L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Apparenza del corpo e bellezza: l’ornamento femminile

La preoccupazione per l’ornamento del corpo femminile, leggasi vestiti, gioielli, cosmetici e altri ornamenti, appare già in epoca romana ed è un tema ricorrente nei testi cristiani durante l’istituzionalizzazione del cristianesimo.

Esiodo nella sua Teogonia e in Le opere e i giorni fa una suggestiva descrizione di Pandora in cui enfatizza il suo ornamento. Pandora è modellata da Efesto e adornata da Atena. Atena la adorna con vestiti d’argento, un velo intelligente, ghirlande di fiori e un diadema fatto da Efesto. È questa la prima caratteristica di Pandora, l’ornamento. La seconda, legata alla prima, è la falsità. Zeus manda Pandora a Epimeteo per tendergli una trappola, perché Prometeo, fratello di Epimeteo, aveva rubato il fuoco olimpico divino per darlo agli uomini. Pandora, simbolo della donna non controllata e pertanto temuta, apre il vaso o giara (pìthos) che contiene i mali del mondo.

Più tardi Tertulliano, che visse tra il II e il III secolo, in De cultu feminarum, afferma che gli ornamenti sono adatti alla donna, Eva, che è dannata ed è morta, per coprire la sua morte e andare acconciata come per dare splendore al suo funerale. Anche i trattati medievali De ornatu trattano questo tema, così come altri testi, tra cui i testi giuridici medievali e moderni, cioè le leggi suntuarie.

Le leggi suntuarie cercano di proteggere l’onore maschile attraverso l’onorabilità e l’onoratezza delle donne. Cioè l’onore maschile e l’onoratezza femminile sono direttamente legati al corpo femminile, al coprire il corpo femminile, alla decenza, in quanto la donna viene classificata pura-casta o impura a seconda che il suo comportamento sessuale si adegui o no alle regole imposte dall’ordine patriarcale. Perciò i codici d’onore si riflettono nella legge, parte del corpo simbolico, del discorso dominante.

D’altra parte, contraddittoriamente, l’ideale di bellezza femminile che è stato predominante nelle società patriarcali occidentali almeno dai tempi della Grecia antica, concepisce le donne come oggetto del desiderio maschile. Le donne, trasformate in oggetto dal soggetto maschile, diventeranno meri ornamenti, oggetti da guardare da fuori e il cui valore dipende dalla capacità, come oggetto donna, di attrarre il soggetto uomo. Il patriarcato inventa un ideale di bellezza femminile a cui le donne devono tendere, che si distribuisce nei diversi livelli del suo discorso, spingendole a seguirlo se vogliono sentirsi valorizzate, anche se solo come oggetto di desiderio dell’altro e a partire dalle premesse dell’altro.

Tuttavia, se l’ornamento femminile si riferisse esclusivamente alla trasformazione della donna in oggetto per rendersi attraente per gli uomini, le leggi suntuarie non avrebbero nessun senso: perché proibire o punire qualcosa che rafforza il sistema dominante stesso? In questo senso, seguendo Michel Certeau, è necessario anche considerare che ciò che fa l’apparenza autorizzata del “reale”, cioè la sua rappresentazione, è camuffare la pratica che sta realmente dietro al fatto in sé. Nel caso dell’ornamento femminile, la sua versione autorizzata, il cui obiettivo è che le donne possano attrarre gli uomini, coprirebbe il desiderio femminile che sta oltre l’intervento maschile, di donna soggetto e in contatto con la genealogia materna. Questo senso dell’ornamento femminile spiegherebbe meglio l’esistenza delle leggi suntuarie.

Il doppio discorso dell’ordine simbolico patriarcale

Non è un caso che la condanna dell’ornamento del corpo femminile nel discorso patriarcale non si esprima solamente nei trattati morali cristiani ma in particolare nelle leggi. Le iscrizioni giuridiche costituiscono il corpo come parte dell’ordine sociale o collettivo, strutturando l’ampia categoria della soggettività richiesta in epoche concrete. Questo significa che l’ornamento femminile, a cui è stata dedicata parecchia letteratura, non è stato un problema morale ma politico.

Durante i periodi medievale e moderno, in tutta Europa si promulgarono leggi suntuarie sul lusso e il vestire. Una parte sostanziale di questa normativa si riferiva specificamente alle donne, e il suo significato andava ben oltre lo strettamente economico, si iscriveva nel quadro del controllo sul corpo delle donne, con la demarcazione dei limiti e delle divisioni create per loro dalla società patriarcale.

Le norme che potevano regolare le differenze sociali tra le persone, le regolavano anche in maniera differenziale a seconda dell’onestà delle donne, cioè rendendo chiara la distinzione tra le “cattive” e le “buone” o “onorate”, soprattutto tra le prostitute e il resto delle donne. Il pudore faceva sì che si regolasse, per esempio, la misura della scollatura. Non attrarre indecorosamente l’attenzione con il vestito, sintomo di immoralità sessuale, o non sprecare i soldi del marito, cosa a cui si presupponeva fossero propense le donne, erano alcuni degli obiettivi di queste leggi. Le donne delle città vestivano in un modo che gli uomini di legge e i sacerdoti considerarono improprio per le donne oneste e misero in rapporto, a seconda del modo più o meno suggestivo di vestire, con la propensione ad avere un comportamento sessuale riprovevole per le donne dell’epoca, leggasi adulterio, rapporti sessuali non protetti dal matrimonio ecc.

