L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 20

L’aggressione all’ostetrica maga e guaritrice, che conosce i  segreti della sessualità e della fertilità, che è capace di essere la confidente e la complice delle donne, è solo una parte di questo racconto: l’altra parte riguarda lo straordinario cambiamento di paradigmi che si verifica tra il XVII e il XVIII secolo, un cambiamento che comporta il passaggio da un’epoca di grande compassione e di poca o nessuna tecnica a uno di molta tecnica  e poca o nessuna compassione  e che ha a che fare in modo specifico con l’assistenza alle gravidanze e, soprattutto, ai parti.

Fino al 1700 la teoria e la pratica dell’ostetricia erano state completamente separate: la prima apparteneva  al chiuso delle accademie, dei teatri anatomici e delle biblioteche dei conventi, dove era curata da pochi appassionati senza apparentemente patire del quasi assoluto disinteresse della grande maggioranza degli studiosi; la seconda era affidata all’opera quotidiana di donne del popolo che, per tradizione famigliare, per bisogno o per vocazione avevano imparato, sempre da un’altra donna, ad assistere gravide e partorienti e ad occuparsi dei loro bambini nei primissimi giorni di vita. Nelle campagne, nei villaggi e nella maggior parte delle città c’erano dunque due forme di assistenza ai parti: la prima, la più antica, coinvolgeva un gran numero di donne, le più esperte, quelle che avevano avuto molti figli, ma anche le amiche della gestante, che creavano intorno a lei una atmosfera di solidarietà e di affettuosa compassione, un’aura genericamente sororale che dava alle partorienti forza e sicurezza. Si diceva che in quei momenti le donne si aprivano e si confidavano, certe che nessuna di quelle confidenze sarebbe mai stata tradita; si diceva che parti annunciati come difficili e pericolosi diventavano magicamente semplici e rapidi. La seconda forma di assistenza vedeva la presenza, certamente più professionale, ma non solo professionale, della levatrice, di una mammana, una donna non più giovane, quasi sempre vedova, sempre madre di molti figli, che aveva imparato il mestiere da altre donne come lei e molto spesso non aveva mai letto un libro. Era, tutto sommato, una guaritrice, padrona di un mestiere che si inseriva tra i ruoli della comunità contadina e femminile e che apparteneva a una specifica categoria – quella dei flebotomi, dei conciaossa, dei cerusici, dei venditori di rimedi – che potremmo definire come i guaritori dei poveri. Ma le levatrici avevano qualcosa che gli altri guaritori non avevano: avevano compassione per le altre donne, conoscevano le loro sofferenze ed erano pronte a rischiare molto – e si trattava di rischi personali non indifferenti – per alleviarle. Era del resto un mestiere ereditato dalle levatrici greche e romane, un mestiere che le coinvolgeva spesso in interventi che riguardavano a tutto campo la salute delle donne: la sessualità delle coppie, le arti di conservare la bellezza, la ricerca di una fertilità smarrita, i rimedi utili per di cancellare i concepimenti non pianificati, persino la capacità di intervenire nel mondo segreto degli affetti e degli amori illeciti e segreti. Oltre a conoscere l’uso delle erbe e a tramandarne i segreti, queste donne si occupavano dei neonati e sapevano riconoscere i casi in cui era giusto e opportuno negare ogni forma di assistenza. Quando era necessario, e spesso era necessario, queste donne facevano in modo che al desco di una famiglia che già moriva di fame non si aggiungesse una ulteriore bocca da sfamare; erano loro che sapevano riconoscere le donne per le quali una gravidanza avrebbe significato una sicura morte (le donne molto piccole di statura, quelle affette da rachitismo, le portatrici di bacini impervi) e garantivano loro la necessaria sterilità. Avevano due problemi da risolvere. Il primo riguardava il fatto che erano quasi sempre vecchie, in tempi nei quali essere vecchie significava quasi sempre essere brutte e le donne vecchie e brutte facevano venire in mente alla gente – soprattutto quando qualcosa, nella loro attività, era andato storto e c’era bisogno di trovare un colpevole – l’odiosa figura della strega. L’altro problema riguardava invece il frequente ricorso, nelle loro attività, a qualche sorta di rito magico, un ricorso pressoché inevitabile, considerato il modo acritico con il quale accettavano tutto il bagaglio delle istruzioni che ereditavano e che queste istruzioni giungevano loro da una cultura antichissima che con la magia e con l’occulto aveva avuto strettissimi rapporti. Del resto questi riti avevano un forte radicamento nella società, tanto che riuscirono a convivere a lungo con quelli della medicina scientifica. Lo stesso Scipione Mercuri –l’autore di un famoso teto per le ostetriche, La Commare o Riccoglitrice, del quale parlerò nelle prossime pagine – elencava, tra le possibili forme di terapia da usare nei parti distocici, anche quelle che agiscono misteriosamente e che hanno proprietà magiche e occulte. Quando la Chiesa e le Università decisero di porre fine a queste isole di potere femminile, così inaccessibili e misteriose, l’anello debole della catena di solidarietà che si era saldamente formata tra le donne fu proprio questa propensione per i riti magici ed esoterici.

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