L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Da Sacerdotessa a Sposa: il matrimonio come processo di colonizzazione nella conquista patriarcale

di Vicki Noble

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Nel 1975 scrissi e pubblicai insieme ad altre un tascabile per donne, da usare nei gruppi di self help. Eravamo attiviste improvvisate  e   ci incontravamo nei gruppi di autocoscienza con lo scopo di riscattare i nostri corpi dall’establishment medico (e dai nostri amanti uomini) usando uno speculum di plastica e uno specchio per scrutare, per la prima volta nella vita, dentro la nostra vagina. La poetessa femminista radicale Robin Morgan scrisse un’introduzione al “Circle one” in cui faceva un parallelo tra l’espropriazione del corpo delle donne e il più generale processo di colonizzazione descritto dalla più grande autorità mondiale sull’argomento, Frantz Fanon. Costretto ad assumere i “cliché, i valori e l’identificazione” dell’oppressore, il colonizzato diventa naturalmente alienato dai “propri valori, dalla propria terra”, che nello specifico delle donne è il “nostro proprio corpo”. Fin dai primi giorni della seconda ondata del femminismo, che iniziò alla fine degli anni ‘60 e divenne un movimento rivoluzionario pienamente  dispiegato durante gli anni ‘70, le donne si concentrarono sul problema spinoso e complesso del “vivere con l’oppressore”, vissuto in maniera più esplicita e dolorosa all’interno della condizione del matrimonio eterosessuale.

Istruite fin dalla nascita a considerare il matrimonio (e la maternità)  come il destino finale di una donna, senza il quale sarebbe sola e incompleta, nella seconda metà del ventesimo secolo le donne occidentali  si sono trovate a incarnare un paradosso, poiché si   hanno dovuto confrontarsi col fallimento di quella stessa istituzione. Sia che ne siamo partecipanti attive  (volontarie) o meno, sia che succeda per scelta o per errore, la percentuale nazionale di divorzi è attualmente al 50%. (in Usa).  Dove vivo, in California, la percentuale si avvicina a punte del 75%. Ironia della sorte, di recente, i gay e le lesbiche fioccano a migliaia sulle scalinate del municipio di San Francisco per raggiungere quelle percentuali in aumento di eterosessuali falliti, perfino se la cosa in se stessa – il matrimonio legale per la vita – sembra certamente esalare il suo ultimo respiro. Come può essere che qualcosa che già funziona come un modello obsoleto possa avere una presa così forte addirittura fra quelli più radicali tra noi? La risposta, credo, sta nella storia del matrimonio come parte di quella transizione che è avvenuta nei tempi antichi da società centrate sul femminile (matriarcati) a quelle dominate dal maschio (patriarcati),  quando  la “sacerdotessa” è diventata la “sposa”.

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LE CIVILTA’ DELLA DEA

Esiste un poderoso  corpo di studi, soprattutto l’enorme lavoro di Marija Gimbutas, che documenta e descrive le antiche società pre-patriarcali che esistettero nei vari continenti africano e euro-asiatico. Sulle basi dei ritrovamenti dei più antichi siti  archeologici, l’America del Sud e quella del Nord, sembrano essere state entrambe centrate sul femminile. Basandosi su questo, le studiose femministe hanno corretto e rielaborato il lavoro sull’archeologia e la preistoria che era stato fatto prima che si sviluppassero metodi di datazione più accurati e più moderni. A questo punto, è stato appurato (e contemporaneamente nello stesso tempo caldamente negato) che esistettero davvero civiltà ginocentriche nella maggior parte delle zone sulla terra prima che il passaggio mondiale al patriarcato le cancellasse dalla nostra consapevolezza (e anche dalle nostre coscienze). E per quanto la reazione contro un mondo di questo genere sia violenta ed estrema, continua a venire alla luce altro materiale che corrobora e sostiene la ricerca femminista degli ultimi trent’anni.

Il mio principale interesse in questo lavoro è sempre stata la leadership religiosa delle sacerdotesse e delle sciamane. Le società dell’Antica Europa e delle regioni del Mediterraneo hanno lasciato testimonianze di leadership femminile in decine di migliaia di figurine femminili, in centinaia di modelli di templi in ceramica dalla forma di donna e in migliaia di vasi dai contorni femminili o dipinti con figure femminili, spesso danzanti. Lo sciamanesimo femminile, come ho detto in precedenza, assomigliava per lo più a una funzione collettiva dell’intera comunità delle donne messa in atto per il bene comune. Le donne che mestruavano e partorivano insieme fornivano un profondo campo vibrazionale a cui potevano partecipare donne, uomini e bambini per la guarigione e la rigenerazione dell’intera tribù. I primi “templi” edificati erano piattaforme all’aperto costruite vicino i cimiteri dove si pensa avessero luogo danze – rituali estatici che riguardavano la celebrazione della vita, della morte e del rinnovamento senza separare il vivente dal morto. Che la “venerazione degli antenati/e” fosse celebrata dalle donne e ne beneficiassero tutti, si evince dalle importanti tombe di donne in stanziamenti neolitici come quello di Çatal Höyük in Turchia del settimo millennio a.C.

Nelle  culture del primo neolitico dell’Antica Europa e del Mediterraneo c’erano dappertutto altari mobili (“tavole per le offerte”). Sarebbero stati associati in seguito all’officiare delle sacerdotesse Le sepolture di donne d’alto rango dell’Età del Bronzo e del Ferro   trovate   nelle steppe russe sono state identificate dagli archeologi come appartenenti a sacerdotesse. Dal Mar Nero alle montagne dell’Altai e di Tien Shan, le sepolture femminili contengono l’equipaggiamento necessario che identifica le alte sacerdotesse sciamane. Dai siti vinča del quinto millennio, gli archeologi hanno portato alla luce recipienti per le offerte antropomorfi e zoomorfi (visi di donne e di animali). Un modellino di trono con statuette femminili della cultura Sesklo in Tessaglia suggerì a Gimbutas “l’esistenza di un ordine gerarchico di sacerdotesse e di altre addette al tempio”. Altri corredi, trovati in siti neolitici, connessi alla leadership femminile risultano essere tipici di sepolture più recenti identificate come appartenenti a sacerdotesse. Gli accessori di questi corredi includono alti copricapo a cono, cinture o ghirlande particolari, specchi levigati,  cucchiai e piccoli contenitori per rituali solitamente ritenute dagli studiosi scatole per “cosmetici”.

