L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

La donna nella società del Rinascimento

LE DONNE NELLA SOCIETA’ DEL RINASCIMENTO

L’entrata nel mondo di una bambina, anche nel Rinascimento, non suscitava la gioia che accompagnava la nascita di un maschio. Se la conseguenza della nascita di un erede maschio comportava, a volte, anche il condono di debiti, o la concessione della grazia ai prigionieri, il tutto condito da festeggiamenti sfarzosi, una figlia regalava sempre una certa preoccupazione ai genitori. Una femmina non solo non perpetuava il nome della famiglia, ma doveva essere allevata al riparo dalle tentazioni pericolose, e doveva essere accasata, con tutto il peso economico che questo significava.

Educazione femminile

L’educazione femminile fu una vera e propria innovazione di questo periodo, anche se la maggioranza la riteneva ancora una cosa non necessaria, o addirittura dannosa! Sin dall’infanzia le bimbe venivano sorvegliate, perché non avessero troppi contatti con i servi o gli schiavi, persone poco raccomandabili. Per evitare questo tipo di inconvenienti, erano mandate in convento, dove potevano studiare e stare al riparo dalle cattive compagnie, fino agli undici-dodici anni.

Uscite dal convento, le ragazze erano pronte ad imparare i loro doveri di donne, per divenire delle perfette spose, sotto la guida materna. Innanzi tutto dovevano avere una conformazione fisica adatta alla procreazione di numerosi figli, ed es- sere sane, in modo da dare al marito eredi forti e robusti. Oltre alle caratteristiche fisiche, dovevano anche possedere delle precise qualità morali. La perfetta sposa era pulita negli abiti e nel corpo, discreta, modesta e, soprattutto, onesta. Doveva rispettare ed ubbidire ai suoi parenti, cosa che lasciava supporre che sarebbe stata fedele nel matrimonio; doveva saper filare, cucire e accudire un’abitazione. Le caratteristiche qui e- lencate non dovevano essere tipiche solo della futura sposa, ma anche di tutte le donne della sua famiglia, poiché si riteneva che “quale la famiglia, tale la figlia!”.

I parenti del futuro marito indagavano, quindi, sugli ascendenti delle giovani pretendenti al matrimonio, inoltravano le ragazze allo sposo, e questi sceglieva la sua consorte, non sulle basi di un presunto amore, bensì vagliando i vantaggi di un’alleanza con una famiglia, piuttosto che con un’altra.

Panoramica sulle scrittrici italiane

Da un paragone con le scrittrici di lingua inglese, il numero e la qualità di quelle italiane risulta decisamente inferiore. Manca in Italia una ricca e solida tradizione di scrittura femminile alla quale rifarsi; mancano le Austen, le Brontë, le Eliot e le altre grandi voci di donna da cui trarre forza. Non è altrettan- to comune la presenza di un gran numero di donne che, fin dal secolo scorso e anche prima, hanno fatto della scrittura una professione. Per rintracciare una tradizione di scrittura femminile bisogna, per l’Italia, risalire più indietro nel tempo.

Nel Medioevo e nel Rinascimento le donne che scrivono sono relativamente abbondanti, anche se limitate a certe categorie privilegiate: le religiose, soprattutto nel Medioevo, e poi, nel Rinascimento, le aristocratiche da un lato e le cortigiane da un altro.

Le scrittrici del Rinascimento scrivono per lo più poesie e lettere, ma anche opere femministe: ne sono un esempio Il merito delle donne di Moderata Fonte e La nobiltà et eccellenza delle donne et i difetti e mancamenti degli uomini di Lucrezia Marinelli.

Dopo il Rinascimento per le donne c’è sempre meno spazio: le ragazze che ricevono un’istruzione, anche nelle classi agiate, sono ancora meno che nei secoli precedenti e, di conseguenza, cala il numero delle opere pubblicate e conservate.

