L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

esclissi

Che fine ha fatto la semplicità?

Sembriamo tutti messi su un palcoscenico,

e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo.

Charles Bukowski

 


Fede

“Maglia dopo maglia tesse il mio Telaio; la tela per il mio onore e tele per onorare”.

 

PISTIS SOPHIA

 


Arroyo – Ancient Egypt – Music of the Age of the Pyramids

Un tuffo nelle sonorità dell’antico Egitto, varcando la soglia spazio-temporale.  Buon ascolto

 


Il culto di Iside

Iside,archetipo per eccellenza dell’anima compagna,  si  inserisce nella categoria delle grandi Dee Madri, in quanto Dea di fertilità che insegnò alle donne d’Egitto l’agricoltura.
La sua devozione ad Osiride fu tale che Lei potè salvarlo dalla morte per ben due volte, ricomponendone i pezzi e restituendogli la vita.
Iside rappresenta la ricerca suprema dell’anima gemella, l’uso consapevole del potere femminile dell’amore e del misticismo.

Papyrus

Papyrus


Il mito

Iside, originaria del Delta, è la grande Dea della maternità e della fertilità nella mitologia egizia.
Forte dei suoi molteplici talenti e della sua magnificenza, Iside è altresì rivelatrice della forza di una donna che ama e del potere della sofferenza che tutto trasforma.
Iside dalle braccia alate, prima figlia di Nut, il cielo che tutto abbraccia, e del dio della piccola terra Geb, nacque nelle paludi del Nilo il primo giorno di uno dei primi anni della creazione.
Fin dal principio Iside rivolse un occhio benevolo sul popolo della terra, insegnando alle donne a macinare il grano, a filare il lino, a tessere e ad addomesticare gli uomini a sufficienza per riuscire a vivere con loro. La stessa Dea viveva col proprio fratello Osiride, dio delle acque del Nilo e della vegetazione che spunta dall’inondazione delle sue rive.
Una volta raggiunta l’età adulta, Iside andò in sposa al fratello Osiride. L’armonia che li circondava era tale che tutti ne rimanevano piacevolmente coinvolti. Le loro giornate scorrevano all’insegna del nutrimento del mondo; i poteri di Iside associati a quelli di Osiride facevano sì che il cibo scaturisse a profusione dal ricco suolo egiziano e dal fertile Nilo.
Le loro notti erano scandite dall’estasi dell’amore; non vi era luna o stella che potesse offuscare la loro passione. Tutti amavano Iside e Osiride – tutti tranne Set, il loro gelosissimo fratello.
Per porre fine al loro dominio idilliaco, Set assassinò Osiride e ne depose il cadavere in una bara, intorno alla quale, col tempo, crebbe un grande albero.
La Dea, travolta dal dolore si tagliò i capelli e si strappò le vesti soffrendo per la perdita subita. Setacciò ogni angolo alla ricerca del suo innamorato e dopo molto vagare giunse in Fenicia, dove la regina Astarte fu presa da pietà per lei senza tuttavia riconoscerla e la prese come nutrice del principe ancora bambino.
Iside curò tanto bene il piccolo da metterlo come fosse stato un ciocco nel focolare del palazzo, dove la madre, terrorizzata, lo trovò fumante. Essa afferrò il piccolo e lo estrasse dalle fiamme, annullando in tal modo la magia che Iside stava effettuando su di lui per dargli l’immortalità. Iside fu chiamata a spiegare il suo comportamento e così venne rivelata l’identità della Dea e raccontata la sua ricerca. Allora Astarte ebbe a sua volta una rivelazione: che il fragrante albero di tamarindo nel giardino conteneva il corpo del perduto Osiride.
Iside riportò finalmente il cadavere in Egitto per sepellirlo ma il malvagio Set non si diede per vinto: animato dalla più feroce crudeltà, tagliò Osiride in quattordici pezzi che sparpagliò attraverso l’Egitto.
Senza perdersi d’animo, Iside si trasformò in uccello e percorse il Nilo in lungo e in largo, raccogliendo ogni frammento di Osiride. Nel collocare ciascun frammento l’uno accanto all’altro, servendosi della cera per unirli, Iside si accorse che mancava il fallo di Osiride; per questo motivo, essa ne plasmò uno nuovo usando l’oro e la cera.
Successivamente, grazie ai suoi poteri magici, Iside fece rivivere Osiride per un breve lasso di tempo. Fu in questa occasione che inventò i riti di imbalsamazione per cui gli egizi sono ancora famosi e li eseguì sul corpo di Osiride, pronunciando delle formule magiche: il dio risorse vivo come lo è il grano dopo le inondazioni primaverili in Egitto. E la magia del loro amore le permettè di concepire un figlio suo.
Quel bambino, il dio Horus con la testa di falco, divenne forte e possente – e la sua forza lo spinse a vendicarsi di Set per l’assassinio di Osiride. Ma Iside, madre di tutte le cose, non gli permettè di distruggerlo fino in fondo.
Su Iside esiste un altro racconto.
Decisa ad avere il potere su tutti gli altri dei, essa forgiò un serpente e lo mandò a mordere Rà, il maggiore degli dei. Ammalatosi e sempre più debole, Ra mandò a chiamare Iside perché applicasse i suoi poteri curativi alla ferita. Ma la Dea dichiarò di non avere il potere di liberarlo dal veleno se non sapeva il nome segreto del dio, il suo nome di potenza , la sua essenza. Ra esitò e tergiversò, ma diventava senpre più debole. Infine in preda alla disperazione fu obbligato a bisbigliare il nome a Iside. Lei lo guarì ma Rà aveva pagato il prezzo per darle un potere eterno su di lui.

Iside e Osiride
Il culto
Il culto e la religione di Iside-Osiride fu molto lunga (migliaia di anni) e subì forti variazioni fra la forma antica, 3000 AC e la forma ellenistica con misteri e iniziazioni (500 AC, di cui abbiamo notizie da Plutarco).
Iside fu una delle divinità più famose di tutto il bacino del Mar Mediterraneo. Dall’epoca tolemaica la venerazione per la dea, simbolo di sposa e madre e protettrice dei naviganti, si diffuse nel mondo ellenistico, fino a Roma. Da qui il suo culto, diventato misterico per i legami della dea con il mondo ultraterreno e nonostante all’inizio fosse ostacolato, dilagò in tutto l’impero romano.
Quando era nata in egitto, il nome della Dea era Au Set che significa regina eccellente o semplicemente spirito. Ma i greci colonizzatori alterarono la pronuncia fino a farne il nome familiare Iside, un nome che venne usato per generazioni allorchè il culto della Dea si diffuse dal delta del Nilo alle rive del Reno. Come Ishtar, anche Iside assume le identità di dee minori finchè fu riverita come la Dea universale della cui femminilità totale le altre dee rappresentavano solo dei singoli aspetti.
Essa divenne la signora dai diecimila nomi il cui vero nome era Iside.
Poi crebbe diventando Iside panthea (tutte le dee).
Durante il suo sviluppo nell’ impero romano il culto di Iside si contraddistinse per processioni e feste in onore della dea molto festose e ricche. Le sacerdotesse della dea vestivano solitamente in bianco e si adornavano di fiori; a Roma, probabilmente a frutto dell’ influenza del culto autoctono di Vesta, dedicavano talvolta la loro castita’ alla dea Iside.
Nella forma più antica invece, Osiride era la Luna e Iside la natura, Urikkitu, la Verde. Ma in seguito essa divenne la luna – sorella, madre e sposa del dio della luna.
Era la moglie dolente e tenera sorella, era colei che apportava la cultura e dava la salute.
Era il trono e la quindicina di dee. Era una forma di Hathor oppure questa era una sua forma. Era anche Meri, la dea del mare e Sochit il campo di grano. Ma rimase eternamente per i suoi fervidi seguaci la venerata dea che era essa stessa tutte le cose e che aveva promesso: “vivrete nella grazia, vivrete gloriosi nella mia protezione e quando avrete compiuto tutto il tratto di via che vi è stato assegnato e scenderete nel mondo sotterraneo, anche lì vedrete me, così come mi vedete ora, splendente… e se vi mostrerete obbedienti alla mia divinità, saprete che io sola vi ho permesso di estendere la vostra vita al di là del tempo assegnatovi dal vostro destino”.
Iside che vinse la morte per riportare il suo amato alla vita, può con altrettanta facilità abolire la morte per i suoi seguaci pieni di fede. Solo l’onnipotente iside era colei che poteva proclamare: io vincerò il fato.

Attributi
Iside, La luna, è anche Madre Natura, che è sia buona che cattiva. Tollera tutte le cose, proprio come nel mito non permette a Hor di distruggere fino in fondo il Tifone-Set, in quanto crescita e decadenza sono le componenti inevitabili della natura.
Iside viene mostrata mentre decreta che non potrebbe esserci armonia perpetua, se il bene fosse sempre nell’ascendente. Essa, al contrario, delibera che vi sia sempre un conflitto fra le potenze della crescita e quelle della distruzione.
Iside aveva due aspetti: Natura e Luna. Essa era la madre, la creatrice, la nutrice di tutto, ed era anche la distruttrice.
Il suo nome, Iside, significa antico ed era chiamata anche Maat, che significa Conoscenza o Sapienza.
Iside è Maat, la Sapienza Antica. Ovvero la sapienza delle cose come esse sono e come sono state sempre, la capacità innata, intrinseca di seguire la natura delle cose sia nella loro natura presente sia nel loro inevitabile sviluppo nel rapporto reciproco. E’ la sapienza dell’istinto.
Iside era vergine e madre, spesso rappresentata col bimbo in braccio.
Iside, nel periodo del lutto, era vestita di nero, oppure era essa stessa nera. Come la vergine nera dei santuari europei, che le è così strettamente collegata, essa era una Dea della guarigione.
Di Iside era detto: “dove tu guardi pietosa, l’uomo morto ritorna in vita, il malato è guarito”.
Le statue nere di Iside possiedono anche un altro significato. Plutarco dice che “tra le statue quelle con le corna sono rappresentazioni della sua luna crescente, mentre quelle vestite di nero i modi occulti e nascosti in cui essa segue il Sole – Osiride – e brama di unirsi con lui. In conseguenza a ciò essi invocano la luna per le questioni amorose e Eudosso dice che Iside regna sull’amore.”


Il velo di Iside
Il velo colorato di Iside è simile al velo di Maya di cui parla la filosofia indiana.
Esso rappresenta le molteplici forme della natura nelle quali è rivestito lo spirito.
L’idea è che lo Spirito Creativo si rivestì in forme materiali di grande diversità e che l’intero universo che noi conosciamo fu fatto in questo modo, è cioè la manifestazione, sotto forma materiale, dello spirito del Creatore.
Plutarco disse : Iside è il principio femminile della natura e quello che è in grado di ricevere tutto ciò che è creato; a causa di ciò è stata chiamata “Nutrice “ e “Omni-ricevente” da Platone…
Perciò la veste o velo di Iside è la forma continuamente mutevole della natura, la cui bellezza e tragedia vela ai nostri occhi lo spirito. Questo perpetuo gioco reciproco nel mondo manifesto, che comprende gli oggetti esterni, gli alberi, le colline, e il mare, come pure gli altri esseri umani ed anche noi stessi, i nostri corpi, le nostre reazioni emotive, l’intero dramma del mondo, ci sembra possedere una tale realtà assoluta che non pensiamo a metterla in dubbio. Tuttavia in alcuni momenti di particolare intuizione, indotti forse dal dolore o dalla sofferenza o da una grande gioia, possiamo improvvisamente renderci conto che ciò che costituisce l’ovvia forma del mondo, non è quella vera, quella reale.
E’ detto che l’essere vivente viene afferrato nella rete o velo di Iside, e ciò significa che alla nascita dello spirito, la scintilla divina che è in ognuno, fu incorporata o afferrata nella carne.

Iconografia
Iside è spesso simboleggiata da una vacca, in associazione con Hathor, ed è raffigurata con le corna bovine, tra le quali è racchiuso il sole. Nell’iconografia è rappresentata spesso come un falco o come una donna con ali di uccello e simboleggia il vento. In forma alata è anche dipinta sui sarcofagi nell’atto di prendere l’anima tra le ali per condurla a nuova vita. Solitamente viene raffigurata con una donna vestita, con in testa il simbolo del trono, che tiene in mano un loto, simbolo della fertilità. Frequenti anche le rappresentazioni della dea mentre allatta il figlio Horo. Il suo simbolo è il tiet, chiamato anche nodo isiaco, che si trova utilizzato per assicurare le vesti egiziane. L’esatta origine del simbolo è sconosciuta, ma probabilmente rappresenta la resurrezione e la vita eterna.

Simboli
Nei rituali pubblici celebrati in suo onore, nella festa della fertilità, e nel mese di Hathor, novembre, erano portati in processione un fallo, rappresentante Osiride, e un vaso pieno di acqua che lo precedeva. La coppa e il fallo sono gli eterni simboli della generazione che ricorrono sempre. Li troviamo nei riti primitivi – la torcia, che è chiamata l’uomo, e la coppa in cui penetra, che è detta la donna. Il foro nella terra al centro dell’accampamento in cui ogni soldato romano gettava la sua lancia; il calice del santo graal, nel quale era conficcata una lancia che faceva gocciolare eternamente sangue, la sacra fonte battesimale fertilizzata dall’immersione della candela accesa.


Makhmalbaf M. – Sesso e filosofia

Gustati “Sesso e filosofia” on line 

locandina sesso e filosofia

“L’amore è un concetto estensibile
che va dal cielo all’inferno,
riunisce in sé il bene e il male,
il sublime e l’infinito.”
Carl Gustav Jung

Perché il sesso dovrebbe ignorare la filosofia, che in greco significa, come è noto, “l’amore per il sapere”, visto che tutto che è amore lo riguarda da vicino? Che cos’è questa sorta di ossessione universale (il sesso) che dovrebbe scomparire quando ci si accosta alle pareti ripide del discorso filosofico?
Perché tutto sia attraversato dal sesso, compresi i concetti più rigorosi, quelli che formano l’armatura della metafisica come tanti piccoli archetti metallici: Tempo, Verità, Misura, Politica, Desiderio, Essere, Infinito, Immagine, Casualità… non hanno niente in comune con la questione del sesso, eppure nessuno esce indenne da un confronto con il desiderio…

Una riflessione poetica e simbolica sulla difficoltà di dare forma e significato all’universo ellittico dei sentimenti. Il film narra come, quando abbiamo la libertà di fare sesso, spesso perdiamo l’amore. Trattasi  del prezzo del modernismo, in questa pellicola Makhmalbaf declina la solitudine: cosi come  le montagne sono proprio l’una accanto all’altra, restano inevitabilmente solitarie nella loro unicità

Jan festeggia il suo 40 ° compleanno nella sua auto, accendendo 40 candele sul suo cruscotto, da solo, ma per un musicista cieco che canta “il 40 ° anniversario della sua solitudine”, come la pioggia piange empaticamente sul suo parabrezza.

L’acqua, la sorgente della vita, è la matrice che sotto forma di liquido amniotico e delle acque primordiali preserva e da inizio alla vita. Nelle antiche cosmogonie l’acqua, componente primordiale, è un principio vitale inteso come mezzo della rigenerazione. Nella forma di pioggia rende fertile e feconda la terra. Infatti la goccia, l’infinitamente piccolo, contiene l’infinitamente grande, come il seme contiene tutte le informazioni per dar seguito allo sviluppo della vita. L’acqua, sotto forma di vapore sale verso il cielo e si impregna delle energie astrali. Successivamente torna sotto forma di pioggia sulla terra, fecondandola con le energie catturate nella dimensione sottile. La terra trae giovamento, dalle informazioni ricevute dall’acqua, per la sua continua evoluzione. Nella teoria dei quattro elementi tradizionali l’acqua si pone al terzo posto: dopo il fuoco e l’aria e prima della terra. Questa posizione tra l’aria e la terra le spetta per quanto riguarda il movimento consentito dalla sua struttura. L’acqua rappresenta il femminile per eccellenza, in quanto è estremamente adattabile, passiva e ricettiva. Infatti allo stato liquido è flessibile, cambia la sua forma, adattandosi alle circostanze, aggirando gli ostacoli che incontra nel suo cammino.

Rosso colore dominante in molte scene della pellicola simboleggia l’estroversione e la forza di volontà. Incremento dei ritmi vitali è quindi sinonimo di forte passionalità, di grande personalità e di fiducia in se stessi, stimolo alla creatività e aumenta le capacità di autoconservazione.

Capolavoro vocativo è l’uso del linguaggio del corpo, in particolare l’attenzione che Makhmalbaf riserva al movimento delle mani (mudra). Nelle danze indiane trovano la massima espressività la danzatrice infatti comunica con il divino e con le mani racconta le pene dei mortali che chiedono il perdono; la danzatrice con i suoi gesti assume la sacralità divenendo così un tramite tra l’uomo e Dio.

La danza indiana comunica ed insegna qualcosa a chi la pratica e a chi la osserva. La gestualità delle mani, le espressioni del viso, lo sguardo e le movenze eleganti raccontano una storia e permettono di rappresentare la bellezza, l’amore ed il mondo ultraterreno. Tale concetto è abilmente esplicitato nelle sequenze del film che gradualmente accompagnano ad una visione più ampia dell’emotività del protagonista che muove le sue peculiari scelte.

Le mani giocano un ruolo fondamentale, i loro mundra (gesti) sono la forma di comunicazione non verbale più immediata e permettono di esprimere emozioni, sentimenti e concetti veri e propri.

Nella tradizione indiana ogni singolo gesto ha uno specifico significato, ma può avere anche diversi significati a seconda del modo e contesto in cui viene eseguito. Danza in questa pellicola rappresenta il fil rouge concettuale, espediente che esplicita un’armoniosa sequenza di posizioni stilizzate e simboliche ottenute combinando variamente passi, gesti e rotazioni del corpo.

Tecnica e consapevolezza del proprio corpo a ritmo di musica in modo corretto affinano le capacità espressive, per trasmettere emozioni e sentimenti. Lo scorrere del movimento del corpo , l’intensità dello sguardo infondono sicurezza e liberano dalle tensioni verso il desiderare oltre gli steccati del pensiero mediocre.

Scheda del Film

  • DATA USCITA: 14 aprile 2006
  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2005
  • REGIA: Mohsen Makhmalbaf
  • ATTORI: Dalir Nazarov, Marian Gaibova,Farzova Beknazarova, Tahmineh Ebrahiova,Malahat Abdulloeva, Ali Akbar Abdulloev
  • SCENEGGIATURA: Mohsen Makhmalbaf
  • FOTOGRAFIA: Ebrahim Ghafouri
  • MONTAGGIO: Mohsen Makhmalbaf
  • MUSICHE: Nahid , Daler Nazarov, Vanesa Mai
  • PRODUZIONE: Makhmalbaf Film House,
  • DISTRIBUZIONE: BIM distribuzione,
  • PAESE: Francia
  • DURATA: 102 Min

Morgana

morgana

Parla Morgana:

Ai miei tempi sono stata chiamata in molti modi: sorella, amante, sacerdotessa, maga, regina. Ora, in verità, sono una maga e forse verrà un giorno in cui queste cose dovranno essere conosciute. Ma credo che saranno i cristiani a narrare l’ultima storia. Il mondo della Magia si allontana sempre di più dal mondo dove regna il Cristo. Non ho nulla contro di lui, ma solo contro i suoi preti che negano il potere della Grande Dea, oppure la avvolgono nella veste azzurra della Signora di Nazareth ed affermano che era vergine. Ma che cosa può sapere una vergine delle sofferenze dell’umanità?

E ora che il mondo è cambiato e Artù, mio fratello e amante, che fu re e che sarà re, giace morto (e la gente comune lo dice addormentato) nell’Isola Sacra di Avalon, la storia dev’essere narrata com’era prima che i preti del Cristo Bianco venissero a costellarla di santi e leggende.

Il mondo è mutato. Un tempo un viaggiatore, se aveva la volontà e conosceva qualche segreto, poteva avventurarsi con la barca nel Mare dell’Estate e giungere non già a Glastonbury dei monaci, ma all’Isola Sacra di Avalon; allora le porte tra i mondi fluttuavano con la nebbia e si aprivano al volere del viaggiatore. Perché questo è il grande segreto, noto a tutti gli uomini colti del nostro tempo: con il nostro pensiero, noi creiamo giorno per giorno il mondo che ci circonda.

Ora i preti, pensando che questo usurpi la potenza del loro Dio, hanno chiuso le porte (che non furono mai porte se non nelle menti degli uomini) e il percorso conduce soltanto alla loro Isola. Ed affermano che quel mondo, se esiste, è il dominio di Satana, la porta dell’Inferno.

Io non so che cos’abbia creato il loro Dio. Nonostante ciò che è stato detto, non ho mai portato le nere vesti delle monache. Se alla corte di Artù, a Camelot, pensarono così quando arrivai, poiché portavo sempre le vesti scure della Gran Madre nella sua forma di maga, io non li disingannai. E verso la fine del regno di Artù sarebbe stato pericoloso farlo, e perciò chinai la testa all’opportunità come avrebbe fatto la mia maestra, Viviana, la Dama del Lago, un tempo la più grande amica di Artù, dopo di me, e poi sua nemica più accanita… ancora e sempre dopo di me. Ma la lotta ebbe termine; potei finalmente accogliere Artù morente, non quale mio nemico e nemico della mia Dea, ma soltanto come mio fratello e come persona in punto di morte bisognosa dell’aiuto della Madre.

E così Artù giacque infine con la testa sulle mie ginocchia, vedendo in me soltanto la maga, la sacerdotessa, la Dama del Lago; e riposò sul seno della Gran Madre dalla quale nacque e alla quale doveva tornare come tutti gli uomini. E forse, mentre conducevo l’imbarcazione che lo portava via, questa volta non all’Isola dei Preti ma alla vera Isola Sacra nel mondo oscuro al di là del nostro, l’Isola di Avalon dove ormai potevano andare ben pochi oltre a me, si pentì dell’inimicizia che era sorta tra noi.

“Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley

Le nebbie di Avalon (2001)

Morgana (antico irlandese Mórrígan o Mórrígu, medio irlandese Mórríghan, irlandese classico Móirríoghan) è una delle donne protagoniste della mitologia celtica, e grazie alla cultura tardo-medievale è diventata per i più, la mitica “Fata Morgana”.

Pur essendo una Fata, la Fata Morgana non ha le ali poiché nel mondo antico di Avalon le Fate erano sacerdotesse, donne in carne ed ossa, depositarie di antica Sapienza e Conoscenza: non avevano bisogno di ali per muoversi nei vai mondi.

Per la sua caratteristica di apparire sollevata dal suolo: si i presuppone che fosse probabilmente un tipo di camminata molto dolce e leggera che, unitamente ad altri effetti ottici forse anche causati dal particolare abbigliamento delle sacerdotesse di Avalon, a creare questo apparente distacco dalla terra durante la sua camminata.

Nel ciclo arturiano o bretone, Morgana è la Fata Morgana così come la conosciamo, sacerdotessa di Avalon, mentre nella mitologia celtica era considerata una divinità, ed in altre culture ancora come una Ninfa acquatica. La figura di Morgana nelle saghe arturiane è complessa e difficilmente definibile. Il suo ruolo ambiguo è evidentemente intenzionale, e ricollegabile direttamente alle Dee celtiche da cui trae la propria origine: natura estremamente libera e tendenzialmente ribelle, tendenti ad identificarsi con la Natura selvaggia e inafferrabile, di cui nessuno riesce a farsi padrone, neppure il sapiente Merlino.

Dea della guerra, della sessualità e della violenza, guardiana della morte, Morgana ama seminare l’odio e combattere in mezzo agli uomini assumendo a volte aspetti terrificanti. Molto più spesso compare in forma di corvo, essendo che questo l’animale si nutre dei cadaveri di coloro che sono morti in guerra, e si dice che nel campo di battaglia ella saluti i vincitori, e dia una morte orribile ai nemici.

Il suo nome viene generalmente interpretato come “Grande Regina” (da mór = “grande, eminente, importante” e rion = regina), anche se a questo nome si attribuiscono una miriade di altri significati, come quello di “regina fantasma” o “regina dei fantasmi” (dal germanico mahr = “incubo”, il cui significato originale è però “giumenta”), od ancora “regina delle acque” (il rapporto donna-acqua è archetipico presente in tutte le religioni): le entità divine femminili sono strettamente legate alle acque che purificano, risanano e fertilizzano. Morrigan in effetti è un altro nome assegnatole per nominare la Dea Madre.

Viene associata con molte altre Dee, soprattutto irlandesi, come per esempio:

Dana o Anu: madre degli Dèi, il suo nome significa “La Dea” (dia = dea, na = la)

Brigid: figlia del Dagda, nome che significa “l’altissima”. Dea dei fabbri, della poesia e della guarigione, ma anche Dea del fuoco e della trasformazione (il fuoco del focolare di Brigid può pertanto essere visto come l’ingresso al mondo ardente, e trasformatore all’interno della terra, ovvero mondo infero, la fornace/utero della stessa Madre Terra)

Babd: divinità guerriera il cui nome significa “cornacchia” (anche chiamata Mab nelle favole popolari)

Macha: importante divinità irlandese, sposa di Lugh, o anche Consorte di Nemed, re del secondo popolo che venne dopo la sconfitta dei fomoriani nelle terre irlandesi

Hel: Dea della mitologia scandinavo-germanica del regno del mondo infero. La parola inglese hell deriva dal suo nome, che significa “luce”, ma Hel oltre ad essere la regina del mondo infero, governa anche quale Regina delle Fate nella Terra d’Estate, un sorta di Persefone

Kali: Dea indù creatrice e distruttrice

Ecate: divinità greca lunare, Dea dei fantasmi e degli incantesimi, nota come “la vecchia” o “la madre oscura”

Diana: Dea romana della luna e della caccia. La sua figura è di una seduttrice, ma rappresenta anche una figura materna

Lilith: Dea sumera che presiede la sfera cerebrale-sessuale

Persefone: Dea greca dell’Ade e delle messi

Può sembrare curioso che una dea guerriera come Mórrígan possa essere identificata con Anu, la “nutrice degli dèi”. Questo punto, se verificato, getterebbe una luce interessante sull’antichità di questa figura: si potrebbe pensare ad un’antichissima Dea dal carattere ambivalente, tanto benigno quanto maligno, simile alle Dea indiana Devī, sposa di Śhiva, tra i cui molti aspetti annovera la dolce Umā, la battagliera Durgā o la terribile Kalī.

Morrigan è rappresentata nella sua totalità come una triplice Dea, insieme a Babd e Macha, o rappresentante una triade contenente “Babd, Macha, Némain”, od inserita se stessa nella figura della triplice Dea in un’altra triade, “Brigid-Diana-Morrigan”. Morrigan è una Dea che sceglie e che richiama i suoi figli, per questo è rappresentata con l’aspetto calante od oscuro della luna, ovvero la Dea dell’arcano (come Hecate).

Le tre Dee (Mórrígan, Badb Chatha e Némain) sembrano rappresentare tre diversi aspetti della battaglia, e tutt’e tre compaiono talora come corvi che volano intorno ai guerrieri che stanno per morire. Gli studiosi hanno opportunamente ricordato un’antica iscrizione britannica dedicata alle Lamiis Tribus, le “tre Furie”, ipotizzando si tratti di un archetipo celto-continentale delle tre Dee della Guerra irlandesi. È anche possibile che queste figure siano tra loro distinte. Per esserne certi dovremmo trovarle tutte (Mórrígan, Badb Chatha e Némain) in una stessa scena, ma purtroppo ciò che non accade mai: nel corso delle battaglie si accenna sempre ad una delle tre, e mai a più di una. Alcuni autori ritengono dunque che si abbia a che fare con tre, o più nomine divine per ogni singola figura; se il vero nome di questa Dea è davvero Mórrígan, “grande regina“, allora Badb Chatha “corvo della battaglia” e Némain “panico“, sono dei suoi attributi.

Si ritiene che “La Morrigan” sia riconoscibile grazie a tre particolarità: la prima è che il suo cocchio è trainato da un cavallo all’apparenza normale, ma che in realtà è agganciato al carro con un palo che passa attraverso il corpo dell’animale, e che è fissato alla sua testa con un piolo; la seconda è che la colorazione dei suoi abiti, dei capelli, del carro e cavallo stessi sia rossa perché il rosso, secondo la credenza celtica, è il colore dell’aldilà; la terza è che abbia la bocca su un solo lato della faccia.

Morrigan è inoltre simbolo dell’amore carnale, ed anche di una certa promiscuità sessuale, ma carente di qualsiasi colpa, giacché gli antichi Celti non vedevano il sesso come qualcosa di cui ci si doveva vergognare. L’unione sessuale più famosa è quella che ebbe con Dadga nel fiume, dove ella si sedé sopra di lui (qui si vede la relazione con la dea sumera Lilith, che nei miti cristiani si presenta come la prima donna che non volle sottomettersi ad Adamo, in quanto lo voleva “cavalcare” e per questo fu espulsa dal paradiso). Morrigan rappresenta l’iniziazione, è colei che distrugge per poi ricostruire. Nel pantheon gallico Morrigan era la Dea che rapiva i bambini e li teneva con sé presso un lago, lasciandoli liberi solo quando essi erano diventati cavalieri forti e fieri. In questa vicenda alcuni studiosi hanno voluto vedere un’allegoria dell’iniziazione, che avviene principalmente grazie alla figura della donna.

Nella tradizione feerica la Dea Tenebra è nota come la lavandaia al guado, è lei quella che incontriamo al momento della nostra morte fisica, che lava la nostra anima e la prepara alla rinascita. A coloro che osano affrontarla, la lavandaia ha grandi doni da dispensare, non ultimo quello del valore sovraumano, da lei concesso ad antichi eroi. L’incontro con la Dea Tenebra, che presiede la nostra iniziazione, è pertanto un incontro con i nostri scarti psichici, con la nostra “immondizia”. La Dea Tenebra è di importanza fondamentale per la via feerica, in quanto dispensatrice di possenti iniziazioni. Morrigan, mascherata da orrenda megera, guida i cavalieri ad abbracciare la loro tenebra e a trasformarla mediante la morte.

Nei primi incontri con Morrigan, l’iniziato o colui che si prepara per essere iniziato, soffre di atroci incubi: questo ubbidisce al principio che se non ci si libera di tutte le proprie paure, non si potrà iniziare con purezza la nostra nuova via…

Il Corvo e la sua relazione con la Dea Uccello

Morrigan è una Dea che si contraddistingue per poter mutare forma e trasformarsi in diversi animali, il principale è il corvo.

La testimonianza della Dea Uccello si riscontra nell’età del bronzo, dove il potere divino femminile era relazionato con l’uccello che congiungeva il cielo alla terra, ovvero capace di mediare fra la terra e il cielo. Il corvo, al contrario di quello che si pensa non porta morte, bensì mangia e trasforma i corpi. Nella tradizione del nostro paese i corvi sono simboli di malaugurio o di morte, mentre per gli orientali il corvo è simbolo di amore filiale, di amore familiare ed è messaggero divino: nella Genesi il corvo è simbolo della perspicacia; per i greci aveva facoltà profetiche; nella religione mitraica lo si considerava capace di scongiurare la cattiva sorte. Secondo Svetonio è anche simbolo di speranza, poiché ripete sempre cras cras, cioè: “domani, domani”.

I corvi si ritrovano presso la religione celtica, anche nella saga di re Artù, come simbolo di saggezza, ma anche di virtù guerriere.