Per le finalità di questo mio scritto, quello che è più interessante è che questi oggetti, caratteristici del lungo continuo lignaggio di sacerdotesse sciamane risalente come minimo al neolitico (dal settimo al quarto millennio a.C.) e giunto fino all’Età del Ferro (fine del primo millennio a.C.), costituiscono esattamente lo stesso materiale associato alle spose tradizionali  in quel medesimo vasto territorio. Ancora oggi in gran parte del continente africano e di quello euro-asiatico il tradizionale abito da sposa contiene come minimo alcuni dei motivi legati in origine alle funzioni delle sacerdotesse. La mia teoria è che durante la transizione spesso cruenta al patriarcato, che impiegò parecchi secoli per arrivare a compimento, l’intera dotazione delle sacerdotesse sciamane fu trasferita, sostanzialmente intatta, al nuovo ‘ufficio’ istituzionalizzato della sposa. In questo modo, la corrente sotterranea della civiltà originaria centrata sul femminile si è preservata nelle tradizioni popolari di ogni dove. Si ritrova, nella maniera più esplicita, nei rituali e nelle danze delle donne, nei riti matrimoniali e nei costumi delle spose, cui è stato permesso di sopravvivere nonostante i drastici cambiamenti che ebbero luogo nella forma di governo e, più in generale, nella società.

Questo passaggio (dalla sacerdotessa alla sposa) non è assolutamente avvenuto accidentalmente o per caso, ma sta a significare un vasto e deliberato processo di colonizzazione messo in atto dalle gerarchie degli invasori patriarcali. La popolazione femminile dell’Età del Bronzo e del Ferro venne cooptata e soverchiata tramite quello che viene definito con il piacevole termine di “matrimonio esogamico”, ma in realtà si trattò di annessione, stupro e imprigionamento delle donne di più alto rango  delle tribù conquistate. Alla fine, tutte le donne probabilmente vengono colonizzate nella pratica corrente, che prevede che le donne di un gruppo etnico siano sistematicamente stuprate e spesso ingravidante dagli uomini del gruppo dei conquistatori, come parte accettata  dell’etica di guerra.  Robin Morgan ha parafrasato la descrizione della colonizzazione fornita da Fenon: “Gli oppressi sono defraudati della loro cultura, della loro storia, del loro orgoglio e delle loro radici – tutto ciò espresso con la massima concretezza nella conquista della loro terra”, che Morgan paragona al corpo delle donne. “Le donne sono persone colonizzate… un tentativo di genocidio che si manifesta nell’attacco più eclatante del patriarcato contro il nostro “territorio” principale e più prezioso: il nostro stesso corpo.”

 So benissimo che questo genere di analisi femminista disturba sia le donne che gli uomini moderni, che in gran parte sono coinvolti in matrimoni eterosessuali e non vogliono sentire un approccio così negativo verso una così santificata istituzione. Comunque sento fortemente che la dipendenza che abbiamo verso l’istituzione del matrimonio – e la tortura che così tante di noi subiscono all’interno delle sue pareti protettive e segreganti – è la ragione precisa per cui dobbiamo sforzarci di guardare direttamente in faccia la cruda realtà. Per la prima volta nel 2004  il rapporto annuale per i diritti umani del  di Amnesty International,   si è focalizzato  sulle donne. L’organizzazione ha avuto un approccio bidirezionale nel redigere il rapporto, primo concentrandosi sulla orribile situazione dello stupro come parte delle guerre in corso al momento in così tante parti del pianeta. Il secondo indirizzo si focalizza, tuttavia, sulla diffusa situazione di violenza domestica che loro dicono essere pandemica. E’il problema numero uno delle donne ovunque nel mondo. Più che in guerra, le donne sono più in pericolo nelle loro stesse case e all’interno del così amato ruolo di mogli.

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QUELLE SENZA MARITO: LA STRUTTURA DEL CLAN MATRIARCALE

Nonostante l’idea romantica e moderna del “sacro matrimonio” eterosessuale sia stata proiettata a ritroso fino alle antiche società agricole del Neolitico (e perfino alla cieca sull’ancora più antico Paleolitico), non ci sono evidenze a supporto di tale proiezione, bensì molte prove contrarie.   L’argomento più dibattuto, se le civiltà antichissime ruotassero o meno intorno al femminile (culture quindi matriarcali, matristiche o matrici) sta tutto nella preponderanza delle figure femminili nell’arte e nella supremazia delle donne nelle sepolture. Ma oltre a questo, le strutture assolutamente egualitarie che troviamo nelle antichissime società agricole (con assenza di centralizzazione, stratificazione sociale o qualsiasi altro segnale di “potere” esercitato “su”), associate alla ovvia libertà delle donne (che sono ritratte nude, orgogliose,  senza alcuna necessità di difendersi, regali, sedute su troni e con valenze sacrali) sembra che non implichino null’altro.

Appartenenti a queste prime civiltà, so di due raffigurazioni del rapporto sessuale maschio-femmina (una di Çatal Höyük che risale al 7.000 a.C. e l’altra di un sito natufiano in Medio Oriente datato circa al 10.000 a.C.), e anche di un’immagine del basso Danubio, del 5.000 c.a. a.C., che raffigura un uomo e una donna di fronte che guardano in avanti con genitali molto stilizzati che distinguono il loro genere. Quest’ultima, piuttosto che l’immagine di un “matrimonio sacro” (come poteva essere per Gimbutas), potrebbe indicare potenzialmente un’altra cellula cooperativa riconosciuta nelle strutture matriarcali: la madre e suo fratello. La stessa Gimbutas ne conviene a proposito di un’altra coppia: “Le divinità femminile e maschile scoperte in una tomba della cultura hamangia dell’inizio del quindicesimo millennio a.C. sulla costa del Mar Nero probabilmente rappresentano una coppia di sorella e fratello piuttosto che una coppia sposata, poiché nelle mitologie europee le divinità femmina-maschio sono riconosciute come coppie di sorelle e fratelli”.

