L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Erotismo e modernità

    Dell’erotismo, qualità specificamente umana che fa imboccare al desiderio sessuale la via dell’inventiva reciproca, non esiste una definizione davvero soddisfacente. L’erotismo non è l’opposto del pudore, che ha senso solo nella misura in cui rende desiderabile. E non è neppure  l’opposto della pornografia, che diventa essa stessa suggestiva (e questo è il suo grande vantaggio) nel momento in cui, mostrando tutto, svela al contempo che non c’è nulla da vedere. Del resto, DH Lawrence aveva già detto tutto quando ha denunciava l’ipocrisia di una società che condanna la pornografia, pur rimanendo cieca di fronte alla propria oscenità. Qualsiasi discorso pubblicitario, ogni discorso all’interno della logica del mercato, oggi è sicuramente più osceno di una vagina aperta fotografata in primo piano.

    Per secoli, l’erotismo è stato denunciato come contrario alla “buoni costumi”, perché eccitando le passioni sensuali, contraddiceva una morale basata sulla svalorizzazione della carne. Contrariamente ad altre religioni, il cristianesimo è sempre stato incapace di produrre una teoria sull’erotismo, non perché ignorasse il sesso, ma piuttosto perché ne aveva fatto un’ossessione negativa. Passato il tempo dei martiri, l’astinenza divenne il marchio della vita devota e la sessualità il luogo di elezione del peccato. L’attività sessuale, vista come un male necessario, non era più consentita se non all’interno di un ambito coniugale. La Chiesa condannava una sessualità scollegata dalle funzioni riproduttive, e nel frattempo coltivava l’ideale virginale di procreazione senza sessualità. Ragion per cui, senza dubbio, il discorso sul sesso è rimasto per così lungo tempo puramente letterario, medico o semplicemente volgare – anche se è significativo che, in ogni epoca storica, il nudo sia stato la base per l’insegnamento delle delle belle arti, essendo la forma più appropriata per avvicinarsi alla comprensione del bello.

    La modernità nascente ha poi intrapreso un vasto lavoro di desimbolizzazione, in cui l’erotismo è stato vittima. Essendo basata su un’idea dell’essere umano come individuo autosufficiente, già per questo motivo essa si impediva di pensare alla differenza sessuale che, per definizione, implica l’incompletezza e la complementarità. Un’attitudine negativa verso le passioni e le emozioni, condannate in quanto generatrici di “pregiudizi”, ha parimenti accompagnato la crescita del potere dell’individuo in favore del razionalismo scientista. L’intelligenza sensibile – quella del corpo – si è allora trovata svalutata, da un lato come portatrice di impulsi “arcaici”, dall’altro come emanazione di una “natura”, di cui l’uomo, per diventare veramente umano, doveva assolutamente emanciparsi. La modernità, quindi, ha sistematicamente trasformato l’interesse in bisogno, e il bisogno in desiderio. Senza vedere che il desiderio non appartiene all’area dell’interesse.

    Autore di una bella antologia storica di letture erotiche, Jean-Jacques Pauvert ritiene che “nell’anno 2000, nonostante le apparenze, non esiste più – o quasi più – l’erotismo”. Questo giudizio d’esperto può sorprendere. In realtà non fa altro che constatare che l’erotismo, ieri paralizzato dalla censura che lo relegò alla clandestinità e al proibito, oggi è minacciato esattamente dal fenomeno contrario.

