L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

The pet. La sottomissione di Mary

Goditi “The pet. La sottomisiione di Mary” on line

Lei, Mary, è una donna piena di problemi. Il suo negozio di fiori sta fallendo miseramente preda della concorrenza più spietata, la relazione con il fidanzato, un bel ragazzo giovane, ma sostanzialmente violento e poco attento alle sue esigenze, è arrivata ormai alla frutta. Non bastasse tutto questo le muore anche il gatto e il veterinario che conserva le povere spoglie mortali della misera creatura chiede cinquecento dollari per la restituzione della salma.

Lui, Philip, si presenta come un filantropo aristocratico pieno di soldi. Ha una villa con giardino, fontana a più piani e tanto di cameriera che toglie la polvere in tutte le stanze. La moglie (o amante) non è praticamente mai in casa per cui è libero di fare come gli pare. Della serie “dura la vita del milionario” l’uomo vede sconvolta la sua tetra esistenza di agi e lussi dalla morte dell’amato cane, un setter che faceva tutto quello che il padrone voleva.

L’incontro tra i due avviene, dunque, nel pieno dell’elaborazione dei rispettivi lutti. L’uomo capisce il dolore della ragazza per la prematura dipartita del felino e si offre di regalarle i soldi necessari al recupero degli “amabili resti”. Di più: le regala un posto nel giardino dove poter seppellire la povera creatura, tra corone di fiori e lacrime di foscoliana memoria. Poco ci manca all’erezione di una stele funeraria di tre metri con gatti angelo che suonano la lira in un paradiso di topi.

Lungi da noi voler ironizzare sul dolore per la perdita di un cucciolo. Fatto è che questi primi trenta minuti di film, forse anche per la fotografia digitale assai poco curata e per la pochezza degli interpreti, suona di un falso da far accapponare la pelle.

Comunque, nel raccontarsi il rispettivo dolore tra foto di animali e il pensiero del fidanzato che ha ancora le chiavi di casa e vuole solo scopare, i due cominciano a parlare di cose strane. Mary sembra volitiva, ma in fondo è fragile e remissiva, come un cucciolo che abbaia contro gli estranei, ma dal padrone vuole solo le coccole e le carezze dietro le orecchie. L’uomo da parte sua vorrebbe addestrare un altro animale, ma sente che il suo cuore già provato non reggerebbe ad un’altra perdita. E i cani hanno il difetto di vivere così poco! Di qui alla fantasia sadomaso il passo è breve: Mary accetta di fare da cane al nuovo padrone (dietro lauto compenso, ma lei confessa candida che non lo fa certo per soldi). Di lì in poi, dopo la firma del contratto, lei girerà per la casa di lui completamente nuda e a quattro zampe, rinuncerà alla parola, indosserà un collare e farà i propri bisognini nei momenti che il padrone ritiene più opportuni.

Ci sono scene agghiaccianti in The pet. E non sono tanto quelle delle donne chiuse in gabbia che abbaiano o dei guinzagli legati al collo. Anzi da questo punto di vista è notevole lo sforzo di deeroticizzare completamente il corpo femminile restituendolo ad una condizione “naturale”. Non fa quasi effetto vedere Mary sdraiata per terra sotto il divano del padrone. Il suo corpo, piuttosto bello, viene vissuto, dagli altri personaggi come dalla spettatore, nella sua dimensione fisica, come un corpo senza sesso, assume, privato com’è della parola come della malizia ad essa connessa, una connotazione infantile che respinge ogni sguardo sessualizzato.

Le scene veramente agghiaccianti sono quelle della stipula del contratto, della lettura delle postille, delle formalità legate alla rinuncia della carta di identità. Il contratto che priva la donna della sua identità, ha davvero valore legale, richiede la firma di un notaio condiscendente.

Il lato agghiacciante è che di questi contratti se ne stipulano per davvero e che la riduzione dell’uomo a cucciolo è solo l’anticamera per il commercio degli organi. Del resto un cartello proprio ad inizio film ci informava che lo stesso è tratto da una storia vera.

La ricostruzione degli eventi, portata avanti con un occhio che pensa al porno e un altro che cerca l’empatia disturbante (del resto Mary firma il suo contratto in piena consapevolezza e si riduce a schiava perché lo vuole e non perché costretta) segue le tracce di un film che per lo più lascia perplessi.

A guardarlo senza i titoli sembra l’esperimento digitale di un giovane regista che pare voler pensare a Cronenberg (anche Rabid guardava al porno). Epperò la storia esemplare e un poco disturbante è racchiusa tra cartelli che, all’inizio e alla fine del film, ci parlano di schiavitù moderna e dell’orrore della tratta. L’apologo, in questo modo, risulta orientato verso la più bieca esemplificazione e si porta dietro la condanna (ovviamente necessaria e giusta) di chi applica il commercio umano. Lo spettatore può, così, guardarsi le scene sadomaso in una posizione per così dire protetta dal moralismo che tutto guida. Il regista ci mostra l’abominio, ma lo fa per insegnarci qualcosa. Noi spettatori lo guardiamo perché sappiamo che quell’orrore non ci riguarda e che non cercheremmo cuccioli di uomo nemmeno se la nostra figlioletta di sei anni avesse bisogno di un cuore nuovo. Così non ci rendiamo conto che vedendo questo film diventiamo condiscendenti. Spento il lettore dvd non possiamo più dire di non sapere che certe cose succedono per davvero. Eppure ce ne torniamo alla nostra vita come niente fosse.

E diventa difficile capire se è più immorale questo nostro atteggiamento o il film che, con le sue scelte estetiche, ci permette di assumerlo senza troppi dolori.

Titolo : The Pet La sottomissione di Mary

Paese,Anno : Stati Uniti, 2006

Regia : D. Stevens

Cast : Pierre Dulat; Andrea Edmondson; Sommer Nguyen; Steven Wollenberg; Magi Avila; Lydia McLane; Carole Lieberman

Genere : Thriller

Film per tutti

Produzione : Cecchi Gori Home Video, 2007

Una Risposta

  1. Garrese prodotto
    come animale sconvolto
    avvolto in trincea
    di falso cammino
    come quando scoperto
    tu eri bambino.
    Ora non più
    alla madre
    l’ignudo vedere
    ma solo tu guardare
    al lavoro.
    Che stendo mie mani
    mie dita mio tatto
    sentir quella pelle
    sentire quel liscio velluto
    ch’adorna il tuo cuore
    nel corpo
    vogliare mie dita
    tra trine nascoste odorose
    senza pausa oltraggio
    senza veti o pudori
    e la rose e le rose
    d’nvito portate
    cambiando del posto
    parole a colori diversi
    ove sole non può.
    Si prende una mano
    una piega del corpo
    che tutto contorto
    e ormai tutto cotto
    p’avere sfilato quel fiato di baci
    ovunque postati
    or da dentro or da fuori del corpo
    si lascia da sogno
    a garrese prodotto
    che viaggio d’amore
    d’incontro e passione
    si faccia più intenso
    più caldo deserto
    che spinge quel vento
    a venire copioso
    per darsi poi fine,
    dell’estasi amor.

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    29 febbraio 2012 alle 5:15 pm

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