Le cornacchie sono presenti soprattutto in Irlanda dove la cornacchia (Badb) è uno dei nomi della Dea della guerra, che usa questa forma oltre che quella di altri animali per mostrarsi agli avversari. Si ritiene che sia un simbolo positivo della mutevolezza e del cambiare forma, addirittura dello sdoppiarsi, e questa sua ultima capacità sembra permetterle di essere senza tempo, sospesa tra passato, presente e futuro. Alchemicamente parlando, il corvo è nero, che è il colore dell’inizio, e rappresenta semplicemente l’oscurità di ciò che non si conosce ancora. Proprio per questo, se il corvo appare nei nostri sogni o se compare in circostanze particolari, può soprattutto essere inteso come un segno che una piccola porticina del mondo magico sia stata aperta, e che siamo pronti per un mutamento verso l’alto. I corvi rappresentano ovviamente i messaggeri della Dea Morrigan.

Il Cane e la Morrigan ultraterrena

Il secondo animale di Morrigan è il cane. La cultura della vecchia Europa rivela l’antichissima origine del legame tra cane, luna nuova, notte nera e Dea. Per tradizione, i cani custodiscono l’ingresso del regno dei morti.

Insieme alle varie allusioni all’inferno, si sa che il re di questo reame è un personaggio plutonico, cosa che renderebbe la Dea un tutt’uno con Persefone, regina degli inferi: Persefone, come risulta dall’etimo del suo nome, è colei che “splende nel buio”.

Il segugio, o cane nero, viene anche messo in relazione con la Dea Ecate. Questa Dea, venerata nel vicino Oriente è rappresentata dalla luna nera.

Nel mondo classico divenne la signora delle arti magiche: in suo onore si allestivano i banchetti nei crocevia, e per questa sua particolare collocazione era anche raffigurata con quattro facce, che in realtà è collegata alle quattro fasi della luna.

La sua figura fu prevalentemente legata al regno dei morti. A differenza di Artemide, che rappresentava la luce lunare e lo splendore della notte, Ecate rappresentava l’oscurità e i suoi terrori. Si credeva che nelle notti senza luna (luna nuova), lei vagasse per la terra con un branco di cani fantasma che ululavano: è la Dea della stregoneria e dell’arcano, e la veneravano specialmente le Streghe. Ecate viene anche rappresentata con serpenti intrecciati al collo.

Risalta peraltro il fatto che nelle sue trasformazioni in animale, la Morrigan si trasformi anche in una lupa.

 

 

 

 


Platone e l’Eros

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Il desiderio erotico, da Platone in poi, è inscritto nel segno di una mancanza che è figlia di una colpa. L’androgino sfida gli Dèi e, per tutta risposta, viene diviso a metà e costretto a volgere la sguardo verso il segno della ferita. Da allora ogni metà desidera ricongiungersi alla parte perduta di sé. Dunque la conoscenza, e la coscienza che ne è fondamento, sono fonte di una vergogna che è avvertita in quanto colpa; ma di che cosa esattamente?Forse gli uomini soffrono l’incomprensibile abbandono degli Dèi, il loro inarrivabile silenzio e non possono che raccontarsi che è colpa loro, che qualcosa devono pur aver fatto…e in effetti qualcosa hanno fatto; si sono sottratti al controllo Dèi loro antichi padroni diventando Dèi di sé stessi (diremmo perciò che gli uomini hanno abbandonato gli Dèi ma che descrivono la cosa dicendo di essere stati abbandonati per una qualche primigenia colpa). La frattura divide l’Io da sé stesso e lo rende schiavo (d’amore) della sua metà fuggita, quella metà che più che essere un altro mortale, è il suo Dio, la sua follia (mania), cioè la sua modalità d’essere prima dell’avvento tragico dell’individuo (sempre uno, diviso).Se de-siderare significa smettere di contemplare le stelle, allora il desiderio s’insinua laddove c’è una Spaltung tra l’uomo e il divino facendosi al contempo dolorosa rottura e possibilità del suo sanamento. Eros getta un ponte tra mondi che, lungi dal potersi fondere, possono solo farsi interpreti l’uno dell’altro (sexus-nexus) connettendosi in un senso, sebbene provvisorio, caduco. È in virtù di questa mediazione erotica che l’atto sessuale (la petite mort di Bataille) e, se si vuole, quello linguistico, sospende momentaneamente la discontinuità dell’esistenza e con essa la separatezza e l’incomunicabilità. Ma se nell’avvinghiarci al corpo dell’altro scongiuriamo il pericolo di essere morti (perché e finché il piacere ci protegge), sciogliendoci dall’intreccio ci riscopriamo improvvisamente esposti, mutilati, mortali. Dunque: la coscienza individuale è la colpa, la separatezza è la pena, l’unione erotica è l’espiazione (mai definitiva). Il desiderio, che è desiderio di ciò di cui è mancanza (Eros figlio di Penia), è memore di un vissuto originario che esperiva l’unità, l’armonia cosmica tra l’uomo e i suoi Dèi, l’assenza di discontinuità nel mondo, il vissuto dell’alterità come determinazione dell’identità. Il desiderio ricorda e vagheggia il tempo in cui “tutto era Uno”(di cui l’androgino è la cifra).


Maleficent

Guarda il film “Maleficent” on line

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C’era una volta, la disputa fra bene e male, una strega malvagia e una principessa dall’aspetto angelico, una maledizione atta a distruggere il potere dell’amore.

C’era una volta, una favola capace di far sognare bambini e bambine MA una favola simile a tante altre favole, priva di originalità e magia ma forte delle reminiscenze del passato.
C’era una volta
e per fortuna non c’è più.
Ciò che ho visto al cinema si è rivelato un capolavoro della Disney, un inno al vero amore che non ricadesse nel banale.
E’ stato un viaggio nell’intimo di una donna che per secoli ha vestito le parti della strega malvagia, priva di umanità e sentimento.
Ho apprezzato questo distacco dalla favola popolare, un distacco che ha dato vita ad un’avventura nuova, letta in chiave moderna; non si è parlato di bene o male, di angeli e demoni ma si è descritto l’inno all’amore, a quell’amore tradito che genera ostilità e dolore ma che, nel toccare il fondo di una vendetta disumana, riaffiora a nuova luce e genera vita.
Meravigliosa l’ambientazione: cascate argentate, folletti e fate, alberi maestosi resi guardiani di una magia silenziosa, che la mano umana non dovesse e potesse distruggere. Meravigliosa l’analisi psicologica della strega: la solitudine di un’infanzia che l’ha resa forte e prudente ma con gli occhi ancora colmi di speranza.
E in tutto questo dove si nasconde l’amore?
Ci allontaniamo dall’amore fra uomo e donna, l’amore coniugale, l’amore “di 2 sposi o presunti tali” e ci avviciniamo al VERO AMORE, quello di una madre per la figlia, perchè si è madre anche se il figlio non lo generi dal tuo grembo, si è madre se si è spesa la propria vita a custodire, accudire, proteggere un’altra creatura, assistendola nel percorso lungo della crescita.
Ed ecco che il vero bacio non ricade nel banale ma esplode nelle labbra di Angelina Jolie posate sulla fronte della sua “Bestiolina adorata”.
Si mescolano le parti e i nodi si sciolgono: colui che ha speso la propria vita alla ricerca della fama, tradendo e ferendo, fa la fine che merita, soccombe all’avidità e all’orgoglio. LUI, nè padre nè marito nè amante. E LEI, la fata oscura, la strega alata, ritrova la sua favola e il suo lieto fine, circondata da quell’amore che gli era stato sottratto, da quelle promesse che nessuno aveva mai mantenuto, da quella dignità che altri avevano violato.

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“L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere, l’amore deve trovare la forza di diventare certezza dentro di sè, allora non è più trascinato ma trascina.” H. Hesse


Maria Gaetana Agnesi, matematica e linguista italiana.

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Maria Gaetana Agnesi nasce a Milano il 16 maggio 1718 in una famiglia facoltosa di commercianti della seta. Contrariamente a quanto è stato scritto in passato, il padre Pietro (1690 ca-1752) non era professore di matematica a Bologna, bensì un “uomo nuovo” della ricca borghesia milanese, che in quegli anni investiva le ricchezze familiari nel tentativo di elevare il proprio casato al rango patrizio mediante un generoso mecenatismo per arti, scienza e poesia. Un salotto di intellettuali italiani e stranieri presso il proprio palazzo e l’investimento nell’istruzione dei figli facevano parte della sua strategia di ascesa sociale.
In tale contesto, le figlie Maria Gaetana e Maria Teresa (1720-1795) vengono avviate fin da giovanissime allo studio delle lingue, la prima, al canto ed al clavicembalo, la seconda. Iniziano ben presto ad esibirsi per gli ospiti del padre.
Il salotto di palazzo Agnesi raccoglieva parecchi esponenti dell’illuminismo cattolico lombardo legati al movimento di riforma portato avanti da Antonio Ludovico Muratori (1672-1750) e appoggiato da papa Benedetto XIV durante il suo pontificato (1740-1758). Impegnati in una campagna per un nuovo rigore morale e per la partecipazione attiva dei fedeli alla società civile, questi ecclesiastici si proponevano di armonizzare ragione e fede anche attraverso l’introduzione delle nuove teorie scientifiche, come il sistema newtoniano e il calcolo infinitesimale.
La giovane Maria Gaetana si forma in questo ambiente. Prosegue la sua educazione con i migliori istitutori privati leggendo gli autori classici e testi di filosofia, di etica e di fisica. Nel 1738 pubblica una raccolta di 191 Propositiones philosophicae, presumibilmente un sommario, dove il sapere fisico-matematico giocava un ruolo di tutto rilievo delle ricerche filosofiche intraprese fino ad allora con il conte Carlo Belloni (cui le Propositiones sono dedicate), con Padre Francesco Manara, professore di Fisica sperimentale all’Università di Pavia, e Padre Michele Casati. In questo testo le scienze vengono presentate secondo una prospettiva apologetica dove solo le matematiche consentono una “conoscenza certa” e una “contemplazione intellettuale” infusa di spirito religioso. Con la pubblicazione delle Propositiones, che attestavano una discreta conoscenza di matematica, aumenta la notorietà di Maria Gaetana Agnesi; ospiti illustri dall’Italia e dall’Europa si recano presso il palazzo paterno per incontrarla.
Nello stesso periodo si accentua altresì la vena mistica della giovane, che si dedica sempre più alla meditazione ed alla vita spirituale. Nel 1739 manifesta la volontà di abbandonare l’attività mondana e la frequentazione dei salotti per prendere i voti: di fronte alle resistenze paterne la giovane acconsente ad un compromesso che le permetta di vivere un’esistenza ritirata senza entrare in convento, ma prestando opera di assistenza presso il reparto femminile dell’Ospedale Maggiore di Milano.
E’ del 1740 l’incontro con il monaco Ramiro Rampinelli (1697-1759), docente di matematica a Padova e formatosi a Bologna. Già dal 1735 l’Agnesi si era dedicata allo studio del manuale di calcolo differenziale del marchese Guillaume François de L’Hôpital (1661-1704) con l’intenzione di scriverne un commento ad uso didattico. Sotto la guida di Rampinelli affronta i lavori di Charles-Réné Reyneau (1656-1728), di Guido Grandi (1671-1742) e di Gabriele Manfredi (1681-1761), mentre entra in contatto con i matematici italiani che si occupavano allora del calcolo infinitesimale, in special modo con il conte Jacopo Riccati (1676-1754). Nel 1748 pubblica in due volumi le Instituzioni analitiche per uso della gioventù italiana: come indica il titolo, l’intento dell’autrice è divulgativo e didattico, in linea con quelle che erano le impostazioni di base del movimento del cattolicesimo illuminato di cui faceva parte. La lingua adottata quindi è l’italiano, in rottura con la tradizione manualistica dell’epoca in latino; lo stile è semplice e chiaro. Decide poi di trattare i principi dell’algebra, della geometria analitica e del calcolo infinitesimale in termini puramente geometrici, senza includere le applicazioni di tali discipline alla meccanica ed alla fisica sperimentale; un’interpretazione, questa, determinata forse dalla convinzione di una superiorità filosofica delle matematiche rispetto alle altre scienze.
Socia di varie accademie scientifiche, nel 1748 viene aggregata all’Accademia delle scienze di Bologna. Papa Benedetto XIV le fa assegnare nel 1750 l’incarico di lettrice onoraria di matematica all’Università di Bologna, che negli stessi anni vede tra i suoi docenti donne celebri come Laura Bassi; Agnesi accetta, ma non svolgerà mai il suo incarico.
Nel 1752, alla morte del padre abbandona, infatti, l’attività scientifica per dedicarsi alle opere caritatevoli ed al raccoglimento spirituale: pochi anni dopo lascia il palazzo di famiglia e si trasferisce presso le stanze dell’Ospedale Maggiore. Su richiesta dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Pozzobonelli (1696-1783), assume nel 1771 la direzione del reparto femminile del Pio Albergo Trivulzio. Il suo impegno si manifesta anche nel suo incarico di consigliera di materie teologiche dello stesso arcivescovo, che nel 1768 la nomina “priora della dottrina cristiana”, incarico legato all’opera di catechizzazione del popolo. Muore nel 1799.

 


Ana Rossetti – Incoffessabile

E’ tanto adorabile introdurrmi nel suo
letto, mentre la mia mano vagante
riposa, trascurata, tra le sue gambe,
e sguainando la colonna tersa – il suo cimiero
rosso e sugoso avrà il sapore delle fragole,
piccante- presenziare all’inaspettata
espressione della sua anatomia che non sa
usare, mostrargli la l’arrossata incastranatura
all’indeciso dito, somminestrandogliela
audacemente con perfide e precise dosi.
E’ adorabile pervertire un ragazzo, estrarrgli
dal ventre vaginale quella ruggente tenerezza
tanto simile al rantolo finale di un agonizzante,
che è impossibile non condurlo a sfinirsi mentre eiacula.

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Buon Compleanno Aretha Franklin, indiscussa Regina del Soul

Aretha Franklin nasce a Memphis nel 1943, ed è figlia del Reverendo Battista Charles Franklin, importante religioso di Detroit. In casa Franklin entrano ogni tanto Mahalia Jackson, Berry Gordy, Clara Ward e un intimo amico del padre:Martin Luther King. Il Reverendo Franklin è infatti soprannominato “The Million Dollar Voice” per la capacità di intonare sermoni “ipnotici” e gospel. Nel 1960 la giovanissima Aretha è scritturata dalla Columbia, per la quale incide dieci dischi in sei anni, senza alcun successo commerciale. Più fortunata la collaborazione con la Atlantic, che la spinge con più decisione sulla via del rhythm’n’blues. Dal 1967 in poi brani come “I Never Loved A Man (The Way I Love You)”, “Baby I Love You”, “Chain of Fools”, “Think” ottengono un grande successo. La Franklin si segnala anche per la capacità di affrontare con la propria voce, una delle più belle e riconoscibili del mondo della musica, brani diversissimi come “Satisfaction” (Rolling Stones), “I say a little prayer” (Burt Bacharach), nonché una versione di “Respect” che lascia stupefatto lo stesso Otis Redding. A consacrarla come leggenda del r’n’b è tuttavia “(You make me feel like) A natural woman”, di Carole King.
Nel 1979, dopo 19 album con la Atlantic, Aretha passa alla Arista. Gradualmente il sound dei suoi dischi comincia a “ringiovanire” con innesti di fresche “contaminazioni” della nuova black music e non solo: negli anni ’80 il suo grande rilancio passa attraverso collaborazioni o duetti con, tra gli altri, George Benson, Eurhythmics, Rolling Stones, George Michael e Whitney Houston. La “Queen of Soul”, continuamente omaggiata da tributi e riconoscimenti (è la prima donna ad entrare nella Rock’n’Roll Hall of Fame e vince ben 15 Grammies), è anche protagonista di una memorabile versione di “Think” in “Blues Brothers”.
Grazie al sapiente lavoro del produttore Narada Michael Walden, la cantante torna anche nelle top ten, con il brano “Freeway of love” (1984), utilizzato anche per uno spot della Coca-Cola. In ogni caso Aretha non rinnega le origini “gospel” (il suo disco del 1987 ONE LORD, ONE FAITH, ONE BAPTISM è il più venduto nella storia del genere, superando persino quelli di Elvis.
Nel 1998, dopo una lunga lontananza dagli studi di registrazione, incide A ROSE IS STILL A ROSE, per il quale ancora una volta si avvale del contributo di alcuni tra i più quotati produttori contemporanei, tra i quali Jermaine Dupri, Sean “Puffy” Combs, e l’inseparabile Narada.
Nel 2003 viene pubblicato SO DAMN HAPPY, che include la canzone “Wonderful”, vincitrice del Grammy. In seguito all’uscita del disco, pur incidendo di fatto poi un altro album di duetti illustri dal titolo JEWELS IN THE CROWN: ALL-STAR DUETS WITH THE QUEEN (2007), la Franklin lascia – dopo trentadue anni – l’Arista Records e fonda la propria etichetta discografica, l’Aretha Records per la quale incide il suo nuovo album A WOMAN FALLING OUT LOVE, in uscita nel 2008.
A febbraio 2008, durante la 50esima edizione dei Grammy, l’artista viene insignita di un premio alla carriera per aver vinto ben venti “grammofoni d’oro”. A novembre 2010 Aretha viene ricoverata in ospedale: ha infatti dei seri problemi di salute (un tumore al pancreas), per cui le viene impedito di cantare almeno fino a maggio 2011.


Ana Rossetti – Vieni, entra e coglimi

serpente

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…

comprimimi discioglimi tormentami…

infiammami programmami rinnovami.

Accelera… rallenta… disorientami.

 

Cuocimi bollimi addentami… covami.

Poi fondimi e confondimi… spaventami…

nuocimi, perdimi e trovami, giovami.

Scovami… ardimi bruciami arroventami.

 

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgominami poi sgomentami…

dissociami divorami… comprovami.

 

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra… riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.


Pablo Neruda – Canzone del maschio e della femmina!

Canción del macho y de la hembra!

 

Canción del macho y de la hembra!

La fruta de los siglos

exprimiendo su jugo

en nuestras venas.

Mi alma derramándose en tu carne extendida

para salir de ti más buena,

el corazón desparramándose

estirándose como una pantera,

y mi vida, hecha astillas, anudándose

a ti como la luz a las estrellas!

 

Me recibes

como al viento la vela.

 

Te recibo

como el surco a la siembra.

 

Duérmete sobre mis dolores

si mis dolores no te queman,

amárrate a mis alas

acaso mis alas te llevan,

endereza mis deseos

acaso te lastima su pelea.

 

¡Tú eres lo único que tengo

desde que perdí mi tristeza!

¡Desgárrame como una espada

o táctame como una antena!

Bésame

muérdeme,

incéndiame,

que yo vengo a la tierra

sólo por el naufragio de mis ojos de macho

en el agua infinita de tus ojos de hembra!

 

 

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Canzone del maschio e della femmina!

            

 

Canzone del maschio e della femmina!

Il frutto dei secoli

che spreme il suo succo

nelle nostre vene.

La mia anima che si diffonde nella tua carne distesa

per uscire migliorata da te,

il cuore che si disperde

stirandosi come una pantera,

e la mia vita, sbriciolata, che si annoda

a te come la luce alle stelle!

 

Mi ricevi

come il vento la vela.

 

Ti ricevo

come il solco il seme.

 

Addormentati sui miei dolori

se i miei dolori non ti bruciano,

legati alle mie ali,

forse le mie ali ti porteranno,

dirigi i miei desideri,

forse ti duole la loro lotta.

 

Tu sei l’unica cosa che possiedo

da quando persi la mia tristezza!

Lacerami come una spada

o senti come un’antenna!

Baciami,

mordimi,

incendiami,

che io vengo alla terra

solo per il naufragio dei miei occhi di maschio

nell’acqua infinita dei tuoi occhi di femmina!


Franco Battiato – The age of hermaphrodites


L’arte delle donne – Pittrici nella storia

Talvolta ci si chiede quante donne siano entrate a far parte della Storia dell’arte? La nostra memoria è affollata di così tanti nomi maschili che, nell’immaginario collettivo, c’è sempre la presenza di un uomo con pennello e scalpello intento a realizzare un quadro o una scultura.

E le donne artiste? Per molti secoli restano ‘invisibili’ fra le mura di casa o di un convento, dedite alle arti cosiddette minori quali il ricamo, la tessitura, la miniatura. Nel Medioevo non possono intraprendere alcun tipo di apprendistato nelle botteghe d’arte o artigiane; per cui fino al Cinquecento viene repressa e ignorata ogni loro aspirazione artistica.

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Solo a partire dal XVI secolo alcune pittrici riescono a farsi conoscere al di là dei confini cittadini, mentre le più dotate s’impongono addirittura in ambito europeo. Accade alla primogenita del Tintoretto, Marietta Robusti, che lavora per quindici anni nella bottega paterna dimostrando un’abilità sorprendente al punto da essere invitata dal re spagnolo Filippo II, senza che il padre però le concedesse di recarsi in terra straniera. Viceversa la cremonese Sofonisba Anguissola potè esercitare, alla corte di Spagna, la funzione di ritrattista ufficiale dal 1559 al 1580 perché suo padre glielo consentì, essendo un uomo liberale e grande appassionato di pittura. Nello stesso periodo la miniaturista fiamminga Levina Teerline lavora al servizio dei sovrani inglesi Edoardo VI, Maria Tudor ed Elisabetta I affermandosi come artista di prim’ordine al punto da guadagnare cifre ragguardevoli e superiori a molti famosi pittori (maschi) del suo tempo.

Nel 1562 era sorta a Firenze l’Accademia europea del Disegno, ma solo nel 1616 vi fu ammessa una donna. Si trattava di Artemisia Gentileschi, la maggiore pittrice del Seicento, fra i massimi artisti italiani d’ogni tempo. Tre anni prima del suo ingresso in Accademia, Artemisia aveva già dipinto il suo capolavoro intitolato “Giuditta che decapita Oloferne”, una tela di 159×126 cm. che rievoca il cruento episodio biblico trattato anche da Caravaggio. Il dipinto esprime le straordinarie doti pittoriche di questa giovane donna che venne violentata a diciott’anni da un anziano amico del padre e, durante il processo contro il suo stupratore, dovette subire ogni tipo di umiliazione, compresa la tortura, da una giustizia maschilista e reticente verso le vittime di sesso femminile. Nella fredda violenza del gesto di Giuditta che decapita Oloferne si può cogliere il rancore di tutte le donne violentate nei secoli; per cui Artemisia Gentileschi e i suoi magnifici quadri sono stati spesso assunti a simbolo dal femminismo del XX secolo.

Oltre a Barbara Longhi – figlia del pittore manierista Luca ed eccellente ritrattista di sante e Madonne nel piccolo formato – un caso straordinario di precocità artistica fu quello della bolognese Elisabetta Sirani che, a soli 17 anni, era già considerata un maestro in grado di gestire una sua Scuola d’arte per fanciulle in cui insegnava le più raffinate tecniche della pittura e dell’incisione. Nella sua breve esistenza produrrà più di 200 dipinti e verrà apprezzata nelle maggiori corti europee per la raffinatezza e l’intensità espressiva dei suoi quadri. Un’ulcera perforata la stroncherà giovanissima, nel 1665, a soli 27 anni. Si sospetterà un avvelenamento procurato da una sua cameriera invidiosa, ma l’autopsia evidenziò come fossero state del tutto naturali le cause della sua morte improvvisa e inattesa.Nel corso del Seicento si afferma rapidamente, soprattutto nel nord Europa, una ricca borghesia mercantile che vuole arredare elegantemente le proprie case, richiedendo ai pittori soggetti sempre nuovi o decisamente decorativi. Si diffonde, quindi, il genere della ‘natura morta’ in cui eccellono le pittrici olandesi Clara Peeters, Maria Van Oosterwijck e Rachel Ruysch. Un caso a parte è rappresentato da Maria Sibylla Merian che si specializza nell’illustrazione botanica ed entomologica, al punto da essere inviata dalle autorità olandesi nella colonia del Suriname per illustrare i risultati di una spedizione scientifica. In Italia al nuovo genere si dedica la milanese Fede Galizia, alla quale si deve una natura morta con frutta risalente al 1602, forse la prima della nostra storia artistica. Dotata di eccezionale talento seppe dipingere su tavola opere bellissime e caratterizzate stilisticamente da una luce fredda, tagliente in grado di esaltarne la perfetta armonia compositiva.

Il Settecento italiano fu dominato al femminile dalla veneziana Rosalba Carriera, straordinaria ritrattista nella tecnica del pastello in cui dimostrò grande versatilità e finezza descrittiva nell’introspezione psicologica dei personaggi rappresentati. Fin da giovane conquistò una fama internazionale, dividendo la sua esistenza fra Venezia e Parigi ed ottenendo commissioni da molti principi e sovrani europei. Tornata definitivamente nella sua amatissima città lagunare fu afflitta negli ultimi anni da una grave malattia agli occhi che la condurrà alla cecità irreversibile fino alla morte, avvenuta nel 1757.

In Europa vanno ricordate almeno due pittrici vissute tra il Settecento e l’Ottocento: la svizzera Rosalba Carriera e la francese Marie-Guillemine Benoist. La prima, famosa e carica di riconoscimenti accademici, fece scandalo per alcuni suoi disegni di nudi maschili ritratti dal vero; la seconda, allieva del grande pittore napoleonico David, si battè per l’abolizione della schiavitù anche attraverso dei quadri simbolici, diventati famosi, come ‘Ritratto di negra’.

La pittura del XIX secolo verrà profondamente rinnovata, negli ultimi decenni, dall’impressionismo di cui fecero parte quattro donne: Mary Cassat, Berthe Morisot, Suzanne Valadon ed Eva Gonzales. Della Cassat si parla alla pagina Artista del mese. Berthe Morisot fu una bellissima modella e prima donna ad unirsi al gruppo dei grandi maestri francesi di fine Ottocento. Modella prediletta di Monet, si legò a lui, a Renoir e a Rodin di profonda amicizia, contribuendo all’organizzazione della prima collettiva parigina per sole donne (Salon des Femmes). Più libera e spregiudicata fu Suzanne Valadon, modella e amante di Toulouse-Lautrec, nonché madre di un figlio illegittimo che diventerà il famoso Maurice Utrillo. La sua pittura fu estremamente realistica nell’ambientazione e anticipò i forti contrasti di colore che saranno tipici dell’espressionismo. Nell’ambito del gruppo molto apprezzata fu Eva Gonzales, d’origini spagnole e modella di Manet; tuttavia non fece in tempo a veder riconosciute le sue doti d’artista essendo morta di parto, a trentaquattro anni, nel 1883.

Il primo Novecento si caratterizza per il rinnovamento radicale della pittura attraverso la diffusione delle avanguardie storiche a cui partecipano molte artiste di talento, sebbene abbiano spesso il ruolo marginale di compagne o muse ispiratrici di grandi maestri. Accade a Gabriele Munter (Kandinskji), Marie Laurencin (Apollinaire), Leonora Carrington (Ernst), Frida Kahlo (Rivera), Jeanne Hébuterne (Modigliani). In Russia, viceversa, dopo la Rivoluzione d’ottobre alle artiste delle avanguardie viene riconosciuto un ruolo di primo piano nella pittura e nel design: Nataljia Goncarova, Liubov Popova. Alexandra Exter, Varvara Stepanova furono le più importanti firme della nuova arte che si affermava in Unione Sovietica. Nel periodo tra le due guerre l’arte delle donne si avventura in generi e settori creativi da cui erano state escluse: l’astrattismo di Sonia Delaunay, la fotografia della friulana Tina Modotti, l’art Deco di Tamara de Lempicka che diventa famosa per i ritratti femminili nei quali raffigura donne volitive, moderne e definitivamente emancipate da ogni tutela maschilista. Le sue opere, trascurate per decenni dal mercato artistico, sono ormai introvabili e valgono oggi alcuni milioni di euro.

Molti sono i nomi di artiste contemporanee che andrebbero ricordate; ma si vuole concludere citando simbolicamente, per tutte, una pittrice che il Novecento ha interamente attraversato lavorando senza clamore, ma con l’entusiasmo e la passione di sempre. E’ la signora Felicita Frai, una pittrice nella storia, che ha saputo dipingere l’eterna fanciulla che c’è in ogni donna, trasfigurandovi per sempre nei suoi quadri la bellezza interiore e l’incantevole stupore.


Nina Hagen – african reggae live


Carmen Consoli – Besame Giuda/Lady Marmalade


Franca Rame:

Documenti sullo stupro di Franca Rame dagli archivi di “Repubblica”

 

Rame, Franca. – Attrice italiana (Parabiago 1929 – Milano 2013). Figlia d’arte, debuttò giovanissima nella compagnia girovaga del padre. Passata alla rivista nel1948, incontrò D. Fo, divenuto poi suo marito, nello spettacolo di cabaret Il dito nell’occhio (1953). Dal 1958 è stata protagonista delle numerose commedie scritte da Fo. Si è imposta con una recitazione estrosa ed aggressiva, passando con disinvoltura dalla satira spregiudicata di La signora è da buttare (1967) ai toni sarcastici del Fabulazzo osceno (1981), alla didattica semiseria di Sesso? Grazie, tanto per gradire (1994); come attrice e autrice (sempre in collaborazione con Fo) ha trattato con coraggio e polemica la condizione femminile (Tutta casa, letto e chiesa, 1978; Coppia aperta, 1984; Parliamo di donne, 1991). Dei successivi lavori si ricordano: Il diavolo con le zinne (1997),spettacolo comico grottesco, in cui ha affiancato G. Albertazzi; Marino libero! Marino è innocente! (1998), rivisitazione polemica del caso Sofri; Lu santo jullare Francesco (1999), monologo sulla figura del santo di Assisi. Nel 2009, insieme a D. Fo, ha scritto l’autobiografia Una vita all’improvvisa. Nel 2006 è stata eletta al Senato con la lista Italia dei Valori, esperienza conclusasi nel 2008 che l’attrice ha descritto nel testo In fuga dal Senato, pubblicato postumo nel 2013.


Tina Lagostena Bassi

Lagostena Bassi, Tina (propr. Augusta). – Avvocatessa italiana (Milano 1926 – Roma 2008); nota come “l’avvocato delle donne” per il forte impegno profuso in difesa dei diritti femminili, ha patrocinato in numerosi processi con reati di abuso e stupro combattendo con grande perizia giuridica; si è battuta affinché il reato di stupro e gli abusi sulle donne fossero ascritti nel codice penale italiano tra i reati contro la persona e non più contro la morale.

VITA E ATTIVITÀLaureatasi in giurisprudenza all’univ. di Genova, iniziò la carriera accademica presso la cattedra di diritto penale, seguendo anche la professione forense. Si interessò dei diritti e dei problemi di violenza sulla donne sin dagli anni settanta in concomitanza con il fiorire dei movimenti femministi. Tra i tanti processi, si ricorda la difesa di una delle vittime del massacro del Circeo avvenuto nel sett. 1975. Eletta nel 1994 deputato in Parlamento nelle file di Forza Italia, presiedette la Commissione nazionale per le pari opportunità, firmando anche nel 1996 la legge contro la violenza sessuale. Durante la sua lunga carriera ha sostenuto diverse associazioni (per es.  Telefono rosa) vicine ai problemi delle donne. Dal 1998 ha portato la sua esperienza in televisione partecipando al programmaForum in qualità di giudice d’arbitrato.

OPEREOltre alle numerose pubblicazioni giuridiche ha scritto con E. Moroli, L’avvocato delle donne: dodici storie di ordinaria violenza (1991, da cui è stata tratta la sceneggiatura, a sua firma, della miniserie RAI interpretata da M. Melato).


