L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

La nudità classica, tra greci e rinascimentali

Se si osserva qualche esempio di nudo classico e classicista, anatomicamente corretto ed eseguito nel nome di una obiettiva ricerca formale, si noterà una nota comune che può essere ricondotta ad una vera e propria assenza di erotismo e sensualità. In altri termini, la bellezza e la perfezione di queste forme sono fredde, trasmettono un appagamento estetico basato non sulla bellezza del nudo in quanto corpo denudato e libero, ma sulla bellezza e sull’eleganza della pura forma. I Bronzi di Riace sono tra i pochi originali greci sopravvissuti e rivelano nella nudità metallica e indifferente un atteggiamento fiero, in cui la perfezione delle proporzioni e della postura appare sovrumana. Il dettaglio muscolare portato a verosimiglianza plastica assoluta e l’aggiunta cromatica del rame e dell’argento su labbra e capezzoli e sui denti, comportano un’immagine non soltanto scultorea e massiva, ma anche pittorica, più lieve e affinata. La manifestazione di questa capacità militare e fisica si abbina alla presenza della barba, non del tutto spiegata peraltro, che invecchia gli uomini e li rende divinità mature o autorità terrene. La nudità è disinvolta, serena, priva di qualunque inibizione e non esibita. Vedremo che a questo modello antico si atterrà -nei fatti- l’intera produzione classicista, sia plastica sia pittorica.

E’ simile, ad esempio, la scelta di Botticelli, il maggior grecista del Rinascimento, che nelle sue figure femminili ricerca una forma concreta, ma soprattutto il disegno armonicamente perfetto. Restando all’interpretazione tradizionale, e senza quindi addentrarci nelle nuove interessanti letture proposte da Georges Didi-Huberman, la Venere che nasce dal mare traccia un profilo di assoluta soavità, privo di spigoli e di durezza, al punto che la linea impossibile della spalla e il collo allungato non deformano, ma compensano le linee, come in una formula geometrica. Venere neonata appare già divina e lontana, e anche quando Botticelli la ritrarrà sposa di Marte, il suo languore non è mai terreno, né mai simile ai sentimenti forti e instabili degli umani.

Neoplatonico Botticelli, ma neoplatonico anche il coriaceo Michelangelo, che sembra opporre al più anziano maestro una nudità spettacolare, dinamica, forse più viva. In realtà anche il primo Michelangelo, che nelle figure femminili non mostra alcuna ricerca di grazia, è ancorato ad una classicità composta e solo nell’età matura, in pieno Manierismo, proverà ad addentrarsi nei meandri della psiche, del dolore, del sentimento, stravolgendo anche la forma anatomica come nella Pietà Rondanini. Gli ignudi della volta della Cappella Sistina sono un manuale di figura disegnata, colti nelle pose più ardite e complesse, bellissimi nella loro statuaria perfezione ma, come i Bronzi greci, sovrumani e lontani. Anche qui non possiamo davvero parlare di esibizione, e le parti intime esposte alla vista degli spettatori, comprese quelle poi velate nel tardo Giudizio Universale nella Sistina, non incitano certo all’eros o ad una qualche sensualità. Michelangelo espone la nudità come parte integrante dell’aspetto fisico; un seno o un pube scoperto non hanno diverso valore che una mano o una spalla, ci sono, ma non dicono nulla: la perfezione del corpo discende dalla creazione e ogni parte del corpo è a somiglianza di Dio.

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