Dopo aver sentito gli interventi alla Prima Conferenza Internazionale sul Matriarcato tenutasi a Lussemburgo nel settembre del 2003, penso che questa interpretazione sembri più verosimile. Alla conferenza sia le antropologhe che le partecipanti provenienti da culture matriarcali hanno presentato saggi sui vari aspetti che caratterizzano le culture matriarcali presso le quali vivevano.

E’stata fatta una presentazione particolarmente interessante da un uomo proveniente dalla cultura mosuo della Cina meridionale (talvolta chiamata dei Na) che ha condiviso con noi i dettagli di come la sua cultura funzioni “senza padri né mariti”. Presso i Mosuo letteralmente non esiste il matrimonio, sebbene le donne mosuo siano libere di avere amanti maschi cui sono legate  e con cui condividono affettività e sessualità. Senza l’istituzione del matrimonio, non esiste una cosa come “il marito” e non c’è un compito specifico del padre. Sebbene a volte si venga a sapere chi è il padre biologico, non viene dato un particolare valore al fatto, e non c’è parola nel linguaggio che lo indichi. Lamu Ga Tusa, il relatore, ha messo in evidenza che non si conclude nessuna interrelazione economica tra un uomo e una donna che hanno una relazione sessuale. Questo radicale concetto è esposto nel libro dell’antropologo cinese Cai Hua intitolato Una società senza padri e mariti: i Na della Cina. “Secondo i Na, una promessa di fedeltà è considerata vergognosa perché ritenuta una negoziazione, uno scambio, che va contro i loro costumi.” Non esistono concetti come ragazza madre o figlio illegittimo. La madre è a capo della famiglia (la nonna è a capo dell’intero clan) e i figli rimangono nella casa dove sono nati e devolvono i frutti del loro lavoro all’interno dell’economia delle loro madri. Sono liberi di visitare le loro amanti nella casa di origine delle donne durante la notte e tornano a casa loro la mattina. “Per tradizione, gli uomini e le donne godono della massima uguaglianza.” Immaginate –   nessun legame per legge, né litigi per il sesso o per i soldi,  nessuna battaglie per l’affidamento, nessun divorzio, nessun problema per gli alimenti, il mantenimento per i figli e   nessuna violenza domestica.

 

LA DONNA COME  UNA PROPRIETA’

Verso la metà del quinto millennio a.C. una nuova popolazione arrivò nell’Europa centro-orientale e nella valle del Danubio, come documentato dall’opera monumentale di Gimbutas, La civiltà della dea. Gimbutas chiamò questi invasori alti e slanciati “Kurgan” dal nome dei loro tumuli di sepoltura in Bulgaria, Macedonia, Transilvania e Ungheria. “Le tombe dei maschi eccezionalmente ricche” includevano sepolture di donne e bambini che all’apparenza erano stati sacrificati alla morte del loro padrone. Queste sepolture “secondarie” contenevano anche animali sacrificati, come cavalli e cani. “Una donna, presumibilmente la moglie, sembra essere stata messa a morte in quel momento e lasciata a riposare a fianco del suo signore defunto”. I suoi preziosi ornamenti esprimono “il suo elevato status in vita”. Durante gli ottocento anni successivi, gli agricoltori di Cucuteni coesistettero con i pastori kurgan (fino alla metà del quarto millennio a.C.). Ma per altri gruppi le “incursioni si rivelarono catastrofiche” e fuggirono verso occidente trovando “rifugio nelle caverne della Transilvania o sulle isole del Danubio”. Intere culture furono sostituite, scomparvero i simboli dell’Antica Europa insieme alla coltivazione dei cereali che aveva caratterizzato le prime culture agricole. A questa prima ondata distruttiva di invasioni seguì una serie di spostamenti di popolazioni. Cambiamenti sociali più consistenti sono evidenti nelle società miste sopravvissute, come quella di Tisza, dove piccoli assembramenti di ricche sepolture contengono i corpi di maschi “proto-europoidi”, ma per la maggioranza, le tombe sono di “tipo mediterraneo” con le forme tipiche dell’Antica Europa.

A metà del quarto millennio a.C., ci fu una seconda ondata di invasori, testimoniata dalle tombe “reali” o “d’elite” sparse da nord a sud dei Carpazi. Qui le società “si modificarono secondo linee riconoscibili” e la struttura cambiò da “matristica a patriarcale”, cambiamento che divenne definitivo alla fine del quarto millennio quando il “nuovo regime sembra che abbia definitivamente eliminato o trasformato tutto ciò che rimaneva del vecchio sistema sociale”. Le culture delle razze miste “ibride” appena formatesi seppellivano al centro i loro maschi con le donne e i bambini intorno. In una tomba a due di una “coppia regale”, la donna indossa un delizioso copricapo e lì vicino, in una “tomba a uovo”, giacciono “gli scheletri di cinque bambini” disposti in cerchio, tre neonati e due bambini, tutti del condottiero sepolto, come dimostrato dall’analisi delle ossa. Gimbutas parla di un “sorprendente numero di animali ed esseri umani sacrificati” in queste tribù ibride con i loro capi maschi adulti al centro.

Una terza ondata di invasioni si ebbe circa nel 3.000 a.C., periodo di “una massiccia infiltrazione che causò cambiamenti drastici nella configurazione etnica dell’Europa”. La cultura ibrida Vučedol con le sua meravigliose statuine della Dea fu spinta verso occidente, in Grecia, dove diede vita alla cultura ellenica antica. Gimbutas mette   fa notare che questi gruppi guerrieri “non erano di numero elevato e non soppiantarono gli abitanti locali. Arrivarono in piccole bande migratorie e si insediarono con la forza come piccole élite di comando” in Grecia. Ma sotto l’influenza della cultura indoeuropea, “l’influenza delle donne del neolitico collassò ed esse diventarono proprietà privata nella nuova società del commercio e delle razzie.”

“Le primissime fonti scritte, l’Iliade e i Rig Veda, narrano come una sposa o le armi si ottenessero in cambio di bestiame… la proprietà più importante paragonabile alla nostra moneta… Il ruolo del bestiame durò fino al ventesimo secolo (come dote, per esempio, nelle aree rurali).” Le divinità divennero maschili, e le dee femminili che perdurarono non erano più creatrici, ma semplici spose o mogli delle divinità maschili”.Si vede chiaramente nella figura di Era nella mitologia greca, un tempo Regina dei Cieli, ma alla fine ridotta a essere l’isterica e frustrata moglie di Zeus che la ebbe in moglie con l’inganno, la conquista e lo stupro. Come afferma chiaramente Gimbutas nel suo ultimo libro, Le dee viventi, lo stupro di una dea “può essere interpretato come l’allegoria dell’assoggettamento della locale religione della dea al pantheon degli invasori patriarcali”.