Contro la violenza sulle donne: “Linda – Uno spot contro il silenzio”

Linda si rifà apertamente ad un ipotetico Carosello di fine Anni 50 con un occhio alla serie Tv culto americana Mad Men, almeno nelle esplicite citazioni visive e iconografiche.
Racconta di una donna che non viene più accettata delle amiche e che non si sente più ricambiata nel suo affetto da figlia e marito; il motivo le sfugge ma una pubblicità vista per caso su un giornale la illumina. Il cofanetto Linda è in realtà un kit composto da ciprie, detergenti e un foulard alla moda, atti a nascondere gli evidenti segni delle violenze domestiche che subisce da parte di un marito apparentemente ineccepibile.
Sperimenta i vari prodotti con soddisfazione crescente e scopre che laccettazione sociale è di nuovo alla sua portata: le amiche tornano a frequentarla (tutte usano Linda, è ovvio) e in famiglia tornano i gesti amorevoli: Linda funziona!
Linda è pubblicizzato su giornali e Tv dunque socialmente diffuso ed accettato: inoltre, il fatto che lo sia negli anni del boom, dimostra che il problema della violenza occulta esiste da sempre, perfino nelle famiglie perfette del nostro immaginario.
La protagonista ritroverà la serenità utilizzando il cofanetto, alla stregua di un deodorante che copre gli odori senza neanche il bisogno di lavarsi: la parola dordine infatti è nascondere, non risolvere il problema e, per quanto paradossale, è quanto accade oggi per milioni di donne.
Lamore non è un trucco, recita lo slogan che esplicita la connotazione ferocemente ironica dello spot, ma la paura di chi subisce violenze e lomertà di chi ne è a conoscenza contribuiscono ad alimentare un fenomeno molto più diffuso di quanto non si possa immaginare e combattere il silenzio risolve già una buona parte del problema.


Erin Brockovich – Forte come la verità

Goditi “Erin Brockovich – Forte come la verità” 

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Con due matrimoni falliti alle spalle e tre bambini ancora piccoli da crescere, Erin Brockovic sente di essere sul punto di arrendersi di fronte alle difficoltà che la assillano. Non ha un lavoro, non può pagare le bollette, e per di più il tribunale le ha dato torto nella causa per un incidente d’auto di cui era rimasta vittima. Disperata, va da Ed, l’avvocato che l’aveva difesa, e lo supplica di darle un lavoro nel suo studio, uno qualunque. Incaricata di archiviare le vecchie pratiche, Erin si imbatte per caso in alcuni referti medici contenuti in un fascicolo di tutt’altro argomento. Incuriosita dalla presenza di quelle carte inserite nella documentazione relativa ad alcune proprietà immobiliari, la ragazza comincia a leggerle, per poi accorgersi del motivo: si tratta di un abile sistema per coprire un gravissimo caso di avvelenamento delle acque. Da tempo gli abitanti di Hinkley, cittadina californiana, si ammalano e muoiono senza sapere il perché. Nell’archivio idrico della contea, Erin trova conferma ai propri sospetti: il cromo esavalente, liquido velenoso usato per evitare la corrosione dei metalli, finiva nell’acqua corrente usata nelle case degli abitanti. Aiutata da Ed e dal suo studio, Erin si reca sul posto, contatta le persone, all’inizio diffidenti e poi convinte dalla sua determinazione. Così Erin raccoglie oltre seicento firme di adesione: tutta gente che si costituisce parte civile contro la ditta PG & E. Con tanta, probante documentazione, il verdetto non può che essere uno: la ditta viene riconosciuta colpevole e condannata a pagare 333 milioni di dollari di risarcimento. Quando tutto è concluso, Ed porta a Erin la parte che le spetta, due milioni di dollari.

GENERE: Drammatico
REGIA: Steven Soderbergh
SCENEGGIATURA: Susannah Grant
ATTORI:
Julia Roberts, Albert Finney, David Brisbin, Dawn Didawick, Conchata Ferrell, Valente Rodriguez, Aaron Eckhart, Jack Gill, Irene Olga Lopez, George Rocky Sullivan, Pat Skipper, Adilah Barnes, Marg Helgenberger, Irina V. Passmoore, Scotty Leavenworth, Gemmenne de la Peña, Erin Brockovich-Ellis,Randy Lowell, Jamie Harrold

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Edward Lachman
MONTAGGIO: Anne V. Coates
MUSICHE: Thomas Newman
PRODUZIONE: DANNY DE VITO, MICHAEL SHAMBERG, STACEY SHER
DISTRIBUZIONE: COLUMBIA TRISTAR FILMS ITALIA (2000)
PAESE: USA 2000
DURATA: 130 Min
FORMATO: Colore

CRITICA:
“La storia è vera. ma la Roberts gigioneggia al di là di ogni umana sopportazione. E Soderbergh le dà corda. Gli americani hanno grigato al miracolo. Contenti loro. C’è anche la vera Erin. Nei panni di una cameriera”. (Paola Piacenza, ‘IO donna’, 22 Aprile 2000)”Ispirato a un autentico caso di cronaca, ‘Erin Brockovich’ comportava diversi rischi (…). Il pericolo è largamente evitato dal bravo Steven Soderbergh grazie a una narrazione spedita e fluida, senza pause declamatorie o lungaggini anzi, piuttosto provvista di humor”. (Roberto Nepoti, ‘la Repubblica’, 16 aprile 2000)”Scritto in spirito femminile e femminista da Susannah Grant, ‘Erin Brockovich’ è un buon prodotto di confezione cui il regista Steven Soderbergh conferisce smalto naturalistico, mettendosi al servizio della luminosa interprete”. (Alessandra Levantesi, ‘La Stampa’, 16 aprile 2000)”Il cinema ha ancora bisogno di eroi. Così gli americani hanno ripreso a far film coi pugni in tasca, scendendo finalmente dalle guerre stellari alle terrestri. Dopo ‘Insider’, che attacca le multinazionali del tabacco, ecco l’altrettanto civile, appassionato e divertente “Erin Brockovich” diretto da quello Steven Soderbergh che dopo aver trattato sesso, bugie e videotape, torna sulle bugie (…) La cosa rara è che ‘Erin Brockovich’ è un film-denuncia, come si facevano in Italia negli Anni 60, ma non gli manca a del professionismo hollywoodiano, tanto che l’aggettivo didascalico si sposa al sostantivo ‘entertainment’ senza far sconti al dramma civile, uno dei tanti cui speriamo di non abituarci. C’è l’optional del divismo, che fa circolare meglio il prodotto. Sorpresa: Julia Roberts che, nel pieno di una stagione di fortunate smorfie sentimentali, qui, opportunamente rinforzata nel seno, si impegna e s’impone come una bravissima attrice drammatica, espressiva, varia, commovente senza retorica e giusta per il neo-realismo hollywoodiano: i suoi occhi vivi t’inseguono fino all’uscita”. (Maurizio Porro, ‘Il Corriere della Sera’, 15 aprile 2000)”Della serie: grande nazione l’America, immuno-dotata di anticorpi per le infezioni del capitalismo. Madre di tutte le malattie, la rapacità. Parte da mattatrice per Julia Roberts, esuberante di curve e di convinzioni etiche, alla ricerca ostinata della Meryl Streep che c’è in lei. Steven Soderbegh si rivela sempre più adatto come grande regista di servizio e ritrova il “new american cinema” anni ’70 di case povere, province di sobborghi industriali, gente ignara e ignorante colpita nella fiducia”. (Silvio Danese, ‘Il Giorno’, 15 aprile 2000)
NOTE:
– PREMI: GOLDEN GLOBE E OSCAR 2001 A JULIA ROBERTS COME MIGLIOR ATTRICE DRAMMATICA.- NOMINATIONS ALL’OSCAR 2001 PER MIGLIOR FILM; MIGLIOR REGISTA A STEVEN SODERBERGH; MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA A ALBERT FINNEY; MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE A SUSANNAH GRANT.

Artemisia – Passione estrema

Goditi “Artemisia – Passione estrema”

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A Roma nel 1610, Artemisia Gentileschi, 17 anni, ha una forte passione per la pittura, ricevuta dal padre Orazio, pittore affermato. Ma Artemisia, in quanto donna, non può seguire i corsi all’Accademia né chiedere di posare a modelli nudi maschili o femminili. Ostinata, Artemisia cerca di dipingere i corpi, certe volte di nascosto, certe altre osservando sé stessa. Un giorno sulla spiaggia incontra Agostino Tassi, sostenitore di tecniche pittoriche avanzate, fiorentino, arrivato a Roma per lavorare con Orazio ad una serie di affreschi religiosi. Artemisia ottiene dal padre il permesso per prendere da Agostino lezioni sull’arte della prospettiva, che lei conosce poco. Dopo alcuni incontri, sulla pittura comincia a prevalere la passione, e un pomeriggio Agostino seduce Artemisia ancora vergine. Il padre lo viene a sapere e accusa Agostino di stupro. Portato davanti al tribunale e costretto a confessare sotto tortura, l’uomo, che tra l’altro è già sposato, ammette la propria colpa e viene condannato a due anni di prigione. Artemisia che, nonostante tutto, è ancora attratta da lui, non si sente più di vivere negli stessi ambienti. Lascia la casa paterna, lascia Roma per andare a Firenze dove, in un altro contesto, ha inizio la sua vera attività artistica.

GENERE: Biografico
REGIA: Agnès Merlet
SCENEGGIATURA: Agnès Merlet, Christine Miller, Patrick Amos
ATTORI:
Valentina Cervi, Michel Serrault, Miki Manojlovic, Luca Zingaretti, Emmanuelle Devos, Frédéric Pierrot,Brigitte Catillon, Maurice Garrel, Yann Trégouët, Jacques Nolot, Silvia De Santis, Renato Carpentieri,Dominique Reymond, Alain Ollivier, Lorenzo Lavia, Sami Bouajila, Edoardo Ruiz

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Benoît Delhomme
MONTAGGIO: Guy Lecorne, Daniele Sordoni
MUSICHE: Krishna Levy
PRODUZIONE: PATRICE HADDAD PER PREMIÈRE HEURE, URANIA FILM, SCHLEMMER FILM – LEO PESCAROLO E GUIDO DE LAURENTIIS PER DANIA FILM
DISTRIBUZIONE: WARNER BROS. ITALIA (1998)
PAESE: Germania, Francia, Italia 1997
DURATA: 99 Min
FORMATO: Colore

CRITICA:
“L’illustrazione di quello che capitò a una giovane donna la quale, andando contro un veto del suo secolo, volle farsi pittrice, è accurata, assai precisa nella ricostruzione degli ambienti, nella scelta dei costumi e nel colore che domina il fotogramma. Tale attendibilità illustrativa costituisce il pregio maggiore di ‘Artemisia’. Ma è un po’ anche il limite del film che, tuttavia, al di là del ridicolo sottotitolo è dei volgari manifesti, non va confuso con i filmoni ‘romantici’ in voga ai tempi di papà. (…) Nonostante l’interpretazione ‘accomodata’ di una tragedia (esule in Inghilterra il padre Orazio, emigrata a Napoli Artemisia) il film, anche per la freschezza di Valentina Cervi che lo interpreta, resta interessante”. (Francesco Bolzoni, ‘Avvenire’, 17 maggio 1998)”(…) Peccato perché, in realtà, Agnes Merlet percepisce suggestioni, spunti ed evocazioni interessanti: l’occhio di Artemisia che domina la scena esplora la realtà all’unisono con lo sguardo della regia, la fotografia coglie la plasticità e i chiaroscuri della luce caravaggesca, la carnalità dei corpi e dei nudi lascia intravedere la maliziosa energia della ricerca della bellezza, il dettaglio domina la ricostruzione dei costumi e delle tecniche pittoriche dell’epoca. Eppure tutto sembra vanificarsi in una rappresentazione cui difettano pathos ed eros, cinematograficamente inerte”. (Fabio Bo, ‘Il Messaggero’, 9 giugno 1998)

Matriarcato. Ginecocrazia. Ovvero la donna al potere.

E’ esistito? Ritornerà? Una freccia di angoscia piantata nell’inconscio del maschio. Se ne parla, si polemizza da millenni sotto la spinta di miti (ma anche di deduzioni storiche) certamente nati nel profondo della sfera emozionale della società patriarcale. La contesa continua ai giorni nostri. Il matriarcato esisterebbe negli Stati Uniti, secondo qualche interpretazione maschile locale evidentemente nata da una situazione fobico-ossessiva che distorce le capacità di giudizio. In realtà la celebre “Momma” americana, (protagonista del fumetto satirico creato dal cartoonist americano Mel Lazarus), che “tenta” di esercitare il potere sui figli adulti senza riuscire a scalfire la sublime indifferenza di questi, calati in una cultura moderno-patriarcale, dimostra l’illusorietà della tesi. Certamente la donna americana ha diritto di protestare, di fare le grandi battaglie femministe o altro ma il potere reale si limita a fare il muro di gomma, con qualche fastidio, come i figli di “Momma”, e a pilotare strumentalmente la società femminile nelle situazioni chiave del momento elettorale.

Niente matriarcato, quindi, visto che il termine significa potere delle madri e potere indica un diritto fondato sulla proprietà delle decisioni politiche, economiche, sociali. Le first-lady degli Usa (le mogli dei presidenti) sorridono con ammirazione-adorazione al loro eroe (che possono anche rimbrottare, col dovuto rispetto), hanno il potere di pubblicizzare le sue crociate più o meno rovinose; le altre fanno le segretarie, le vice di vario tipo e classe, il braccio destro, le cuoche, le pedagoghe, le ricercatrici e altro ma quasi sempre in ruoli secondari… insomma, anche qui, come in tutte le altre parti del mondo, si potrebbe canticchiare, rovesciandolo, il verso della famosa e vecchia canzone, uomo, tutto si fa per te.

E’ sempre esistito, nella storia dell’umanità, questo stato di subordinazione della donna o c’è stato un tempo in cui lei, la madre, ha tenuto in pugno tutti i livelli di potere? Leggende, miti e ricerche storiche (queste ultime spesso viziate dalla soggettivizzazione) portano verso una risposta che propende per la seconda ipotesi. Gli esempi che vengono dalla profondità del tempo e da analisi recenti, sono innegabilmente suggestivi… e questo ci invita a fare una passeggiata a ritroso nella storia.

Cominciamo da uno studio del missionario americano Asher Wright (vissuto fra gli Irochesi Seneca dal 1831 al 1875 osservandone a fondo le consuetudini), il quale ricorda che…

“… per ciò che concerne le loro famiglie al tempo in cui essi abitavano ancora le antiche case lunghe (amministrazioni comunistiche di più famiglie) prevaleva quivi sempre un clan, cosicché le donne prendevano i loro uomini dagli altri clan… Abitualmente la parte femminile dominava la casa… le provviste erano comuni ma guai al disgraziato marito o amante troppo pigro o maldestro nel portare la sua parte alla provvista comune. Qualunque fosse il numero dei figli o delle cose da lui personalmente possedute nella casa, in qualsiasi momento poteva aspettarsi l’ordine di far fagotto e di andarsene. Ed egli non poteva tentare di resistere, la vita gli era resa impossibile, e non poteva far altro che tornare al proprio clan, in altre parole andare a cercare un nuovo matrimonio in un altro clan, cosa che il più spesso accadeva. Le donne erano, nei clan , e del resto dovunque, la grande potenza. All’occasione esse non esitavano a deporre un capo e degradarlo a guerriero comune”.

Ne L’origine della famiglia, il filosofo tedesco Friedrich Engels nota che i resoconti dei viaggiatori e dei missionari, riguardanti la mola eccessiva di lavoro svolto dalle donne tra i

La Venere di Willendorf selvaggi e i barbari, non sono affatto in contraddizione con quanto è stato detto. La divisione del lavoro tra i due sessi è condizionata da cause del tutto diverse dalla posizione della donna nella società. Popoli presso i quali le donne debbono lavorare molto di più di quanto non spetti loro secondo la nostra idea, hanno per il sesso femminile una stima spesso molto più profonda che non i moderni europei.

E infatti ognuno di noi oggi può rendersi conto che la “signora” della società civile, circondata di omaggi apparenti ed estraniata da ogni effettivo lavoro, ha una posizione sociale infinitamente più bassa della donna primitiva, che lavorava duramente ma era considerata presso il suo popolo come una vera signora (lady, frowa, frau hanno il significato di padrona) ed era tale anche per il suo carattere.

Ma torniamo al modello di vita delle tribù irochesi che è quello che si avvicina, dal punto di vista antropologico, al concetto di matriarcato

Dagli studi del gesuita Lafitau, fatti nel 1724, e dai lavori seguenti non risulta che nelle sei nazioni che raggruppano il popolo irochese le donne vengano trattate con particolari riguardi, ma è certo che godono di diritti e poteri di rado eguagliati nella storia nota e provata.

In questa collettività la regola della filiazione passa attraverso le donne e la residenza è matrilocale, cioè sono mariti e figli che vivono in casa della donna – e con tutti i mariti e figli appartenenti alla gens – casa sulla quale governa la “matrona”.

La matrona dirige anche il lavoro agricolo femminile che si svolge in comune sui terreni collettivi di proprietà delle donne della famiglia, distribuisce personalmente il cibo cotto dividendolo fra i nuclei familiari, gli ospiti e i membri del Consiglio.

L’importanza di queste donne è tale che esse fanno parte del Consiglio degli Anziani della Nazione (che ha come unica istanza superiore il Gran Consiglio delle Sei Nazioni Irochesi). La loro opinione è affidata a un maschio ma la voce di questi non può essere ignorata perché la matrona ha – per legge – diritto di veto per quanto riguarda le decisioni su eventuali guerre. Se la donna non ritiene opportuno o giusto il progetto di guerra e gli uomini tendono a ignorare la sua opposizione, ha la possibilità di bloccare ogni operazione bellica semplicemente vietando alla collettività femminile di fornire ai guerrieri le scorte di cibo indispensabili nei lunghi viaggi di spostamento verso il luogo degli scontri e durante le cacce al nemico.

L’antropologa Judith Brown mette in evidenza, in un suo lavoro del 1970, che le matrone irochesi dovevano la loro condizione privilegiata al fatto di controllare l’organizzazione economica della tribù (a loro spettava anche il diritto di ridistribuire il prodotto della caccia del maschio), la qual cosa è possibile, considerata la struttura sociale martrilineare propizia, perché la principale attività produttiva della donna, cioè l’agricoltura con la zappa, non è incompatibile con la possibilità di occuparsi de bambini. La Brown sottolinea inoltre che vi sono soltanto tre tipi di attività economiche che consentono questo “cumulo” di incombenze: la raccolta, l’agricoltura con la zappa e il commercio tradizionale.

Un altro esempio dell’autorità della donna in determinati momenti storici –il termine autorità è certamente più aderente alla realtà dei fatti di quello di potere – ci viene anche dall’epoca in cui visse il Profeta fondatore della religione musulmana.

La collettività femminile si rivela struttura portante della società primitiva nomadi sia israelite che arabe, la tenda (ciuppah) è proprietà assoluta della donna, tanto che questa viene definita “padrona della tenda” o “padrona della casa”. In genere l’uomo non possiede un rifugio e questa consuetudine lo mette qualche volta in situazioni non proprio piacevoli, simile a quella vissuta da Maometto che, dopo aver litigato con tutte le sue mogli, viene cacciato dalla ciuppah senza tanti complimenti e costretto a dormire sotto le stelle come un saccopelista ante-litteram.

La collettività femminile si rivela struttura portante della società primitiva anche in uno studio condotto sugli Hopi, una comunità di indiani Pueblo che dal VI secolo vive nella zona del piccolo Colorado, in Arizona. Quando l’esploratore spagnolo Francisco Colorado li scoprì nel 540, essi vivevano nello stesso tipo di abitazioni usate all’origine della loro storia, divisi in gruppi di circa trecento persone per un totale approssimativo di tremilacinquecento individui. Le notizie più dettagliate sulla vita di questo popolo vengono soprattutto dalle osservazioni fatte sul grande agglomerato di Oraibi, che si è sciolto alla fine del secolo scorso (vedi Uwe Wesel, “Il mito del matriarcato”, Saggiatore 1985).

Riporta Wesel che, come tutti i Pueblo, gli Hopi sono agricoltori e vivono principalmente di mais. Solo di tanto in tanto vanno collettivamente a caccia di conigli. La loro società si fonda sul lignaggio matrilineare e la comunità, che produce e consuma in comune, costituisce la “famiglia allargata” (a residenza matrilocale) formata dalla donna e dal marito, dalle figlie sposate e dai loro mariti, dalle figlie e dai figli non sposati e dai bambini delle figlie. Appare chiaro che la situazione della donna è particolarmente favorevole perché, anche dopo la costituzione della coppia, rimane nell’ambito della propria cerchia familiare. Di conseguenza il legame con il marito non è particolarmente forte mentre è molto sentito il rapporto con la madre, i fratelli e le sorelle.

In questa situazione, il maschio acquisito dal gruppo resta isolato e, in molti casi, vittima di una certa provvisorietà che prende dimensione nel suo licenziamento quando ha esaurito la funzione di inseminatore. I figli, ovviamente, restano alla madre. Tuttavia, prima di ricevere l’eventuale benservito, egli ha l’obbligo di lavorare nei campi della famiglia della moglie, dato che la coltivazione della terra è compito base degli uomini. Le donne si sono riservate il governo della casa, la custodia e l’educazione dei figli, la preparazione del mais. Attività, quest’ultima, piuttosto complicata e faticosa, se fatta individualmente, ma di facile esecuzione con il sistema del lavoro collettivo adottato dalle Hopi.

“La posizione relativamente debole dell’uomo – riferisce Wesel sulla base dei documenti da lui consultati – è dimostrata dalla frequente critica cui il suo lavoro viene spesso sottoposto nella famiglia della donna. Ed è una delle cause delle frequenti separazioni. A Oraibi la percentuale delle separazioni era del 34 per cento. Alice Schlegel, che ha studiato da vicino gli Hopi, afferma che essi sono un caso esemplare per quanto riguarda la posizione favorevole delle donne: in altre parole né il marito né il fratello dominano la donna. Non il fratello, perché quando egli si sposa lascia il proprio nucleo familiare per trasferirsi presso quello della moglie dove, come il marito della propria sorella, è a sua volta trattato da straniero e relativamente isolato. Questo fattore, unito alla forte solidarietà fra le donne (confermata dal lavoro collettivo di macinazione del mais) e all’idea che campi e case appartengono alle donne, ha determinato presso gli Hopi un ordinamento sociale estremamente favorevole al mondo femminile, in atto fin dai tempi remoti”.

ginecocrazia

Dagli esempi citati finora vediamo che matrilinearità e matrilocalità producono un sistema matriarcale, ossia una società nella quale il centro, il punto focale, è costituito dalla donna: ma questo non significa che il potere le appartenga, che abbia la possibilità di decidere globalmente sugli orientamenti della vita sociale. Lo dimostra il fatto che soltanto gli uomini possono diventare gli anziani del villaggio e quindi portavoce del villaggio: su questa nomina le donne non hanno alcuna voce in capitolo. Se l’anziano gode di una posizione estremamente autorevole – s’intende che questa autorevolezza non gli permette di rivoluzionare un sistema sociale, organizzativo e produttivo consacrato dall’esperienza empirica – e anche di privilegi legati al culto, più robusta ancora è la funzione del capo-villaggio, in genere giovane e perciò più duraturo, che viene nominato dal suo predecessore. Anche il capo-villaggio concentra la sua attività nella gestione dei vari culti, settore nel quale le donne hanno scarso accesso (vi sono anche dei culti femminili ma vengono tenuti in scarsa considerazione).

Questa divisione di ruoli non mette in condizioni di inferiorità la donna, visto che praticamente il potere economico è nelle sue mani. Ma non va sottovalutata l’importanza che deriva dalla detenzione dell’autorità religiosa, strumento di grande forza suggestiva, e perciò potenziale strumento di potere.

A questo punto, dopo aver riflettuto sui due modelli sociali descritti, lettrici e lettori saranno ancora in preda al dubbio sollevato dalla domanda iniziale: “Il matriarcato è esistito?”.

Gli storici e gli antropologi – quelli seri, s’intende, che si attengono scrupolosamente al metodo scientifico che richiede prove provate con la massima rigorosità – rispondono con un deciso no. Se ci si attiene ai fatti reali rinvenuti nella storia e alla definizione dell’English Oxford Dictionary dà del termine matriarca identificando questa figura nella donna che ha lo status corrispondente a quello del patriarca, in tutti i sensi della parola, non si può certamente sostenere che nella storia vi sia traccia di istituzioni nelle quali la donna abbia detenuto – oltre a quello familiare – il potere sociale, politico e statuale così come lo detiene l’uomo nell’ambito del patriarcato.

Dunque no, il matriarcato non esiste. Anche se i ricercatori e gli antropologi dell’Ottocento (valga per tutti Joahann Jakob Bachofen, lo scienziato tedesco autore, fra l’altro, de Il potere femminile) hanno scritto fiumi di parole per dimostrare il contrario.

Eppure questa idea del matriarcato è un fantasma costantemente presente nella cultura maschile. Appare molto spesso nella letteratura impegnata come nella novellistica o altra letteratura d’evasione. L’idea della donna al potere e del potere della donna sconvolge e terrorizza gli scrittori protocristiani e li porta a scrivere lunghe e deliranti elucubrazioni sui poteri malefici della donna, presa nella sua singolarità, e della società femminile. Perché dunque questa ossessione, questo incubo, ricorrente nei secoli, per una situazione mai esistita? C’è dietro forse l’inconscia paura nei confronti della donna, questo “altro”, questo misterioso, complesso essere che il maschio primitivo si trova accanto. Un essere il quale – senza che l’homo erectus riesca a spiegarsene la ragione – riesce magicamente a far uscire dal suo corpo un’altra creatura vivente fatta a sua immagine e somiglianza, un essere che ad ogni luna perde sangue da una misteriosa ferita eppure non muore. Un essere misterioso come la Grande Madre Terra, anch’essa dotata di una forza inspiegabile e vitale. Un essere che può ridurre l’uomo in una condizione totalmente subalterna?

Un interessante risposta ci viene dall’antropologa Ida Magli.

“L’itinerario affettivo e psicologico seguito da Bachofen, e sulla sua scia dagli altri assertori del matriarcato, è di grande importanza proprio per queste contraddizioni e va analizzato con cura perché dischiude via via a chi lo osserva meravigliosi e significativi orizzonti su ciò che rappresenta la femminilità nell’inconscio maschile: visioni, immagini, desideri, timori, sogni, angosce, speranze dalle quali è scaturita, con una corrispondenza che affascina e sgomenta, l’immensa costruzione culturale, il castello simbolico nel quale la donna è racchiusa a fondamento e garanzia dell’Artefice maschio. Sfilano così, dinanzi agli occhi stupiti e ammirati di chi legge, associazioni illuminanti e straordinarie, quali solo la ferrea razionalità dell’inconscio può suggerire, e si proietta attraverso l’opera di un Bachgofen, di uno Schmidt, di un Briffault, l’immagine femminile che gli uomini accarezzano e

Per Bachofen il numero due è femminile, perché allude al dualismo originario sedimentano dentro di sé e che si rispecchia nella cultura: un’immagine oscura e luminosa, chiara e ambigua, tenera e crudele, protettiva e pericolosa, debole e potente, portatrice di vita e di morte”.

“Si nota chiaramente in questo quadro” afferma ancora Ida Magli in Matriarcato e potere delle donne (Feltrinelli 1982), “come i caratteri della femminilità, nell’attività, fantasmatica dell’uomo, si associno sempre, malgrado la loro apparente grandezza, a elementi negativi, nefasti. Per Bachofen il numero due è femminile, perché allude al dualismo originario, ma esso diventa perfetto soltanto nell’era del padre, della mascolinità, elevandosi alla perfetta armonia del “tre”.

Infatti, continua implacabile la Magli, il principio tellurico religioso è femminile, ma materiale e inferiore, mentre quello superiore, cosmico, si realizza con il principio della luce, che è maschile… la donna è la terra, ma la terra è una forza materiale, mentre l’uomo è il principio spirituale, per cui il diritto materno caratterizza uno stadio dell’umanità la cui concezione religiosa individua nella materia, ossia nella terra, la sede più certa della forza materiale. Il diritto della terra quindi è un diritto sanguinario e feroce che non conosce altra sanzione che la morte; esso caratterizza un’epoca triste, opprimente, selvaggia, l’epoca in cui l’aspetto delle Erinni, immagini femminili della morte, è quello di una schiera grondante di tanto sangue che esse stesse ne sono sazie”.

Le connessioni che Bachofen individua fra la mitologia, simbolismo, religioni e immagini femminili della cultura sono così suggestive e racchiudono una tale verità maschile, che basterebbero da sole a testimoniare del fatto che le strutture culturali sono opera del maschio, proiezione esclusiva della sua visione del mondo. Ed è questa verità, al tempo stesso psicologica e culturale per l’inestricabile interazione che esiste fra l’inconscio e cultura, che ha impedito agli antropologi di accorgersi di quanto fossero fantasiose e irreali le loro descrizioni del Regno delle Donne.

Potremmo dire a questo punto, arrivando paradossalmente a conclusioni opposte a quelle della professoressa Magli dopo essere ricorsi alla sua peraltro esatta e affilata analisi, che il matriarcato esiste. Esiste in quanto è nel conscio e nell’inconscio del maschio, dell’intera società maschile. E’ solo idea, idea ossessiva per l’esattezza, ma le idee, consce o inconsce che siano, pilotano il comportamento sociale. Se questa idea, chiusa nell’archivio storico dell’inconscio collettivo maschile, non viene riportata alla luce e analizzata, il matriarcato, o, se si preferisce, la paura del matriarcato, continuerà ad esistere. Continuerà ad esistere quella paura della donna – perché questa idea altro non è – che rende affollati gli studi degli psicanalisti.

Una paura che viene da lontano, dai territori della mitologia dove prendevano corpo terrori, problematiche e simbologie espresse dall’uomo diventato padrone dell’immaginifico.

L’uomo, il maschio storico, teme continuamente di perdere il potere, e questo timore lo esprime attraverso tutti i suoi mezzi i comunicazione, dalla letteratura, all’arte, alla musica. Per questo egli immagina che la dama di Ragnell risponda, quando re Artù le chiede quale sia il desiderio femminile contemporaneamente più sublime e più abbietto:

“Sire, c’è una sola cosa in cima ad ogni nostro pensiero che tu adesso devi conoscere: noi desideriamo sull’uomo, più che su tutte le cose del mondo, avere imperio”.

Questa paura trapela anche dalle pagine dell’Antropologia pragmatica (1798) scritta da quel grande pensatore tedesco che fu Immanuel Kant. Disquisendo sulla sete di potere il filosofo afferma che “per quel che riguarda l’arte di dominare direttamente, come, per esempio, quella della donna per mezzo dell’amore verso di sé che essa ispira nell’uomo, per asservirlo ai propri fini, essa non è compresa sotto questo titolo, perché non comporta nessuna violenza, ma sa dominare i suoi soggetti col proprio fascino. Non che il sesso femminile, nella nostra specie, sia privo dell’inclinazione a dominare quello maschile (il contrario è vero) ma esso per il suo scopo di dominio non si serve del medesimo mezzo di

Donne dell’antica Greciacui si serve l’uomo, cioè non del privilegio della forza (che qui si sottintende nel termine dominare) ma di quello dell’attrattiva, che include in sé un’inclinazione dell’altra parte a lasciarsi dominare”.

Il fantasma alberga anche nella mente del più grande poeta tedesco, Wolfgang von Goethe (1749-1832), che nel primo atto del Faust fa dire a un personaggio:

“Le madri! E’ sempre come se mi colpisse un fulmine. Che cos’è questa parola che non mi piace sentire?”

Ma torniamo ora alla ricerca delle origini dell’idea di matriarcato (che ispira reverenziale timore) verso tempi molto più lontani, all’età della pietra, nella quale l’archeologia è andata a strappare testimonianze che permettono di sostenere abbastanza solidamente la convinzione che ai primordi della storia la dimensione donna abbia avuto nella vita del maschio un ruolo dominante.

In questo periodo lungo circa 25mila anni, troviamo che l’immagine scultorea, sia che provenga da Willendorf, nella Bassa Austria, dove venne trovata la famosa Venere, o dalle caverne di Laussel in Francia, o da altri posti, ha sempre fattezze femminili. Altri reperti con queste indicative caratteristiche sono stati portati alla luce nelle steppe russe, nella valle dell’Indo, nell’Asia centrale e nel bacino Mediterraneo. Rappresentano la più antica forma d’arte e le prove archeologiche più ricorrenti sul mondo antico. Fra questi muti testimoni di pietra la figura maschile appare rarissimamente o è del tutto inesistente.

