L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Il nudo oggi

Sin dall’inizio il Novecento ha incluso la nudità tra le scelte artistiche fondamentali per la sua operazione di totale rottura con il passato. La prima avanguardia, il gruppo tedesco della Bruecke, ha nel nudo una componente pittorica basilare e nella libertà sessuale una scelta esistenziale che accomuna i suoi protagonisti; Ernst Ludwig Kirchner ritrae giovani modelle e giovani prostitute in una nudità anoressica, denunciando da un lato il vuoto sociale dall’altro l’assenza di morale. Anche nei Fauves di Matisse queste componenti, con minor durezza, saranno evidenti, e in realtà, nelle avanguardie inglobate storicamente dentro la grande tendenza espressionista di tutto il XX secolo, ritorna la dannazione medioevale, secondo una chiave speculare che rovescia la condanna nell’assoluzione e che modifica il contenuto ma non la forma.

E’ invece tutt’altro il nudo cubista o futurista, fatto di schemi e superfici composite, privo di pathos e ricco di concetto, e quindi naturalmente classico; le prostitute nude di Picasso sono manichini di fronte al terribile e inquietante sguardo della Marcella di Kirchner.

La nudità, spunto privilegiato per le ricerche psicanalitiche dei surrealisti, appare in tante opere dei compagni di Breton, ma finisce spesso per avere un sapore didascalico, forzoso, non del tutto spontaneo. E’ il caso di certe opere di Delvaux, di Ernst e di Magritte, in cui le metamorfosi anatomiche sconfinano nel manuale del fantastico più che in una vissuta avventura onirica. Forse più interessante, anche alla luce degli sviluppi successivi, è il gioco fotografico di Man Ray, in cui il cambiamento è ironico, ma anche sensuale e provocante.

L’arte del secondo dopoguerra si è sviluppata sulle strade figurative dell’espressionismo, solitamente drammatica, e del surrealismo-dadaismo, provocatoria e dissacrante, anche se su basi minoritarie visto il prevalere in genere delle componenti astratte in pittura (meno evidenti in scultura).

Ma cosa resta allora nell’arte di oggi della tradizione centenaria del nudo? Molto; e non solo resta molto, ma moltissimo vi si aggiunge, una volta accettata la fotografia tra le arti maggiori, o comunque una volta inclusa la sua struttura nelle varianti tecniche della pittura. Davanti alle prove d’artista di Helmut Newton o di Robert Mapplethorpe, non è difficile rintracciare l’eredità complessa e fertile della pittura precedente e contemporanea, nell’uso straordinario della luce e del chiaroscuro nei primi piani di Mapplethorpe e nelle capacità compositive e narrative tipiche di un maestro manierista negli scatti di Newton.

Inoltre, lo sviluppo negli ultimi trent’anni delle installazioni, dei montaggi, degli assemblaggi stilistici, e delle performance, ha inserito nel contesto delle esposizioni d’arte una esuberante componente recitativa, che richiede video o fotografie per essere poi messa in archivio, cioè registrata. Le contaminazioni sono all’ordine del giorno nell’arte di fine Novecento, anche in quella che stiamo inseguendo sulle tracce del nudo, se si pensa ad esempio che un protagonista  come Matthew Barney produce soltanto film e mostre con oggetti presi dai suoi film, e che Marina Abramovic fa di se stessa, e della sua nudità integrale, la propria opera d’arte.

Tra mille possibili esempi, ecco infine una citazione per John De Andrea e Vanessa Beecroft, il primo inserito nella ormai non recente corrente iper-realista, la seconda attiva in una dimensione cui non è facile trovare una definizione. In entrambi i casi la nudità è protagonista assoluta, forse in una chiave di tale assoluta visibilità da corrispondere a un ritorno della classicità arcaica, in De Andrea grazie a una scultura che si fa più vera del vero, in Beecroft grazie all’uso asettico e geometrico dei corpi veri di decine di modelle, nude naturalmente.

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