L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

La nudità nascosta o esibita tra Medioevo e Ottocento

Alla classicità greca, dalla quale escludiamo solo la fase ellenistica (in cui si innesta l’arte romana) di complessa e spesso confusa identità artistica, subentra l’arte cristiana del medioevo, nella quale il nudo ha tutt’altra dimensione e visibilità. Scompare la figura anatomicamente corretta e si impone lo schema compositivo, il diagramma lineare che copre la superficie e non lo spazio, che è fatto di simbologia, di grafia, e non di realtà. La lettura dell’opera d’arte diviene una lettura ermeneutica: ad ogni parola si affianca un senso e spesso più di uno. Il nudo combattuto dalla morale è malvagio e pertanto si innesta nell’iconografia del peccato. Le immagini del Giudizio Universale di Giotto nella Cappella degli

Scrovegni a Padova sono su questo tema emblematiche, tanto per il contenuto quanto per la forma. Il lato infernale, dove precipitano i dannati, è letteralmente coperto dai corpi nudi dei dannati, torturati dai diavoli con un particolare accanimento proprio sulle parti intime, che nell’iconografia medioevale velano e rivelano il peccato. I corpi di Giotto sono contorti, ammassati, stravolti dalle pene subite, in un netto e aperto contrasto con il lato paradisiaco dei beati, dove le vesti e gli angeli si oppongono alla nudità e ai demoni. Non è dissimile la scelta di Bosch nel suo Giudizio, oggi a Vienna, che pur dipinto nel ‘500 appartiene di diritto all’estetica medioevale.

Non sarà il Manierismo, che gioca le proprie carte nell’ambito classicista, a trovare e a far esplodere l’erotismo nell’arte, ma un pittore comunque legato alla dimensione del sacro, Caravaggio. Erotismo omosessuale da un lato, esibizione spudorata di una sensualità laica, ma non per questo blasfema, attraversano molte opere del maestro milanese,  identificabili soprattutto quando gli si aggiunge la conoscenza dei modelli, come nel caso del giovane Cecco Bonomi, futuro amante e discepolo di Caravaggio, ritratto nei panni di Amore. Nel suo sorrriso e nello sguardo di sfida troviamo forse per la prima volta la consapevolezza di un’immagine erotica, come scrive Peter Robb: “Semplice e pulito, incredibilmente libero da ogni interferenza, all’epoca della sua creazione si librava etereo al di sopra delle costrizioni di una cultura dominata dalla Chiesa. Incantava tutti”.

Il passaggio alla famosa e tanto analizzata sensualità del barocco è rapido, soprattutto se si sorvola sull’ipocrisia di fondo che, ad esempio in Bernini scultore, nasconde sotto vesti e panneggi le forme dell’anatomia; rivelate e esposte invece, ma non tanto quanto può sembrare a prima vista, in un pittore-simbolo dell’erotismo come il tardobarocco Boucher. I nudi di Boucher in realtà non sono del tutto nudi, e lo sono comunque molto meno di tanti nudi classici; l’erotismo di Boucher risiede nell’evidente partecipazione, nel sorriso, nel piacere dell’esibizione del nudo, parziale ma immaginabile, assai più che nella sua visione.

Giunti in prossimità dell’arte moderna, entrando nell’Ottocento e tralasciando di ripetere per l’accademismo neolassico quanto già detto per il Rinascimento e per l’antichità greca, il fenomeno romantico e realista dovrebbe, secondo teoria, rappresentare una svolta visiva anti-classica, nascondendo quindi ciò che la purezza pagana espone. Questo è vero per molti, per i paesaggisti come Corot ad esempio che trascurano del tutto la figura umana, è vero per gli impressionisti che nella loro rivoluzione tecnica affrontano comunque tematiche urbane e quotidiane, ed è ancor più vero se guardiamo al percorso dello stesso Renoir, che solo nella maturità, con il ritorno alla classicità dopo la fase impressionista, dipinge ed espone i suoi famosi nudi femminili.

Non è vero invece per alcune altre opere celebri e scandalose, dipinte dai maestri per eccellenza della pittura francese ottocentesca, i realisti, provocatori, scandalosi Gustave Courbet e Edouard Manet. Manet nel 1863 ritrae una prostituta, Olympia, che senza veli e senza pudore guarda lo spettatore, turbando una Parigi borghese che accettava il nudo solo delle dee e delle ninfe di una pittura accademica ormai in piena crisi. Courbet dal canto suo tre anni dopo ripropone con una voluta, dissacrante e quasi violenta visibilità la tematica del nudo esibito, centrando il suo nitido obiettivo pittorico su un ventre femminile; il padre del realismo qui appare alla ricerca, in un quadro (che fu proprietà di Jacques Lacan fino alla sua morte) ancor oggi sorprendente per l’impatto emotivo, di una concreta e dirompente verità dei fatti e delle cose, la verità nuda che è all’origine del mondo.

Una Risposta

  1. … eh si…indovinare la nudita’ puo’ essere piu’ erotico del nudo stesso. Forse questa e’ la forza della sensualita’ della figura umana nel barocco e in tutte le epoche, in molte rappresentazioni dei grandi. e meno grandi.

    Il sollecitare e solleticare la fantasia hanno, per molti, una grande forza e richiamo erotico, spesso piu’ della rivelazione completa, che mostra e non lascia spazio per il gioco sottile della fantasia erotica.

    Possibilmente, l’essere umano e’ vario ed eventuale, come pure lo e’ l’arte e, in questo caso, la rappresentazione del nudo nella storia della pittura/scultura/disegno… infatti della sua rappresentazione della psiche e nell’ID umano che cambia ed e’ tanto diversa quanto sono diversi fra loro, e unici per molti versi, gli esseri umani

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    27 maggio 2012 alle 11:17 am

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