Nei territori della monarchia spagnola, sia la legislazione catalana sia quella castigliana promuovono questo tipo di leggi, benché in Catalogna nel Medioevo saranno soprattutto le ordinanze delle città a farsene carico. Quanto alla legislazione generale, la legge castigliana contempla questo tema più ampiamente, con tutta una serie di disposizioni che appaiono raccolte nella Novísima Recopilación.

Il carattere politico dell’ornamento femminile si svela quando l’uso delle medesime categorie applicate alle donne, cioè la loro classificazione in oneste e disoneste, si traduce in normative diverse, e perfino contraddittorie, in Castiglia e in Catalogna. In Catalogna, diversamente da come vedremo nella legislazione castigliana, le prostitute o donne “vili” possono vestire come vogliono, ma non possono andare a capo coperto o portare mantello o cappa come le dame. La legislazione castigliana, invece, è più restrittiva con le prostitute che con il resto delle donne. Va in questa direzione una legge datata nel 1534, successivamente ratificata da una prammatica del 1623, che obbliga: “…che le donne, che pubblicamente sono cattive, e guadagnano da quello, non possano portare né portino oro, né perle né seta, pena la perdita della roba di seta e di ciò che portassero, e quanto ai ricami e guarnizioni d’oro, si intende che ciò che è proibito generalmente […] a maggior ragione comprende questo genere di gente […]. Ciò che è proibito a tutte le donne, non possono portarlo tali donne pubbliche né in casa loro né fuori; ma ciò che si proibisce loro particolarmente, non va inteso dentro le case ma fuori, come si è sempre interpretato e fatto…”.

In entrambe le legislazioni si vedono differenze nel vestito a seconda del grado di onestà loro attribuito, a seconda dello stato civile, e a seconda dello status sociale. In Catalogna, le donne sposate portano la testa coperta da veli. Le vedove sono vestite di nero. A volte pare che questo colore diventi talmente di moda che le autorità ne restringono l’uso ai parenti stretti della persona deceduta, per il costo di questo vestiario e perché la città non sembri un corteo funebre. In tal senso si pronuncia la Costituzione “Per quant en los casos”, raccolta nelle Constituciones de Cataluña. Anch’essa nel senso di restringere il lusso del vestire, che include “panni” (tessuti) e “fasce forestiere”, pena 10 lire e la confisca della roba, si pronuncia la Costituzione “Considerant los grans”, promulgata da Filippo V nel 1702.

Quanto alla legislazione castigliana, esistono disposizioni simili che proibiscono il lusso nei vestiti, e i tessuti di o con oro e argento, anche se si tratta a volte di modalità diverse, come si è visto in particolare rispetto alla posizione nei confronti delle prostitute.

Le leggi, come parte del corpo simbolico dell’ideologia patriarcale dominante e in linea con essa, nel regolare come si deve coprire il corpo femminile sottolineeranno con forza la divisione tra donne oneste e disoneste. Come premio, le donne “onorate” avranno sì un ruolo sociale subordinato agli uomini, ma riceveranno in cambio la “protezione maschile” rispetto alla violenza di altri uomini, violenza che per le donne “senza onore” costituirà una minaccia permanente. Questa protezione, che sarà sempre relativa, si vedrà subordinata a un comportamento di obbedienza e soggezione da parte delle donne, che dovrà essere anche pudico, particolarmente nel caso delle vergini.

Tuttavia, le donne belle non erano quelle che si comportavano in accordo con le leggi o la letteratura patristica. Queste, considerate donne “pudiche” o vereconde, avevano meno probabilità di sposarsi a meno che non avessero una buona dote. In un periodo in cui le donne avevano poche scelte al di fuori del matrimonio, questo fatto avrebbe inciso sulla preoccupazione delle donne per la propria apparenza almeno quanto lo fa al presente, nell’attuale versione del tema, che prende forme diverse in conformità agli ideali dell’epoca e al contesto storico. Così, l’altra faccia della medaglia del discorso patriarcale occidentale è costituita dall’ossessione o dalla grande enfasi posta sull’apparenza del corpo delle donne, che sono trasformate in oggetti destinati a essere guardati, e molto spesso valutate con questo criterio, dato che questa è una forma di controllo del corpo e della vita delle donne. Cioè, l’enfasi sull’apparenza del corpo delle donne e sui modelli ideali di bellezza rifletteranno e riprodurranno i rapporti patriarcali di potere tra uomini e donne.