 

DALLA RIPRODUZIONE AL CONTRATTO ECONOMICO

Nei tempi antichi, la funzione sessuale riproduttiva della coppia maschio-femmina era chiaramente già conosciuta e in qualche modo santificata, come si può vedere nelle statuette che rappresentano il rapporto sessuale. Tra i sumeri  in Iraq  l’unione eterosessuale venne codificata in base ai principi della proprietà privata. Gimbutas  fa notare come, dal 3.000 a.C., “  importanti  testi (descrivano) i riti del matrimonio sacro già nei primi scritti della storia”. I testi parlano di un “matrimonio sacro” in cui una “coppia ha un rapporto sessuale cerimoniale”. Nel famoso sito di Ur, vicino Bagdad, l’archeologo Woolsey ha effettuato scavi di tombe “principesche” del 2.600 circa a.C., che contenevano “oggetti di una varietà e una ricchezza senza precedenti” ed “erano presenti anche parenti e servi, sacrificati per l’occasione (a Ur vennero trovate più di 80 persone)”.

Al British Museum di Londra si possono vedere favolosi diademi d’oro, spille ornamentali, pugnali, perle, cerchi per capelli e corone con rose estratti dalle tombe delle vittime sacrificali – donne e bambini, regine e schiave (forse regine che erano loro stesse schiave, che nei riti avevano il ruolo di “prostitute sacre” così glorificato dalle donne emancipate di oggi). Sessantaquattro delle ottanta persone sacrificate  erano donne. Una nota del British Museum dice che “sia l’interno che l’esterno della stanza mortuaria della Regina erano eccezionalmente pieni di ricchi oggetti”. Nel World Atlas of Archaeology, un uno  scrittore accademico sottolinea con assurdità, “ le vittime non solo potevano essere contente, ma perfino orgogliose di seguire i loro signori…”. Parla della pratica del sacrificio della vedova come “relativamente diffusa” e suggerisce che testimonia “uno stadio evoluto di società altamente gerarchiche”.

 

LE SACERDOTESSE SCIAMANE DELLE STEPPE

La diffusa pratica di sacrificare le vedove si ritrova ancora più a est, se percorriamo velocemente duemila anni, spingendoci verso l’area del Mar Nero. Nel  libro meraviglioso pubblicato e tradotto da Jeannine Davis-Kimball,Nomads of the Eurasian Steppes in the Early Iron Age, in cui vengono riportati i risultati di decenni di ricerche sulle antiche tribù dell’Asia Centrale, Anna I. Melyukova descrive le sepolture di donne sciamane. Sulla riva destra del fiume Dnieper “alcune strane tombe contenenti corpi di donne si differenziano in maniera rilevante per gli altari mobili in pietra, piatti, piastre, frammenti dipinti e in gesso, sigilli, amuleti vari, parti di armatura e briglie sistemate nella sepoltura come offerte. I ricercatori ritengono che “queste tombe siano di principesse appartenenti   alla classe più alta dei più alto di  cavalieri. Ironia della sorte, c’è anche chi pensa che queste tombe di donne contenessero i corpi di “aiutanti” sacrificate. Gli studiosi ritengono che il basso Dnieper fosse con tutta probabilità il centro religioso delle tribù scite,  in quanto nell’area sono stati ritrovati alcuni dei kurgan più ricchi. Nell’ottavo secolo a.C., gli Sciti, migrando da est, arrivarono nel Mar Nero, dove gradualmente sottomisero “il popolo della foresta” della riva destra del Dnieper, il cui stile di vita iniziò a “declinare”. 

Sembra che la cultura scita abbia usato il “matrimonio misto” fra i re invasori e le principesse indigene come chiara strategia di colonizzazione. In Crimea conquistarono i Tauri (la cultura della foresta   Kizil-Kobin) e ridussero in schiavitù la popolazione locale, fornendo la “prova inconfutabile a favore di una popolazione mista tauro-scita che visse in Crimea non più tardi del settimo, sesto secolo a.C.”. Valery S. Olkhovsky descrive come minimo due casi di “matrimoni misti tra gli Sciti e i Kizil-Kobin”. Lo storico greco Erodoto descrive i Tauri come un popolo che faceva sacrifici alla dea  Ifigenia, figlia di Agamennone e sacerdotessa della stessa Artemide.

Già nel quarto secolo a.C., la tradizione funeraria dei Greci era stata adottata dagli Sciti, risultato di diffusi contatti e dei matrimoni misti “fra gli Sciti e la nobiltà greca”, intendendo per nobiltà quelle donne di stirpe reale rapite o barattate. In quest’epoca, le differenze tra le tombe scite e kizil- kobins erano scomparse quasi del tutto con l’assimilazione definitiva dei Tauri. In uno degli esempi della nuova modalità di matrimonio, Olkhovsky parla di un re Mitridate che, “per consolidare l’unione politica e militare con la Scitia Minore… diede sua figlia in sposa ai dominatori sciti”, e cita Plutarco che scrisse che “Mitridate ebbe parecchie mogli scite”. Una tomba particolarmente ricca, il kurgan di Kul’Oba in Crimea vicino Kerch, apparteneva a un nobile scita (forse un re) sepolto in un lussuoso giaciglio di legno” adorno d’oro. Alla sua sinistra “era stata sepolta una donna in un sarcofago di cipresso. I suoi abiti erano decorati con piastrine d’oro. Indossava un diadema con pendenti raffiguranti delle teste di Atena, orecchini d’oro, un monile rigido, una collana e braccialetti d’oro. Vicino a lei c’era uno specchio di bronzo”. Sebbene non ci venga detto se era o no della stessa etnia dell’uomo, lo  specchio, secondo le ricerche di Devis-Kimball, suggeriva che era una principessa. Aveva anche tra le gambe uno strano calice d’oro, sicuramente molto importante, che raccontava con le sue immagini intagliate quello che gli studiosi reputano un “racconto epico” scita.