Queste figurine femminili sono stranamente attraenti.

“Personalmente sono sempre rimasto particolarmente colpito dalla cosiddetta Venere di Willendorf”, scrive Wolfgang Lederer (psichiatra e psicanalista viennese che si è trasferito negli Stati Uniti nel 1983), in Ginofobia (Feltrinelli 1973). “In effetti non era proprio una tipica bellezza, neanche per la Vienna fra le due guerre, dove le rotondità erano più apprezzate che nell’America odierna. Nessuna delle gaie signore amanti della buona tavola… aveva la stessa massa adiposa o se ne avvicinava anche lontanamente. Ma nessuna di loro aveva la medesima compostezza. Nell’inclinazione della testa, dalla accuratamente pettinata, nelle braccia graziose gentilmente ripiegata sugli smisurati seni penduli mi sembrava di scorgere un’espressione di sereno orgoglio; nei rotoli increspati di grasso sopra la pancia e i fianchi, nelle natiche e cosce enormi, una forte determinazione; in quell’atteggiamento completamente assorto, un grande senso di sicurezza”.

“Fra tutte le statue che ho visto”, osserva Lederer, “mi è sembrata l’unica capace di stare in qualunque luogo: imperturbabile, distaccata. Non ha bisogno di volto: tutto quello che conta in questo mondo non sembra stare attorno, ma dentro di lei”.

Di queste statuette ne esistono diverse e sono analoghe. Hanno in comune la nudità, le elaborate pettinature, gli ornamenti, l’enfatizzazione delle dimensioni delle fonti della vita ossia il seno e la zona pubico-genitale. Alle volte si ricorre alla stilizzazione, come nelle Cicladi e in Anatolia, con la quale la figura femminile viene sintetizzata in un basamento rialzato scolpito nel marmo. Ma comunque tutte le immagini, siano stilizzate siano realistiche al massimo, esprimono con estrema potenza la stessa interiorità e autosufficienza.

Queste donne erano dee, afferma con sicurezza lo studioso, e per un arco di tempo cinque volte più lungo di un’epoca storica – e molto più a lungo di qualsiasi altra divinità – sono state le sole ad essere venerate.

E’ da notare, per capire l’idea di potenza femminile che viene introiettata dal maschio, che in genere queste figure non hanno piedi: sono di terra e piantate nella terra, fermate nell’atto di sorgere: è la nascita dalla grande matrice, matrici a loro volta. Questi simulacri venivano adorati nelle caverne naturali o nelle fessure della terra, o in caverne costruite dall’uomo che erano templi bui ottenuti ammassando le une sulle altre enormi lastre di pietra (caverne, buio, anfratti sono chiari simbolismi con i quali il maschio primitivo esprime la sua tremante reverenza nei confronti del mistero della nascita, quel mistero custodito nel corpo di questa sua compagna che ha un potere tanto più grande del suo).

Il potere di generare, di nutrire, di popolare il mondo identifica la donna con la terra, con la quale ha in comune sia il potere di generare sia l’imprevedibilità catastrofica che fa parte del ciclo di momenti evolutivi ma che l’uomo definisce con il termine crudeltà. La Terra dunque, con tutta la sua potenza, è il femminile, l’origine, il principio dell’umanità, la Grande Dea dalla quale discende ogni cosa.

Certo questa è una costruzione maschile, come afferma Ida Magli (e con lei Simone di Beauvoir ed altre autrici di indubbio valore). Ma a questo punto sorge una legittima domanda: perché l’uomo non ha messo sé – già in quei lontani tempi – al centro dell’universo nel ruolo del Grande Dio fecondo, custode dei grandi misteri?


Le malizie di Venere

Goditi “Le Malizie di Venere” on line

Le Malizie Di Venere

Savier, ricchissimo giovanotto tedesco, nel corso di una vacanza presso il lago di Ginevra s’innamora perdutamente di Wanda Fontanati, una ragazza spregiudicata e pressoché ninfomane. Tradito, a più riprese, l’uomo non cessa d’amare la donna che copre di regali e porta con sé in Italia. Nella balneare villa ove si accampano, Savier si abbassa a fungere da autista; tollera nuovi tradimenti sino al giorno in cui nel corso di un’orgia viene massacrato il muscoloso vagabondo Bruno La scomparsa di Wanda e delle due cameriere presenti al delitto permette a Savier di farsi processare quale reo confesso del delitto. Difeso ad oltranza e contro le sue disposizioni da un avvocato tenace, il giovanotto innamorato viene scagionato da una delle cameriere che si presenta in extremis denunciando la colpa di Wanda. Savier, liberato ma disperato, passa di nazione in nazione e uccide Wanda quando finalmente la ritrova nei pressi di Barcellona.

GENERE: Erotico
REGIA: Massimo Dallamano
SCENEGGIATURA: Fritz Schultze
ATTORI:
Rex Duvel, Peter Heeg, Renate Kasche, Ewing Loren, Werner Pochath, Mady Rahl, Wolf Ackva, Laura Antonelli
Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Stefan Kruger
MUSICHE: Giampiero Reverberi, Gianfranco Reverberi
PRODUZIONE: VIP ROXY (ITALIA GERMANIA OCCIDENTALE)
DISTRIBUZIONE: MEDUSA – GALA FILM INTERNATIONAL VIDEO
PAESE: Italia 1975
DURATA: 90 Min
FORMATO: Colore CINESCOPE TECHNICOLOR
VISTO CENSURA: 14


La ricerca dell’uomo perfetto ovvero, il complesso di Elettra

Il mito di Edipo – Il nome del complesso deriva dalla tragedia greca di Sofocle, l’Edipo Re,  nella quale Edipo figlio di Laio, venne condannato all’ avverarsi di una terribile profezia : avrebbe sposato un giorno, senza saperlo, la madre Giocasta e ucciso suo padre, il Re Laio.

Il mito di Elettra – Elettra,  è figlia di Agamennone e Clitennestra, sin da bambina idolatra il padre del quale è privata a causa della guerra contro Troia. Tornato Agamennone a Micene, Elettra assiste alla sua uccisione, progettata dalla madre Clitennestra e dal suo amante, Egisto,  e così Elettra decide di liberare il fratello e con lui assassinare i due carnefici.

Il mito ci suggerisce che anche le figlie  attraversano una fase caratterizzata dall’avversione per il genitore dello stesso sesso e dall’amore per quello di sesso opposto che poi porterà le bambine a sviluppare una personalità eterosessuale

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L’uso nella psicoanalisi

Il complesso Edipico è stato coniato da Sigmund Freud e descritto per la prima volta nella stesura dell’opera, l’Interpretazione dei sogni. Per complesso di Edipo si intende quella fase dello sviluppo infantile in cui verso i 4-5 anni di età , il bimbo inizia a provare una forte attrazione verso sua madre (in genere la figura di attaccamento nelle primissime fasi della vita) che diviene quindi  il suo primo oggetto d’amore, e a considerare il padre come un fastidioso intruso perché può privarlo dell’ attenzione materna . Inizia così la primissima  fase di identificazione con il genitore dello stesso sesso. Il Complesso Edipico è un punto di fondamentale importanza per lo sviluppo della personalità del soggetto, al punto che ogni eventuale  ”fissazione” in questa delicata fase della crescita, può portare a future nevrosi. Se tutto procede normalmente, con l’ insorgere della pubertà, ha luogo il cosiddetto “tramonto del complesso Edipico”, fase durante la quale il bambino all’ età di circa 12-13 anni, accetta la superiorità della figura paterna nei suoi confronti e si identifica con esso. Non si sostituisce al padre ma diviene come il padre.

Quindi il bambino scopre il padre come uguale a se e la mamma come polarità opposta, per la bambina ovviamente il discorso è inverso.

Il complesso di Elettra è la controparte femminile del Complesso di Edipo (coniato da C.G. Jung), per definire l’amore che  la bambina prova verso suo padre accompagnato da sentimenti di gelosia e di rivalità verso la madre, cioè è la spiegazione di quanto avviene nelle bambine durante la fase fallica dello sviluppo. Quindi dietro a frasi del tipo: “il mio partner non mi capisce” …. “ogni volta che trovo un uomo adatto a me è certamente sposato o fidanzato”… “mi innamoro sempre dell’ uomo sbagliato”… si celerebbe una dinamica simile a quella dell’Edipo ma che per le donne si chiamerebbe Complesso di Elettra.

In quell’età non c’è nulla di male nell’attrazione che il bambino o la bambina provano per il genitore del sesso opposto, del resto, la famiglia è il luogo ove avvengono le prime esperienze di vita. Tutto ciò che gravita intorno ai fanciulli, è preso da loro come modello su cui fare esperimenti.

Diverso è stato e in alcuni casi sarebbe, prendendo a confronto altre culture, come ad esempio quelle di villaggi tribali. Li, il figlio maschio gioca con gli altri bambini fino ad una certa età e poi segue il padre e gli altri maschi in esperienze di caccia; lo stesso dicasi delle bambine che giocano fino ad una certa età (non stanno attaccati alle mamme anche se queste li seguono a distanza) e poi sta con la mamma e le altre donne adulte ad imparare i lavori femminili.

In questo modo le prime scoperte dei principi maschili e femminili non le fanno all’interno del nucleo familiare (come avviene nella nostra cultura) ma le hanno con i coetanei; crescendo poi hanno dei modelli con cui si identificano ma a quel punto l’attrazione affettiva (non filiale) e sessuale si direziona verso altri ragazzi e ragazze.

I complessi di cui sopra, quindi, sono sicuramente più accentuati nella nostra società e se opportunamente trattati, i fanciulli passano la fase senza problemi;  quindi, molto dipende  da come il genitore dello stesso sesso si pone, perché a volte sono questi che soffrono di una inconscia gelosia e questa determinerà i rapporti per tutta la vita che potrebbe richiedere un percorso di recupero.

In pratica, i due complessi sono figli della nostra società cosiddetta civile.

Ogni donna, quindi, tende a desiderare di incontrare l’uomo perfetto; la proiezione di quel padre attento e premuroso che si è preso cura di loro in tenera età. Mentre quel padre, forse esagerando un pò, assolveva il compito di curare, proteggere e far crescere la propria bambina, in quella bambina, inconsciamente si è formato quel complesso che la porterà, da adulta, alla ricerca di un uomo simile, cioè, un uomo speciale, ovvero sempre attento ai bisogni e alle difficoltà che si incontrano.; insomma un uomo che assuma il ruolo di salvatore.

Quante sono le donne che, seppur inconsciamente, provano il forte desiderio di essere “salvate”?  Del resto (per la verità oggi sempre di meno) alle bambine, non viene insegnato ad essere autonome, bensì a come ottenere aiuto. E un padre iperprotettivo non sa che proteggendo eccessivamente la figlia, le sta infondendo l’idea di essere dipendente da lui .

Da adulte, queste  bambine,  (che hanno avuto un padre iperprotettivo) non faranno altro che cercare un uomo su cui  trasferire questa dipendenza, pretendendo da questi, cure e attenzioni e quell’aiuto necessario per far fronte alle varie circostanze difficili che la vita presenta . Estremizzando, si può affermare che tale compito, essere all’altezza di quel padre, risulterà impossibile; e quindi, ecco che l’idea dell’uomo perfetto vacilla, in particolare  per quelle donne che da bambine hanno  ricevuto un’estrema protezione da parte del padre, e che da grande non faranno che accusare il partner di non essere capite, amate, apprezzate, desiderate, etc


Auguri alla mia mamma

 

 


Klaus Nomi – Total Eclipse 1981 Live


Quills – La penna dello scandalo

Goditi “Quills – La penna dello scandalo” on line

 

quills

 

Francia XVIII secolo. La Rivoluzione Francese ha mandato alla ghigliottina gran parte della nobiltà; il “piccolo” Napoleone siede sul grande trono di Francia, ma oltre ad occuparsi della politica e dell’economia del paese si preoccupa anche della sua morale.
L’ultima “fatica letteraria” del Marchese De Sade circola clandestinamente ovunque e con grande successo di pubblico. Le poche pagine lette di “Justine” mandano l’Imperatore su tutte le furie: dal momento che rinchiuderlo nel manicomio di Charenton non è stato sufficiente a fermare la sua indecente prosa, si rende necessaria una nuova e definitiva cura. Il dottor Royer-Collard viene incaricato di trovare un rimedio opportuno.
Il marchese è in effetti da lungo tempo rinchiuso in una stanza del manicomio. Tra agi e ricca mobilia scrive senza sosta seguendo il consiglio del giovane abate Coulmier, che ritiene questo il solo modo per ripulire l’anima dalle immonde sozzure che la mente del marchese riesce ad immaginare. Ma il pubblico, fuori da quegli alti cancelli non aspetta altro che leggere le avventure dei “sadici” personaggi e la giovane lavandaia del manicomio Madeleine, la più entusiasta ammiratrice, si trasforma in un’intraprendente e estremamente collaborativa “agente letteraria” ante litteram.

Partendo da un episodio vero – il dottore inviato da Napoleone per una cura definitiva – l’autore teatrale e sceneggiatore del film Doug Wright, ha creato una storia basata più sullo spirito di Sade, sulla sua “cupa e velenosa estetica”, che non sui fatti della sua vita.
“Quills” è nella sua totalità una “licenza poetica”, come afferma lo stesso Wright: “Ho messo in bocca al compianto Marchese delle parole, componendo delle storie nel suo stile anziché razziando dai suoi romanzi”.

La vita del Marchese che ha realmente passato 30 anni in prigione per crimini come lo stupro e la pornografia, si trasforma con Wright e la regia di Philip Kaufman in una storia di follia e amore a tratti esilarante e a tratti persino commovente. Si sviluppa sotto gli occhi dello spettatore una battaglia tra la carnalità e l’amore e tra la spietatezza della censura e le imprevedibili conseguenze della libera espressione.
Nella frenesia creatrice del Marchese, che arriva ad utilizzare ossa di pollo e vino pur di scrivere le sensuali avventure delle sue eroine, si legge un desiderio di rivalsa, un incessante combattimento per affermare la propria vitalità. Un ritratto complesso e contraddittorio di una personalità difficile da dominare perché brillante e blasfema, apparentemente sensibile ma anche piena di impulsi malvagi. E Geoffrey Rush ne è il magnifico interprete: in equilibrio tra tutte le contraddizioni e gli eccessi del personaggio, riesce a restare sempre credibile e affascinante mentre combatte strenuamente la rigida e nascostamente perversa personalità del dottore (Michael Caine), o tenta di attirare a sé la giovane Madeleine (Kate Winslet) o conquistare l’abate Coulmier (Joaquin Pheonix) con discorsi imbevuti di doppi sensi di cui l’incontenibile Sade sembra essere grande e irraggiungibile maestro.

Verità storiche e leggende:
Nelle sue memorie Napoleone menziona di aver scorso “il più abominevole libro che una immaginazione depravata abbia mai concepito” riferendosi a “Justine”.

Si dice che a Charenton Sade si sia innamorato di una lavandaia di nome Magdeleine che frequentava regolarmente il suo appartamento e che lui le insegnò a leggere e a scrivere.

L’abate Coulmier, in realtà gobbo e alto un metro e trenta, permise al Marchese di occuparsi del teatro di Charenton che come parte della terapia metteva in scena delle pièces interpretate dai pazienti; alcune di queste pièces furono scritte dallo stesso Sade seppur con toni più austeri e sobri dei suoi romanzi.

Il dottor Royer-Collard arrivò a Charenton nel 1806: conservatore e moralista organizzò un raid della polizia in cui venne confiscata la maggior parte del lavoro di Sade.

Il Marchese morì a Charenton il 3 dicembre 1814; nonostante le sue esplicite istruzioni, venne sepolto nel cimitero di Charenton. I suoi scritti rimasero ufficialmente proibiti in Francia fino a tutti gli anni sessanta.

Anno: 2000
Paese: USA, UK, Germania 
Genere: drammatico / storico 
Durata: 119 minuti
Regia: Philip Kaufman

Cast: 
*Geoffrey Rush: Marchese de Sade
*Kate Winslet: Madeleine ‘Maddy’ LeClerc
*Joaquin Phoenix: Abbé de Coulmier
*Michael Caine: Dr. Royer-Collard
*Billie Whitelaw: Madame LeClerc
*Patrick Malahide: Delbené
*Amelia Warner: Simone
*Jane Menelaus: Renee Pelagie
*Stephen Moyer: Prouix 


German Stepanovič Titov: doveva essere lui il primo uomo a volare nello spazio

Grazie a Federico Bernardini che ha coniato questo articolo … sono onorata di proporvelo 😀

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“Io credo nell’Uomo, nella sua forza, nelle sue possibilità e nella sua razionalità” (German Stepanovič Titov) 

L’11 settembre del 1935 nasceva a Polkovnikovo, nell’Unione Sovietica, German Stepanovič Titov, entrato nella storia per essere stato, a bordo della navicella Vostok 2, il secondo uomo a volare nello spazio ma, come vedremo, sarebbe dovuto essere il primo. Era il 6 agosto del 1961 e quella data, allora avevo otto anni, rimarrà per sempre impressa nella mia memoria.
Si era allora in piena “Guerra Fredda” e la competizione tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti era ai massimi livelli, in tutti i campi.
Per i Sovietici precedere gli Americani nella corsa allo spazio era un punto d’onore e in quell’impresa essi impegnarono ogni risorsa economica, scientifica e tecnologica, mettendo in campo i loro uomini migliori.
Un’impresa di grande importanza politica, militare e propagandistica, densa di contenuti simbolici: il primo uomo a orbitare intorno…

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Orgasmo femminile nel cervello: la piccola morte

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Piccola morte” è una definizione che viene usata per riferirsi al periodo refrattario che si sperimenta dopo l’orgasmo femminile. Nel corso dei secoli e nelle diverse culture, è stato ribattezzato con diversi nomi, come morte dolce e molti altri, in riferimento al momento nel quale le donne sperimentano una sorta di svenimento o lieve perdita di coscienza.
Anche nella letteratura e nel cinema si è cercato di affrontare il tema, e tuttora molte donne si chiedono se realmente esista questa cosidetta piccola morte o se si tratta solo di un mito. Esiste una qualche evidenza scientifica che sostenga l’esistenza della piccola morte?
Sebbene molte persone si centrano nell’aura romantica dell’orgasmo, è certo che questo è un processo fisiologico estremamente complesso. L’orgasmo femminile può estendersi fino a 30 secondi e a volte raggiunge anche il minuto. In questo lasso di tempo la donna sperimenta una serie di cambiamenti fisiologici molto forti come ad esempio l’aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, contrazioni sequenziali dei muscoli di diverse parti del corpo e la liberazione di una enorme quantità di ormoni come l’ossitocina e la prolattina.
Infatti, l’orgasmo è una sensazione così forte che alcuni specialisti lo hanno descritto come: “una scarica esplosiva di tensioni neuromuscolari” o “piacere intenso che genera uno stato di coscienza alterato”. Così, non risulterebbe strano che, a causa dello sforzo al quale è sottoposto l’organismo, alcune donne possano perdere la coscienza immediatamente dopo avere vissuto un orgasmo.
Gli specialisti affermano che lo svenimento postorgasmico in realtà si deve a una serie di cambiamenti molto forti a livello di respirazione che agirebbero sull’aorta contraendola. Di conseguenza, si produce una iperventilazione (eccesso di ossigeno nel sangue) o si verifica una sorta di lievissima ischemia (mancanza di flusso sanguigno al cervello).
Con l’intento di fare nuova luce sulla piccola morte e sull’orgasmo femminile, recentemente si è realizzata una scansione del cervello delle donne mentre sperimentavano un orgasmo (forse non si era realizzata prima per manacanza di volontarie o per limiti tecnici). Per questo studio si utilizzò la tomografia ad emissione di positroni su 12 donne.
Alla fine si è scoperto che la stimolazione sessuale della clitoride aumenta significativamente l’attivazione della corteccia primaria somatosensoriale dorsale (neocorteccia) in entrambi gli emisferi. Tuttavia, al contrario di quanto si pensava, l’orgasmo provoca una diminuzione dell’attività di queste zone neocorticali; particolarmente in alcune regioni del lobo temporale (quelle relazionate con l’equilibrio così si spiega la perdita dello stesso che riporterebbero alcune donne immediatamente dopo l’orgasmo).
Riassumendo, questo studio riafferma che durante l’orgasmo femminile si evidenzia una mancanza di flusso sanguigno al cervello che sarebbe responsabile della disinibizione, della perdita di equilibrio, nausee e perdita totale di coscienza.
Fonti:
Georgiadis, J. et. Al. (2006) Regional cerebral blood flow changes associated with clitorally induced orgasm in healthy women. European Journal of Neuroscience; 24(11): 3305–3316.
Vaitl, D. et. Al. (2005) Psychobiology of Altered States of Consciousness. Psychological Bulletin; 131(1): 98-127.
Keiser, S. (1953) The Psychoanalytic Quarterly. International Journal of Psycho-Analysis; 34: 353.

Taoismo : Le sacerdotesse giapponesi e il Tao del sesso

Tao ha dato vita a tutto ciò che esiste, ma non può né essere visto né percepito; è al contempo ovunque ed in nessun posto. La sua totalità non può essere recepita dalla ragione, anzi, solo svuotando la mente e sprofondando in uno stato di silenzio e consapevolezza interiore, è possibile cogliere il Tao.  L’unione sessuale, pertanto, è importante nella prospettiva in cui acuisce la capacità di percepire attraverso i sensi e contiene i processi razionali. Inoltre, poiché per dare origine alla creazione, il Tao, si è dovuto dividere nel principio femminile (Yin) e in quello maschile (Yang), il rapporto sessuale, allude al ritorno trascendentale all’Unità primigenia. Perciò è comprensibile che le indicazioni in fatto di sesso facciano parte integrante della dottrina del Tao, di cui occorre seguire i principi per arrivare a padroneggiare completamente la propria condizione umana.

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Una vita dedita tecniche mistiche e spirituali. L’atto sessuale diviene un mezzo per reperire energie vitali. Uno stile di vita, atto esclusivamente della ricerca dell’Elisir dell’immortalità, onde poter trasformare l’essere della sacerdotessa  in sostanza eterea ed eterna.  Nel corpo che non invecchia , non soffre e non si piega al moderno stile di vita.

Alcuni sostengono che esistono sacerdoti millenari. In questo essa è consona con uno dei principali interessi della tradizione giapponese, il prolungamento della vita e la ricerca del corpo di gloria: così il seme umano diviene un Elisir di eterna giovinezza genera e rigenera, ovvero il che liquido che berrà e che la renderà immortale.

Il principio fondamentale del Tao del sesso è rappresentato dalla necessità, per l’uomo, di trattenere il proprio seme. Il controllo dell’eiaculazione si può ottenere e affinare attraverso svariate tecniche, spesso complementari tra loro, esposte dai testi taoisti.

La tradizione taoista infatti afferma l’esistenza di un conflitto tra i due sessi, generalmente rappresentato come opposizione naturale e gioco dinamico tra l’Yin e Yang, che si esprime concretamente nei rapporti sessuali. In questo conflitto, l’uomo è la parte più debole della coppia, perché, a differenza della donna, disperde energia con l’orgasmo, eliminando, ad ogni eiaculazione, milioni di spermatozoi, ognuno potenzialmente in grado di generare un nuovo essere umano.

Secondo il taoismo, la produzione di un seme (Yin) così potente richiede circa un terzo del fabbisogno energetico quotidiano e fiacca soprattutto il sistema ghiandolare e immunitario, debilitando il soggetto e rendendolo più vulnerabile. Il maschio si trova perciò in una situazione di svantaggio nei confronti della donna, la quale gode invece di un’energia Yin considerata inesauribile, e può arrivare a nutrire nei suoi confronti un inconsapevole risentimento. Questa teoria sembrerebbe ùr luce, almeno in parte, sul perché gli uomini abbiano sempre cercato di reprimere e relegare in posizione subalterna le donne.

Attraverso le sue tecniche per la ritenzione dello sperma, dunque, il Tao del sesso si propone di correggere questa disparità, al fine di creare un rapporto più equilibrato e disteso tra i due sessi e quindi una società più armonica. Evitando l’eiaculazione, il percorso dell’energia dal basso verso l’alto non s’interrompe e consente quindi il dischiudersi di quei canali che dagli organi genitali arrivano alla testa e poi scendono fino all’ombelico lungo la parte anteriore del corpo. In questo modo, grazie al processo di espansione, attraversa gli organi vitali e riequilibra i centri energetici. Tuttavia, perché ciò si verifichi, i taoisti consigliano di evitare la sessualità non illuminata dall’amore, perché produce squilibrio tra le forze fisiche, mentali e spirituali e ostacola il vero sviluppo interiore.

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Esoterismo taoista una dimensione operativa ed empirica (Alchimia esteriore, che fa uso di sostanze materiali) ma essa si colloca in secondo piano rispetto al alchimia interiore, che utilizza le “essenze” delle sostanze, e col tempo si fa sempre più spirituale. Poichè  i processi alchemici si svolgono nel corpo dell’adepto, la trasmutazione dei metalli corrispondono al perfezionamento e alla realizzazione dell’uomo. Secondo la filosofia taoista, tutto ciò che esiste partecipa della natura dei due principi fondamentali, lo yin e lo yang, combinati in varia misura in tutte le sostanze. A poco a poco, lo yang viene identificato come perfezione assoluta ed il corpo della donna/sacerdotessa diviene calice della vita.

Una ricerca della perfezione ricca di contraddizioni di ossimori ma estremamente affascinante, che ancora una volta sottolinea la sacralità dell’unione fra uomo e donna e del potere che da essa viene sprigionato. Glorificando l’unione ed elevandola ad atto sacro.

Per poter comprendere questo cammino mi sento di consigliarvi un libro, che NON parla di queste tecniche , ma che esplora profondamente il mondo delle donne giapponesi e delle sacerdotesse. Forse avvicinando ci ad un mondo un modo d’essere e di vivere completamente diverso dal nostro. “La virtù femminile” di Setouchi Harumi.

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LA SUPERIORITA’ SESSUALE DELLA DONNA

Secondo i taoisti, la superiorità della donna in campo sessuale ha dei motivi biologici: i suoi organi sessuali devono essere in grado di svolgere compiti assai gravosi come la gravidanza, il parto e l’allattamento. Ma anche la donna perde energia attraverso i suoi organi genitali, e lo fa non con l’orgasmo bensì con le mestruazioni. Il sistema sessuale femminile è composto di quattro parti – la vagina, l’utero, le ovaie ed i seni in relazione tra di loro.

Si tratta di una relazione evidente durante la gravidanza, il parto e l’allattamento, eventi durante i quali le mestruazioni si interrompono. Nella gravidanza, il sangue che altrimenti sarebbe andato perduto va invece a nutrire il feto. Dopo la nascita, lo stesso sangue si trasforma in latte. Le mestruazioni riprendono soltanto dopo l’allattamento.

Attraverso un particolare metodo denominato “Esercizio del Daino” (lo stesso che, in un’altra forma, consente di controllare anche l’eiaculazione maschile), è possibile stimolare gli organi sessuali femminili e bloccare le mestruazioni. Quando lo si pratica, il corpo reagisce come se ci fosse un bambino a poppare regolarmente, e il sangue affluisce al seno, invece che nell’utero, ridando energia a tutto il corpo. Per millenni questo metodo è stato usato – non solo per la pianificazione familiare, ma anche per conservare un aspetto giovanile – da molte donne che sono così riuscite a mantenere la loro bellezza anche dopo aver dato alla luce vari figli.

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La tecnica in questione, come le altre tecniche sessuali taoiste, è piuttosto complessa e va spiegata con molta precisione. Perciò, a chi fosse interessato alla sua applicazione consigliamo quantomeno di leggerla attentamente su “Il Tao del sesso” del dottor Stephen Chang (Edizioni Mediterranee), insieme a numerose altre tecniche per la coppia.

Su “Tao Yoga dell’amore” del maestro tailandese Mantak Chia (Mediterranee), invece, si possono trovare soprattutto delle tecniche che consentono di sviluppare la potenza sessuale maschile, oltre a dettagliati esercizi da eseguire in coppia (possibilmente con la supervisione di una guida esperta) per trasformare l’energia sessuale. Chia spiega che, durante l’eccitazione sessuale, il ching, l’essenza gonadica accumulata negli organi genitali, si espande rapidamente fino ad affluire ai centri superiori del cuore, del cervello e delle ghiandole.

Evitando l’eiaculazione, questo viaggio dell’energia verso l’alto non s’interrompe, e consente quindi l’aprirsi di canali che dagli organi genitali arrivano alla testa lungo la colonna vertebrale e poi, lungo la parte anteriore del corpo, scendono fino all’ombelico. Così, l’energia sessuale in espansione attraversa tutti gli organi vitali ed armonizza i chakra. Tuttavia, perché ciò si verifichi, i taoisti consigliano di evitare la sessualità non illuminata dall’amore, perché produce squilibrio tra le forze fisiche, mentali e spirituali ed ostacola il vero sviluppo interiore.


Joan Baez – Don’t cry for me, Argentina


Jane Birkin – Je t’aime moi non plus – 1969


Da Sacerdotessa a Sposa: il matrimonio come processo di colonizzazione nella conquista patriarcale

di Vicki Noble

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Nel 1975 scrissi e pubblicai insieme ad altre un tascabile per donne, da usare nei gruppi di self help. Eravamo attiviste improvvisate  e   ci incontravamo nei gruppi di autocoscienza con lo scopo di riscattare i nostri corpi dall’establishment medico (e dai nostri amanti uomini) usando uno speculum di plastica e uno specchio per scrutare, per la prima volta nella vita, dentro la nostra vagina. La poetessa femminista radicale Robin Morgan scrisse un’introduzione al “Circle one” in cui faceva un parallelo tra l’espropriazione del corpo delle donne e il più generale processo di colonizzazione descritto dalla più grande autorità mondiale sull’argomento, Frantz Fanon. Costretto ad assumere i “cliché, i valori e l’identificazione” dell’oppressore, il colonizzato diventa naturalmente alienato dai “propri valori, dalla propria terra”, che nello specifico delle donne è il “nostro proprio corpo”. Fin dai primi giorni della seconda ondata del femminismo, che iniziò alla fine degli anni ‘60 e divenne un movimento rivoluzionario pienamente  dispiegato durante gli anni ‘70, le donne si concentrarono sul problema spinoso e complesso del “vivere con l’oppressore”, vissuto in maniera più esplicita e dolorosa all’interno della condizione del matrimonio eterosessuale.

Istruite fin dalla nascita a considerare il matrimonio (e la maternità)  come il destino finale di una donna, senza il quale sarebbe sola e incompleta, nella seconda metà del ventesimo secolo le donne occidentali  si sono trovate a incarnare un paradosso, poiché si   hanno dovuto confrontarsi col fallimento di quella stessa istituzione. Sia che ne siamo partecipanti attive  (volontarie) o meno, sia che succeda per scelta o per errore, la percentuale nazionale di divorzi è attualmente al 50%. (in Usa).  Dove vivo, in California, la percentuale si avvicina a punte del 75%. Ironia della sorte, di recente, i gay e le lesbiche fioccano a migliaia sulle scalinate del municipio di San Francisco per raggiungere quelle percentuali in aumento di eterosessuali falliti, perfino se la cosa in se stessa – il matrimonio legale per la vita – sembra certamente esalare il suo ultimo respiro. Come può essere che qualcosa che già funziona come un modello obsoleto possa avere una presa così forte addirittura fra quelli più radicali tra noi? La risposta, credo, sta nella storia del matrimonio come parte di quella transizione che è avvenuta nei tempi antichi da società centrate sul femminile (matriarcati) a quelle dominate dal maschio (patriarcati),  quando  la “sacerdotessa” è diventata la “sposa”.

