L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

I costumi sessuali nell’Italia del ‘900 (Parte 2)

Nonostante gli attriti postunitari la Chiesa sarà sempre vista dallo stato liberale, e in seguito dal fascismo e poi dalla Repubblica, come un organo dell’ordine pubblico, come il rigoroso garante dei buoni costumi. Un garante tanto più credibile e incisivo nei suoi interventi perché si rivolge alla sfera intima della coscienza umana.

Come ha scritto Giancarlo Zizola a proposito del ruolo svolto dalla Chiesa in Italia: “in questo sistema, il ‘buon cristiano’ è divenuto sinonimo di ‘buon cittadino’. Un sistema di controllo sacrale del costume ha preteso di tutelarlo, dalla nascita alla morte, dalle cadute mondane, dall’inquinamento di una società democratica e pluralistica, ma bisognerà vedere in che misura proprio questa società abbia gestito tale tutela, godendosela per la propria egemonia”.

Per gli italiani dell’epoca fascista il sesso continuerà ad essere condizionato come prima dai precetti cattolici. E, sempre come prima, si continuerà far ricorso alla logica della doppia morale. Del resto il costume sessuale in epoca fascista è troppo preso dall’esaltazione propagandistica della madre per assumere una sua fisionomia peculiare. Il mito della madre prolifica va di pari passo con quello della nazione e della patria.

Così come di pari passo marcia l’immagine dell’uomo virile, ardito combattente e impavido fecondatore. È stato notato da alcuni studiosi che durante il fascismo “scompaiono dai quotidiani le inserzioni dei medici specializzati nella cura dell’impotenza, quasi a sottolineare che nell’Italia di Mussolini non c’è spazio per uomini poco virili.

Se la donna sterile è un essere inutile e privo di senso, un uomo incapace di procreare è una bestemmia. Rimangono invece le inserzioni riguardanti la cura delle malattie veneree (e anche i preservativi maschili – la cui pubblicità si può già trovare nei quotidiani del 1913 – che vengono però visti non come antifecondativi ma come mezzo di protezione dalle malattie veneree, diffuse secondo l’opinione corrente, dalle prostitute). Dietro la ‘sana’ famiglia fascista prospera dunque, come sempre, la prostituzione. Accanto alla retorica della madre alligna la retorica della donna perduta”.

La fine della guerra e l’arrivo dei soldati americani, che portano negli zaini, assieme a chewing gum, cioccolato e foto di pin up, anche abbondanti scorte di preservativi e calze di nylon, sembra in grado di stravolgere il rigore sessuale degli italiani. Ma gli effetti, e gli eccessi (si pensi alla descrizione apocalittica della prostituzione a Napoli fatta da Curzio Malaparte ne La pelle), vengono presto stemperati dal successo elettorale democristiano. Per la Chiesa ogni piacere sessuale cercato al di fuori del matrimonio continua ad essere un peccato mortale. Ne consegue che ogni impulso sessuale non può che venire finalizzato all’obiettivo della procreazione, naturalmente all’interno del sacro vincolo matrimoniale.

L’intento della morale cattolica, tuttavia, non era tanto, allora come oggi, quello di perpetuare la dottrina tradizionale o le pure speculazioni teoretiche; nella soddisfazione sessuale la Chiesa ha sempre visto l’abbandono al principio del piacere in ogni senso, e quindi il rischio, accettando tale principio, di dover tollerare ogni tipo di dissolutezza erotica.

È passata alla storia del costume la reprimenda che il giovane onorevole Oscar Luigi Scalfaro si sentì in dovere di rivolgere in un ristorante romano a una giovane signora in abiti ritenuti troppo succinti. In tema di licenziosità, negli anni Cinquanta può bastare un décolleté per suscitare le più intransigenti ire cattoliche.

Il boom economico, il benessere, le vacanze al mare e il cinema offrono continui spunti per evasioni e tentazioni libertine. Solo che mentre un tempo la licenziosità era tollerata in quanto atteggiamento esclusivo di un ristretto ceto sociale, in democrazia la libertà sessuale non può più restare privilegio di pochi. I vitelloni, di Federico Fellini, e Il seduttore, con Alberto Sordi, sono lo spaccato di una società che per principio ammetteva la sessualità solo nel matrimoni ma che nella realtà si comportava altrimenti.