Da Erodoto sappiamo che l’eroe greco Eracle arrivò nella “regione dei boschi” vicino al Mar Nero e, sorpreso da una tempesta, si coprì con la sua pelle di leone e si addormentò. Mentre dormiva, le sue cavalle, che aveva staccato dal carro per lasciarle pascolare, scapparono. Mentre le cercava nella foresta tutt’intorno, “trovò in una grotta uno strano essere, metà fanciulla metà serpente, le cui forme dalla vita in su erano di donna, mentre sotto era un serpente. La guardò con stupore”, chiedendole se avesse visto le cavalle. Gli disse di sì e che adesso erano sue, rifiutandosi di restituirle a meno che “non avesse fatto l’amore con lei”. Lui accettò e lei, che era rimasta incinta di tre bambini, gli chiese… “quando i tuoi figli saranno grandi, cosa devo fare di loro?”. Lui le disse di osservali e quando avesse visto uno di loro “tendere l’arco come faccio io, e cingersi con la cintura come me, allora sceglilo affinché rimanga in queste terre. Quelli che falliranno la prova, mandali via.” Le consegnò “sia l’arco che la cintura”, che aveva un boccale attaccato alla fibbia. Il bambino, Scita, che riuscì nei compiti affidategli da Eracle, divenne il capostipite degli Sciti. E poiché alla sua cintura pendeva un boccale, gli Sciti da allora indossano dei boccali appesi alle cinture.” Ma questo specifico boccale d’oro con le scene del mito sulle origini dei Sciti non fu trovato appeso alla cintura di un capo scita, ma tra le gambe della nostra principessa-sposa. Può essere che l’identificazione della donna-serpente con la  “regione delle boschi” la connettano al popolo della foresta Kizil-Kobin (i Tauri) che gli Sciti sottomisero e alla fine assimilarono nello stesso tempo.

LE AMAZZONI: QUELLE SENZA MARITO

Il significato del termine “amazzone”, che per molto tempo è stato erroneamente tradotto dagli studiosi “quella senza seno”, alimentando così molte storie e leggende sulle guerriere amazzoni che si tagliavano un seno per poter tirare con l’arco e le frecce, recentemente è stata ritenuto superato dai linguisti. Nel suo libro favoloso, Warrior women, Jeannine Davis-Kimball documenta come la parola amazzone derivi da un termine proto-indoeuropeo che significa “ quella senza marito”. Abbiamo già visto come nelle società matriarcali le donne siano libere di scegliersi gli amanti e come i bambini nati dalle loro unioni appartengano alla madre e prendano il suo nome. Il matrimonio – inteso come strategia di controllo sulla proprietà privata che si tramanda per linea maschile – è semplicemente impossibile perché il padre di un bambino è sempre incerto. La mia teoria è che quando gli invasori dediti alla pastorizia vennero in contatto con le culture matriarcali, le videro come “amazzoni” cioè quelle senza marito. Finora non esiste prova archeologica che supporti l’idea di tribù esclusivamente femminili, ma ci sono sempre stati molti gruppi con usi matriarcali e centrati sul femminile come i Mosuo della Cina di oggi.

A est del territorio scita vicino il fiume Volga vivevano i Sauromati (dal sesto al quinto secolo a.C.), una delle tante tribù centrate sul femminile dove le donne venivano sepolte con cucchiai concavi, specchi e piccoli altari portatili in pietra dipinti di rosso per identificare le donne, che secondo gli archeologi russi, avevano il ruolo di  sacerdotesse.

Davis-Kimball nel suo libro del 2002  si servì della sua personale esperienza con le popolazioni nomadi contemporanee dell’Asia Centrale, e anche del suo lavoro svolto sul campo insieme agli archeologi russi, per sintetizzare tutti i materiali dei suoi scavi e quelli osservati nei musei  . Davis-Kimball ha scoperto che le donne detenevano alte posizioni e venivano sepolte con ricchi manufatti al centro, nel posto d’onore delle tombe, “prestando ulteriore credito alle congetture che quelle sauro-sarmate potrebbero essere state società matriarcali”. Articolando il principale problema che oggi le studiose femministe si trovano ad affrontare, scrive di essersi resa conto di come le donne di alto rango siano state nascoste dalle “ombre delle interpretazioni tradizionali.”

Erodoto affermava che i Sauromati discendevano dalle Amazzoni della Cappadocia (Turchia), che si erano accoppiate con gli Sciti. Come afferma la leggenda più famosa, le Amazzoni furono catturate in battaglia dai Greci e caricate come prigioniere a bordo di tre navi che salparono sul Mar Nero. Le donne si ammutinarono e uccisero quelli che le avevano catturate. Ma non sapendo navigare, furono trasportate dai venti sulle rive del lago di Meotis (il mare di Azov) in una località chiamata “ le Scogliere”, il paese degli Sciti. Appena sbarcate, catturarono dei cavalli e saccheggiarono il territorio. Gli Sciti non riconobbero le attaccanti e le combatterono fino a quando, visti i loro corpi, si resero conto che stavano lottavano contro delle donne. A quel punto elaborarono una stratagemma per incontrarle e accoppiarsi con loro, “perché volevano avere dei figli da queste donne”. I giovani uomini si accamparono vicino alle Amazzoni e quando le donne videro che gli uomini non erano pericolosi, lasciarono che restassero lì vicino dove “iniziarono a   condurre lo stesso tipo di vita delle donne, cacciando e depredando”. A mezzogiorno, le donne si “riposavano” da sole   o in coppia e gli Sciti fecero altrettanto. Uno dei giovani si avvicinò a una delle donne che si erano allontanate e, secondo Erodoto, “l’Amazzone non lo respinse, ma lasciò che lui facesse con lei quello che voleva”. Sebbene non parlassero lo stesso linguaggio, l’Amazzone fece capire a segni al giovane che sarebbe potuto tornare il giorno successivo con un amico e che lei avrebbe fatto altrettanto. Siccome la cosa funzionò, tutti i giovani sciti vennero a incontrare le Amazzoni e “poterono godere” anche delle altre. Questo è plausibilmente il riferimento a riti cerimoniali sessuali praticati dalle popolazioni matriarcali, come quelli incontrati a Zuni o presso altri pueblos sud-occidentali dagli Europei che vi giunsero nel diciottesimo secolo. Nel suo libro The Zuni Man-Woman, Will Rescoe scrive come queste pratiche vennero tenute nascoste per l’atteggiamento punitivo che gli invasori europei adottarono  contro di esse.

