L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

I costumi sessuali nell’Italia del ‘900 (Parte 1)

Parlare di un secolo di costumi sessuali in Italia significa indagare il ruolo assunto dalla Chiesa nell’educazione sessuale, significa affrontare nella loro evoluzione temi come l’aborto, l’adulterio, la contraccezione, il divorzio, la masturbazione, il matrimonio, i rapporti sessuali prematrimoniali, i rapporti sessuali nel matrimonio, i rapporti extramatrimoniali, l’omosessualità e la pornografia. Fatica impari, che richiederebbe trattazione ben più ampia di quella offerta da poche pagine Internet. Tuttavia si possono delineare a grandi linee le trasformazioni più o meno evidenti dell’atteggiamento degli italiani di fronte al sesso.

Senza la pretesa di infilarci tra le lenzuola (ammesso che il letto sia ancora il luogo deputato a simili faccende) è possibile cogliere nell’arco degli ultimi cento anni i passaggi che hanno condotto dal sesso inteso come funzione riproduttiva all’attuale accettata separazione tra istinto sessuale e procreazione. Separazione che, accolta oggi come uno dei più consistenti passi sulla via di una migliore consapevolezza della sessualità, esisteva ufficiosamente anche un secolo fa, ma che, come vedremo, restò a lungo nascosta tra le pieghe ambigue di una doppia morale.

Eppure gli albori del Novecento sembravano aver aperto le porte a nuove forme di sessualità. In Europa la Belle Epoque pare essere scossa dalla presenza di sadici, masochisti, omosessuali, ninfomani e sodomiti. Il marchese di de Sade sembra un principiante di fronte alle avventure di un Sacher-Masoch, mentre le teorie freudiane scoprono la centralità delle pulsioni sessuali non solo nella vita degli adulti ma anche nei bambini.

Occorre tuttavia aggiungere che questa immagine è tale solo osservandola a posteriori. Basti l’esempio di Freud. Le sue teorie, quando comparvero, non stravolsero assolutamente le abitudini sessuali degli europei.

La tesi che alcune malattie nervose altro non fossero che il frutto di “traumi” subiti nella prima infanzia a causa di impulsi sessuali repressi restò a lungo circoscritta a una divulgazione scientifica. Anzi, fu in quest’ambito che subì gli attacchi denigratori più forti. I Tre saggi sulla teoria sessuale sono del 1905 ma dopo quattro anni la prima edizione in mille copie era ancora lontano dall’essere esaurita. Negli anni Dieci, e ancora negli anni Venti, Freud era considerato poco scientifico, insomma un mezzo ciarlatano, colui che aveva osato calunniare la pura innocenza infantile.

Tuttavia, rispetto all’Ottocento il nuovo secolo sostituisce alla pruderie del passato una certa disinvoltura nei comportamenti, soprattutto tra le donne delle classi elevate. La donna emancipata dei primi del Novecento non è più la suffragetta attenta a rivendicare solo i suoi diritti politici. È una donna cosciente di sé e del proprio sesso, consapevole della propria parità con l’uomo e convinta che i privilegi maschili prima o poi sarebbero venuti meno. La donna comincia a darsi attivamente alla politica, a sedere nelle aule delle Università, nei laboratori, a fare sport, ad andare in bicicletta e a tirare di scherma. L’industrializzazione italiana di inizio secolo contribuisce alla promiscuità sul posto di lavoro e quindi rende più facili gli approcci sentimentali e sessuali. La forza lavoro femminile diventa elemento fondamentale di tutte le grandi aziende del nord, soprattutto nelle filande e nei cotonifici.

La donna che lavora in fabbrica, sottopagata e quindi più sfruttata rispetto all’uomo, viene però a smarrire i canoni tradizionali dell’attrattiva sessuale: il senso del mistero, il fascino del difficilmente raggiungibile o, comunque, quell’aura dannunziana di donna fatale diventano privilegio esclusivo della borghesia agiata. Non c’è spazio per l’estasi sentimentale quando si lavora in fabbrica o nei campi. Le “fabbrichine” perdono la bellezza, la salute, e spesso pure le “virtù”.

