L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

L’Ottocento delle primedonne

É nell’Ottocento che la donna, in virtù di un singolare rovesciamento di schemi, giunge ad un invidiabile inserimento sociale, trasformandosi nello stesso tempo in modello di morale e di costume. Quelle che la scrittrice Anna Banti chiamerà le “Ulisseidi” sono le protagoniste, insieme ad importanti attori maschi – da Gustavo Modena a Tommaso Salvini, da Eduardo Scarpetta a Ermete Zacconi, da Moissi a Novelli – dell’Ottocento teatrale, il secolo nel quale primeggiano gli interpreti, soprattutto dopo l’Unità d’Italia. Anna  Fiorilli  Pellandi  (Padova  1772-1840), figlia  d’arte,  come  quasi  tutte  le  attrici  famose dell’Ottocento, esordisce quindicenne nella Virginia di Vittorio Alfieri, autore del quale sarà spesso interprete, anche se sarà considerata attrice eclettica, potendo passare dalla Commedia dell’arte alla commedia goldoniana, a Metastasio, allo stesso Alfieri. Si guadagnò, infatti, l’appellativo di “miracolo dell’arte”. Carlotta Marchionni (Pescia 1796-1861), erede diretta della Fiorilli, che aveva goduto di un clima di relativa libertà, deve invece sottostare a un ferreo schema di moralità e perbenismo. E’stata la protagonista  della  Francesca da Rimini di  Silvio  Pellico,  rendendo  la  protagonista  “un  angelo”.  La definirono anche “perfetto ideale della femmina italiana”; sapeva suscitare commozione, portando il pubblico a piangere. Tra le altre attrici che negli anni della Marchionni ebbero gli onori della ribalta c’era Amalia Bettini, graziosa ed istruita, che poteva vantare l’ammirazione di Pellico, del Tommaseo, del Niccolini e del Belli. Si lamentava l’erudita Bettini: “La nostra professione in Italia non è premiata in compenso alle pene che ci tocca soffrire. Il pubblico vuole robba nuova, si studia senza posa, non abbiamo un poeta drammatico o tragico”.

Il modello che tiene banco in questo periodo è, comunque, quello della donna angelicata. Adelaide Ristori (Cividale del Friuli 1822-1906) diventa l’incarnazione di un modello, il prodotto perfetto delle esigenze e del gusto di un’epoca. L’attrice diventa il simbolo dei valori nei quali lo spettatore crede. Adelaide Ristori ebbe fama internazionale e compì numerosa tourneé, per lunghi periodi: in Francia, a Londra, negli Stati Uniti e in Sudamerica. L’attrice, oltre che come sublime artista, veniva rappresentata quale ardente patriota, che aveva lavorato assiduamente per il progresso e l’indipendenza d’Italia. A riprova venivano riportate le lettere che le scrissero  Camillo Cavour e Giuseppe Garibaldi.

A partire dall’unità d’Italia, l’ondata di rifiuto del perbenismo che si manifesta negli ambienti culturali e artistici si riflette anche sul teatro, in modo però ambiguo. La rappresentazione de La dama delle camelie di Alessandro Dumas, che fu rifiutata da Adelaide Ristori ed ebbe come protagoniste Fanny Sadowsky e Clementina Cazzola in due diverse edizioni, segna una svolta peraltro non radicale, nel costume della politica teatrale della Penisola. Vengono meno i controlli sulle caratteristiche di attrici, mogli e madri esemplari, e si è meno critici sulle qualità morali dei personaggi. La Sadowsky non è figlia d’arte; il padre è un ufficiale polacco, molto contrario al fatto che la figlia si dedicasse al teatro, anche se aveva capacità e fascino. La sua carriera si svolge per molti anni in un importante teatro di Napoli, dove si trova a fronteggiare la rivalità di Adelaide Ristori, ed è ricca di successi grazie anche ad amicizie con intellettuali e critici di primo piano. Il punto forte della Cazzola consiste, invece, nel magnetismo degli occhi: il suo sguardo è la quintessenza del suo pensiero. L’attrice si lega a Tommaso Salvini e, lasciato il marito, fa compagnia con il grande attore. Le viene riconosciuto un nuovo stile: saper analizzare i testi senza perdere in romanticismo. In questi anni, Giacinta Pezzana (Torino 1841-1919), formatasi al teatro dialettale, si mostra libera dal vezzo dell’accademia e si  indirizza a recitare in modo spontaneo. La Pezzana si distingue anche su un altro piano: è presente ad ogni tentativo di costituire compagnie  stabili,  a  Roma  e  altrove,  e  sogna  anche di fondarne  una  stabile  in diletto romanesco. E precorrendo i tempi aspira, avendone le capacità, alla regia.

Nel corso del secolo, si apre una riflessione etica ed esistenziale sulla vita umana in generale e sulla scena complessiva del mondo a partire dal concetto di tragico. Hegel afferma che il conflitto tragico, pur avendo sostanzialità ed effettualità, non si conserva come tale, ma trova la sua giustificazione solo in quanto contraddizione superata. A questa interpretazione, si oppone Schopenhauer che definisce la tragedia come “la rappresentazione della vita nel suo aspetto terrificante”; in questo senso essa“ costituisce un segno della natura propria del mondo e dell’essere”. Ma nel corso dell’Ottocento venne continuamente rilanciata anche una terza concezione, avanzata da Schiller, che presenta il tragico come una manifestazione della poesia sentimentale che rappresenta il conflitto tra il reale e l’ideale e che si divide nei generi satirico ed elegiaco. Tuttavia, l’interpretazione del tragico che finisce per superare i presupposti della speculazione estetica e metafisica ottocentesca è quella di Nietzsche, che parte dalla visione di un mondo classico privo di equilibrio definitivo. La sua prima formulazione è data in La nascita della tragedia, in cui l’uomo greco è descritto come capace di scorgere l’orribile e l’assurdo nell’ esistenza e di trasfigurarlo in uno spirito apollineo, domando e assoggettando l’orribile, che diventa così il sublime (cioè l’oggetto della tragedia) e liberandosi dal disgusto per l’assurdo, che così diventa il comico (cioè l’oggetto della commedia).

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