Erodoto continua affermando che, dopo l’incontro amichevole (e l’accoppiamento), le Amazzoni e gli Sciti unirono i loro campi, “e ogni uomo tenne la donna con la quale era stato all’inizio”. Ciò suggerisce una primitiva forma di matrimonio, ma non sembra indicare conflitto. Quello che segue a questa storia delle origini dei Sauromati è la raffigurazione della lotta tra due diverse forme di organizzazione sociale, matriarcale e patriarcale, che solo all’apparenza terminò in un felice compromesso. Gli Sciti non “riuscirono a imparare la lingua delle donne, ma le donne impararono il linguaggio degli uomini” e quando si capirono, gli uomini invitarono le donne a trasferirsi a casa loro come mogli monogame. (“Ma come moglii avremo solo voi e nessun altra.”)

Secondo Erodoto, le donne dissero agli uomini che non potevano vivere con loro alla maniera degli Sciti, “perché noi e loro non abbiamo gli stessi usi. Noi tiriamo le frecce e il giavellotto e cavalchiamo i cavalli, ma per quel che riguarda “i compiti delle donne” non ne sappiamo nulla. Le vostre donne non fanno nessuna delle cose che abbiamo detto. Stanno nei loro carri e fanno “lavori da donne” e non vanno mai a cacciare o cose simili. Non potremmo andare d’accordo con donne così”. Insistettero che se  volevano avere loro come compagne e nello stesso tempo essere uomini onorevoli, allora dovevano andare dai loro genitori, prendere le quote spettanti delle proprietà, ritornare indietro e vivere con le Amazzoni. (In altre parole, le Amazzoni insistettero sulla loro scelta matrilineare e matrifocale.) I giovani sciti accettarono e insieme si misero in viaggio verso il paese dove, al tempo in cui Erodoto scriveva di loro, vivevano i Sauromati. Egli descrive come le “donne dei Sauromati” seguissero il loro antico stile di vita, cavalcando, “cacciando con e senza i loro uomini”, partecipando alla guerra e indossando gli stessi abiti degli uomini.

In seguito egli narra che il linguaggio sauromata si distinse da quello degli Sciti “poiché le Amazzoni non riuscirono mai a impararlo bene” e che nessuna ragazza poteva sposarsi se prima non aveva ucciso un uomo fra i nemici. “Alcune di loro morirono in tarda età senza prima sposarsi, perché non poterono adempiere a questa legge.”

Davis-Kimball descrive l’eccitazione provata nel portare personalmente alla luce il corpo di una giovane donna sauromata durante uno scavo russo-americano che co-diresse. La ragazza, solo un’ adolescente al tempo della sua morte, fu accompagnata nella tomba da un pugnale di ferro, una grande distesa di frecce di bronzo, amuleti particolari e un bel teschio di cinghiale lungo 15 cm. Di fianco al suo tesoro di guerriera aveva anche un paio di conchiglie d’ostrica, segno inconfutabile che si trattava di una sacerdotessa, cosa che indusse Davis-Kimball a inserirla nella speciale categoria di “sacerdotessa guerriera”. Nel 1997 ebbi il privilegio di fare un viaggio in compagnia di Davis-Kimbell per visitare i musei che sorgevano lungo il corso dei fiumi Don e Volga, dove ho visto io stessa alcuni degli oggetti appartenenti a  tombe di “sacerdotesse guerriere”, compresi armi, gioielli e i tipici specchi in bronzo di queste donne delle steppe di alto rango.

Secoli dopo che i Sauromati si furono stanziati sulle rive del Volga, le donne e i bambini sarmati venivano ancora sepolti con le loro statuine femminili di gesso e alabastro, e “sopravvivevano ancora elementi dei rituali di culto dei Sauromati”, come gli altari mobili decorati (a volte rimpiazzati, nel terzo e secondo secolo a.C., da incensieri di pietra o argilla). Secondo Zoya A. Barbarunova: “L’antica tradizione di seppellire le donne con punte di frecce e, meno di frequente, con una spada, sopravvisse come pratica elementale del culto.” Marina G. Moshkova, in un saggio tratto da Nomads of the Eurasian Steppes, descrive come all’inizio della ‘Common Era’ si formò una nuova grande coalizione nomade, detta degli Alani, che si ritiene abbia conquistato o assimilato gli ultimi Sauromati sopravissuti e sconfitto definitivamente gli Sciti. Gli Alani (o Sarmati-Alani) a loro volta furono cacciati dal loro territorio dalle invasioni degli Unni, nel quarto secolo. Alcuni si fusero con gli Unni, altri fuggirono verso ovest, in direzione di Gibilterra, e altri ancora si stanziarono nel Caucaso; li conosciamo come gli Alani caucasici. La diaspora degli Alani mise fine in qualche modo alla lunga e gloriosa storia delle Amazzoni nelle regioni occidentali.

 

LE ALLEANZE MATRIMONIALI NOMADI E LO SCAMBIO DELLE DONNE

Ancora più a est, sulle montagne dell’Altai, le popolazioni di Pazyryk seppellivano i loro morti in tumuli simili a quelli degli Sciti. Grazie all’acqua che s’infiltrava nei tumuli sepolcrali rimanendo ghiacciata per secoli, i corpi e i manufatti furono conservati quasi allo stato originario fino a quando l’archeologo russo Sergei Rudenko li scoprì e li portò alla luce agli inizi del  del XX secolo. Un carro con grandi ruote “designato a viaggi cerimoniali” era probabilmente “di origine cinese, arrivato nell’Altai come parte della dote di una principessa cinese”. Adiacente al sito di Pazyryk a Tuva, un kurgan arzhan particolarmente sporgente conteneva nel suo centro una doppia sepoltura in bare di legno che gli archeologi ipotizzarono appartenesse a uno zar e una zarina. Secondo l’archeologo Nikolai A. Bokovenko, nessun altro kurgan ha (mai) mostrato come contenuto un numero cosi altro di cavalli sacrificati e di persone –identificati come accompagnatori nel viaggio del loro signore verso il regno dei morti.