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LE CIVILTA’ DELLA DEA

Esiste un poderoso  corpo di studi, soprattutto l’enorme lavoro di Marija Gimbutas, che documenta e descrive le antiche società pre-patriarcali che esistettero nei vari continenti africano e euro-asiatico. Sulle basi dei ritrovamenti dei più antichi siti  archeologici, l’America del Sud e quella del Nord, sembrano essere state entrambe centrate sul femminile. Basandosi su questo, le studiose femministe hanno corretto e rielaborato il lavoro sull’archeologia e la preistoria che era stato fatto prima che si sviluppassero metodi di datazione più accurati e più moderni. A questo punto, è stato appurato (e contemporaneamente nello stesso tempo caldamente negato) che esistettero davvero civiltà ginocentriche nella maggior parte delle zone sulla terra prima che il passaggio mondiale al patriarcato le cancellasse dalla nostra consapevolezza (e anche dalle nostre coscienze). E per quanto la reazione contro un mondo di questo genere sia violenta ed estrema, continua a venire alla luce altro materiale che corrobora e sostiene la ricerca femminista degli ultimi trent’anni.

Il mio principale interesse in questo lavoro è sempre stata la leadership religiosa delle sacerdotesse e delle sciamane. Le società dell’Antica Europa e delle regioni del Mediterraneo hanno lasciato testimonianze di leadership femminile in decine di migliaia di figurine femminili, in centinaia di modelli di templi in ceramica dalla forma di donna e in migliaia di vasi dai contorni femminili o dipinti con figure femminili, spesso danzanti. Lo sciamanesimo femminile, come ho detto in precedenza, assomigliava per lo più a una funzione collettiva dell’intera comunità delle donne messa in atto per il bene comune. Le donne che mestruavano e partorivano insieme fornivano un profondo campo vibrazionale a cui potevano partecipare donne, uomini e bambini per la guarigione e la rigenerazione dell’intera tribù. I primi “templi” edificati erano piattaforme all’aperto costruite vicino i cimiteri dove si pensa avessero luogo danze – rituali estatici che riguardavano la celebrazione della vita, della morte e del rinnovamento senza separare il vivente dal morto. Che la “venerazione degli antenati/e” fosse celebrata dalle donne e ne beneficiassero tutti, si evince dalle importanti tombe di donne in stanziamenti neolitici come quello di Çatal Höyük in Turchia del settimo millennio a.C.

Nelle  culture del primo neolitico dell’Antica Europa e del Mediterraneo c’erano dappertutto altari mobili (“tavole per le offerte”). Sarebbero stati associati in seguito all’officiare delle sacerdotesse Le sepolture di donne d’alto rango dell’Età del Bronzo e del Ferro   trovate   nelle steppe russe sono state identificate dagli archeologi come appartenenti a sacerdotesse. Dal Mar Nero alle montagne dell’Altai e di Tien Shan, le sepolture femminili contengono l’equipaggiamento necessario che identifica le alte sacerdotesse sciamane. Dai siti vinča del quinto millennio, gli archeologi hanno portato alla luce recipienti per le offerte antropomorfi e zoomorfi (visi di donne e di animali). Un modellino di trono con statuette femminili della cultura Sesklo in Tessaglia suggerì a Gimbutas “l’esistenza di un ordine gerarchico di sacerdotesse e di altre addette al tempio”. Altri corredi, trovati in siti neolitici, connessi alla leadership femminile risultano essere tipici di sepolture più recenti identificate come appartenenti a sacerdotesse. Gli accessori di questi corredi includono alti copricapo a cono, cinture o ghirlande particolari, specchi levigati,  cucchiai e piccoli contenitori per rituali solitamente ritenute dagli studiosi scatole per “cosmetici”.

Per le finalità di questo mio scritto, quello che è più interessante è che questi oggetti, caratteristici del lungo continuo lignaggio di sacerdotesse sciamane risalente come minimo al neolitico (dal settimo al quarto millennio a.C.) e giunto fino all’Età del Ferro (fine del primo millennio a.C.), costituiscono esattamente lo stesso materiale associato alle spose tradizionali  in quel medesimo vasto territorio. Ancora oggi in gran parte del continente africano e di quello euro-asiatico il tradizionale abito da sposa contiene come minimo alcuni dei motivi legati in origine alle funzioni delle sacerdotesse. La mia teoria è che durante la transizione spesso cruenta al patriarcato, che impiegò parecchi secoli per arrivare a compimento, l’intera dotazione delle sacerdotesse sciamane fu trasferita, sostanzialmente intatta, al nuovo ‘ufficio’ istituzionalizzato della sposa. In questo modo, la corrente sotterranea della civiltà originaria centrata sul femminile si è preservata nelle tradizioni popolari di ogni dove. Si ritrova, nella maniera più esplicita, nei rituali e nelle danze delle donne, nei riti matrimoniali e nei costumi delle spose, cui è stato permesso di sopravvivere nonostante i drastici cambiamenti che ebbero luogo nella forma di governo e, più in generale, nella società.

Questo passaggio (dalla sacerdotessa alla sposa) non è assolutamente avvenuto accidentalmente o per caso, ma sta a significare un vasto e deliberato processo di colonizzazione messo in atto dalle gerarchie degli invasori patriarcali. La popolazione femminile dell’Età del Bronzo e del Ferro venne cooptata e soverchiata tramite quello che viene definito con il piacevole termine di “matrimonio esogamico”, ma in realtà si trattò di annessione, stupro e imprigionamento delle donne di più alto rango  delle tribù conquistate. Alla fine, tutte le donne probabilmente vengono colonizzate nella pratica corrente, che prevede che le donne di un gruppo etnico siano sistematicamente stuprate e spesso ingravidante dagli uomini del gruppo dei conquistatori, come parte accettata  dell’etica di guerra.  Robin Morgan ha parafrasato la descrizione della colonizzazione fornita da Fenon: “Gli oppressi sono defraudati della loro cultura, della loro storia, del loro orgoglio e delle loro radici – tutto ciò espresso con la massima concretezza nella conquista della loro terra”, che Morgan paragona al corpo delle donne. “Le donne sono persone colonizzate… un tentativo di genocidio che si manifesta nell’attacco più eclatante del patriarcato contro il nostro “territorio” principale e più prezioso: il nostro stesso corpo.”

 So benissimo che questo genere di analisi femminista disturba sia le donne che gli uomini moderni, che in gran parte sono coinvolti in matrimoni eterosessuali e non vogliono sentire un approccio così negativo verso una così santificata istituzione. Comunque sento fortemente che la dipendenza che abbiamo verso l’istituzione del matrimonio – e la tortura che così tante di noi subiscono all’interno delle sue pareti protettive e segreganti – è la ragione precisa per cui dobbiamo sforzarci di guardare direttamente in faccia la cruda realtà. Per la prima volta nel 2004  il rapporto annuale per i diritti umani del  di Amnesty International,   si è focalizzato  sulle donne. L’organizzazione ha avuto un approccio bidirezionale nel redigere il rapporto, primo concentrandosi sulla orribile situazione dello stupro come parte delle guerre in corso al momento in così tante parti del pianeta. Il secondo indirizzo si focalizza, tuttavia, sulla diffusa situazione di violenza domestica che loro dicono essere pandemica. E’il problema numero uno delle donne ovunque nel mondo. Più che in guerra, le donne sono più in pericolo nelle loro stesse case e all’interno del così amato ruolo di mogli.

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QUELLE SENZA MARITO: LA STRUTTURA DEL CLAN MATRIARCALE

Nonostante l’idea romantica e moderna del “sacro matrimonio” eterosessuale sia stata proiettata a ritroso fino alle antiche società agricole del Neolitico (e perfino alla cieca sull’ancora più antico Paleolitico), non ci sono evidenze a supporto di tale proiezione, bensì molte prove contrarie.   L’argomento più dibattuto, se le civiltà antichissime ruotassero o meno intorno al femminile (culture quindi matriarcali, matristiche o matrici) sta tutto nella preponderanza delle figure femminili nell’arte e nella supremazia delle donne nelle sepolture. Ma oltre a questo, le strutture assolutamente egualitarie che troviamo nelle antichissime società agricole (con assenza di centralizzazione, stratificazione sociale o qualsiasi altro segnale di “potere” esercitato “su”), associate alla ovvia libertà delle donne (che sono ritratte nude, orgogliose,  senza alcuna necessità di difendersi, regali, sedute su troni e con valenze sacrali) sembra che non implichino null’altro.

Appartenenti a queste prime civiltà, so di due raffigurazioni del rapporto sessuale maschio-femmina (una di Çatal Höyük che risale al 7.000 a.C. e l’altra di un sito natufiano in Medio Oriente datato circa al 10.000 a.C.), e anche di un’immagine del basso Danubio, del 5.000 c.a. a.C., che raffigura un uomo e una donna di fronte che guardano in avanti con genitali molto stilizzati che distinguono il loro genere. Quest’ultima, piuttosto che l’immagine di un “matrimonio sacro” (come poteva essere per Gimbutas), potrebbe indicare potenzialmente un’altra cellula cooperativa riconosciuta nelle strutture matriarcali: la madre e suo fratello. La stessa Gimbutas ne conviene a proposito di un’altra coppia: “Le divinità femminile e maschile scoperte in una tomba della cultura hamangia dell’inizio del quindicesimo millennio a.C. sulla costa del Mar Nero probabilmente rappresentano una coppia di sorella e fratello piuttosto che una coppia sposata, poiché nelle mitologie europee le divinità femmina-maschio sono riconosciute come coppie di sorelle e fratelli”.

Dopo aver sentito gli interventi alla Prima Conferenza Internazionale sul Matriarcato tenutasi a Lussemburgo nel settembre del 2003, penso che questa interpretazione sembri più verosimile. Alla conferenza sia le antropologhe che le partecipanti provenienti da culture matriarcali hanno presentato saggi sui vari aspetti che caratterizzano le culture matriarcali presso le quali vivevano.

E’stata fatta una presentazione particolarmente interessante da un uomo proveniente dalla cultura mosuo della Cina meridionale (talvolta chiamata dei Na) che ha condiviso con noi i dettagli di come la sua cultura funzioni “senza padri né mariti”. Presso i Mosuo letteralmente non esiste il matrimonio, sebbene le donne mosuo siano libere di avere amanti maschi cui sono legate  e con cui condividono affettività e sessualità. Senza l’istituzione del matrimonio, non esiste una cosa come “il marito” e non c’è un compito specifico del padre. Sebbene a volte si venga a sapere chi è il padre biologico, non viene dato un particolare valore al fatto, e non c’è parola nel linguaggio che lo indichi. Lamu Ga Tusa, il relatore, ha messo in evidenza che non si conclude nessuna interrelazione economica tra un uomo e una donna che hanno una relazione sessuale. Questo radicale concetto è esposto nel libro dell’antropologo cinese Cai Hua intitolato Una società senza padri e mariti: i Na della Cina. “Secondo i Na, una promessa di fedeltà è considerata vergognosa perché ritenuta una negoziazione, uno scambio, che va contro i loro costumi.” Non esistono concetti come ragazza madre o figlio illegittimo. La madre è a capo della famiglia (la nonna è a capo dell’intero clan) e i figli rimangono nella casa dove sono nati e devolvono i frutti del loro lavoro all’interno dell’economia delle loro madri. Sono liberi di visitare le loro amanti nella casa di origine delle donne durante la notte e tornano a casa loro la mattina. “Per tradizione, gli uomini e le donne godono della massima uguaglianza.” Immaginate –   nessun legame per legge, né litigi per il sesso o per i soldi,  nessuna battaglie per l’affidamento, nessun divorzio, nessun problema per gli alimenti, il mantenimento per i figli e   nessuna violenza domestica.

 

LA DONNA COME  UNA PROPRIETA’

Verso la metà del quinto millennio a.C. una nuova popolazione arrivò nell’Europa centro-orientale e nella valle del Danubio, come documentato dall’opera monumentale di Gimbutas, La civiltà della dea. Gimbutas chiamò questi invasori alti e slanciati “Kurgan” dal nome dei loro tumuli di sepoltura in Bulgaria, Macedonia, Transilvania e Ungheria. “Le tombe dei maschi eccezionalmente ricche” includevano sepolture di donne e bambini che all’apparenza erano stati sacrificati alla morte del loro padrone. Queste sepolture “secondarie” contenevano anche animali sacrificati, come cavalli e cani. “Una donna, presumibilmente la moglie, sembra essere stata messa a morte in quel momento e lasciata a riposare a fianco del suo signore defunto”. I suoi preziosi ornamenti esprimono “il suo elevato status in vita”. Durante gli ottocento anni successivi, gli agricoltori di Cucuteni coesistettero con i pastori kurgan (fino alla metà del quarto millennio a.C.). Ma per altri gruppi le “incursioni si rivelarono catastrofiche” e fuggirono verso occidente trovando “rifugio nelle caverne della Transilvania o sulle isole del Danubio”. Intere culture furono sostituite, scomparvero i simboli dell’Antica Europa insieme alla coltivazione dei cereali che aveva caratterizzato le prime culture agricole. A questa prima ondata distruttiva di invasioni seguì una serie di spostamenti di popolazioni. Cambiamenti sociali più consistenti sono evidenti nelle società miste sopravvissute, come quella di Tisza, dove piccoli assembramenti di ricche sepolture contengono i corpi di maschi “proto-europoidi”, ma per la maggioranza, le tombe sono di “tipo mediterraneo” con le forme tipiche dell’Antica Europa.

A metà del quarto millennio a.C., ci fu una seconda ondata di invasori, testimoniata dalle tombe “reali” o “d’elite” sparse da nord a sud dei Carpazi. Qui le società “si modificarono secondo linee riconoscibili” e la struttura cambiò da “matristica a patriarcale”, cambiamento che divenne definitivo alla fine del quarto millennio quando il “nuovo regime sembra che abbia definitivamente eliminato o trasformato tutto ciò che rimaneva del vecchio sistema sociale”. Le culture delle razze miste “ibride” appena formatesi seppellivano al centro i loro maschi con le donne e i bambini intorno. In una tomba a due di una “coppia regale”, la donna indossa un delizioso copricapo e lì vicino, in una “tomba a uovo”, giacciono “gli scheletri di cinque bambini” disposti in cerchio, tre neonati e due bambini, tutti del condottiero sepolto, come dimostrato dall’analisi delle ossa. Gimbutas parla di un “sorprendente numero di animali ed esseri umani sacrificati” in queste tribù ibride con i loro capi maschi adulti al centro.

Una terza ondata di invasioni si ebbe circa nel 3.000 a.C., periodo di “una massiccia infiltrazione che causò cambiamenti drastici nella configurazione etnica dell’Europa”. La cultura ibrida Vučedol con le sua meravigliose statuine della Dea fu spinta verso occidente, in Grecia, dove diede vita alla cultura ellenica antica. Gimbutas mette   fa notare che questi gruppi guerrieri “non erano di numero elevato e non soppiantarono gli abitanti locali. Arrivarono in piccole bande migratorie e si insediarono con la forza come piccole élite di comando” in Grecia. Ma sotto l’influenza della cultura indoeuropea, “l’influenza delle donne del neolitico collassò ed esse diventarono proprietà privata nella nuova società del commercio e delle razzie.”

“Le primissime fonti scritte, l’Iliade e i Rig Veda, narrano come una sposa o le armi si ottenessero in cambio di bestiame… la proprietà più importante paragonabile alla nostra moneta… Il ruolo del bestiame durò fino al ventesimo secolo (come dote, per esempio, nelle aree rurali).” Le divinità divennero maschili, e le dee femminili che perdurarono non erano più creatrici, ma semplici spose o mogli delle divinità maschili”.Si vede chiaramente nella figura di Era nella mitologia greca, un tempo Regina dei Cieli, ma alla fine ridotta a essere l’isterica e frustrata moglie di Zeus che la ebbe in moglie con l’inganno, la conquista e lo stupro. Come afferma chiaramente Gimbutas nel suo ultimo libro, Le dee viventi, lo stupro di una dea “può essere interpretato come l’allegoria dell’assoggettamento della locale religione della dea al pantheon degli invasori patriarcali”.

 

DALLA RIPRODUZIONE AL CONTRATTO ECONOMICO

Nei tempi antichi, la funzione sessuale riproduttiva della coppia maschio-femmina era chiaramente già conosciuta e in qualche modo santificata, come si può vedere nelle statuette che rappresentano il rapporto sessuale. Tra i sumeri  in Iraq  l’unione eterosessuale venne codificata in base ai principi della proprietà privata. Gimbutas  fa notare come, dal 3.000 a.C., “  importanti  testi (descrivano) i riti del matrimonio sacro già nei primi scritti della storia”. I testi parlano di un “matrimonio sacro” in cui una “coppia ha un rapporto sessuale cerimoniale”. Nel famoso sito di Ur, vicino Bagdad, l’archeologo Woolsey ha effettuato scavi di tombe “principesche” del 2.600 circa a.C., che contenevano “oggetti di una varietà e una ricchezza senza precedenti” ed “erano presenti anche parenti e servi, sacrificati per l’occasione (a Ur vennero trovate più di 80 persone)”.

Al British Museum di Londra si possono vedere favolosi diademi d’oro, spille ornamentali, pugnali, perle, cerchi per capelli e corone con rose estratti dalle tombe delle vittime sacrificali – donne e bambini, regine e schiave (forse regine che erano loro stesse schiave, che nei riti avevano il ruolo di “prostitute sacre” così glorificato dalle donne emancipate di oggi). Sessantaquattro delle ottanta persone sacrificate  erano donne. Una nota del British Museum dice che “sia l’interno che l’esterno della stanza mortuaria della Regina erano eccezionalmente pieni di ricchi oggetti”. Nel World Atlas of Archaeology, un uno  scrittore accademico sottolinea con assurdità, “ le vittime non solo potevano essere contente, ma perfino orgogliose di seguire i loro signori…”. Parla della pratica del sacrificio della vedova come “relativamente diffusa” e suggerisce che testimonia “uno stadio evoluto di società altamente gerarchiche”.

 

LE SACERDOTESSE SCIAMANE DELLE STEPPE

La diffusa pratica di sacrificare le vedove si ritrova ancora più a est, se percorriamo velocemente duemila anni, spingendoci verso l’area del Mar Nero. Nel  libro meraviglioso pubblicato e tradotto da Jeannine Davis-Kimball,Nomads of the Eurasian Steppes in the Early Iron Age, in cui vengono riportati i risultati di decenni di ricerche sulle antiche tribù dell’Asia Centrale, Anna I. Melyukova descrive le sepolture di donne sciamane. Sulla riva destra del fiume Dnieper “alcune strane tombe contenenti corpi di donne si differenziano in maniera rilevante per gli altari mobili in pietra, piatti, piastre, frammenti dipinti e in gesso, sigilli, amuleti vari, parti di armatura e briglie sistemate nella sepoltura come offerte. I ricercatori ritengono che “queste tombe siano di principesse appartenenti   alla classe più alta dei più alto di  cavalieri. Ironia della sorte, c’è anche chi pensa che queste tombe di donne contenessero i corpi di “aiutanti” sacrificate. Gli studiosi ritengono che il basso Dnieper fosse con tutta probabilità il centro religioso delle tribù scite,  in quanto nell’area sono stati ritrovati alcuni dei kurgan più ricchi. Nell’ottavo secolo a.C., gli Sciti, migrando da est, arrivarono nel Mar Nero, dove gradualmente sottomisero “il popolo della foresta” della riva destra del Dnieper, il cui stile di vita iniziò a “declinare”. 

Sembra che la cultura scita abbia usato il “matrimonio misto” fra i re invasori e le principesse indigene come chiara strategia di colonizzazione. In Crimea conquistarono i Tauri (la cultura della foresta   Kizil-Kobin) e ridussero in schiavitù la popolazione locale, fornendo la “prova inconfutabile a favore di una popolazione mista tauro-scita che visse in Crimea non più tardi del settimo, sesto secolo a.C.”. Valery S. Olkhovsky descrive come minimo due casi di “matrimoni misti tra gli Sciti e i Kizil-Kobin”. Lo storico greco Erodoto descrive i Tauri come un popolo che faceva sacrifici alla dea  Ifigenia, figlia di Agamennone e sacerdotessa della stessa Artemide.

Già nel quarto secolo a.C., la tradizione funeraria dei Greci era stata adottata dagli Sciti, risultato di diffusi contatti e dei matrimoni misti “fra gli Sciti e la nobiltà greca”, intendendo per nobiltà quelle donne di stirpe reale rapite o barattate. In quest’epoca, le differenze tra le tombe scite e kizil- kobins erano scomparse quasi del tutto con l’assimilazione definitiva dei Tauri. In uno degli esempi della nuova modalità di matrimonio, Olkhovsky parla di un re Mitridate che, “per consolidare l’unione politica e militare con la Scitia Minore… diede sua figlia in sposa ai dominatori sciti”, e cita Plutarco che scrisse che “Mitridate ebbe parecchie mogli scite”. Una tomba particolarmente ricca, il kurgan di Kul’Oba in Crimea vicino Kerch, apparteneva a un nobile scita (forse un re) sepolto in un lussuoso giaciglio di legno” adorno d’oro. Alla sua sinistra “era stata sepolta una donna in un sarcofago di cipresso. I suoi abiti erano decorati con piastrine d’oro. Indossava un diadema con pendenti raffiguranti delle teste di Atena, orecchini d’oro, un monile rigido, una collana e braccialetti d’oro. Vicino a lei c’era uno specchio di bronzo”. Sebbene non ci venga detto se era o no della stessa etnia dell’uomo, lo  specchio, secondo le ricerche di Devis-Kimball, suggeriva che era una principessa. Aveva anche tra le gambe uno strano calice d’oro, sicuramente molto importante, che raccontava con le sue immagini intagliate quello che gli studiosi reputano un “racconto epico” scita.

Da Erodoto sappiamo che l’eroe greco Eracle arrivò nella “regione dei boschi” vicino al Mar Nero e, sorpreso da una tempesta, si coprì con la sua pelle di leone e si addormentò. Mentre dormiva, le sue cavalle, che aveva staccato dal carro per lasciarle pascolare, scapparono. Mentre le cercava nella foresta tutt’intorno, “trovò in una grotta uno strano essere, metà fanciulla metà serpente, le cui forme dalla vita in su erano di donna, mentre sotto era un serpente. La guardò con stupore”, chiedendole se avesse visto le cavalle. Gli disse di sì e che adesso erano sue, rifiutandosi di restituirle a meno che “non avesse fatto l’amore con lei”. Lui accettò e lei, che era rimasta incinta di tre bambini, gli chiese… “quando i tuoi figli saranno grandi, cosa devo fare di loro?”. Lui le disse di osservali e quando avesse visto uno di loro “tendere l’arco come faccio io, e cingersi con la cintura come me, allora sceglilo affinché rimanga in queste terre. Quelli che falliranno la prova, mandali via.” Le consegnò “sia l’arco che la cintura”, che aveva un boccale attaccato alla fibbia. Il bambino, Scita, che riuscì nei compiti affidategli da Eracle, divenne il capostipite degli Sciti. E poiché alla sua cintura pendeva un boccale, gli Sciti da allora indossano dei boccali appesi alle cinture.” Ma questo specifico boccale d’oro con le scene del mito sulle origini dei Sciti non fu trovato appeso alla cintura di un capo scita, ma tra le gambe della nostra principessa-sposa. Può essere che l’identificazione della donna-serpente con la  “regione delle boschi” la connettano al popolo della foresta Kizil-Kobin (i Tauri) che gli Sciti sottomisero e alla fine assimilarono nello stesso tempo.

LE AMAZZONI: QUELLE SENZA MARITO

Il significato del termine “amazzone”, che per molto tempo è stato erroneamente tradotto dagli studiosi “quella senza seno”, alimentando così molte storie e leggende sulle guerriere amazzoni che si tagliavano un seno per poter tirare con l’arco e le frecce, recentemente è stata ritenuto superato dai linguisti. Nel suo libro favoloso, Warrior women, Jeannine Davis-Kimball documenta come la parola amazzone derivi da un termine proto-indoeuropeo che significa “ quella senza marito”. Abbiamo già visto come nelle società matriarcali le donne siano libere di scegliersi gli amanti e come i bambini nati dalle loro unioni appartengano alla madre e prendano il suo nome. Il matrimonio – inteso come strategia di controllo sulla proprietà privata che si tramanda per linea maschile – è semplicemente impossibile perché il padre di un bambino è sempre incerto. La mia teoria è che quando gli invasori dediti alla pastorizia vennero in contatto con le culture matriarcali, le videro come “amazzoni” cioè quelle senza marito. Finora non esiste prova archeologica che supporti l’idea di tribù esclusivamente femminili, ma ci sono sempre stati molti gruppi con usi matriarcali e centrati sul femminile come i Mosuo della Cina di oggi.

A est del territorio scita vicino il fiume Volga vivevano i Sauromati (dal sesto al quinto secolo a.C.), una delle tante tribù centrate sul femminile dove le donne venivano sepolte con cucchiai concavi, specchi e piccoli altari portatili in pietra dipinti di rosso per identificare le donne, che secondo gli archeologi russi, avevano il ruolo di  sacerdotesse.

Davis-Kimball nel suo libro del 2002  si servì della sua personale esperienza con le popolazioni nomadi contemporanee dell’Asia Centrale, e anche del suo lavoro svolto sul campo insieme agli archeologi russi, per sintetizzare tutti i materiali dei suoi scavi e quelli osservati nei musei  . Davis-Kimball ha scoperto che le donne detenevano alte posizioni e venivano sepolte con ricchi manufatti al centro, nel posto d’onore delle tombe, “prestando ulteriore credito alle congetture che quelle sauro-sarmate potrebbero essere state società matriarcali”. Articolando il principale problema che oggi le studiose femministe si trovano ad affrontare, scrive di essersi resa conto di come le donne di alto rango siano state nascoste dalle “ombre delle interpretazioni tradizionali.”

Erodoto affermava che i Sauromati discendevano dalle Amazzoni della Cappadocia (Turchia), che si erano accoppiate con gli Sciti. Come afferma la leggenda più famosa, le Amazzoni furono catturate in battaglia dai Greci e caricate come prigioniere a bordo di tre navi che salparono sul Mar Nero. Le donne si ammutinarono e uccisero quelli che le avevano catturate. Ma non sapendo navigare, furono trasportate dai venti sulle rive del lago di Meotis (il mare di Azov) in una località chiamata “ le Scogliere”, il paese degli Sciti. Appena sbarcate, catturarono dei cavalli e saccheggiarono il territorio. Gli Sciti non riconobbero le attaccanti e le combatterono fino a quando, visti i loro corpi, si resero conto che stavano lottavano contro delle donne. A quel punto elaborarono una stratagemma per incontrarle e accoppiarsi con loro, “perché volevano avere dei figli da queste donne”. I giovani uomini si accamparono vicino alle Amazzoni e quando le donne videro che gli uomini non erano pericolosi, lasciarono che restassero lì vicino dove “iniziarono a   condurre lo stesso tipo di vita delle donne, cacciando e depredando”. A mezzogiorno, le donne si “riposavano” da sole   o in coppia e gli Sciti fecero altrettanto. Uno dei giovani si avvicinò a una delle donne che si erano allontanate e, secondo Erodoto, “l’Amazzone non lo respinse, ma lasciò che lui facesse con lei quello che voleva”. Sebbene non parlassero lo stesso linguaggio, l’Amazzone fece capire a segni al giovane che sarebbe potuto tornare il giorno successivo con un amico e che lei avrebbe fatto altrettanto. Siccome la cosa funzionò, tutti i giovani sciti vennero a incontrare le Amazzoni e “poterono godere” anche delle altre. Questo è plausibilmente il riferimento a riti cerimoniali sessuali praticati dalle popolazioni matriarcali, come quelli incontrati a Zuni o presso altri pueblos sud-occidentali dagli Europei che vi giunsero nel diciottesimo secolo. Nel suo libro The Zuni Man-Woman, Will Rescoe scrive come queste pratiche vennero tenute nascoste per l’atteggiamento punitivo che gli invasori europei adottarono  contro di esse.

Erodoto continua affermando che, dopo l’incontro amichevole (e l’accoppiamento), le Amazzoni e gli Sciti unirono i loro campi, “e ogni uomo tenne la donna con la quale era stato all’inizio”. Ciò suggerisce una primitiva forma di matrimonio, ma non sembra indicare conflitto. Quello che segue a questa storia delle origini dei Sauromati è la raffigurazione della lotta tra due diverse forme di organizzazione sociale, matriarcale e patriarcale, che solo all’apparenza terminò in un felice compromesso. Gli Sciti non “riuscirono a imparare la lingua delle donne, ma le donne impararono il linguaggio degli uomini” e quando si capirono, gli uomini invitarono le donne a trasferirsi a casa loro come mogli monogame. (“Ma come moglii avremo solo voi e nessun altra.”)

Secondo Erodoto, le donne dissero agli uomini che non potevano vivere con loro alla maniera degli Sciti, “perché noi e loro non abbiamo gli stessi usi. Noi tiriamo le frecce e il giavellotto e cavalchiamo i cavalli, ma per quel che riguarda “i compiti delle donne” non ne sappiamo nulla. Le vostre donne non fanno nessuna delle cose che abbiamo detto. Stanno nei loro carri e fanno “lavori da donne” e non vanno mai a cacciare o cose simili. Non potremmo andare d’accordo con donne così”. Insistettero che se  volevano avere loro come compagne e nello stesso tempo essere uomini onorevoli, allora dovevano andare dai loro genitori, prendere le quote spettanti delle proprietà, ritornare indietro e vivere con le Amazzoni. (In altre parole, le Amazzoni insistettero sulla loro scelta matrilineare e matrifocale.) I giovani sciti accettarono e insieme si misero in viaggio verso il paese dove, al tempo in cui Erodoto scriveva di loro, vivevano i Sauromati. Egli descrive come le “donne dei Sauromati” seguissero il loro antico stile di vita, cavalcando, “cacciando con e senza i loro uomini”, partecipando alla guerra e indossando gli stessi abiti degli uomini.

In seguito egli narra che il linguaggio sauromata si distinse da quello degli Sciti “poiché le Amazzoni non riuscirono mai a impararlo bene” e che nessuna ragazza poteva sposarsi se prima non aveva ucciso un uomo fra i nemici. “Alcune di loro morirono in tarda età senza prima sposarsi, perché non poterono adempiere a questa legge.”

Davis-Kimball descrive l’eccitazione provata nel portare personalmente alla luce il corpo di una giovane donna sauromata durante uno scavo russo-americano che co-diresse. La ragazza, solo un’ adolescente al tempo della sua morte, fu accompagnata nella tomba da un pugnale di ferro, una grande distesa di frecce di bronzo, amuleti particolari e un bel teschio di cinghiale lungo 15 cm. Di fianco al suo tesoro di guerriera aveva anche un paio di conchiglie d’ostrica, segno inconfutabile che si trattava di una sacerdotessa, cosa che indusse Davis-Kimball a inserirla nella speciale categoria di “sacerdotessa guerriera”. Nel 1997 ebbi il privilegio di fare un viaggio in compagnia di Davis-Kimbell per visitare i musei che sorgevano lungo il corso dei fiumi Don e Volga, dove ho visto io stessa alcuni degli oggetti appartenenti a  tombe di “sacerdotesse guerriere”, compresi armi, gioielli e i tipici specchi in bronzo di queste donne delle steppe di alto rango.

