L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

L’istruzione dopo l’Unità d’Italia

La scuola e il modo in cui organizzarla è stata sempre oggetto di scontri culturali e politici e un particolare interesse può avere la ricostruzione del dibattito sull’educazione delle donne. A partire dall’Unità d’Italia si sono scontrati e confrontati modelli femminili di istruzione proposti dalle donne più innovatrici (le donne che incidono maggiormente sono quelle che fanno parte, come Anna Maria Mozzoni o Anna Kuliscioff, dei movimenti emancipazionisti e socialisti, ma vi sono anche donne di esplicita fede cattolica e donne facenti parte delle classi nobili o dell’alta borghesia) e modelli maschili di istruzione proposti dagli uomini più conservatori (intellettuali cattolici e laici convinti che le donne devono essere “educate ma non istruite” e che la vocazione della donna è la famiglia e non lo studio, per cui vedere “una donna con un libro o un giornale” è anacronistico come vedere “un uomo che lavora a maglia”).

Per quanto riguarda i modelli di istruzione maschili relativi alla donna, l’immagine complessiva che viene trasmessa riprende molto del ruolo attribuito alla donna nel Settecento da un pedagogista come Rousseau, che voleva la donna non istruita, ma solo educata per un ruolo familiare e subordinata all’uomo in tutte le attività intellettuali; quando parla di Sophie, ne parla solo come futura moglie di Emilio, scrive che “tutta l’educazione delle donne deve essere relativa agli uomini. Piacere a loro, essere gentili, farsi amare e rispettare, educarli da giovani, curarli da grandi, consigliarli, consolarli, rendere la loro vita piacevole e dolce: ecco i doveri della donna in tutti i tempi e ciò che bisogna loro insegnare sin dall’infanzia”.

Alla luce di questo confronto/scontro tra modelli maschili e femminili di istruzione è possibile rileggere le leggi sulla scuola dello Stato unitario italiano (i modelli di istruzione ufficiali).

La prima , la legge Casati, varata in Piemonte nel 1859, presenta, nelle sue linee generali, un modello di istruzione in cui lo Stato è direttamente responsabile solo della formazione di tipo liceale-universitario pensata per la classe dirigente (maschile), mentre sono escluse le donne nel loro complesso e gli uominidelle classi popolari. L’istruzione di base e quella tecnica non vengono generalizzate ma sono affidate come spesa ai Comuni, facendo sì che i Comuni più poveri, collocati soprattutto nelle regioni del sud, avessero i tassi più elevati di analfabetismo e le più vistose carenze di persone con formazione tecnica. Le donne dei movimenti emancipazionisti devono condurre una lunga battaglia perché, alla fine dell’Ottocento, comincino a cadere le barriere formali alle scuole tecniche, ai licei e all’università. Alcuni intellettuali, come Pasquale Villari, iniziano a promuovere politiche scolastiche più favorevoli alle donne (Villari sposa un’ intellettuale inglese, Linda White, che gli permette di conoscere le elaborazioni più innovative sui diritti delle donne in Inghilterra). I segnali di apertura ad un’ immagine di donna “con un libro e un giornale in mano” si interrompono bruscamente con la Legge Gentile del 1924, che riteneva che le donne non avessero “quella originalità del pensiero né quella ferrea vigoria spirituale” che sono “i cardini della scuola formativa e dello spirito superiore del paese”. La diffusione dell’ ideologia fascista chiuderà d’altra parte non solo le possibilità di mobilità sociale attraverso la scuola (così come proponeva Gentile con la sua riforma), ma la libertà stessa dell’insegnamento; e negli ultimi anni del fascismo la Carta della scuola di Giuseppe Bottai erigerà un monumento all’uomo fascista, con accanto l’immagine su- balterna della donna sposa e madre. I tentativi di escludere il genere femminile sia dall’accesso alla cultura che, ancor di più, dalla produzione di cultura, è un atteggiamento diffuso dei poteri maschili a tutti i livelli che costantemente si ripropone nella storia. In questa esclusione i saperi scientifici e tecnologici hanno giocato, come afferma Donna Haraway, esponente del femminismo statunitense, la parte del leone, tanto da poter dire che “la scienza è in fin dei conti l’unica cosa di cui valga oggi la pena di occupar- si”. Il recente sviluppo della storia delle donne ha fatto emergere tra Ottocento e Novecento una straordinaria ricchezza di posizioni femminili che si oppongono al modello di istruzione più reazionario nei confronti delle donne. Già nel periodo precedente l’unità d’Italia, Eleonora Pimentel Fonseca si trova a dover lottare contro un marito che le impedisce, una volta sposata, di proseguire gli studi, e solo dopo una separazione molto contrastata potrà affermarsi come direttrice del Monitore Napoletano, elaborando un progetto per l’istruzione femminile nel tentativo di aprire le strade all’istruzione alle nuove generazioni di donne. Dopo l’unità d’Italia vi sono donne aristocratiche che diffondono idee a favore delle donne dai loro “salotti”: ad esempio Cristina di Belgioioso scrive nel1886 nel saggio Della presente condizione delle donne e del loro avvenire che “i sapienti, gli scienziati, i poeti, gli uomini di stato ecc… godono dell’universale rispetto, mentre l’ignorante e l’ozioso sono derisi e tenuti in nessun conto. Ma della donna si richiede espressamente la più completa ignoranza…

A favore della istruzione (e di una diversa istruzione) delle donne e degli uomini incide in Italia il movimento emancipazionista, che ha come punto di riferimento principale Anna Maria Mozzoni (1837- 1920), che fonda società femminili (come la Lega per gli interessi femminili nel 1881), fa inchieste e presenta petizioni in Parlamento all’interno di una rete molto ampia di collegamenti tra donne di diverse città e punti di riferimento politici. Nel 1864 scrive ne La donna e i suoi rapporti sociali che “l’istruzione ed il lavoro, ecco le sole forze che possono e debbono risollevare la donna ed emanciparla: finché la società non l’avrà fatto nessun argine resisterà al torrente della corruzione, niuna diga si opporrà al degradamento morale e materiale della specie”; la sua posizione è per l’accesso delle donne a tutti i tipi di sapere e a tutte le carriere, contro le discriminazioni nei luoghi di studio e di lavoro. In questa battaglia emancipazionista delle donne il punto di riferimento non è solo l’uguaglianza al mondo maschile, ma una ricerca più complessa di identità. Maria Pastore Mucchi (in un articolo sul “La donna” del 5 Aprile 1909) scrive: “Che cosa vuole la donna moderna? Diventare ragione senza perdere il sentimento, diventare diritto senza perdere il dovere, diventare lavoro senza perdere la poesia. Ecco perché la mentalità a cui aspirano le donne contemporanee è uno dei grandi segni precursori dei tempi nuovi e sarà una delle più grandi potenze dell’avvenire”.

L’equazione percorsi femminili = percorsi deboli oggi non è più così diffusa: se si guardano le ultime statistiche, si può osservare che non solo le ragazze sono in tutti gli indirizzi del sistema scolastico e professionale, ma hanno superato i ragazzi nella frequenza e regolarità degli studi, arrivando in più elevate percentuali al diploma e alla laurea.

Una Risposta

  1. L’ha ribloggato su Educazione Consapevole.

    Mi piace

    1 maggio 2016 alle 4:34 pm

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