Le donne discutono sull’ornamento femminile

Seguendo Milagros Rivera, durante il XV e il XVI secolo, e potremmo dire anche nel XVII, tra le donne colte si profilano tre posizioni riguardo all’ornamento femminile. Una prima posizione, che sarebbe quella riflessa dal testo di Mary Astell, si esprime contro l’ornamento, vedendolo come un modo di mantenere le donne istupidite e sottomesse al potere degli uomini, dato che coltivano i loro corpi invece delle loro anime, per attrarre il desiderio maschile. Questa posizione fu adottata da molte donne umaniste durante il Rinascimento, le puellae doctae, come Isotta Nogarola, Laura Ceretta e Luisa Sigea de Velasco. Laura Ceretta scrisse una lettera a Augustinus Aemilius intitolata “Maledizione contro l’ornamento delle donne”, in cui denuncia il fatto che le donne siano più interessate al loro ornamento fisico, ai cosmetici e ai gioielli, che all’ornamento delle menti. Il testo di Mary Astell sarebbe una continuazione della linea iniziata dalle umaniste, poiché si deplora che “mentre la vostra Bellezza manda bagliori attorno a voi, le vostre Anime […] devono subire di essere invase dalle Erbe Grame”, o che le donne accettino che le anime siano state date loro “per il servizio dei nostri Corpi, e che il meglio che possiamo ottenere da questi sia di attrarre gli Occhi degli Uomini”, buttando via le loro doti (fisiche e spirituali) “per uomini vanitosi e insignificanti”.

Una seconda posizione sarebbe quella delle donne che si espressero contro le leggi suntuarie e che pensavano che le donne dovessero avere la possibilità di adornarsi dato che era l’unica cosa propria che avevano. Infine, una terza posizione sarebbe quella adottata da Christine de Pizan, nel XV secolo, che sostenne che non tutte le donne si adornano per attrarre gli uomini: ci sono donne che lo fanno per se stesse, per un piacere corretto o una inclinazione all’eleganza nel vestire ecc. Questa posizione, benché precedente nel tempo rispetto a quella delle umaniste sostenitrici della prima, costituisce la sintesi delle altre due, rompendo la dualità o dicotomia che esse rappresentano.

Residuo della genalogia materna?

È un caso che sia Atena quella che nel mito greco-romano adorna Pandora? Questo mito non riflette una relazione tra donne riguardo all’ornamento femminile che era forse più evidente ai tempi di Esiodo?

Milagros Rivera si è soffermata a studiare il senso dell’ornamento femminile. Secondo questa autrice, la comprensione della polemica sul perché o per chi le donne si siano adornate è difficile se non si intende il fatto che le donne sono vissute in una società patriarcale che ha tra le sue istituzioni di fondo l’eterosessualità obbligatoria. La condanna dell’ornamento delle donne da parte del discorso patriarcale, oppure al contrario l’accettare l’ornamento come qualcosa che le donne fanno per attrarre gli uomini, portandolo molte volte all’esagerazione e alla manipolazione, si iscriverebbe in questi parametri, che attraverso l’istituzione dell’eterosessualità obbligatoria reprimono atteggiamenti o azioni e manipolano il loro significato ultimo.

Così, la pratica dell’ornamento del corpo femminile nel suo senso originario farebbe parte dell’ordine materno, mettendo in comunicazione le donne con l’origine femminile della vita umana dalla carne, cioè il vincolo con la madre. Questo indipendentemente dal fatto che durante e dopo il Rinascimento, come abbiamo visto, alcune donne che discussero il tema fossero contrarie all’ornamento femminile, posizione da intendersi nel contesto dell’eterosessualità obbligatoria come istituzione chiave dell’ordine patriarcale.

Una vita alla ricerca della libertà femminile

Mary Astell (1666-1731) nacque a Newcastle, figlia di una famiglia borghese quanto a reddito, proprietà e livello di istruzione, venuta meno negli ultimi anni e dopo la morte del padre. Alla morte del padre, Mary visse in una casa femminile, nonostante avesse un fratello e un precettore che era suo zio. Questi si fece carico della sua educazione, che comprendeva latino, francese, matematica e filosofia naturale. A 22 anni Mary Astell si trasferì a Londra, dove si sistemò nel quartiere di Chelsea. Cominciò a scrivere poesia religiosa di qualità, finché nel 1694 pubblicò il suo Serious Proposal to the Ladies, in cui oltre che parlare dell’ornamento femminile fa una proposta per l’educazione delle donne. Tra questa data e il 1709 pubblicò otto libri, uno dei quali è Some Reflections Upon Marriage, pubblicato nel 1700, in cui critica il matrimonio, che lei aveva rifiutato restando nubile. Nel 1709 inoltre aprì una scuola per le figlie degli ospiti del Royal Hospital a Chelsea.

La sua opera A Serious Proposal to the Ladies fu apprezzata da donne colte del tempo, come Lady Catherine Jones, Lady Elizabeth Hastings, la contessa Ann Coventry e la principessa Anna di Danimarca, in particolare per la proposta di creare una specie di università o comunità educativa per donne.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...