L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Matrimonio nel XVIII secolo

Nel XVIII secolo, i riti nuziali erano dettati sia dalle convenienze sociali, sia dalle usanze, con predominanza dell’uno o dell’altro a seconda che si trattasse di matrimoni aristocratici o popolari.
In genere, le ragazze nobili andavano in sposa all’uscita dal convento, assecondando la scelta, spesso avvenuta da tempo, compiuta dai genitori.

A Venezia il giovane, una volta che il matrimonio era stato deciso, passava sempre, ad un’ora convenuta, sotto le finestre della sua promessa, che doveva rispondere con un saluto. Il futuro sposo era inoltre tenuto ad offrirle un diamante, che era chiamato il ricordino. Prima della benedizione nuziale, la madre dello sposo donava alla giovane donna un filo di perle, che la sposa doveva portare sempre, fino alla fine del primo anno di matrimonio.

Di solito, le unioni tra due grandi famiglie erano celebrate con una festa in casa, in cui si sfoggiava il più grande lusso di sete, spade, gioielli, nel salone più grande del palazzo. Da un testo dell’epoca sappiamo che la sposa appariva vestita con un abito di broccato d’argento, con il petto ricoperto di pizzi e gioielli, dando la mano al maestro di cerimonia, che era vestito di nero, con le spalle coperte da un mantello dal collo ampio. La sposa si inginocchiava su un cuscinetto di velluto per ricevere la benedizione del padre, della madre e dei parenti più vicini, poi, condotta al centro della sala dal maestro di cerimonia, poggiava la sua mano in quella del suo futuro marito, e il sacerdote dava loro la sua benedizione. Gli sposi si scambiavano un bacio e l’orchestra iniziava a suonare. La sposa apriva le danze, che sarebbero durate fino a tarda notte, ballando da sola.

Nel corso del secolo le consuetudini mutarono leggermente. Le dame, invitate alla cerimonia, indossavano un vestito che poi sostituivano per il ricevimento. Il primo era sempre di seta nera ornato di pizzo, il secondo invece era colorato. Anche la sposa si cambiava, e rimpiazzava con gioielli gli ornamenti di perle che aveva usato con l’abito bianco.

A Venezia gli sposi mettevano a disposizione degli invitati un centinaio di gondole, con i barcaioli vestiti con l’abito da cerimonia; e lo stesso sfarzo dei costumi accompagnava anche i riti funebri, in cui i parte- cipanti non cessavano di fare sfoggio di eleganza e ricchezza.

In Sicilia, terra in cui le tradizioni pagane erano ancora molto radicate, nel Settecento il rituale del fidanzamento e delle nozze contadine ricordava quello dei tempi antichi.
Erano solitamente le madri di ragazzi a scegliere le spose tra le giovani del villaggio. La scelta veniva espressa in vari modi, di cui uno era il far cadere una spazzola, all’alba, sulla porta della prescelta. La giovane doveva raccogliere la spazzola ed aspettare, a mezzogiorno, la visita preannunciata. La futura suocera legava quindi i capelli della ragazza con un nastro, simbolo del fidanzamento. Il tutto era accompagnato dalla distribuzione di ceci, mandorle, noci e fave abbrustolite.

Il giorno delle nozze, poi, un corteo andava a prendere la fidanzata. Il padre dello sposo entrava quindi da solo, faceva un complimento alla giovane e la portava per mano, vestita in abito cerimoniale, allo sposo che la attendeva sulla porta. Dall’alto sui due venivano sparsi pane e sale, come augurio di fecondità e ricchezza. La suocera della sposa poneva, quindi, un biscotto di pasta fine sull’occhiello dell’abito della ragazza, fissandolo con dei nastrini, in simbolo del nutrimento, che la ragazza avrebbe sempre dovuto ricevere dallo sposo. In chiesa era il prete ad infilare gli anelli agli sposi, d’oro per lui e d’argento per lei, dopo averli scambiati tra loro per tre volte. Anche le corone d’alloro, di olivo, di rosmarino e di fiori, che il sacerdote posizionava sulla testa degli sposi, erano scambiate per tre volte, e poi ricoperte da un velo di garza bianca. Gli sposi si tenevano per il mignolo della stessa mano e reggevano una candela accesa. Il banchetto veniva consumato nella chiesa stessa, ed il sacerdote spezzava il pane, lo inzuppava nel vino e ne dava tre pezzetti agli sposi, poi rompeva il bicchiere, per dimostrare quanto fosse fragile la felicità. Dopodiché gli sposi, gli invitati ed il sacerdote, tenendosi per mano, giravano tre volte intorno al tavolo, danzando e poi, cantando in corteo, tutti si dirigevano a casa dello sposo. Alla fine del banchetto, veniva messo in tavola un piatto in cui gli invitati lasciavano i doni per gli sposi.

2 Risposte

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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    27 novembre 2012 alle 10:44 am

  2. Grazie per questa nuova perla

    Mi piace

    27 novembre 2012 alle 6:56 pm

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