

Per vedere se un tale azzeramento di diversità esiste realmente dobbiamo tentare delle osservazioni sul campo, servendoci degli strumenti che la scienza del linguaggio ci mette a disposizione.

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