L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Il teatro medievale: l’influenza classica nel dramma cristiano della Chiesa latina

Dopo la caduta dell’Impero romano sembrò che il teatro fosse destinato a non esistere più. La Chiesa cattolica, ormai diffusa in tutta Europa, non apprezzava il teatro ed addirittura scomunicava gli attori. Ha scritto Glynne Wickham nel prologo alla sua “Storia del teatro”: “Di tutte le arti il teatro è quello che può infastidire di più. Fu bandito in tutta l’Europa cristiana per quattro secoli dopo il sacco di Roma del visigoto Alarico nel 410 d.C.” A questa situazione, però, sopravvivono i giullari, eredi del mimo e della farsa atellana. Intrattengono la gente nelle città e nelle campagne con canti ed acrobazie ma pende su di loro la condanna della Chiesa la quale, dal canto suo, dà origine ad un’altra forma di teatro: il dramma religioso o sacra rappresentazione, per mezzo del quale i fedeli, spesso analfabeti, apprendono gli episodi cruciali delle Sacre Scritture. Alcuni scrittori religiosi tentano la conciliazione della nuova fede con le vecchie forme pagane e scrivono drammi sacri in stile più o meno classico.

L’influenza classica è presente anche nei drammi di Rosvita. La monaca sassone rappresenta un caso eccezionale come letterata in quanto donna e per di più religiosa. Vissuta tra il 935 e il 973 dopo Cristo, ha scritto sei opere, ispirandosi a Terenzio per sua stessa dichiarazione, ma il suo assunto era quello di vedere vittoriosa la fragilità femminile domando la forza maschile. Le sue maggiori fonti di ispirazione sono i vangeli apocrifi e le agiografie. Perché Rosvita scrive drammi? Perché decide di imitare uno scrittore pagano come Terenzio? A queste domande risponde lei stessa nella prefazione alle sue opere. Rosvita dichiara nella lettera di presentazione del suo lavoro, indirizzata agli intellettuali di corte, di voler scrivere drammi al modo di Terenzio, ma con contenuti cristiani a causa del successo che l’autore pagano riscuoteva all’epoca. Suo intento è quindi quello di usare la forma terenziana che risultava di maggior presa sul pubblico, ma modificandone i contenuti. Un’altra cifra caratteristica del lavoro di Rosvita è la centralità della figura positiva della donna. La donna nei drammi di Rosvita vince con la forza della fede sugli uomini e sulle loro debolezze, cercando così un riscatto dalla mentalità misogina medioevale. L’opera di Rosvita ebbe purtroppo pochissima diffusione nell’immediato ma conobbe maggiore fortuna nel periodo umanistico. La sua fu un’opera isolata, priva di contatti con la contemporanea realtà teatrale ma sorretta da un naturale istinto drammatico. La critica moderna è orientata a riconoscere che i drammi di Rosvita non furono concepiti per la rappresentazione, bensì per la lettura ad alta voce (la declamatio).

Nel Medioevo, gli attori non erano professionisti come quelli greci o romani ed erano tutti uomini, anche per le parti femminili. Casi di donne in scena, come quella che nel 1468  a Metz suscitò un tale entusiasmo nella parte di santa Caterina che un gentiluomo la volle in sposa, sono non solo eccezionali, ma appartengono alla fine del Medioevo. Forse è quello il primo annuncio del prossimo ingresso delle attrici in scena, che avverrà solo col Rinascimento italiano.

 

 

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