    Così come la sovrabbondanza di immagini impedisce di “vedere” realmente, e così come le grandi città sono in realtà dei deserti, anche il sesso assordante diventa inudibile. L’onnipresenza di rappresentazioni sessuali toglie alla sessualità tutta carica. Contrariamente a quanto ne pensano i reazionari pornofobi, eredi del nuovo ordine mondiale reagano-papista, uccide l’erotismo con l’eccesso, invece di minacciarlo per difetto. Questo è un altro effetto della modernità. Il processo moderno di individualizzazione ha infatti portato, prima alla formazione dell’intimità, poi al ribaltamento dialettico di questa intimità in esibizione di sé, in nome di un ideale di trasparenza. Questo passaggio dall’intimità all’esibizionismo intimità (preso come “testimonianza” e, dunque, criterio di verità) è perfettamente illustrato dai vari reality televisivi alla “Grande fratello”: voyeurismo povero e stupidità consensuale, programmata a porte chiuse dalla legge del denaro, esclusione interattiva su uno sfondo di insignificanza assoluta. Non deve sorprendere che le folle siano affascinate da questo specchio che si tende loro: essi vi vedono in piccolo quello che loro vivono in grande tutti i giorni.

    Il sesso oggi è invitato a essere in sintonia con lo spirito del tempo: umanitario, igienico e tecnologizzato. La normalizzazione sessuale trova delle nuove forme, che non cercano più di reprimere il sesso, ma di farne una merce come tutte le altre. La seduzione, troppo complicata, diventa una perdita di tempo. Il consumo sessuale deve essere pratico, efficiente e immediato. Oggetto meccanico, corpo-macchina, meccanica sessuale: la sessualità si riduce a una serie di ricette “tecniche” al servizio di una pulsione scopica della quantità. Nel mondo della comunicazione, il sesso deve smettere di essere ciò che è sempre stato: una parvenza di comunicazione ancora più piacevole nel momento in cui si inserisce su un fondo di incomunicabilità verbale.

In un mondo allergico alle differenze, che per molti versi ha ricostruito socialmente e culturalmente il rapporto tra sessi sotto l’orizzonte di un dimorfismo sessuale ridotto, e che si ostina a vedere nelle donne “degli uomini come tutti gli altri”, mentre sono in realtà l’”altro da sé” dell’uomo, occorre che non “alieni” più, sebbene sia un gioco di alienazioni volontarie. Il desiderio politicamente corretto di sopprimere il rapporto di forze che si stabilisce prima a beneficio di uno dei due sessi e poi dell’altro, in una conversione reciproca, uccide l’erotismo, perché non esiste un rapporto d’amore che si svolge in un piatto rapporto paritario, ma solo in un gioco, in una disuguaglianza instabile che permette l’inversione di tutte le situazioni. Il sesso altro non è che discriminazione e passione, attrazione o rifiuto anche eccessivi, arbitrarie e ingiuste. In questo senso, non è esagerato dire che il vero erotismo – selvaggio o raffinato, barbaro o ludico – resta più che mai un tabù.

    Il desiderio di sopprimere la trasgressione, contemporaneamente uccide l’erotismo. Perché, certo ci sono delle regole in materia sessuale, come ci sono in tutte le cose. Ma l’errore è credere che ci siano delle norme morali. Altro errore è immaginare che qualsiasi comportamento possa essere eretto a norma, o che l’esistenza di una norma delegittimi nello stesso tempo tutto quello che esula dalla norma stessa. L’erotismo implica la trasgressione, a condizione che tale trasgressione resti possibile senza cessare di essere una trasgressione, vale a dire senza dover diventare norma.

    Per “i ragazzotti di città” che vedono nelle donne solo buchi con della carne intorno, per le succhiatrici professionali dalle forme siliconate e per le riviste femminili trasformate in manuali di sessuologia pubococcigea, l’erotismo appare quindi imbrigliato su tutti i lati. I giovani, in particolare, devono affrontare una società che è al tempo stesso più permissiva e meno tollerante rispetto al passato. Proprio come la dominazione sbocca in generale nella perdita del possesso, la presunta liberazione sessuale ha portato a nuove forme di alienazione. Ma il sesso, perché è innanzitutto il dominio dell’incertezza e del turbamento, sfugge sempre alla trasparenza. L’esibizionismo lo rende ancor più opaco della censura, perché a questo desiderio di trasparenza, risponde sempre con la metafora. Sotto la luce dei riflettori, il mondo del sesso opposto, per fortuna, resta quello che André Breton chiamava il suo “infrangibile cuore della notte.”

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