Tombe appartenenti ai cimiteri dell’Età del Bronzo della cultura di Zamam-Baba, vicino il fiume Oxus (datata tra la fine terzo e l’inizio del secondo millennio a.C.), vecchie di almeno duemila anni, mostrano sepolture di coppia di uomini e donne che gli archeologi hanno interpretato come segno di matrimoni stabili e forse, di esistenza di nuclei famigliari. Nella recente History of the Civilisations of Central Asia in quattro volumi, V. M. Masson scrive che gli uomini erano sepolti con punte di freccia di selce, mentre le donne avevano ornamenti, ocra e capelli colorati, perle di pietre semi-preziose, e oro, e una tomba conteneva anche una “statuine femminile appiattita”. Masson ha svolto un lavoro stupefacente mappando le migrazioni della popolazione dai pressi del Mar Caspio (le oasi di Kopet Dag) nel loro spostamento verso est, seguendo le vie commerciali fino alla Ferghana Valley. “Gli abitanti di Altyn depe e Namzga depe potrebbero essersi spostati molto lontano in direzione nord-est”, portando con sé la venerazione di una divinità femminile centrale che gradualmente “si differenziò” all’interno di “un intero pantheon femminile”  afferma Masson. Egli documenta i legami tra le culture harappa e quelle del Caspio e dell’area settentrionale dell’Iran, mostrando le antiche e provate connessioni tra le culture centrate sul femminile lungo la Via della Seta (da Sumeri alla Valle dell’Indo).

I  tardi Saka, le cui donne combattevano a fianco degli uomini, a volte sono stati considerati un ramo orientale della confederazione scita, e in parecchi siti saka, i maschi europoidi venivano sepolti con femmine mongole – un particolare modello di “matrimonio misto” dove i maschi sono “occidentali” e le femmine “orientali”. Il collaboratore russo di Jeannine Davis-Kimball, l’archeologo Leonid Yablonsky, parla di una “rapida fusione culturale e genetica” in Kasakhstan dall’ottavo al sesto secolo a.C., e ancora più verso est dove i medesimi modelli di matrimonio misto sono stati osservati anche in tribù sepolte intorno al fiume Syr Darya.

Anche nelle montagne di Tien Shan, i maschi europoidi  sono stati sepolti con femmine che presentavano tratti mongoli. Forse la continuazione di tale pratica può essere vista un millennio dopo nella storia del primo re religioso del Tibet, Songsten Gampo (settimo secolo), il cui matrimonio con due donne straniere portò il buddismo in Tibet. Lo studioso tibetano Reginald Ray scrive che questo re fu un potente leader che unificò il Tibet centrale ed estese la sua influenza dall’antico regno di Shangshung in occidente alla Cina, verso nord, e all’India, verso sud. “E’ scritto che, come ‘servizio’ alla sua visione imperiale, Songsten Gampo sposò due principesse, una della Cina e una del Nepal, e grazie alla loro influenza il re si convertì e il Buddismo venne istituito a corte e furono costruiti i primi templi buddisti in Tibet”. Questo passaggio non solo stabilisce che i potenti patriarchi si servirono del matrimonio come di una cosciente strategia di colonizzazione per espandere i loro imperi, ma ci riporta anche alla memoria l’importanza e il prestigio delle donne reali, dalle quali essi facevano derivare i loro privilegi.

Per timore che, di questo passo, ci sia la possibilità anche inconscia di continuare a valorizzare il matrimonio, leggete questa commovente descrizione di Frances Wood, nel suo libro del 2002, The Silk Road: Two Thousand Years in the Hearth of Asia: “Trattenere ostaggi e servirsi delle principesse nubili per organizzare alleanze matrimoniali (in pratica mandare le donne in ostaggio in Asia centrale) fu la caratteristica principale della diplomazia Han.” Gli Han erano minacciati dai nomadi delle regioni occidentali, specialmente dagli Xiongnu (Hsiung-nu). L’alleanza, ad esempio, poteva consistere nel “barattare una principessa cinese per mille cavalli”. La principessa, racconta Wood, “nel suo profondo dolore” aveva composto un canto: “La mia famiglia mi ha mandato via affinché divenga sposa nell’altra parte del cielo… Desidererei essere un cigno dorato, per ritornare al mio paese natale.” Come se la sua vita di solitudine con il vecchio che era suo marito non fosse stata dolorosa a sufficienza, veniamo a sapere che in seguito, secondo un uso che Wood ci dice essere molto comune fra i non cinesi, sarebbe andata in sposa al nipote di suo marito, e con lui avrebbe messo al mondo una figlia.

Laszlo Torday, in un affascinante libro sulla storia dell’Asia centrale intitolato Mounted Archers afferma che l’esogamia obbligava gli uomini a scegliere una moglie al di fuori del clan, il che voleva dire che lei sarebbe stata considerata una proprietà una volta divenuta sposa in quel clan. Dopo la morte del marito, lei e ogni ricchezza che aveva portato con sé sarebbero ritornate al clan di origine, a meno che lei non passasse a un componente della famiglia del marito morto. Secondo Torday, la parola dei proto-indoeuropei che i linguisti identificano per “sorella” (swesor) significa sostanzialmente “donna di proprietà” e si riallaccia a una parola russa (svat) che significa “relazione matrimoniale”. Un’altra esperta della Via della Seta, Susan Whitfield, narra la pratica apparentemente diffusa dell’entrata delle principesse cinesi nell’ordine taoista come sacerdotesse ordinate, “per evitare così ogni minaccia di future alleanze matrimoniali”. Queste pratiche oppressive erano chiaramente ancora in essere nell’866, quando il governatore di Duhuang (sito delle favolose grotte buddiste con pitture, sculture e testi depositati tra il quarto e il decimo secolo), come viene riferito “mandò in dono quattro astori, due cavalli e un paio di donne tibetane” all’imperatore della Cina.