L’Italia giolittiana esprime al meglio l’essenza dello spirito borghese del primo Novecento. L’automobile, il tram l’illuminazione elettrica contribuiscono a fare delle città italiane dei centri di svago e di divertimento. Aumentano le occasioni mondane offerte da balli, avvenimenti sportivi, café-chantant, teatri. All’opera si preferisce l’operetta o le canzoni piccanti delle chanteuses. Anche in materia sessuale lo spirito è tipicamente borghese, con pesanti contaminazioni di tipo religioso. In pratica nei rapporti tra i due sessi si chiedeva un comportamento adeguato alle esigenze della società dell’epoca. Ad esempio, il codice morale della buona gioventù non permetteva che due fidanzati dormissero sotto lo stesso tetto o che rimanessero a lungo soli.

Del resto a tenere banco nella famiglia borghese di inizio secolo erano ancora i rigorosi precetti cattolici, che imponevano la più assoluta morigeratezza. Ogni passione sessuale era per la Chiesa un “peccato mortale”.

Le parti decenti del corpo erano il volto, le spalle, le braccia e la schiena, mentre i genitali e le zone circostanti rientravano nella categoria dell’indecenza. Superfluo aggiungere che guardare le parti indecenti di una persona dell’altro sesso rappresentasse un peccato mortale, così come i “toccamenti” al di fuori del matrimonio. Fino a Paolo VI il matrimonio sarà sempre visto come una funzione esclusivamente biologica, giustificata al fine della procreazione e non della sessualità.

Ma se questa era la rigorosa morale di facciata, ce n’era un’altra ben più tollerante e libertina, estremamente funzionale al soddisfacimento degli istinti sessuali dell’uomo. Infatti, la stragrande maggioranza dei giovani maschi andava incontro alla propria iniziazione sessuale nel luogo tradizionalmente ad esso deputato, il bordello (chiamato anche casa di tolleranza).

Ma per chi ne aveva l’opportunità c’erano anche le cameriere e le donne di servizio, ingaggiate anche per soddisfare – neppure troppo nascostamente – le pulsioni del capo famiglia e fornire i primi rudimenti dell’arte amatoria ai giovani “bene”. In pratica solo pochissimi giovani uomini avevano il primo rapporto con “ragazze borghesi”, cioè con donne appartenenti al proprio stesso ceto sociale.

La sessualità maschile, così orientata ai rapporti mercenari prematrimoniali, aveva come contraltare il problema sanitario della sifilide (problema tuttavia anche femminile quando, come spesso accadeva, i mariti trasmettevano il contagio alle mogli inconsapevoli).

Fino all’inizio del Novecento i mezzi per combattere la sifilide erano ancora quelli di due secoli prima. La prospettiva per chi ne era contagiato era quella di una lunga agonia e di una decadenza fisica che nel giro di qualche anno avrebbe condotto alla paralisi o all’alienazione mentale. L’unico vantaggio per i sifilitici negli stadi più avanzati era che la malattia si rivelava più difficilmente trasmissibile. Per questa ragione le prostitute anziane era talvolta preferite: dal punto di vista della sifilide erano meno pericolose delle loro colleghe più giovani.

Nonostante i rischi il bordello conserverà la sua funzione “istituzionale” ancora fino alla legge Merlin. Durante la Grande Guerra per i soldati al fronte le autorità militari arriveranno ad agevolare l’installazione di veri e propri bordelli privati. Benché le fonti ufficiali non ne facciano cenno, per ovvi motivi di moralità, i bordelli di guerra riscuoteranno un grande successo tra la truppa.

Nel creare il costume sessuale degli italiani, e spesso nel delimitare rigorosamente i confini, la Chiesa – lo abbiamo già visto prima – ha avuto un ruolo fondamentale.

 

Bibliografia

•            La Chiesa e la sessualità, di S. H. Pfürtner – Ed. Bompiani, 1975

•            Giovani, affettività, sessualità, di C. Buzzi, – Ed. Il Mulino 1998

•            I comportamenti sessuali, autori vari – Ed. Einaudi, 1983

•            Il porno. Miti per il XX secolo, di R. Stoller – Ed. Feltrinelli 1993

•            La sessualità nella storia, di L. Stone, – Ed. Laterza 1995

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