Oltre a rappresentare due tappe di una grande stagione del cinema italiano, sono l’incarnazione della doppia morale, sviluppata, manco a dirlo, soprattutto nell’uomo: insomma la regola era formalmente accettata ma le scappatoie per raggiungere l’appagamento sessuale erano note a tutti e ampiamente tollerate.

Contemporaneamente dilaga in Italia il mito della donna emancipata e priva di inibizioni. “Il giorno più bello della mia vita? Una notte”, risponde Brigitte Bardot a una domanda dei giornalisti, turbando ulteriormente – se mai ce ne fosse stato bisogno – i sonni di molti italiani. Sono anche gli anni della Dolce vita e delle feroci polemiche sulla presunta esaltazione della corruzione dei valori sociali offerta dal capolavoro felliniano.

L’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, tuonerà contro i falsi miti e la perdita dei valori con alcuni articoli (“Basta”, “La sconcia vita”) scritti, pare, dal solito Scalfaro. Nel 1958 chiudono le “case chiuse”: sono circa 5000 gli stabilimenti del sesso a pagamento liquidati dalla legge Merlin.

La Repubblica italiana abolisce la regolamentazione e le case di tolleranza gestite dallo stato, continuando a punire lo sfruttamento e il favoreggiamento da parte di terzi e l’adescamento da parte della prostituta. In pratica viene decriminalizzata l’attività vietandone però l’organizzazione. La doppia morale continua a sopravvivere: le prostitute finiscono in strada, dove però verranno ampiamente tollerate.

La libertà sessuale, intesa soprattutto come emancipazione sessuale femminile, è stato uno dei cavalli di battaglia del ’68 italiano. I principi marxisti imponevano allora di individuare un nesso forte tra la le norme repressive in materia sessuale e il controllo esercitato dal potere politico.

Si afferma, citando Marx, che la forza-lavoro richiesta dalla società capitalista è “prodotta” dalla donna, e che quindi il controllo esercitato per lungo tempo sul corpo della donna non è stato altro che un metodo escogitato dal capitale per garantirsi sempre nuove braccia. Le donne iniziano quindi a rifiutare l’immagine di angelo del focolare domestico, frutto di una cultura di tipo patriarcale, e si mettono alla ricerca di una identità autonoma. La sessualità femminile esce dal ghetto, nelle università si tengono corsi autogestiti di educazione sessuale, si comincia a parlare liberamente di orgasmo femminile, di contraccezione.

Di conseguenza anche l’educazione sentimentale dei maschi cambia. Rispetto ai primi del Novecento, verso la fine degli anni Sessanta la metà degli uomini dichiara di avere avuto il primo rapporto con la sua futura sposa, mentre poco meno dell’altra metà con una amica frequentata per un certo tempo.

Solo una sparuta minoranza dichiara di esser stato iniziato da una prostituta. Mentre fino a mezzo secolo prima la sessualità veniva considerata un aspetto completamente separato dall’amore, il ’68 sembra ridurre e colmare questo divario. In ambito cattolico la discussione sollevata dall’enciclica Humanae vitae di Paolo VI (1968) mette in luce le notevoli divergenze circa l’uso degli anticoncezionali. Anche tra i giovani più legati alla Chiesa o a posizioni politiche clerical-conservatrici emergono lentamente atteggiamenti di maggiore libertà. Non tutti sono più disposti a condannare in toto la sessualità prematrimoniale, gli anticoncezionali, la masturbazione o l’omosessualità.

Bibliografia

            •            La Chiesa e la sessualità, di S. H. Pfürtner – Ed. Bompiani, 1975

            •            Giovani, affettività, sessualità, di C. Buzzi, – Ed. Il Mulino 1998

            •            I comportamenti sessuali, autori vari – Ed. Einaudi, 1983

            •            Il porno. Miti per il XX secolo, di R. Stoller – Ed. Feltrinelli 1993

            •            La sessualità nella storia, di L. Stone, – Ed. Laterza 1995

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