Secoli dopo che i Sauromati si furono stanziati sulle rive del Volga, le donne e i bambini sarmati venivano ancora sepolti con le loro statuine femminili di gesso e alabastro, e “sopravvivevano ancora elementi dei rituali di culto dei Sauromati”, come gli altari mobili decorati (a volte rimpiazzati, nel terzo e secondo secolo a.C., da incensieri di pietra o argilla). Secondo Zoya A. Barbarunova: “L’antica tradizione di seppellire le donne con punte di frecce e, meno di frequente, con una spada, sopravvisse come pratica elementale del culto.” Marina G. Moshkova, in un saggio tratto da Nomads of the Eurasian Steppes, descrive come all’inizio della ‘Common Era’ si formò una nuova grande coalizione nomade, detta degli Alani, che si ritiene abbia conquistato o assimilato gli ultimi Sauromati sopravissuti e sconfitto definitivamente gli Sciti. Gli Alani (o Sarmati-Alani) a loro volta furono cacciati dal loro territorio dalle invasioni degli Unni, nel quarto secolo. Alcuni si fusero con gli Unni, altri fuggirono verso ovest, in direzione di Gibilterra, e altri ancora si stanziarono nel Caucaso; li conosciamo come gli Alani caucasici. La diaspora degli Alani mise fine in qualche modo alla lunga e gloriosa storia delle Amazzoni nelle regioni occidentali.

 

LE ALLEANZE MATRIMONIALI NOMADI E LO SCAMBIO DELLE DONNE

Ancora più a est, sulle montagne dell’Altai, le popolazioni di Pazyryk seppellivano i loro morti in tumuli simili a quelli degli Sciti. Grazie all’acqua che s’infiltrava nei tumuli sepolcrali rimanendo ghiacciata per secoli, i corpi e i manufatti furono conservati quasi allo stato originario fino a quando l’archeologo russo Sergei Rudenko li scoprì e li portò alla luce agli inizi del  del XX secolo. Un carro con grandi ruote “designato a viaggi cerimoniali” era probabilmente “di origine cinese, arrivato nell’Altai come parte della dote di una principessa cinese”. Adiacente al sito di Pazyryk a Tuva, un kurgan arzhan particolarmente sporgente conteneva nel suo centro una doppia sepoltura in bare di legno che gli archeologi ipotizzarono appartenesse a uno zar e una zarina. Secondo l’archeologo Nikolai A. Bokovenko, nessun altro kurgan ha (mai) mostrato come contenuto un numero cosi altro di cavalli sacrificati e di persone –identificati come accompagnatori nel viaggio del loro signore verso il regno dei morti.

Tombe appartenenti ai cimiteri dell’Età del Bronzo della cultura di Zamam-Baba, vicino il fiume Oxus (datata tra la fine terzo e l’inizio del secondo millennio a.C.), vecchie di almeno duemila anni, mostrano sepolture di coppia di uomini e donne che gli archeologi hanno interpretato come segno di matrimoni stabili e forse, di esistenza di nuclei famigliari. Nella recente History of the Civilisations of Central Asia in quattro volumi, V. M. Masson scrive che gli uomini erano sepolti con punte di freccia di selce, mentre le donne avevano ornamenti, ocra e capelli colorati, perle di pietre semi-preziose, e oro, e una tomba conteneva anche una “statuine femminile appiattita”. Masson ha svolto un lavoro stupefacente mappando le migrazioni della popolazione dai pressi del Mar Caspio (le oasi di Kopet Dag) nel loro spostamento verso est, seguendo le vie commerciali fino alla Ferghana Valley. “Gli abitanti di Altyn depe e Namzga depe potrebbero essersi spostati molto lontano in direzione nord-est”, portando con sé la venerazione di una divinità femminile centrale che gradualmente “si differenziò” all’interno di “un intero pantheon femminile”  afferma Masson. Egli documenta i legami tra le culture harappa e quelle del Caspio e dell’area settentrionale dell’Iran, mostrando le antiche e provate connessioni tra le culture centrate sul femminile lungo la Via della Seta (da Sumeri alla Valle dell’Indo).

I  tardi Saka, le cui donne combattevano a fianco degli uomini, a volte sono stati considerati un ramo orientale della confederazione scita, e in parecchi siti saka, i maschi europoidi venivano sepolti con femmine mongole – un particolare modello di “matrimonio misto” dove i maschi sono “occidentali” e le femmine “orientali”. Il collaboratore russo di Jeannine Davis-Kimball, l’archeologo Leonid Yablonsky, parla di una “rapida fusione culturale e genetica” in Kasakhstan dall’ottavo al sesto secolo a.C., e ancora più verso est dove i medesimi modelli di matrimonio misto sono stati osservati anche in tribù sepolte intorno al fiume Syr Darya.

Anche nelle montagne di Tien Shan, i maschi europoidi  sono stati sepolti con femmine che presentavano tratti mongoli. Forse la continuazione di tale pratica può essere vista un millennio dopo nella storia del primo re religioso del Tibet, Songsten Gampo (settimo secolo), il cui matrimonio con due donne straniere portò il buddismo in Tibet. Lo studioso tibetano Reginald Ray scrive che questo re fu un potente leader che unificò il Tibet centrale ed estese la sua influenza dall’antico regno di Shangshung in occidente alla Cina, verso nord, e all’India, verso sud. “E’ scritto che, come ‘servizio’ alla sua visione imperiale, Songsten Gampo sposò due principesse, una della Cina e una del Nepal, e grazie alla loro influenza il re si convertì e il Buddismo venne istituito a corte e furono costruiti i primi templi buddisti in Tibet”. Questo passaggio non solo stabilisce che i potenti patriarchi si servirono del matrimonio come di una cosciente strategia di colonizzazione per espandere i loro imperi, ma ci riporta anche alla memoria l’importanza e il prestigio delle donne reali, dalle quali essi facevano derivare i loro privilegi.

Per timore che, di questo passo, ci sia la possibilità anche inconscia di continuare a valorizzare il matrimonio, leggete questa commovente descrizione di Frances Wood, nel suo libro del 2002, The Silk Road: Two Thousand Years in the Hearth of Asia: “Trattenere ostaggi e servirsi delle principesse nubili per organizzare alleanze matrimoniali (in pratica mandare le donne in ostaggio in Asia centrale) fu la caratteristica principale della diplomazia Han.” Gli Han erano minacciati dai nomadi delle regioni occidentali, specialmente dagli Xiongnu (Hsiung-nu). L’alleanza, ad esempio, poteva consistere nel “barattare una principessa cinese per mille cavalli”. La principessa, racconta Wood, “nel suo profondo dolore” aveva composto un canto: “La mia famiglia mi ha mandato via affinché divenga sposa nell’altra parte del cielo… Desidererei essere un cigno dorato, per ritornare al mio paese natale.” Come se la sua vita di solitudine con il vecchio che era suo marito non fosse stata dolorosa a sufficienza, veniamo a sapere che in seguito, secondo un uso che Wood ci dice essere molto comune fra i non cinesi, sarebbe andata in sposa al nipote di suo marito, e con lui avrebbe messo al mondo una figlia.

Laszlo Torday, in un affascinante libro sulla storia dell’Asia centrale intitolato Mounted Archers afferma che l’esogamia obbligava gli uomini a scegliere una moglie al di fuori del clan, il che voleva dire che lei sarebbe stata considerata una proprietà una volta divenuta sposa in quel clan. Dopo la morte del marito, lei e ogni ricchezza che aveva portato con sé sarebbero ritornate al clan di origine, a meno che lei non passasse a un componente della famiglia del marito morto. Secondo Torday, la parola dei proto-indoeuropei che i linguisti identificano per “sorella” (swesor) significa sostanzialmente “donna di proprietà” e si riallaccia a una parola russa (svat) che significa “relazione matrimoniale”. Un’altra esperta della Via della Seta, Susan Whitfield, narra la pratica apparentemente diffusa dell’entrata delle principesse cinesi nell’ordine taoista come sacerdotesse ordinate, “per evitare così ogni minaccia di future alleanze matrimoniali”. Queste pratiche oppressive erano chiaramente ancora in essere nell’866, quando il governatore di Duhuang (sito delle favolose grotte buddiste con pitture, sculture e testi depositati tra il quarto e il decimo secolo), come viene riferito “mandò in dono quattro astori, due cavalli e un paio di donne tibetane” all’imperatore della Cina.

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PERMANENZE DEL POTERE FEMMINILE

Le tribu nomadi matriarcali come i governi femminili Sauro-sarmati  (per non menzionare i più conosciuti e contemporanei come gli Etruschi, Iberici e i Celti del primo millennio a.C.) diedero alla donne la proprietà e la libertà personale. Vestigia di tali costumi possono essere ancora   viste nelle società nomadi moderne descritte da Davis-Kimball, che sottolinea  quanto siano  “egualitari” gli odierni Kazaki. L’autrice descrive uomini e donne “‘che lavorano fianco a fianco, spesso facendo lo stesso mestiere” e benché il figlio più giovane erediti le proprietà del padre alla sua morte, le figlie e gli altri figli “ereditano ciascuno una porzione imparziale dei beni della famiglia quando si sposano”.  Con fotografie e racconti coinvolgenti, illustra come ragazzi e ragazze, un giorno uomini e donne, competono e si misurano in corse a cavallo e in gare di conto.

Fu il riferimento che Davis-Kimball fece rispetto al copricapo matrimoniale kazako che attirò la mia attenzione sulla transizione diretta da sacerdotessa a sposa. Nel 1999, lei analizzò e ‘decompose’ la famosa sepoltura ‘Uomo d’oro di Issyk’ per l’Archeology Magazine,  dimostrando che il guerriero nomade coperto di 4000 pezzetti d’oro, oltre a uno specchio di bronzo dorato, un cucchiaio in argento e un battitore di koumiss (liquore estratto dal latte di cavalla fermentato) –  tutti attributi di una principessa sciamana – era di fatto una donna guerriera e non un uomo. Durante gli scavi, alcuni lavoratori locali avevano menzionato all’archeologa che il copricapo dell’”Uomo d’oro”  ricordava loro  il tradizionale capello da sposa. Questo collegamento sorprendente tra una guerriera e una sposa mi indusse ad approfondire la ricerca.

Nel 2001 fui invitata dalla ricercatrice- autrice e insegnante Mary B. Kelly ad aprire la conferenza a New York su “Le Amazzoni e le loro sorelle”. Kelly, anche lei artista, fa ricerche e scrive sui “ricami della Dea” e sui  motivi tessuti  I suoi libri rivoluzionari Goddess Embroderies of Eastern Europe (1989) e Goddess Embroderies of the Balkan Lands(1999) esaminano ed evidenziano le connessioni tra gli antichi motivi trovati nelle culture matristiche del neolitico e dell’Età del Bronzo da una parte e l’odierna arte folcloristica e i motivi tessili di tutta l’Eurasia contemporanea dall’altra. Alla conferenza che aveva organizzato partecipava anche un’etnografa della regione di Chuvash negli Urali della Russia, Valentina Elm, che tenne il discorso di apertura oltre a me. I Chuvash ritengono di discendere dalle Amazzoni (o da popolazioni limitrofe) e il copricapo da sposa a forma di elmetto che Valentina aveva portato alla conferenza divenne lo stimolo di molte scene eccitanti, quando tutte a turno provammo i cappelli da sposa simili a quelli dei guerrieri.

Personalmente ritengo che sia una   una vera e propria vergogna che l’identità delle donne guerriere e delle sacerdotesse sciamane sia stata cancellata nel tempo e che a noi sia rimasto solo il ruolo di “sposa” in cui far convergere le nostre speranze moderne e i nostri sogni di grandezza mitica. La storia che ho iniziato a svelare mi aiuta a capire perché così tante donne moderne, sensibili ed emancipate, giovani e non, continuino ancora impulsivamente ad andare verso l’altare per proclamare l’improbabile voto di fedeltà per tutta la vita verso una sola persona. Penso che dentro di noi, nel profondo, ci sia un barlume della memoria di un tempo in cui facilitavamo i rituali  della tribù, adorne d’oro e gemme, o combattevamo valorosamente a fianco degli uomini che insieme a noi cercarono di resistere e   di impedire il rovesciamento delle antiche società matriarcali centrate sulla Dea.

Perfino nell’America contemporanea   quando una donna indossa quel   lungo abito bianco con il velo e cammina lungo la navata,  si scatena un flusso di emozioni che la ricollega a quel tempo passato in cui impersonavamo la Dea. In questo contesto, guardo una foto recente della rock star Melissa Etheridge con la sua seconda sposa come un momento particolarmente glorioso e paradossale. Entrambe le spose sono vestite di bianco come richiesto, e ognuna di loro è radiosa e splendida mentre si avvale dell’opportunità aperta dalla volontà della California di aprire un varco in quelle leggi che cercano di proteggere l’istituzione del matrimonio dalla partecipazione dei gay e delle lesbiche. Insieme agli altri quattromila membri della tribù trasgressiva cui appartengono, reclamano il loro antico diritto di indossare l’armamentario delle Amazzoni, quelle antiche donne archetipiche che non avevano marito.

 Vicki Noble è una guaritrice femminista, insegnate, artista, studiosa e scrittrice, co-autrice del Motherpeace e autrice de Il risveglio della Dea. Il suo ultimo libro, La dea doppia, riesamina la vera storia della vita delle Regine amazzoni, quelle donne sacerdotesse e guerriere a cavallo che fondarono le città dell’Età del Bronzo in Turchia , dove  regnarono “in coppia”.

 

Questo contributo è comparso nella sezione I Origini del Patriarcato del libro The Rule of Mars,  Readings on the Origins, History and Impact of Patriarchy  di Christina Biaggi Ed. KIT , CT USA 2005

Traduzione a cura di Anonima Network Bologna   2008 Agosto

N.d.T

Il libro Warrior Women è stato pubblicato in italiano da Venexia – Gennaio 2009 con il titolo Donne Guerriere


Uno sguardo al Palazzo….. Giulia di Vita


Renata di Francia Valois Orléans 1510 – Montargis 1575

Renata di Valois Orléans, secondogenita di Luigi XII di Francia e di Anna di Bretagna, rimase presto orfana di madre (1514) e padre (1515). Fu educata alla corte del re Francesco I ed ebbe come precettore Jacques Lefèvre d’Etaples, che le fece conoscere le dottrine protestanti in un quadro di filosofia umanistica. La sua cultura generale si fondava sullo studio della filosofia, della storia, delle matematiche, dell’astrologia, della lingua greca e latina e, come afferma un biografo, volle anche «penetrare nelle questioni di teologia, secondo l’uso e l’abuso delle femmine del suo paese, che amano di farla da dottoresse, anche della religione». Alcuni la dipinsero come «una pallida stella nel firmamento che luccica alla corte dei Valois». Negli anni giovanili ella fu attorniata da «una consorteria di femmine, ristretta nel numero, composta non solo da Margherita di Navarra, ma anche da Anna Bolena, dalla zia Filiberta di Savoia, dalla regina Claudia, da madame d’Etrangues».

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Nel 1528 venne suggellata l’unione tra Renata ed Ercole d’Este, figlio di Alfonso I e Lucrezia Borgia. Altri illustri pretendenti ne avevano chiesta la mano: Carlo, erede al trono d’Asburgo, Enrico VIII d’Inghilterra, il figlio dell’Elettore del Brandeburgo. Cerimonie fastose si tennero in occasione delle nozze a Parigi e a Ferrara. Il seguito francese di Renata era numeroso: Madame de Soubise, quattordici damigelle, tre segretari, un elemosiniere, un medico, uno speziale, chierici, valletti, cuochi e servitori. In dote Renata portò il ducato di Chartres, la contea di Gisors e i possedimenti attorno al castello di Montargis. Il distacco dalla terra natale non fu indolore per lei, che restò molto devota alla casa dei Valois. Renata ed Ercole ebbero cinque figli: Anna (1531); Alfonso (1533), designato successore del padre; Lucrezia (1535), che sposerà il duca di Urbino; Eleonora (1537), musa del poeta Torquato Tasso; Luigi (1539), cardinale d’Este.
Dopo la notte dei placards del 18 ottobre 1534, molti protestanti fuggirono anche verso l’Italia, fra i quali Clément Marot, poeta, giunto nel 1535 alla corte di Ferrara, il quale nel 1528 aveva dedicato a Renata il “Chant nuptial du mariage de Madame Renée”. Il poeta entrò, inizialmente, anche nelle grazie del duca Ercole II, il quale lo volle come compagno di un viaggio a Roma, per l’ottenimento di un’investitura. Marot divenne poi segretario di Renata e venne compensato con duecento lire annue. Egli si trattenne a corte fino al mese di aprile 1536. Nel frattempo Ercole II maturò una certa insofferenza nei confronti di Madame de Soubise. Nelle sue lettere egli si lamentò del modo di fare della dama, secondo lui responsabile di incoraggiare interessi contrari a quelli della corte ferrarese. Il duca sottopose così a controllo la corrispondenza della moglie indirizzata in Francia. A partire dal 1534 si crearono dei dissapori. Nel 1536 la Soubise rientrò in Francia, seguita dal vescovo di Limoges.
Renata era rinomata per la sua benevolenza nei confronti dei visitatori francesi. Si presentò a corte anche Calvino, fuggito da Ginevra, il quale soggiornò presso Ferrara a partire dal 1536 e divenne una guida spirituale per Renata. Scrive Theodore de Bèze: «Appena ebbe pubblicato l’Istituzione, Calvino fu preso dal desiderio di andare a vedere la duchessa di Ferrara… principessa di cui si vantava allora la pietà…». Dopo la partenza da Ferrara Calvino e Renata proseguirono la loro relazione sul piano epistolare.
Finché Renata interloquì con i savants interessati alle lettere ed alle arti, Ercole II condivise i suoi gusti, essendo anche lui cultore dell’antichità e delle lettere. A corte si era costituita un’accademia e, scrisse il Baruffaldi, tra le “Notizie delle accademie ferraresi”, nel 1787, essa «fece onore alle lettere, ma ne fece molto meno al clero cattolico».
Il cenacolo si riuniva nella Villa di Consandolo, presso Argenta, e vi partecipavano Celio Secondo Curione (che permise alla duchessa di studiare il “Commentarium in Mattheum”, del pastore Heinrich Bullinger), dotti tedeschi, ex agostiniani come don Gabriele da Bergamo e don Stefano da Mantova, Pier Paolo Vergerio (che fu anche presso la corte di Vittoria Colonna, Eleonora Gonzaga e Margherita di Navarra); Giulio Della Rovere (pastore a Poschiavo); Isabella Bresegna (convertìtasi alla religione protestante); Paolo Gaddi (pastore della chiesa cremonese, esule dal 1550 al 1552), Celio Calcagnini, Lilio Giraldi, Bartolomeo Riccio, Marcello Palingenio, Marcantonio Flaminio, Pier Martire Vermigli, Bernardino Ochino, Lavinia della Rovere, Olimpia Morata (compagna di studi delle figlie di Renata, Anna e Lucrezia); Antonio Pagano e Ambrogio Cavalli, tesoriere della duchessa dal 1547 al 1554. La duchessa prese le difese del Cavalli, di Cornelio Donzellino, di Ludovico Domenichi, Fanino Fanini e Baldo Lupatino, condannati dal clero cattolico, e dei valdesi, senza riscuotere molto successo. Ufficialmente la duchessa con la famiglia partecipò all’incontro con Paolo III, che si recò a Ferrara nel 1543.
Ercole II divenne insofferente alle frequentazioni e all’impegno spirituale della moglie e scrisse al re Enrico II di Francia il 27 marzo 1554, preoccupato per la salvaguardia della cristianità della consorte, «sedotta da qualche furfante luterano». Il re inviò a Ferrara Matthieu Ory, dottore in Teologia, priore dei domenicani a Parigi e inquisitore generale. Calvino, a sua volta, le fece rendere visita da François Morel, nella speranza di aiutarla. Il 7 settembre del 1554, dopo averle sottratto la tutela delle figlie, condotte in convento, Ercole la fece rinchiudere nelle stanze del cavallo al castello e la indusse a cedere. Renata, per timore di perdere ciò a cui teneva, in primis il legame con le figlie, si rassegnò. Dopo dieci giorni di riflessione, si confessò e si comunicò secondo il rito cattolico. Per altri cinque anni Renata rimase a corte. Dal febbraio 1555 il duca Ercole II divenne il gerente degli affari di Renata. Nel 1560, dopo la morte del marito avvenuta nell’ottobre del 1559, Renata tornò in Francia, in un clima reso confuso e pesante dalle guerre di religione. Ella rimase legata alla figlia Anna, sposatasi con Francesco di Guisa (combattente sul fronte avverso) e apprezzata da Caterina de’ Medici, con la quale avrebbe intessuto relazioni diplomatiche. Inoltre coltivò l’amicizia di Jeanne d’Albret, figlia di Margherita di Navarra. Renata fu presente agli Stati Generali d’Orléans al colloquio di Poissy, nel settembre 1561, in occasione del quale cattolici e protestanti cercarono di accordarsi e di stabilire una tregua. La nobildonna viaggiò fino alla Linguadoca e al Delfinato per prodigarsi in favore dei bisognosi e dei perseguitati. Nel castello di Montargis trovarono rifugio cattolici e protestanti, non sempre d’ accordo, il che costrinse Renata ad emettere delle ordinanze per governare i conflitti. Ella edificò una chiesa, dove si celebrò la “cena del Signore” secondo il rito riformato. Durante la guerra civile Montargis subì l’assedio in seguito all’attacco a Bourges e a Orléans, da parte delle truppe reali che inseguivano gli ugonotti.
Il 22 marzo 1568 venne stipulato il trattato di pace di Lonjumeau. Montargis veniva considerato «un nido di eretici». Il 26 settembre 1569 a Renata fu imposto di mandare via 460 persone dal castello. Nel 1572 nei giorni in cui si celebravano le nozze del re di Navarra con Margherita di Valois a Parigi, alle quali Renata assistette, si consumò la strage di San Bartolomeo. La vita di Renata non fu messa a repentaglio, trovandosi a dimorare lontano dai luoghi dove avvenne la carneficina. Per giunta, durante la notte tra il 23 ed il 24 agosto, le sue stanze furono tenute d’occhio dalle guardie di suo genero, il duca di Nemours e nel fare rientro a Montargis venne accompagnata da un ambasciatore ferrarese e da una scorta, che lei in parte ricompensò. La figlia Anna d’Este scrisse alla madre: «Mi dispiace dirvi una cosa che vi sdegnerà…ma il re emetterà un editto, perché vuole che tutti nel suo regno si rechino alla messa». Il 12 giugno 1575 Renata di Francia si spense. Il lascito spirituale di Renata è contenuto in un testamento, ispirato dalla sua profonda fede. La minuta del documento, scritta per mano del signor M.De Beaumont corretta da Renata stessa, è conservata presso gli archivi di Torino, tra le carte dei principi de Genevois e di Nemours.


Fonti, risorse bibliografiche, siti

Documenti riportati nelle sue biografie conservati presso Archivio di Stato di Modena, Torino (54 volumi in due serie contenenti libri dei conti di Renata, lettere di Ercole e Renata), Firenze (mediceo); Archivio segreto vaticano in Italia, Fonds de Béthune, de Giagnières, Clarairambaut, Dupuy, francesi (lettere di Renata). Biblioteche preziose: a Ginevra, a Zurigo, a San Pietroburgo, a Simancas, a Roma.

Fontana B., Renata di Francia, duchessa di Ferrara sui documenti dell’archivio estense, mediceo, Gonzaga e dell’archivio segreto vaticano, volume I-II, Forzani & C., Roma 1889

Rodacanachi, Renée de France, duchesse de Ferrare, Ollendorf, Paris 1896

Bouchard G., Renata di Francia, duchessa di Ferrara. Tesi di laurea conservata presso Facoltà valdese di Teologia, Roma 1942

Puaux A., La huguenote Renée de France, Paris, 1997

Lenzi A., Clément Marot e la corte di Renata di Francia a Ferrara, Coop. Libraria Universitaria, Bologna 1971

Belligni E., Evangelismo, riforma ginevrina e nicodemismo. L’esperienza religiosa di Renata di Francia, Brenner ediz., Rende 2008

Calvino G., Lealtà in tensione, un carteggio protestante tra Ferrara e l’Europa, a cura di L.De Chirico e D.Walker, Alfa &Omega, Caltanisetta 2009

Stolfi V., Alcuni documenti, lettere e biografie su e di Renata di Francia, duchessa di Ferrara. Armonie e dissonanze a causa di interessi religiosi, politici e familiari ai tempi della Riforma, Tesi di laurea conservata presso Facoltà valdese di Teologia, Roma 2010


Ana Rossetti: Dei pubi angelici

De los pubis angélicos

 (A mi adorada Bibì Andersen)

 

Divagar

por la doble avenida de tus piernas,

recorrer la ardiente miel pulida,

demorarme, y en el promiscuo borde,

donde el enigma embosca su portento,

contenerme.

El dedo titubea, no se atreve,

la tan frágil censura traspasando

-adherido triángulo que el elástico alisaa

saber qué le aguarda. A comprobar, por fin, el sexo de los àngeles.

 

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Dei pubi angelici

 (Alla mia adorata Bibì Andersen)

 

Divagare

per il doppio corso delle tue gambe,

percorrere l’ardente miele pulito,

soffermarmi, e nel promiscuo bordo,

dove l’enigma nasconde il suo portento,

contenermi.

Il dito esita, non si azzarda,

la così fragile censura trapassando

– aderito triangolo che l’elastico liscia –

sapendo cosa lo aspetta.

Comprovando, infine, il sesso degli angeli.


In favore del pudore

di Alexander Lowen

Comunemente si pensa che i vestiti servano a proteggerci dagli elementi della natura. Sebbene tale protezione sia ovviamente necessaria in climi artici, non si spiega l’uso dei vestiti nelle regioni tropicali o nelle case riscaldate. Gli abiti, però, svolgono altre due funzioni importanti: attirano l’attenzione sull’individualità della persona e, allo stesso tempo, ne nascondono il nucleo più segreto della personalità.

Per comprendere il complesso ruolo che i vestiti giocano nella nostra vita dobbiamo analizzare due tendenze antitetiche: l’esibizione del corpo da una parte e il pudore del corpo dall’altra. Il desiderio di attirare attenzione sul corpo e di mostrarne il fascino riflette un impulso esibizionistico che è presente in tutte le persone. Tra i primitivi si riscontra una tendenza pressoché universale a decorare il corpo con pitture, ornamenti, ghirlande e così via. Questa inclinazione a mostrare il corpo è comune a molti animali e all’uomo. Negli animali è strettamente correlata all’impulso sessuale e segue uno schema istintuale. La natura ha dotato molti animali, specialmente i maschi, di espedienti decorativi finalizzati all’esibizione. Tra gli esseri umani, l’esibizione è un’attività più conscia, che si avvale di numerosi elementi esterni per valorizzare le attrattive dell’individuo. Gli psicologi e gli antropologi generalmente concordano nel ritenere che la funzione primaria degli a- biti sia quella di far mostra di sé.

Un antico status symbol

Il mostrarsi enfatizza l’unicità e la superiorità dell’individuo rispetto al resto del gruppo. Spesso si tramuta in esibizione, come per esempio nella danza o nello sport, ma nella vita di ogni giorno, vestiti o accessori decorativi assumono una rilevanza maggiore. In tutte le società primitive, il capo dominante o il leader tribale presenta decorazioni più elaborate dei suoi sudditi o seguaci. Nelle società civilizzate, organizzate su base classista, lo status e il livello sociale sono rivelati dalla co- stosità e dall’elaborazione del vestito. Gli abiti regali dei monarchi e le ornate vesti dei cortigiani li distinguevano dagli uomini comuni. Le differenziazioni nel vestire tendono a scomparire nelle so- cietà democratiche, dove vengono rimpiazzate dalla moda quale indicatore di status. Essere vestiti alla moda è, in un certo senso, indice di superiorità sociale, poiché spesso richiede una maggiore disponibilità di tempo e denaro rispetto a quanto una persona media possa permettersi in fatto di abbigliamento. Gli abiti servono quindi a marcare le differenze tra le persone sul piano sociale e sessuale.

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La nudità elimina le diversità sociali perché riduce tutte le persone al comune livello corporeo o animale con cui sono venute al mondo. La nudità spoglia l’individuo delle sue pretese egoiche e, talvolta, delle sue difese egoiche. La punizione ha spesso preso la forma della pubblica esposizione del corpo nudo. Le persone che vengono fatte sfilare nude per le strade sotto gli sguardi di altre che sono invece vestite, provano una profonda umiliazione. Ma se tutti sono svestiti, i sentimenti di vergogna e imbarazzo tendono a scomparire e, spesso, si prova un senso di liberazione e di libertà. La necessità di mantenere u- n’apparenza o di supportare un’immagine egoica è una restrizione che inibisce la gioia e la spontaneità del corpo. Nell’intimità delle nostre case, siamo tutti ben felici di spogliarci, liberandoci così di questo fardello egoico.

Pudore e intimità

Negli esseri umani la tendenza a esibire e mostrare il corpo va di pari passo con un senso di pudore al riguardo, che proviene da una consapevolezza dell’ego nei confronti del corpo. L’uomo è co- sciente del proprio corpo, specialmente della sua natura sessuale, in un modo diverso dai bambini o dagli animali. L’uomo ha sviluppato un ego che considera il corpo come un oggetto ed è cosciente della sua funzione sessuale. Negli animali o nei bambini questo non accade, poiché sono total- mente identificati con il corpo. Nell’uomo il pudore è un’espressione di tale coscienza di sé, unsegno di personalità e di individualità. Coprire una parte del corpo, in particolar modo l’area genitale, denota un senso di intimità (privacy) che è poi il fondamento del pudore. Tra i primitivi, spesso l’area genitale è 1’unica parte del corpo ad essere coperta. Nelle Isole Trobriand, come osservò Malinowski, quando una ragazza inizia ad avere rapporti sessuali indossa una gonna di fibre che, come la foglia di palma o il peri- zoma dell’uomo, segnala il senso di intimità (privacy) circa gli organi sessuali. Noi esprimiamo lo stesso atteggiamento quando, parlando, ci riferiamo ai genitali in termini di “parti intime”. L’intimità è collegata alla personalità, che maschera i sentimenti più profondi di una persona e le consente di nascondere alcune espressioni corporee considerate intime. Gli organi genitali vengono coperti perché le loro reazioni sono le meno soggette al controllo volontario. Possiamo masche- rare certi sentimenti o impedire loro di comparire sul nostro viso, ma possiamo essere traditi da u- n’eccitazione sessuale che non può essere controllata. Nell’uomo, l’orgoglio richiede che gli organi sessuali vengano sottratti allo sguardo pubblico, proprio in virtù del senso di intimità. Orgoglio, intimità e genitalità adulta vanno di pari passo. All’opposto troviamo comportamenti in- fantili o relativi all’infanzia dove non esistono né orgoglio, né intimità, né, tanto meno, soddisfazione sessuale. L’orgoglio naturale è un’espressione del grado di autopercezione e di autostima di un persona. Denota la capacità di un individuo di contenere i propri sentimenti e ne indica, perciò, la capacità di reggere una forte carica sessuale. La mancanza di orgoglio è sinonimo di carenza di autostima, autocontrollo e forti sentimenti. Conseguentemente, l’individuo privo di orgoglio non è in grado di sostenere una forte carica sessuale e il suo sfogo non potrà fornirgli il piacere o la soddisfazione che dovrebbe. L’orgoglio non può essere disgiunto da un senso di intimità o da un senso di pudore.

Nudismo ed eccitazione sessuale

La nudità elimina l’intimità e riduce l’orgoglio. Contrariamente a quanto previsto dall’immaginario comune, la nudità sociale ha un effetto riduttivo sulla sensazione sessuale. In un suo interessante studio dal titolo The Psychology of Clothes (La psicologia degli abiti), J.C.Flugel scrive: “La nudità tende a far diminuire la sessualità (cioè gli impulsi più direttamente genitali della sessualità). La vasta esperienza degli Amici della Natura (un’organizzazione nudista) sembrerebbe confermare l’esattezza di tale affermazione e il motivo principale è probabilmente da ricercare nel fatto che l’aumentato piacere dell’esibizionismo e dell’erotismo suscitato dal mostrare pelle e muscoli ha assorbito una certa quantità di energia sessuale che avrebbe altrimenti trovato un canale di sfogo puramente genitale”.