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PERMANENZE DEL POTERE FEMMINILE

Le tribu nomadi matriarcali come i governi femminili Sauro-sarmati  (per non menzionare i più conosciuti e contemporanei come gli Etruschi, Iberici e i Celti del primo millennio a.C.) diedero alla donne la proprietà e la libertà personale. Vestigia di tali costumi possono essere ancora   viste nelle società nomadi moderne descritte da Davis-Kimball, che sottolinea  quanto siano  “egualitari” gli odierni Kazaki. L’autrice descrive uomini e donne “‘che lavorano fianco a fianco, spesso facendo lo stesso mestiere” e benché il figlio più giovane erediti le proprietà del padre alla sua morte, le figlie e gli altri figli “ereditano ciascuno una porzione imparziale dei beni della famiglia quando si sposano”.  Con fotografie e racconti coinvolgenti, illustra come ragazzi e ragazze, un giorno uomini e donne, competono e si misurano in corse a cavallo e in gare di conto.

Fu il riferimento che Davis-Kimball fece rispetto al copricapo matrimoniale kazako che attirò la mia attenzione sulla transizione diretta da sacerdotessa a sposa. Nel 1999, lei analizzò e ‘decompose’ la famosa sepoltura ‘Uomo d’oro di Issyk’ per l’Archeology Magazine,  dimostrando che il guerriero nomade coperto di 4000 pezzetti d’oro, oltre a uno specchio di bronzo dorato, un cucchiaio in argento e un battitore di koumiss (liquore estratto dal latte di cavalla fermentato) –  tutti attributi di una principessa sciamana – era di fatto una donna guerriera e non un uomo. Durante gli scavi, alcuni lavoratori locali avevano menzionato all’archeologa che il copricapo dell’”Uomo d’oro”  ricordava loro  il tradizionale capello da sposa. Questo collegamento sorprendente tra una guerriera e una sposa mi indusse ad approfondire la ricerca.

Nel 2001 fui invitata dalla ricercatrice- autrice e insegnante Mary B. Kelly ad aprire la conferenza a New York su “Le Amazzoni e le loro sorelle”. Kelly, anche lei artista, fa ricerche e scrive sui “ricami della Dea” e sui  motivi tessuti  I suoi libri rivoluzionari Goddess Embroderies of Eastern Europe (1989) e Goddess Embroderies of the Balkan Lands(1999) esaminano ed evidenziano le connessioni tra gli antichi motivi trovati nelle culture matristiche del neolitico e dell’Età del Bronzo da una parte e l’odierna arte folcloristica e i motivi tessili di tutta l’Eurasia contemporanea dall’altra. Alla conferenza che aveva organizzato partecipava anche un’etnografa della regione di Chuvash negli Urali della Russia, Valentina Elm, che tenne il discorso di apertura oltre a me. I Chuvash ritengono di discendere dalle Amazzoni (o da popolazioni limitrofe) e il copricapo da sposa a forma di elmetto che Valentina aveva portato alla conferenza divenne lo stimolo di molte scene eccitanti, quando tutte a turno provammo i cappelli da sposa simili a quelli dei guerrieri.

Personalmente ritengo che sia una   una vera e propria vergogna che l’identità delle donne guerriere e delle sacerdotesse sciamane sia stata cancellata nel tempo e che a noi sia rimasto solo il ruolo di “sposa” in cui far convergere le nostre speranze moderne e i nostri sogni di grandezza mitica. La storia che ho iniziato a svelare mi aiuta a capire perché così tante donne moderne, sensibili ed emancipate, giovani e non, continuino ancora impulsivamente ad andare verso l’altare per proclamare l’improbabile voto di fedeltà per tutta la vita verso una sola persona. Penso che dentro di noi, nel profondo, ci sia un barlume della memoria di un tempo in cui facilitavamo i rituali  della tribù, adorne d’oro e gemme, o combattevamo valorosamente a fianco degli uomini che insieme a noi cercarono di resistere e   di impedire il rovesciamento delle antiche società matriarcali centrate sulla Dea.

Perfino nell’America contemporanea   quando una donna indossa quel   lungo abito bianco con il velo e cammina lungo la navata,  si scatena un flusso di emozioni che la ricollega a quel tempo passato in cui impersonavamo la Dea. In questo contesto, guardo una foto recente della rock star Melissa Etheridge con la sua seconda sposa come un momento particolarmente glorioso e paradossale. Entrambe le spose sono vestite di bianco come richiesto, e ognuna di loro è radiosa e splendida mentre si avvale dell’opportunità aperta dalla volontà della California di aprire un varco in quelle leggi che cercano di proteggere l’istituzione del matrimonio dalla partecipazione dei gay e delle lesbiche. Insieme agli altri quattromila membri della tribù trasgressiva cui appartengono, reclamano il loro antico diritto di indossare l’armamentario delle Amazzoni, quelle antiche donne archetipiche che non avevano marito.

 Vicki Noble è una guaritrice femminista, insegnate, artista, studiosa e scrittrice, co-autrice del Motherpeace e autrice de Il risveglio della Dea. Il suo ultimo libro, La dea doppia, riesamina la vera storia della vita delle Regine amazzoni, quelle donne sacerdotesse e guerriere a cavallo che fondarono le città dell’Età del Bronzo in Turchia , dove  regnarono “in coppia”.

 

Questo contributo è comparso nella sezione I Origini del Patriarcato del libro The Rule of Mars,  Readings on the Origins, History and Impact of Patriarchy  di Christina Biaggi Ed. KIT , CT USA 2005

Traduzione a cura di Anonima Network Bologna   2008 Agosto

N.d.T

Il libro Warrior Women è stato pubblicato in italiano da Venexia – Gennaio 2009 con il titolo Donne Guerriere

3 Risposte

  1. Ho appena terminato la lettura di tutto l’articolo e l’ho trovato molto interessante, non ricordo a scuola una sola lezione di storia dove abbiano parlato della societa’ matriarcale
    e di come nel corso dei millenni si sia trasformato in patriarcale. Cominciano gia’ nelle scuole a indirizzare le menti in una sola direzione…..
    Morena.

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    11 agosto 2013 alle 9:31 am

  2. Per assurdo devo ringraziare un anziano professore uomo e un esame di Storia del Cristianesimo per la scoperta di Vicki Noble, di Maria Gjimbutas e del matriarcato nella mia vita. Neanche a dirlo, oltre a essere un professore molto amato era un uomo buono e mite. Grazie di aver postato questo articolo 🙂 posso ribloggarlo citando la fonte? 😉

    Mi piace

    12 agosto 2013 alle 9:00 am

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