L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Il sè: corporeo, relazionale, narrativo

Il sé corporeo

In forte contrasto con la filosofia tradizionale, le metafisiche femministe sottolineano l’importanza del corpo e della sua materialità nella costituzione dell’identità. La volontà di valorizzare la natura delle donne porta in primo piano il corpo come parte di questa stessa natura. Il corpo è entità centrale per discutere le nozioni di bellezza, sensualità e piacere.

Alcune filosofe si occupano della violenza che i vari stereotipi sociali sull’erotismo e sulla sessualità esercitano sulle donne e sulla loro corporeità; altri vedono l’anoressia e la bulimia come problemi psicologici generati dall’interiorizzazione parossistica di un modello di bellezza femminile che conduce le donne ad odiare il proprio corpo; altri ancora riflettono sul trattamento medico e sociale dell’handicap.

In tutti questi campi, le metafisiche femministe si distinguono per una maggiore attenzione nei confronti della corporeità e materialità quali componenti imprescindibili dell’identità umana. Si distinguono poi per una marcata ostilità nei confronti dell’approccio medico-scientifico occidentale che tende a sottovalutare sia la prospettiva personale – il corpo vissuto piuttosto che osservato o usato – sia l’autorità cognitiva del soggetto nel riferire le proprie esperienze fisiche alle autorità mediche. Anche nella filosofia tradizionale contemporanea qualcosa sta però cambiando al riguardo: si comincia a rifiutare l’oggettivazione del corpo, il suo essere trattato alla stregua di un mero oggetto (sessuale o meno) che possiamo possedere.

Da una collaborazione tra prospettiva femminista e prospettiva tradizionale potrebbe nascere un’argomentazione più convincete per rifiutare l’oggettivazione e per rivalutare l’esperienza cosiddetta proprio-percettiva – quell’esperienza del corpo che abbiamo, diciamo, dall’interno, dalla prospettiva in cui il corpo non è vissuto come oggetto da possederemo piuttosto come parte essenziale della nostra identità.

 

Il sé relazionale e il sé narrativo

Se per la filosofia tradizionale il soggetto è autonomo e autosufficiente, per le metafisiche femministe esso è radicato nei contesti sociali: è un sé relazionale. La relazionalità del sé si stabilisce a partire dai primi fondamentali rapporti con la madre e il padre e persiste per tutta la nostra esistenza, colorandone intimamente gli aspetti etici. Il problema del sé e della conoscenza del sé diviene allora il problema della costituzione sociale dell’identità personale. Così come Pieranna è la figlia di Rina, l’alunna di Lucia e l’ex insegnante di Kristie, ogni altro essere umano, uomo o donna, bambino o anziano, esiste in una rete di relazioni sociali che definiscono i ruoli, i doveri, i privilegi e le dipendenze di tale soggetto.

Sebbene la concezione relazionale del sé non sia un’elaborazione peculiare delle metafisiche femministe (anche Fiche, Hegel e Marx sviluppano concezioni relazionali), rimane specifica delle prospettive femministe l’attenzione per i sistemi di oppressione sociale (per esempio il genere, le preferenze sessuali e l’handicap), che contribuiscono a determinare i contesti sociali in cui il sé si costituisce.

Veniamo ora all’ultima delle tre concezioni del sé. L’intuizione alla base della concezione del sé narrativo risiede nella convinzione che la nostra identità sia costituita da una narrazione diacronica dei fatti della nostra vita. Talvolta l’autore è il protagonista, nel qual caso possiamo parlare di autobiografia e di un sé che crea sé stesso narrando la propria storia. Talvolta invece l’autore della nostra storia è un’autrice che narrandoci ci crea.

Una Risposta

  1. vincenza63

    Nel mio sè narrativo io attingo per tutto il resto.

    Mi piace

    3 giugno 2012 alle 6:08 pm

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