Ritengo che la spiegazione di Flugel abbia una certa validità. Quando la sensazione erotica viene estesa a tutto il corpo, l’attenzione per i genitali diminuisce. La situazione dei nudisti assomiglia molto a quella dei bambini nei quali la sessualità è diffusa in forma di erotismo epidermico in cui manca la forte carica genitale che richiede una scarica. In altre parole, la nudità è un’esperienza regressiva che riporta ai piaceri dell’infanzia a spese della più forte eccitazione genitale adulta. Questa regressione psicologica è responsabile in gran parte del calo di sensazioni sessuali nelle riunioni nudiste. Essendo regrediti al livello infantile, i nudisti abbandonano la loro maturità sessuale.

La forza del piacere

La sessualità adulta è una funzione combinata dell’io e del corpo. L’io aumenta così l’eccitazione sessuale: convogliando le sensazioni erotiche sull’apparato genitale, indirizzando queste sensazioni verso un individuo specifico, contenendo l’eccitazione e consentendole in tal modo di crescere fino a un picco massimo. L’io è come il braccio che tende l’arco preparando il volo della freccia: più forte è il braccio maggiore è la tensione che può sopportare e più lontano riuscirà a scagliare la freccia. L’io debole lascia andare più facilmente, ma dato che l’accumulo di tensione è minore, an- che il piacere della scarica risulta essere minimo.

Visto che sia la tendenza a mostrarsi sia il senso di pudore sono manifestazioni dell’Io, esse operano congiuntamente per il raggiungimento della meta egoica della soddisfazione sessuale, vale a dire l’orgasmo. Gli abiti, quindi, possono essere considerati un meccanismo di sollecitazione sessuale e il pudore favorisce questo intento perché, nascondendo il premio, ne aumenta la desiderabilità. Il bambino non conosce il pudore perché non ha scopi genitali. L’individuo sessualmente maturo, conscio del proprio corpo, è necessariamente pudico. Il pudore, tuttavia, non va confuso con la pruderie o con la vergogna.

La distinzione tra pudore e vergogna equivale alla differenza che passa tra il rivendicare la propria privacy e il timore di autoesporsi. Una persona modesta non ha paura di mostrarsi: sa scegliere quando o dove esprimere i propri sentimenti e li manifesta in situazioni appropriate. La persona che prova vergogna non è in grado di manifestare i propri sentimenti neppure quando la situazione richiede che lo faccia. Costoro non si ‘aprono’ nemmeno in privato o nell’intimità di una situazione terapeutica. La vergogna è patologica, mentre il pudore è normale. La pruderie può essere definita come vergogna del proprio corpo.

Stiamo assistendo a una progressiva riduzione della vergogna per il corpo che abbiamo ereditato dall’epoca vittoriana. La rivoluzione sessuale degli ultimi cinquant’anni porterà in modo naturale ad un’accettazione dell’esposizione del corpo ancora maggiore.

La misura necessaria

La domanda che sorge spontanea è: quali sono i limiti di tale esposizione? In alcuni locali notturni di S. Francisco si possono trovare cameriere in topless, ed è facilmente immaginabile che tra non molto, se l’attuale tendenza continua, in alcuni night club circoleranno cameriere completamente nude. Esistono riviste o film in cui il corpo nudo o quasi completamente nudo viene esposto senza alcun senso di pudore. Una tale evoluzione, a mio parere, non gioca a favore della salute mentale. Le ragazze così esposte vengono degradate, dato che vengono private del loro senso di intimità. L’effetto di una tale mancanza di considerazione per il pudore è la riduzione del rispetto per il cor- po e la diminuzione dell’eccitazione e del mistero del sesso.

La magia dell’amore

Esiste un semplice principio che, io credo, spieghi il comportamento degli organismi: la ricerca di eccitazione e di piacere. L’eccitazione è vita, la mancanza di eccitazione è noia e morte. Fin da Adamo ed Eva, l’eccitazione vitale si è incentrata sul mistero del sesso. I vestiti intensificano il mistero perché coprono la ri- sposta biologica con l’aura della personalità (persona = maschera) e la adornano con le caratteristiche uniche dell’Io individuale. Il sesso si eleva da risposta generica a risposta individuale. E questa è la base dell’amore: da essa deriva il romanticismo, l’elisir che trasforma l’esistenza comune in in- canto ed estasi. Questa trasformazione non avviene nel mondo animale, dove il sesso è una fun- zione puramente biologica.

La qualità tipicamente umana che eleva il sesso dal livello animale è il senso di riverente meravi- glia che deriva dalla consapevolezza della resa dell’individualità e della fusione del sé con l’universale. Il mistero di tale consapevolezza risiede nella dialettica per cui il sé individuale emerge dall’universale per mezzo di un atto d’amore (l’amore materno) e ritorna all’universale attraverso un altro atto d’amore (l’amore sessuale).

Questo duplice aspetto della consapevolezza umana, il senso del sé e il sentimento di unità con 1’universale, viene riflesso nelle due tendenze antitetiche del far mostra di sé e del pudore. L’esi- bizionismo pone l’accento sul sé dell’individuo, il pudore esprime la percezione che il sé indivi- duale è un aspetto dell’universale. Un sé privo di pudore è una cosa, un oggetto, un albero sradica- to che ha perso la sua connessione vitale con la terra ed è diventato un pezzo di legno. Come si può comparare la vitalità di un pezzo di legno con quella di un albero vivo?

Il mistero della vita

La perdita di pudore dei nostri tempi è la manifestazione di una tendenza culturale, di quell’atteggiamento scientifico che tende a cancellare il mistero da tutti gli aspetti della vita. Senza mistero il corpo perde la sua individualità e diventa un oggetto commerciale da sfruttare come qualsiasi altro articolo di scambio. Allo stesso modo, la vitalità che risiede nel corpo umano va persa. Un risulta-

to sorprendente dell’attuale tendenza a esporre il corpo femminile sulle riviste e nei film è la mancanza di romanticismo e carica vitale nella loro trama. Esiste un’eccitazione nella nudità. Noi traiamo un piacere elementare dall’esposizione della pelle al sole, all’aria e all’acqua. Nelle giuste condizioni, questa esposizione ci fa vibrare di vitalità; percepiamo più acutamente le radici biologiche della nostra natura e ricaviamo un’identificazione con il corpo che non è possibile avere quando siamo completamente vestiti. Tuttavia il piacere della nu- dità pubblica è ottenuto tramite una regressione allo stadio del bambino la cui innocenza assomiglia molto allo stato di esistenza nel Giardino dell’Eden, prima che 1’uomo diventasse cosciente della sua individualità. Come ogni fenomeno regressivo, anche questo può trovare una collocazio- ne nella vita matura. È possibile mantenere un senso di pudore alle riunioni nudiste dove la nudità è socialmente approvata, come nell’antica usanza del bagno comune presente in molti Paesi. Tut- tavia, se separata dal senso di pudore, la nudità pubblica riduce l’uomo al livello di una creatura campestre. Un tale sviluppo porterebbe alla perdita del mistero e del romanticismo presenti nella vita e costringerebbe le persone ad adottare misure disperate per ritrovare la gioia e l’eccitazione nella loro esistenza.

Da: Newsletter of The International Institute for Bioenergetic Analysis, Vol. 5, Number 1, Winter 1994. A cura di Luciano Marchino e Marta Pozzi.


Il ruolo della donna nella società e nell’arte

Il ruolo della donna nella società e nell’arte.


Freud: Passioni segrete

Goditi “Freud: Passioni segrete” on line

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I rapporti tra Freud e il cinema furono piuttosto controversi. Diciamo pure che il padre fondatore della psicoanalisi provava una decisa avversione nei confronti dell’arte più rappresentativa del XX secolo. Suscitò clamore il telegramma con cui nel 1925 rifiutava il compenso di 100.000 dollari offerto dal produttore Samuel Goodwin in cambio della collaborazione a un film che doveva rievocare le principali vicende amorose della storia (come quella tra Antonio e Cleopatra). Più possibilista, e forse venale, il presidente della Società Psicoanalitica Internazionale Karl Abraham, il quale accolse invece la proposta del produttore tedesco Hans Neumann di realizzare un film di divulgazione sulla psicoanalisi girato da Wilhelm Pabst.

Lo stesso Abraham, amico e sodale di Freud nonché analista di Melanie Klein, tentò inutilmente di convincerlo. “Suppongo, caro Professore, che lei non manifesterà per questo progetto una simpatia smisurata, ma sarà obbligato a riconoscere la costrizione che motivi di ordine pratico fanno pesare su di noi”, scriveva. “Non ho bisogno di dirle che questo progetto è conforme allo spirito del nostro tempo e che sarà sicuramente messo in atto: se non con noi, lo sarà sicuramente con persone incompetenti. A Berlino abbiamo un gran numero di psicoanalisti ‘selvaggi’ che si precipiteranno avidamente sull’offerta, nel caso la rifiutassimo”. Dalle parole di Abraham traggo un riferimento malevolo a Georg Groddeck (che si definiva appunto uno psicoanalista selvaggio), ben più brillante e – facile dedurlo – meno attaccato di lui alla vil pecunia.

Freud ripeté la propria contrarietà in una lettera indirizzata a un altro importante psicoanalista dell’epoca, Sándor Ferenczi. “La riduzione cinematografica sembra inevitabile, così come i capelli alla maschietta, ma io non me li faccio fare e personalmente non voglio avere nulla a che spartire con storie di questo genere”. L’idea di vedere nonno Sigismondo pettinato come Betty Boop fa sorridere. “La mia obiezione principale”, proseguiva”, “rimane quella che non è possibile fare delle nostre astrazioni una presentazione dinamica che si rispetti un po’. Non daremo comunque la nostra approvazione a qualcosa di insipido”.

Chi aveva ragione: il dogmatico Freud o il più disponibile Abraham? Come la psicoanalisi insegna, non è possibile dare una risposta. Dipende dai punti di vista. Storicamente, il cinema ha contribuito a diffondere le tematiche proprie della psicoanalisi pur spesso banalizzandole. In ogni caso, nonno Sigismondo non avrebbe apprezzato il biopic che John Huston gli dedicò nel 1962. A cominciare dal titolo: Freud: The Secret Passion. Si potrebbe definire come una specie di detective story (in cui il colpevole è l’Inconscio, ovvio) che si sviluppa tra il 1885 e il 1890: anni in cui il giovane Sigmund segue le lezioni di Charcot allaSalpêtrièreapprende la tecnica dell’ipnosi per il trattamento dell’isteria, quindi inizia a collaborare con il medico viennese Josef Breuer. Fu proprio questa collaborazione a imprimere un corso nuovo alle sue idee, l’abbandono del metodo ipnotico e la formulazione delle prime ipotesi sulla struttura della mente. La ricostruzione storica è fedele, sebbene macchinosa ed eccessivamente didascalica (tralasciando, non per caso, il tema della sessualità infantile). Piuttosto ridicola appare invece l’atmosfera oscura e misteriosa in cui si muovono i personaggi, che sembrano dei santoni dediti a pratiche pseudomagiche.

La sceneggiatura iniziale fu redatta nientemeno che da Jean-Paul Sartre, ma prevedeva un film della durata di otto ore che i produttori bocciarono immediatamente. Fu John Huston stesso a sfrondare la trama (si fa per dire, 140’ ridotti poi ulteriormente a 120’), a ben pensarci l’identico trattamento che gli americani hanno riservato alla psicoanalisi. Così Freud “diventa un certo tipo di genio malato e infervorato che coglie le risposte giuste nel limbo dell’ispirazione” (parola di regista). Ne veste tuttavia in modo credibile i panni Montgomery Clift, già minato nella salute fisica e dalla depressione, in una delle sue ultime apparizioni.

GENERE: Biografico
REGIA: John Huston
SCENEGGIATURA: John Huston, Wolfgang Reinhardt, Charles Kaufman
ATTORI:
Montgomery Clift, Susannah York, Larry Parks, Fernand Ledoux, Susan Kohner, David Kossof, Alexander Mango, David McCallum, Eric Potman, Rosalie Crutchley, Joseph Fürst, Eileen Herbie, Leonard Sachs

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Douglas Slocombe
MONTAGGIO: Ralph Kemplen
MUSICHE: Henk Badings, Jerry Goldsmith
PRODUZIONE: HUSTON, WOLFGANG REINHARDT PER L’UNIVERSAL
DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL
PAESE: USA 1962
DURATA: 120 Min
FORMATO: B/N
VISTO CENSURA: 18

CRITICA:
“Fra i film biografici questo è senza dubbio una dei più seri, ache se l’autore sacrifica qua e là il rigore storico allo spettacolo e cade (ma forse se lo era imposto) in uno schematismo scientifico non del tutto persuasivo. Fa difetto comunque all’opera l’ambientazione storica anch’essa sacrificata allo sconcertante personaggio che campeggia senza essere approfondito più del dovuto. Di buon livello l’interpretazione di Montgomery Clift che riscatta con la sua prestazione la teatrale impostazione dell’opera.” (Segnalazioni cinematografiche, vol. LIV, 1963)
NOTE:
– CONSULENTE MEDICO: DAVID STAFFORD-CLARK – PROLOGO ED EPILOGO LETTI DA JOHN HUSTON- DURATA DELL’ EDIZIONE AMERICANA:140′.- SARTRE SCRISSE UNA SCENEGGIATURA CHE HUSTON NON ACCETTO’ RITENENDOLA TROPPO AMPIA. L’EDIZIONE DEFINITIVA DEL FILM FU COMUNQUE TAGLIATA DI CIRCA UN TERZO E IL RISULTATO FINALE FU POCO COERENTE E POCO RIUSCITO.

L’orgasmo, chi è costui?- Sesso.. tanto per gradire!

L’ORGASMO CHI E’ COSTUI?

Spesso tra l’orgasmo atteso e quello sperimentato esiste uno scarto che mobilita interrogativi, dubbi che si ripercuotono poi nelle relazioni intime. La carenza di modelli rispetto ad un’educazione sessuale ci richiama alla necessità della condivisione di ciò che sappiamo e di ciò che ignoriamo.

La parola orgasmo è di origine greca:con orgasmos  si definisce “qualcosa di concitato, forte, energico”.

A livello biologico è un riflesso, una reazione fisiologica che scatta a seguito di una stimolazione adeguata.

I francesi chiamano l’esperienza orgasmica “piccola morte” poiché, come dice U.Galimberti farsi attraversare da Eros, vivere un’esperienza erotica che non sia solo sfioramento di corpi in superficie, significa sperimentare “un dissolvimento dell’Io”, tanto desiderato quanto temuto.

La sessualità adulta, S. Freud è stato chiaro, si esprime come sessualità genitale ed è connessa alla maturità psico-affettiva dell’individuo; la capacità di instaurare relazioni intime caratterizzate dal riconoscimento di due “soggettività” e non dall’uso strumentale dell’altro ne è l’espressione più piena.

W. Reich (1942), allievo ribelle di S.Freud si è addentrato ulteriormente nel mondo pulsionale ed ha fatto della teoria dell’orgasmo un pilastro del suo sistema di pensiero.

La sua tesi è che esiste un’energia naturale la cui espressione più evidente nell’organismo umano è la sessualità genitale che culmina nella funzione dell’orgasmo.

Per Reich,l’orgasmo appunto è quell’esperienza che trascina il singolo organismo nella comunione con la pulsione primoridiale della vita, la sua funzione infatti è chiamata “funzione primordiale della vita”. L’esperienza dell’orgasmo supera la coscienza dell’io e della propriocenzione della sensibilità corporea per affondare nel sentimento oceanico di una comunione con le correnti vitali più profonde, con il ritmo stesso della vita.

Egli ha poi aggiunto che la sanità psichica dell’individuo dipende direttamente dall’equilibrio sessuale, dal pieno dispiegamento della potenza orgastica e che la repressione della sessualità infantile è la vera origine della nevrosi e dei traumi caratteriali.

In effetti per molti individui non è facile sperimentare una sessualità appagante proprio a seguito di pregresse esperienze traumatiche vissute nell’infanzia. Anche per chi vive una malattia nelle sue diverse implicazioni psichiche e fisiche o per chi è attraversato da forti preoccupazioni ed ansia è difficile farsi attraversare dall’ Eros.

Stati d’ansia, quadri depressivi, sensi di colpa sono infatti molto spesso correlati ad un calo del desiderio sessuale.

Le vicissitudini del desiderio, la curva orgasmica ossia la risposta sessuale nelle sue distinte fasi sono poi differenti per l’uomo e per la donna.

La donna sperimenta con l’orgasmo contrazioni ritmiche dei muscoli pelvici; il clitoride ne è sempre coinvolto sia in forma diretta o indiretta.

Nell’uomo invece l’orgasmo consiste in due fasi: la prima implica contrazioni degli organi riproduttivi interni ed è quella in cui l’uomo che si conosce può fermarsi, accelerare, rallentare il ritmo del rapporto; nella seconda i muscoli alla base del pene si contraggono e vi è la fuoriuscita del seme non più controllabile.(Jenny Hare)

Nella donna poi la sessualità è particolarmente influenzata dal contesto, dall’intimità, dai sentimenti e dalla relazione di fiducia con il partner.

Molte donne dichiarano di non aver mai sperimentato l’orgasmo ma non per tutte questo è vissuto in modo problematico. Certo è che esistono condizionamenti sociali tali per cui per la donna l’abbandonarsi è più difficile, vi è un uso meno disinvolto delle fantasie erotiche e pure dell’autoerotismo. Teniamo pure ben presente che l’espressione della sessualità femminile è particolarmente condizionata da variabili soggettive, dall’affettività ed dal coinvolgimento emotivo: un partner amorevole indubbiamente è un prezioso aiuto.

Sempre la donna poi, a differenza dell’uomo, se adeguatamente stimolata ed in particolari situazioni di intimità, può anche sperimentare orgasmi multipli questo perché, a differenza dell’uomo, “non ha un periodo refrattario” ossia quello che non permette alcun tipo di risposta sessuale neppure a fronte di sollecitazioni dunque.

Ad ogni modo  quello che è fondamentale tener presente è che non c’è attitudine più anti-erotica di quella legata al “io voglio…a tutti i costi”.

Rischia di essere un’operazione pericolosa per il ben-essere di una coppia quella di mettere al centro della relazione il raggiungimento dell’orgasmo anziché  il piacere di stare insieme e lo scambiarsi reciprocamente vissuti, sensazioni, bisogni.

Il creare un contesto accogliente, il  prendersi un tempo  senza la fretta di passare dalla fase dei preliminari a quella della penetrazione, sono solo alcuni degli ingredienti che predispongono ad un incontro erotico appagante.

Prima di occuparci dell’orgasmo dovremmo poi chiederci quanto spazio -tempo riserviamo nella nostra vita al piacere. Quanto tempo dedichiamo alla cura, all’igiene, a valorizzare il nostro corpo, non per aderire ai modelli omologanti che provengono dall’esterno quanto per rispettare quello che la via tantrica definisce il nostro “Tempio sacro”?(Zadra, 1998, 1999)

Parlare di piacere implica sintonizzarsi sulla dimensione sensoriale, per molti la più dimenticata a vantaggio dell’azione e del pensiero.

Abbiamo perso la capacità di “sentire”. I nostri sensi: dalla vista, all’udito, all’olfatto, al gusto e ovviamente al tatto sono intorpiditi, a volte persino anestetizzati fino a faticare a trovare “il senso” della vita.

Recuperare tutto questo, ri-alfabetizzarsi è la via per entrare maggiormente in contatto con la propria corporeità e  quella altrui per tornare a sentirsi pienamente vivi.

Senza questa premessa la ricerca dell’orgasmo rischia di trasformarsi in un pensiero osssessivo all’interno di un’ attitudine finalizzata alla prestazione, la più anti-erotica delle predisposizione a qualsiasi incontro amoroso.

La via tantrica di tradizione antichissima lo sa bene: al centro bisogna porre il ben-essere, l’appagamento, il soddisfacimento e non la prestazione.

Un’attitudine meditativa, l’attenzione al respiro, al sentire, la liberazione del suono della voce e del movimento favoriscono l’esperienza sessuale e l’orgasmo ma tutto ciò richiede disciplina e dedizione.

Ciascuno di noi ha fatto esperienza di un’educazione psico-affettiva e sessuale, prima in famiglia, poi a scuola carente perché essa ha enfatizzato il pensiero e l’azione a discapito del sentire; il dovere anziché il piacere, la mente a discapito del corpo; l’inibizione della vitalità anziché la sua espressione.

C. Naranjo nel suo bel libro “la civiltà, un male curabile”(2007) a riguardo così si esprime: “Ecco, dunque, quale potrebbe essere il primo impegno di un ipotetico governo saggio e libero verso i propri cittadini: salvaguardare il loroozio, che è il tempo liberato dalla compulsione di guadagnarsi da vivere “con il sudore della fronte”, un tempo sabbatico per vivere, convivere, per essere, per crescere.


Milva – Lili Marleen (1990)

milva


I libri sono per loro natura strumenti democratici e critici: sono molti, spesso si contraddicono, consentono di scegliere e di ragionare. Anche per questo sono sempre stati avversati dal pensiero teocratico, censurati, proibiti, non di rado bruciati sul rogo insieme ai loro autori. [Corrado Augias]

Lo scaffale iridato

libri


Ipotesi di passaggio da società matriarcali a patriarcali

Varie studiose e studiosi hanno ipotizzato ragioni e tempi in cui il patriarcato ha preso il sopravvento rispetto a società che vengono definite matriarcali, matrifocali e matrilineari.

Riassumo qui alcune delle tesi più recenti.

L’archeologa Marija Gimbutas (1921-1994) nelle sue varie pubblicazioni postula che le antiche società in Europa non erano né dominate dagli uomini né erano primitive e che il patriarcato si manifestò come risultato di una “collisione di culture” che diede il via alla diffusione di modelli androcentrici.

Vecchia Europa è il termine che Gimbutas crea per identificare le strutture sociali e simboliche delle popolazioni del Neolitico indicando società ugualitarie, matrilineari, non dominatrici e aventi in comune modelli economici, di vita rituale e sociale.

Coniò il termine “cultura Kurgan” facendo riferimento alle comunità pastorali documentate nelle zone della regione tra il Volga, gli Urali e il Mar Caspio intorno al V millennio a.c. Queste erano derivate da un lungo processo di convergenza di diverse popolazioni delle steppe e condividevano tradizioni comuni.

Gimbutas ipotizza nel libro “The civilization of the Goddess” che l’addomesticamento del cavallo (quindi la possibilità di cavalcare i cavalli che viene fatta risalire intorno al 5000 a.c. nelle aree tra l’Ucraina dell’est e il nord del Kazahistan) abbia contribuito a intensificare atteggiamenti bellicosi e di aggressività territoriali di quelle tribù nomadi.

Descrive come la progressiva collisione tra due sistemi sociali, di linguaggio e ideologie diverse risultò nella disintegrazione delle società della Vecchia Europa portando alla dispersione del linguaggio Proto-Indo-Europeo (PIE) e alla creazione di società ibride che a partire dalle steppe del Volga si espansero verso le coste del Mar Nero nel bacino danubiano a partire dal 4500 a.c. per poi arrivare in Europa verso il 3000 a.c.

Identifica tre ondate di incursioni che introdussero aspetti sociali, ideologici e tecnologici sconosciuti alle popolazioni neolitiche dell’Europa. Questi aspetti includevano strutture sociali patriarcali, la metallurgia del bronzo, le armi, l’addomesticamento del cavallo, l’economia pastorale, l’adorazione di dei del cielo, ceramiche decorate con frammenti di conchiglie e decorate con impressioni di simboli solari, atteggiamenti aggressivi.

Gimbutas ritiene che una volta che il processo di sconvolgimento iniziò si ebbero innumerevoli casi di tradizioni della Vecchia Europa che vennero incorporate in quelle delle società ibride ed elementi indigeni e alieni coesistettero per molto tempo.

La collisione di culture produsse storie, canti, miti, rituali e credenze in cui furono introdotti nuovi elementi che legittimavano l’imposizione del potere maschile oltre ai loro status di dominazione e a privilegi.

Furono cambiamenti drammatici a livello sociale.

Heide Goettner-Abendroth, fondatrice dei moderni Studi Matriarcali, definisce questo lungo processo di trasformazione “l’ascesa del patriarcato”. Esso ebbe luogo in tutto il mondo in un periodo d 6-7.000 anni e ancora continua. Definisce “la universalità della dominazione e del patriarcato un mito, un mero pilastro della ideologia patriarcale” e illustra  alcune ipotetiche tesi emerse da vari autori riguardo l’ascesa del patriarcato e che a suo avviso in realtà sono risultati dello stesso e non cause originali:

Paternità biologica. GoettnerAbendroth afferma che il riconoscimento della paternità biologica non può essere un elemento in quanto devono esserci delle pre-condizioni come l’isolamento di donne dal loro clan di origine e lo sconfinamento in relazioni monogamiche.

Utilizzo dell’aratro. Come è possibile che l’introduzione di un singola innovazione tecnica che dipende dalle maggiori capacità fisiche maschili abbia portato all’ascesa del patriacato? Non esistono prove etnologiche che le donne nelle società matriarcali fossero definite il sesso debole e inoltre in molte società matriarcali anche moderne ci sono uomini che si occupano di lavori pesanti senza per questo aver innescato tendenze patriarcali. Né il fatto di cavalcare il cavallo né l’allevamento di bestiame o il possedere grandi greggi o mandrie possono aver costituito la base del potere dei i primi patriarchi: in società matriarcali molti avrebbero resistito all’accumulazione di proprietà da parte di pochi.

Divisione del lavoro. Questa tesi prevede che le società matriarcali siano state più “primitive” e quella patriarcale sia un’evoluzione di quella precedente (1). Esistono in realtà molte società matriarcali del Neolitico (dal 10000 a.c.) come i primi centri urbani in Anatolia, Palestina e Europa del sud con alti livelli di divisione del lavoro e alta differenziazione sociale, superiore a quella delle truppe guerriere che li hanno conquistati.

Aggressivi e cattivi. Che la natura dell’uomo sia aggressiva e cattiva sarebbe dimostrata dal fatto che essi hanno inventato la società patriarcale della guerra e della dominazione. Gli uomini erano marginalizzati nelle culture matriarcali e quindi si sono ribellati e le hanno ‘detronizzate’. Goettner-Abendroth afferma che questa visione deriva proprio dagli uomini occidentali che si sentono marginali se non sono al centro dell’attenzione delle loro madri, della vita delle donne e della società. Non ci sono evidenze storiche o etnologiche di questo fenomeno.

Goettner-Abendroth (2)  ritiene che di per sé le società nomadi pastorali non crearono una cultura originale e indipendente bensì che esse derivavano da una antica struttura matriarcale come ad es. i Tuareg che vivono in modo matrilineare o matrilocale in tende o altre popolazioni pastorali della Siberia e Mongolia.

Afferma che i processi di trasformazione dal matriarcato al patriarcato seguirono rotte diverse nei diversi continenti. Ad esempio la distruzione della cultura Irochese e di altre culture indigene nord americane avvenne a causa delle invasioni degli Europei e delle loro armi, molto superiori. Nel caso di altre culture fa riferimento alla colonizzazione, all’evangelizzazione cristiana, all’industrializzazione e al turismo di massa nel cosi detto “Terzo Mondo” come esempio di destabilizzazione e in alcuni casi di distruzione delle culture indigene.

In altri casi come in Europa, Goettner-Abendroth afferma che si è trattato di “migrazioni catastrofiche”, probabilmente generate da catastrofi naturali come processi di desertificazione, alluvioni, o aree che progressivamente subivano una glaciazione – quindi grandi cambiamenti climatici.

James De Meo (3), autore di On the origins and Diffusion of Patrism : The Saharian Connection (1981) e Pulse of the Planet (2002), ritiene che l’origine del patriarcato sia inestricabilmente connessa a questioni più ampie e relative alla violenza, ai conflitti e alle guerre. Allinea il concetto di “marchio di Caino” all’“istinto di morte” psicoanalitico e alla nozione cattolica di “peccato originale” ed evidenzia come questi siano in netto contrasto con le ricerche che mostrano che la natura umana è di base pacifica, cooperativa e amorevole.

Le sue ricerche partono dalle teorie sessuo-economiche e dalle scoperte sociali di Wilhem Reich che nei suoi scritti tratta di varie forme di neurosi e di caratteri violenti classificati nelle strutture che Reich definisce “corazze caratteriali”. Reich afferma che la struttura patriarcale e autoritaria della famiglia genera degli adulti “corazzati” che ‘hanno nel tempo sostenuto i roghi delle streghe e poi hanno marciato per Hitler e Stalin’.

Sulla base dei suoi scritti e quelli di altri come Neill, Precott, Terrier e LeBoyer, James De Meo ha elaborato una valutazione inter-culturale di una grande numero di dati antropologici ed etnografici che dimostrano che “le culture con il più alto livello di violenza sociale sono caratterizzate da trattamenti abusivi e duri dei piccoli e dei bambini, dalla repressione sessuale degli adolescenti e di quelli non sposati, da matrimoni compensatori e da strutture gerarchiche che squalificano le donne oltre che dall’ autoritarismo religioso”.

Ha elaborato una “Mappa del Comportamento del mondo” che comparata con una mappa climatica identifica le regioni a più intenso comportamento patriarcale – area denominata da De Meo come zona “Saharasia” dove si concentrano manifestazione estreme (Talebani o Wahabiti). Secondo De Meo le zone con condizioni climatiche estreme o regioni desertiche o di ghiacci o zone dove si verificano carestie,  hanno forgiato nel passato come nel presente comportamenti sociali violenti.

Peggy Reeves Sanday, scrittrice di vari libri tra cui Female Power and Male Dominance; Women at the Center; Life in Modern Matriarchy , è una antropologa e insegna al dipartimento di Antropologia dell’University of Pennsylvania. Sanday ha elaborato un’interessante definizione di matriarcato basata sui suoi studi che a partire dal 1981 per di più di 20 anni ha condotto presso i Minangkabau (uno dei più grandi gruppi etnici matrilineari – circa 4 milioni di persone – che ancora esistono nella parte occidentale dell’isola di Sumatra – Indonesia).

Nel XX secolo gli antropologi dichiararono che il matriarcato non era esistito e che la dominazione maschile era universale.

Sanday sulla base dei suoi lunghi studi sui Minangkabau ha ridefinito il termine Matriarcato spostando il focus da una questione di “regno” (potere politico) a quello di archetipo.

Per matriarcato non intende il governo delle donne, ma un simbolismo materno dominante che definisce e guida il pensiero, le cerimonie e le pratiche. A questo i Minangkabau si riferiscono come adat matriarchaat (usi e costumi matriarcali).

Il suo lavoro è ispirato dalla radice greca arché (4) nel significato di archetipi dell’origine, della fonte, della fondazione. Le stesse donne minangkabau parlano di adat matriarchaat in relazione alla vita e alla dimensione cerimoniale. Secondo Sanday, il sistema matriarcale non esiste isolato da quello patriarcale: “oscurando o denigrando il contributo che le donne e i sistemi matri-centrici hanno dato alla cultura umana, come evidenziano le scienze sociali androcentriche, si oscurano le alternative che possono portare speranza invece che disperazione, pace invece che guerra, uguaglianza invece che dominio (5).

Ci sollecita a porre attenzione alle prospettive delle scienze sociali occidentali che possono essere sia androcentriche, ma anche ginocentriche ed evidenzia che per alcune femministe il “governo delle donne” è un prerequisito allo status di sistema sociale alternativo al patriarcato.