Tra i libri di memorie riproposti di recente ci sono, per il 1600, La semplicità ingannata e La tirannia pa- terna di Arcangela Tarabotti e, per il 1700, le Memorie dal chiostro di Enrichetta Caracciolo. Sempre nel Settecento non mancano poetesse, soprattutto nell’Arcadia; una di esse, Fidalma Partenide (Petronilla Paolini Massimi), è tra le poche a denunciare nelle sue opere la condizione delle donne. A differenza che in Francia, però, l’Illuminismo sembra aver illuminato poco la strada delle scrittrici italiane.

Per tutta la prima metà dell’Ottocento le donne che scrivono continuano ad appartenere ad una ristretta élite che ha la possibilità d’istruirsi solo grazie agli insegnamenti di padri, fratelli o precettori. Solo dopo l’unificazione d’ Italia verranno aperte, a partire dal 1870, scuole pubbliche anche per le bambine e le ragazze che, solo verso la fine del secolo e gli inizi del successivo, iniziano a scrivere per professione. Alle poesie, alle lettere e ai diari che, per quasi tutto l’Ottocento, costituiscono la produzione della maggior parte delle scrittrici, si aggiungono i romanzi e gli articoli di giornale. Il romanzo, genere che per la sua novità e flessibilità è stato il più naturale sbocco per le scrittrici, diventa anche in Italia il settore privilegiato dalle donne che vogliono guadagnarsi da vivere scrivendo. Lo diventa più tardi anche in Francia e in Inghilterra, ma non con gli stessi risultati e in maniera così massiccia, non essendoci un altrettanto vasto pubblico di lettrici a cui rivolgersi.

Quasi sempre i romanzi scritti a cavallo tra Otto e Novecento sono molto interessanti, anche per come si rapportano al femminismo, che in quegli anni incomincia a organizzarsi in gruppi di tendenza più o meno radicale e a pubblicare numerosi periodici.

Più tardi, agli inizi del fascismo, le scrittrici e pittrici appartenenti al movimento futurista rappresentarono un gruppo ancora più contraddittorio di donne che cercarono, in alcuni casi, di conciliare il proprio desiderio di affermazione con l’ideologia misogina del movimento e, in altri, accettarono completamente un ideale di donna vista in funzione dell’uomo. Tra le scrittrici che hanno incominciato a pubblicare i loro romanzi durante o nel primo decennio dopo la guerra è compreso il numero forse più alto in assoluto di narratrici di grande qualità, ciascuna con un suo stile del tutto personale e inconfondibile. Tra queste ricordiamo in particolar modo Ada Negri e Sibille Aleramo.

Oltre ad Anna Banti ed Elsa Morante, le altre ottime narratrici di questo gruppo sono Anna Maria Ortese, Fausta Cialente, Gianna Manzini, Natalia Ginzburg, Lalla Romano e Maria Bellonci, ma nessuna di loro può essere comunque definita femminista. Chi invece, in anticipo sui tempi, ha usato nei suoi ro- manzi tematiche femministe è stata Alba De Céspedes, che però ha scontato questa scelta con un insufficiente riconoscimento, a suo tempo, dalla critica ufficiale e, più tardi, da quella femminista. Le tantissime scrittrici di romanzi e racconti della generazione seguente, aggiungendosi alle precedenti, hanno gradualmente portato la percentuale di donne nella narrativa italiana a valori sempre più alti, fino a co- stituire, in questi ultimi decenni, una presenza massiccia che, se non sembra per ora annoverare maestre della statura di Morante o Banti, comprende un buon numero di valide scrittrici.

In particolare gli anni sessanta-settanta hanno visto una vasta produzione femminista. Dacia Maraini è tra le più eclettiche, scrive romanzi, poesie e saggi. Gli anni ottanta e novanta confermano la tendenza ad un aumento del numero di scrittrici che, con sorpresa e sgomento dei più distratti, ottengono ricono- scimenti di critica e di pubblico. Tra le più note ricordiamo Paola Capriolo, Susanna Tamaro, Isabella Bossi Fedrigotti, Marta Morazzoni, Lidia Ravera. Ma ne andrebbero ricordate molte altre, la cui produzione va dalla narrativa, alla saggistica, agli interessanti esempi di contaminazione linguistica.

Una Risposta

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto and commented:
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    13 novembre 2012 alle 9:18 am

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