Christina Biaggi, artista e editrice dell’interessante The rule of Mars (2006), illustra una serie di scenari che possono spiegare la bellicosità delle popolazioni Kurgan favorendo così l’instaurarsi di sistemi patriarcali:

Primo scenario: i Kurgan erano discendenti di gruppi pastorali che a causa dell’ambiente e degli stili di vita, davano importanza al ruolo maschile nella loro società e onoravano il Dio del Cielo. Le alluvioni del Mar nero associate all’utilizzo del cavallo li portano a fare incursioni nelle terre dei vicini per poi conquistarli

Secondo scenario: gli antenati dei Kurgan erano tribù di raccoglitori/trici e cacciatori/trici che praticavano una rudimentale agricoltura nelle are intorno al Mar Nero. Le alluvioni gli spinsero verso Nord nelle steppe aride dove diventarono pastori e in seguito monoteisti. Addomesticarono il cavallo e scoprirono la forgiatura del bronzo. Forse mostravano già tratti di sistemi gerarchi nella loro società e forse scarsità di risorse forzarono atti di conquista verso altre popolazioni

Indipendentemente dallo scenario che si sceglie, Biaggi afferma che i drammatici mutamenti climatici dell’area del Mar Nero portarono a una profonda crisi e verso la trasformazione patriarcale dell’Europa sud orientale. 

Sara Morace in “Origine Donna. Dal matrismo al patriarcato, Prospettiva ed., 1997.” illustra le strutture sociali di cooperazione di tipo matristico e non patriarcale  dal 10.000 al 4.000 a.c.,  in cui la superiorità sociale della donna si basava sul suo ruolo di guida del clan e non su imposizioni, come suggerisce il verbo archeo (comandare) contenuto nella parola matriarcato. Morace sostiene che, secondo un’interpretazione marxista, un’agricoltura su larga scala, con lo sfruttamento degli animali, favorì l’accumulo di beni. Dall’assenza di proprietà (i beni vengono prodotti collettivamente e distribuiti nel clan quindi in una economia di tipo cooperativo) si passa alla prima forma di proprietà privata: il surplus dei beni , degli animali, e anche dei figli. La famiglia patriarcale viene fatta risalire alla necessità dei padri di rivendicare i figli come alleati nell’accumulo e nella difesa delle proprietà.

Morace ritiene che il passaggio dalle società pacifiche matriste a quelle patriarcali ha coinciso con conflitti tra popolazioni per il possesso di terre e animali. In un’epoca segnata dalla violenza le donne si sono viste strappare il prestigio e la libertà, e hanno scelto spesso di far parte di una società sì patriarcale, ma che garantiva loro l’incolumità personale. In quel periodo le divinità femminili sono state sostituite da quelle maschili.

Donne che si sono ribellate a questa organizzazione sociale sarebbe confluite in gruppi ancora improntati alla cooperazione matrista e miti oltre che ritrovamenti riguardanti le Amazzoni ne sono la testimonianza.
Morace conclude affermando che il sistema patriarcale, basato sul potere maschile e sul controllo del corpo femminile è ancora vivo, nutrito della cultura misogina che esso ha elaborato.

NOTE

(1) Per le teorie evoluzioniste vedere Ancient Law  (1861) Sir Henry Maine, The origin of Civilization and the Primitive Condition of Man (1870) John Lubbock ,  Frierich Engels , From Savagery to Civilisation ( 1946) J.D.G: Clark, Social Evolution  (1951) V. Gordon Childe e  Elman Service in Primitive Social Organization.

(2) The rule of Mars pag 30 o http://www.hagia.de

(3) http://www.orgonelab.org

(4) arche ha due significati: (1) origine, inizio, fondamento, fonte di azioni, dal primo, dal vecchio, principio iniziale (2) sovranità.

(5) Sanday The rule of Mars

La polarizzazione patriarcale del mondo odierno e la consapevolezza che i valori in cui viviamo immerse non possono venir considerati come scontati.

E’ necessario analizzare le ragioni che hanno portato all’instaurarsi di forma sociali patriarcali ma anche attivare la consapevolezza di quali ruoli i valori patriarcali giocano nella nostra società e dentro di noi per lavorare verso il riscatto di quei valori matriarcali che possono creare reali possibilità di cambiamento.


Artemisia Gentileschi

La parola che più ricorre nella storia di Artemisia Gentileschi è passione: quel sentimento dirompente che accompagna ogni persona nel perseguimento dei propri sogni, tanto più ammirevole ed esemplare quanto più ostacolato da difficoltà e sofferenze.

Una donna pittrice. Nulla di strano se fosse stata un’artista dei nostri tempi, ma Artemisia nacque a Roma nel 1593, in un periodo in cui la pittura era ancora considerata una professione “da uomini”. Poche donne, come Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana, erano riuscite ad emergere dal contesto familiare nel quale, normalmente, l’interesse per l’arte si coltivava ad un livello per lo più dilettantistico; alle donne, infatti, veniva negato l’accesso alla sfera del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale.

La fortuna di Artemisia fu quella di nascere in una famiglia di artisti affermati, primo fra tutti il padre Orazio Gentileschi, suo maestro e fervido esponente del caravaggismo romano. Fu lui ad introdurre la figlia nel vivo ambiente culturale che caratterizzava Roma a quei tempi: tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, Caravaggio lavorava nella Basilica di Santa Maria del Popolo e nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, Guido Reni e Domenichino gestivano un cantiere a S.Gregorio Magno, i Carracci ultimavano gli affreschi della Galleria Farnese.

A soli 17 anni Artemisia dipinse la sua prima grande opera, Susanna e i vecchioni (1610),dimostrando già uno spiccato talento nella personale rielaborazione di modelli classici, unita ad un’indagine naturalistica nella resa del corpo nudo della fanciulla e del moto avvitante dei due uomini da cui ella si ritrae. Le doti artistiche della giovane pittrice venivano così esaltate dal padre Orazio in una lettera inviata alla granduchessa di Toscana Cristina di Lorena, nel 1612: «questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere.» (fonte: “Artemisia Gentileschi. La pittura della passione”, a cura di Tiziana Agnati e Francesca Torres, Edizioni Selene, Milano, 2008)

Tra i tanti artisti che collaboravano con la famiglia Gentileschi, Orazio scelse Agostino Tassi, pittore di vedute e paesaggi, affinché insegnasse alla figlia ad usare la prospettiva nei suoi dipinti.

Proprio alla figura del Tassi è legato l’episodio più doloroso della vita di Artemisia: nel maggio del 1611 la giovane subì uno stupro da parte del maestro. L’aggressore venne denunciato solo un anno dopo da Orazio, oltre che per la violenza compiuta, per non aver potuto riparare all’atto con un matrimonio, essendo il Tassi già sposato. Il processo si svolse pubblicamente a Roma, e fu in questa occasione che Artemisia dimostrò grande coraggio nel rispondere all’umiliazione subìta, accettando la peggiore delle torture per un pittore, lo schiacciamento dei pollici, pur di provare la veridicità della sua testimonianza.

La conclusione del processo, con una debole condanna nei confronti del Tassi, non scoraggiò Artemisia dal proseguire la sua attività artistica e intellettuale; dapprima la giovane preferì allontanarsi da Roma, per raggiungere Firenze. Forse per smorzare la fama generata dal triste episodio romano, iniziò a firmare i suoi dipinti con il cognome Lomi (ripreso dal nonno paterno: Orazio, per distinguersi dal fratello Aurelio, anch’egli pittore, aveva acquisito il cognome della madre), e fiorirono per lei numerose committenze e occasioni di collaborazione con grandi artisti fiorentini. A Firenze Artemisia fu la prima donna ad essere ammessa all’Accademia del Disegno, godendo dell’approvazione e del plauso dei colleghi pittori.

A questo periodo risale l’Allegoria dell’inclinazione (1615-16), giovane donna scarmigliata e nuda, dipinta nel palazzo di Michelangelo Buonarroti il giovane, che voleva così omaggiare la propensione naturale verso le arti del famoso prozio.

Altre figure femminili fiere e volitive sono protagoniste dei dipinti fiorentini, come Minerva, la Maddalena, Santa Caterina e soprattutto Giuditta. La vicenda dell’eroina biblica, infatti, ricorre in più dipinti di Artemisia e di suo padre.

Giuditta che decapita Oloferne – 162La versione più famosa è Giuditta che decapita Oloferne(1612-13) conservata nella Galleria Nazionale di Capodimonte a Napoli; la scena appare compressa all’interno della tela, fattore che ne aumenta la drammaticità. La violenza dell’atto viene mitigata dalla distensione che traspare dal volto di Giuditta; di grande effetto ottico è la limitata scelta di colori contrastanti: rosso scarlatto, blu elettrico e il bianco del lino, sporcato di sangue. Il prototipo a cui Artemisia avrebbe fatto riferimento è l’omonima tela di Caravaggio, da cui avrebbe ripreso l’impianto luministico e l’efferatezza della scena. Senz’altro la drammatica esperienza dello stupro avrà influito sull’impatto emotivo del dipinto.

Artemisia, nonostante il matrimonio con il fiorentino Pierantonio Stiattesi, rivendicò sempre la sua indipendenza di donna e di artista. Da Firenze tornò a Roma nel 1620, decisa ad accudire da sola le sue figlie. A questo secondo periodo romano risale una nuova versione del tema di Giuditta in cui la scena viene ripresa da una distanza maggiore, i toni di colore risultano abbassati e la violenza espressiva fortemente accentuata nell’accanimento della fanciulla che infligge il colpo di spada, lasciando trasparire l’orrore del volto al vedere zampillare il sangue di Oloferne.

Un’altra importante fase della carriera di Artemisia si svolse a Napoli, dove la pittrice giunse intorno al 1630, a seguito di una breve permanenza a Venezia, dove letterati ed artisti avevano potuto ammirarne le grandi doti. Nella città partenopea Artemisia ricevette committenze dai Vicerè e si dedicò all’arte sacra dipingendo, tra gli altri, episodi della vita di San Gennaro, per la cattedrale di Pozzuoli. Durante il periodo napoletano, non mancarono committenze insistenti anche da altre parti d’Italia e dall’estero; il soggiorno più importante si svolse a Londra, dove l’artista rimase dal 1638 al 1642, alla corte di Carlo I, presso il quale Orazio Gentileschi già lavorava da qualche tempo (qui morì nel 1639). Nell’ultimo periodo della sua vita, ancora a Napoli, Artemisia lavorò soprattutto per il collezionista Antonio Ruffo di Sicilia, fino alla morte, sopraggiunta nel 1653.

La figura di Artemisia Gentileschi, dopo la fama raggiunta in vita, rimase nella penombra fino al secondo dopoguerra; la conoscenza che si aveva di lei era legata per lo più alle vicende biografiche, in particolare al processo per stupro, più che alle reali doti artistiche della pittrice. Una delle letture più gettonate è stata quella in chiave femminista che, negli anni Settanta, ha eletto Artemisia quale simbolo della volontà delle donne di combattere contro il potere maschile. Ma questo punto di vista ha finito per essere inevitabilmente parziale e riduttivo rispetto al profilo umano, intellettuale ed artistico di questa grande donna.


Milva canta Battiato: Io chi sono?

Milva – Io chi sono?
di F.Battiato/M.Sgalambro – F. Battiato

io sono. Io chi sono? 
Il cielo è primordialmente puro ed immutabile
Mentre le nubi sono temporanee
Le comuni apparenze scompaiono 
Con l’esaurirsi di tutti i fenomeni 
Tutto è illusorio privo di sostanza
Tutto è vacuità 

E siamo qui ancora vivi di nuovo qui
Da tempo immemorabile 
Qui non si impara niente sempre gli stessi errori
Inevitabilmente gli stessi orrori da sempre come sempre

Però in una stanza vuota la luce si unisce allo spazio
Sono una cosa sola inseparabili 
La luce si unisce allo spazio in una cosa sola

Io sono. Io chi sono?

La luce si unisce allo spazio in una cosa sola indivisibili

Io sono. Io chi sono?


Questione di genere e movimenti femminili / femministi

Non è facile spiegare che cosa è il GENERE, quale funzione potrebbe avere nel movimento per “un altro mondo possibile”, quali siano le implicazioni politiche del suo riconoscimento e della sua utilizzazione.

In analisi grammaticale si dice genere femminile e genere maschile e queste formule vengono spesso riprese da alcuni settori del femminismo. In realtà quando si dice (per esempio) “genere femminile” ci si colloca inconsapevolmente o consapevolmente all’interno di un complesso dibattito teorico. In modo particolare si prende una posizione che, nel dibattito teorico, viene chiamata ESSENZIALISTA, per cui il genere sarebbe l’immediata espressione culturale del sesso, come se il sesso fosse la struttura della sovrastruttura genere. Esiste un sesso femminile e quindi un genere femminile: il genere femminile è la forma culturale specifica con cui in una certa epoca si presenta il sesso femminile.

La posizione essenzialista  crea un determinismo biologico , uomini e donne sono espressione della loro sessualità, per cui c’è una struttura sesso sulla quale si colloca una sovrastruttura genere e quindi una visione sostanzialmente statica delle relazioni di genere.

Un femminismo che si fondi su una visione statica non può essere che un femminismo idealizzante dell’esistente, quindi un femminismo che cercherà di valorizzare il femminile rispetto al maschile. L’ipotesi di femminismo che io propongo invece è una critica del femminile e del maschile che non sono proiezioni immediate del sesso ma hanno dentro elementi culturali, relazioni di potere che quindi rendono il genere qualcosa di diverso dal sesso.

Posizioni meno semplicistiche preferiscono usare le formule sesso femminile e sesso maschile, dire “DIFFERENZA SESSUALE ” e non “differenza di genere”, perché in questo modo si allude al puro fatto biologico, all’esistenza di due corpi diversi. E poi utilizzare il termine il genere nei suoi significati complessi e diversificati. Si può dire con certezza che una lesbica è di sesso femminile, sul fatto che sia anche di genere femminile il dibattito è aperto. “Le lesbiche non sono donne”, ha scritto una delle più geniali teoriche del lesbismo, Monique Wittig.

Le lesbiche sono donne – ribattono altre – perché subiscono la ferita narcisistica della castrazione, a cui reagiscono con il diniego. Ma non si tratta solo di una questione di preferenza sessuale. Considerare il genere dinamico e variabile, storico e locale significa prendere atto che gli uomini e le donne sono per natura animali di cultura, che si può essere donne in un’infinita varietà di modi.

Che cosa è il genere allora ? Il genere è prima di tutto un PARAMETRO scientifico di lettura delle relazioni umane. Come gli esseri umani stanno tra loro in rapporti di classe, così stanno tra loro in rapporti di genere.

Il genere è un fenomeno ideologico, è cioè il modo in cui una società, un gruppo umano, una comunità vivono l’appartenenza all’uno e all’altro sesso. Ma è anche un fenomeno materiale, cioè è il complesso delle implicazioni sociali della differenza sessuale in quella società, in quel gruppo umano, in quella comunità.

L’assenza del parametro di genere nelle analisi della realtà limita fortemente il carattere scientifico di qualsiasi lavoro. Le prospettive della sociologia e dell’economia politica, per esempio mutano radicalmente se nell’osservazione è incluso o non è incluso il genere. Una teoria delle classi non potrebbe prescindere dal ruolo che tradizionalmente hanno svolto le donne nella formazione dell’esercito di riserva, nel lavoro precario o nelle occupazioni che socializzano i compiti femminili. Allo stesso modo non potrebbe prescindere dall’esistenza di compiti di riproduzione, assolti soprattutto dalle donne e non retribuiti o retribuiti con quel che occorre a riprodursi a sua volta.

Sono state soprattutto le intellettuali organiche del sesso femminile, cioè le femministe, a indagare sul genere, così come sono stati gli intellettuali organici delle classi subalterne a indagare sulla classe. E questo perché evidentemente il genere non è solo un astratto parametro scientifico: eanche un PRINCIPIO D’ORDINE. I rapporti di genere sono rapporti di potere, che si manifestano in forme diversificate e complesse e per questo è spesso difficile individuarli e sottoporli a critica. I rapporti di potere tra sesso maschile e femminile costituiscono un sistema che il femminismo chiama PATRIARCATO. Il patriarcato sta al genere come il capitalismo sta alla classe, è cioè uno specifico sistema di genere, come il capitalismo è uno specifico sistema di classe.

Il patriarcato nel senso letterale del termine è ovviamente scomparso da tempo, almeno in questa parte del mondo. Esso si riferisce infatti a un’organizzazione della famiglia in cui l’autorità e le principali funzioni sono nelle mani dell’uomo più anziano e l’eredità è trasmessa ai soli discendenti maschi, con preferenza per i primogeniti.

Tuttavia il fatto che il patriarcato sia esistito per migliaia di anni(sia pure in forme assai diverse tra loro) e sia stato probabilmente preceduto dalla dominanza, che è un fenomeno pre-umano, ha lasciato tracce profonde, ma visibili solo se si assume il genere come parametro e se ne intende la natura di rapporto di potere.

Quel che opprime le donne è prima di tutto un complesso di strutture. Una donna può nella sua vita non subire mai l’oppressione diretta di un uomo, ma subire lo stesso l’oppressione patriarcale, così come una persona può anche non avere un padrone, ma subire l’emarginazione, l’espropriazione, il disagio delle strutture capitalistiche. Non trovare casa per i costi troppo alti degli affitti, non potersi curare per mancanza di posti in ospedale, non avere lavoro ecc. sono effetti di un rapporto di potere fondato sulla classe, anche se poi non c’è un padrone con il cronometro e lo scudiscio.

La strutture patriarcali sono ancora oggi alla base di ogni società, sia pure in modi assai diversificati. Non è mai esistito il MATRIARCATO, sono esistiti la matrilinearità e forme di patriarcato in cui le donne sono state più libere. Le strutture patriarcali agiscono in profondità e condizionano profondamente la vita delle donne e degli uomini. Sono note e discusse all’infinito nel femminismo le teorie della PSICOANALISI sulla catastrofe psicologica che produrrebbe nella bambina la scoperta di essere priva del PENE, sul rancore verso la madre e la scarsa stima di sé che ne deriverebbe, sull’invidia per la preziosa appendice come costante di ogni desiderio femminile di affermazione…

Freud non era matto, aveva solo intercettato attraverso i suoi esperimenti clinici la presenza di una ferita narcisistica legata alla scoperta della differenza di sesso. Il limite della sua interpretazione consiste nell’aver attribuito quella ferita alla biologia e di averne ignorato l’aspetto culturale: la ferita è legata alla scoperta che non essere uomo (cioè non avere il pene) significa valere di meno; l’invidia del pene è l’invidia del ruolo sociale di chi ha il pene, cioè dell’uomo, dell’individuo di sesso maschile. Lacan, uno psicoanalista francese, ha distinto poi il pene dal fallo, che è il pene sociale: quel che le donne invidiano è il FALLO (cioè il potere, l’autonomia, la parola…), poi il pene diviene il feticcio del fallo.

Queste strutture continuano ad agire con l’atteggiamento dei genitori che investono più sui figli maschi che sulle figlie femmine e dalla combinazione tra la ferita narcisistica della castrazione e le ridotte aspettative hanno origine alcune caratteristiche femminili di scarsa fiducia in se stesse, senso eccessivo del limite, bisogno di sostegni maschili ecc. Si può discutere se le cose oggi stiano per le donne ancora così, ma se sono almeno in parte cambiate questo vale per un’area abbastanza limitata del mondo.

Il patriarcato, o addirittura la dominanza, agisce nella VIOLENZA contro le donne, che è presente dappertutto e costituisce la trama sottostante la civilizzazione. La violenza familiare nelle sue forme peggiori e in quelle più innocue; la violenza sessuale con cui gli uomini spesso puniscono la libertà delle donne; i furti, gli scippi, le aggressioni di cui sono autori, nel 90% dei casi, uomini e vittime, nella grande maggioranza dei casi, donne sono l’espressione di un rapporto di cui le leggi riescono solo molto parzialmente a modificare le dinamiche.

Struttura patriarcale è la logica per cui alla violenza contro le donne si reagisce con il paradosso della reclusione delle vittime, invece che con l’educazione e il controllo degli aggressori potenziali. Sono strutture patriarcali quelle che determinano la DIVISIONE DEL LAVORO tra donne e uomini: dappertutto le donne lavorano molto più degli uomini, perché devono farsi carico sia del lavoro per lo stipendio o il salario, sia del lavoro domestico e di cura, sia del lavoro di produzione, sia del lavoro di riproduzione. Questo fenomeno è caratteristico di tutte o quasi le società umane e non solo di quelle in cui le donne hanno conquistato l’EMANCIPAZIONE. Ne è la prova che tra le donne che hanno gli orari di lavoro , compreso il lavoro di cura e riproduzione, più lunghi sono al

primo posto le keniote e al secondo le italiane, con orari di lavoro che hanno punte massime anche di ottanta ore la settimana. Per l’azione delle strutture patriarcali le donne sono piccola minoranza nelle assemblee elettive (almeno che non vengano messe in atto specifiche misure antidiscriminatorie), detengono una porzione infinitesimale della proprietà, hanno ruoli ancora secondari nella cultura, malgrado i veri e propri balzi in avanti fatti nel corso del XX secolo.

Le ragioni per cui le donne sono ancora SECONDO SESSO anche nelle civiltà occidentali sono complesse e preferisco in proposito rispondere a domande, se mi verranno fatte. Anticipo però un’importante osservazione: il doppio lavoro femminile non basta da solo a spiegare le difficoltà delle donne soprattutto in alcuni settori della sfera pubblica. Non spiega per esempio perché le donne sono nel PRC il 17% poco più o poco meno. Basta guardare il movimento, il volontariato e altre espressioni dell’impegno sociale per rendersi conto di quanto le donne siano oggi attive al di là della sfera privata e nel mondo in genere.

Il discorso sulle strutture patriarcali potrebbe continuare ancora a lungo non solo per quel che riguarda la loro ampiezza e profondità nella stessa civiltà occidentale, ma anche sulla grande varietà dei modi. Sono espressione di strutture patriarcali sia il burqa, sia l’inflazione di corpi femminili nudi; sia la lapidazione delle adultere, sia la prostituzione coatta. Naturalmente non si può fare di ogni erba un fascio ed è evidente che siamo di fronte a forme di patriarcato assai diverse, per cui non avrebbe senso tracciare un segno di equivalenza.

Strutture patriarcali attraversano (per esempio) anche le organizzazioni e i partiti della sinistra, anche il movimento, anche i luoghi politici che frequentiamo e in cui siamo attive. Certe assemblee del PUNTO ROSSO (per esempio) con venti uomini alla presidenza e il novanta per cento di interventi maschili ne sono stati l’espressione visibile e indiscutibile. Oggi le cose sono un po’ cambiate, perché dopo anni di sberleffi e proteste gli organizzatori hanno cominciato a sospettare che forse esiste un problema. Dubito però che abbiano capito quale.

Il movimento politico che ha lottato e lotta contro le strutture patriarcali si chiama FEMMINISMO. Per quanto ovviamente si possano trovare degli antecedenti in tutta la storia della specie umana, il fenomeno politico vero e proprio nasce quando nasce la politica nel senso moderno del termine, cioè con la rivoluzione del 1789. Come altri movimenti di liberazione della storia contemporanea, il femminismo è un movimento reale, legato all’attivizzazione politica di ampi settori di donne; è un complesso di discorsi, di miti, di teorie che ne trascrivono e bisogni e le aspettative; è un insieme di strutture organizzative con logiche proprie diverse da quelle di altri soggetti di liberazione. Il femminismo si articola in FEMMINISMI, perché le donne sono diverse tra loro per collocazione di classe, per appartenenza a civiltà e culture diverse, per preferenze sessuali, per scelte politiche, così come sotto la categoria movimento operaio raccogliamo molte realtà diverse possiamo usare femminismo come categoria unificante.

Malgrado l’esigenza di mantenere sempre fermo l’uso del plurale, il movimento in quanto tale ha mostrato alcune costanti non sempre facili da individuare e interpretare:

A. Il femminismo nasce e rinasce sempre a sinistra, anche se il termine sinistra deve essere inteso in questo caso in senso molto lato. Nasce cioè nel seno di tendenze democratiche, progressiste o rivoluzionarie. Il femminismo di destra, che pure esiste, è invariabilmente il prodotto di un falling- out, di una ricaduta di femminismi nati altrove sul complesso della società: accade spesso che quel che appariva trasgressivo e scandaloso ieri, appaia ovvio e normale oggi e la società nel suo complesso vi si adegui. Il femminismo di destra vede anche singole donne in conflitto con il senso comune del proprio ambiente, perché in qualche modo influenzate dai discorsi e dalle pratiche femministe, ma anche in questo caso si tratta di un fenomeno di ricaduta.

Il femminismo è nato e rinato al fianco della rivoluzione francese, delle rivoluzioni nazionali europee della prima metà del XIX secolo, del movimento abolizionista della schiavitù nell’America del nord, del movimento operaio, del Sessantotto. All’interno di questi fenomeni si è creato lo spazio materiale e culturale di una politicizzazione delle donne e poi di una presa di coscienza di genere. Il femminismo nasce a sinistra perché il carattere distintivo rispetto alla destra è la messa in discussione dell’ordine gerarchico.

B. Il femminismo usa in genere la forma di lotta della pressione conflittuale. Si colloca cioè all’interno o al fianco o nei pressi del fenomeno su cui intende esercitare un’influenza, ne critica la misoginia, ne mette in luce le contraddizioni ecc. , ma ne utilizza anche il linguaggio e le categorie di pensiero. Così per esempio il femminismo al fianco della rivoluzione del 1789 parla di égalité, formula la dichiarazione dei diritti delle donne, crea club femminili, teorizza la libertà dell’ individuo- donna. Il femminismo che si sviluppa nel movimento per l’abolizione della schiavitù, parla del rapporto uomo-donna come di schiavismo, rimprovera agli uomini la contraddizione tra la lotta di cui sono protagonisti e la permanenza della schiavitù delle loro mogli e figlie, ecc.

Il femminismo nato alla metà degli anni Sessanta negli Stati Uniti ha subito l’ascendente intellettuale e politico delle rivoluzioni dei popoli oppressi e delle lotte degli afroamericani e ne porta tracce evidenti nel linguaggio: liberazione, autodeterminazione, differenza sono categorie legate a un immaginario politico nazionalista. Luce Irigaray, una delle teoriche del differenzialismo, per indicare la separazione dalla madre operata dalla legge del padre usa i termini esilio – estradizione – espatrio.

C. Il femminismo si è fatto interprete di un insieme di rivendicazioni, diverse secondo il tempo, i luoghi, il settore di donne a cui di volta in volta ha fatto riferimento. Ha rivendicato per le donne la maggiore età e la fine delle tutele maschili, la possibilità di ereditare e possedere beni, di amministrare, di fissare il proprio domicilio, di accedere all’istruzione e a tutti i lavori, di avere parità di salario e di diritti, di poter votare ed essere elette, di poter disporre del proprio corpo ecc. Le lotte degli anni Settanta in Italia hanno avuto come effetto la legge che depenalizza l’ABORTO nei primi tre mesi di gravidanza, la diffusione della contraccezione (sia pure con alcuni limiti), un nuovo diritto di famiglia, la fine di fenomeni aberranti come il cosiddetto DELITTO D’ONORE e soprattutto una maggiore libertà sessuale.

La permanenza di CAPITALISMO e PATRIARCATO ha poi dato a queste stesse conquiste spesso un senso diverso da quello della libertà autentica, ma ha comunque prodotto cambiamenti positivi nel costume e nell’identità femminile.

D. Il femminismo è dalle sue origini e ancora oggi un fenomeno politicamente debole, cioè frammentario, intermittente, marginale. Ci sono stati lunghi periodi della storia in cui si è inabissato, diventando assolutamente invisibile. Questo è accaduto (per esempio) tra gli anni Venti e la metà degli anni Sessanta: nel periodo di latenza è stato considerato una corrente superata dalla storia e legata all’esigenza di battere pregiudizi ed esclusioni ormai superati.

Anche nei suoi momenti migliori si presenta come una realtà scarsamente organizzata, fatta di piccoli o piccolissimi gruppi poco comunicanti, di comunità chiuse, di circoli culturali o di attività di solidarietà importanti, ma che raramente riescono ad avere accesso alla politica autentica.

Nel complesso dei fenomeni a cui abbiamo dato il nome di GLOBALIZZAZIONE, il genere è stato un elemento determinante dei meccanismi di inclusione e di esclusione. Negli ultimi decenni del XX secolo si è determinata un’immissione senza precedenti di donne nel lavoro socializzato, ma la domanda femminile di autonomia economica è stata utilizzata per rendere più flessibile e precario anche il lavoro degli uomini, per escludere dalle garanzie e dalla sicurezza.

La femminilizzazione del lavoro e delle migrazioni mostra abbastanza chiaramente la funzione del genere nella ridefinizione degli ordini gerarchici. Nel SUD del mondo, nelle assunzioni sono state preferite le donne, come in tutte le economie che si affacciano al mercato mondiale e in cui prevalgono le lavorazioni ad alto tasso di manodopera. Al NORD sono state preferite le donne perché i nuovi lavori sono in maggioranza precari e a tempo parziale e perché in questa parte del mondo le economie tendono a diventare economie di servizi.

La più forte presenza di donne nel mercato del lavoro, come già era accaduto con il capitalismo di Manchester, da una parte rende più frammentaria e difficile la loro esistenza, dall’altra incrina o spezza vecchie strutture patriarcali e millenarie oppressioni, agisce sulle identità maschile e femminile, indebolisce la relazione di potere tra uomini e donne.

La vicenda del XX secolo mostra però che gli esiti della complessa vicenda delle RELAZIONI DI POTERE non sono né unilaterali né obbligati. Il capitalismo agisce infatti in due direzioni opposte. Esso tende a distruggere le vecchie relazioni di potere e a ridurre tutti i rapporti umani a rapporti tra detentori di capitale (nelle varie forme in cui il possesso di ricchezze può manifestarsi in una società) e forza lavoro libera di vendersi o di crepare.

Nello stesso tempo tuttavia ha anche bisogno di una strategia sociale di DIVISIONE e GERARCHIZZAZIONE della forza lavoro, che si sono appunto realizzate attraverso il genere e l’appartenenza razziale o nazionale. Negli Stati Uniti (per esempio) non sono mai esistiti partiti operai di massa come in Europa, perché il proletariato è stato profondamente diviso secondo una gerarchia razziale e di ondate migratorie. In Europa ai gradini più bassi del lavoro dipendente si colloca la FORZA LAVORO MIGRANTE, con tendenziali forme di gerarchizzazione interna secondo criteri simili a quelli che hanno agito e agiscono negli Stati Uniti.

Anche il genere resta un elemento di gerarchizzazione, visto che le donne occupano i livelli inferiori del lavoro dipendente, hanno salari più bassi attraverso una serie di meccanismi che aggirano le leggi sulla parità salariale, rappresentano la parte più precaria e flessibile del lavoro salariato.

Il risvolto più pericoloso della globalizzazione è tuttavia un altro. La crisi del movimento operaio e delle speranze laiche di liberazione produce dappertutto un’ascesa degli INTEGRALISMI e delle destre, che mette a rischio grave le conquiste e le libertà delle donne. Questo avviene sia nei paesi che considerano l’Occidente un nemico e reagiscono al NEO-COLONIALISMO IMPERIALE con il recupero di tradizioni fortemente patriarcali e di identità culturali regressive, sia nell’Occidente stesso in cui le forze sociali della conservazione e/o della restaurazione sociale si appoggiano (nella ricerca di un difficile consenso negli strati popolari) su Chiese e burocrazie ecclesiastiche.

In ITALIA la legge sulla cosiddetta PMA, cioè sulla fecondazione assistita, è un esempio del rapporto tra un governo di destra e un clero (quello cattolico) che non si è mai rassegnato alla laicità dello Stato italiano che considera il luogo privilegiato del suo potere temporale.

Agli inizi del XXI secolo le donne e le intellettuali organiche dei loro movimenti politici si trovano alle prese con i problemi di sempre, sia pure in forme diverse dal passato e in forme diverse secondo le culture e le aree del mondo in cui lottano. Ci si trova ad affrontare marginalità ed esclusione in tutte le aree della sfera pubblica in cui siano in gioco potere e poteri, collocazione sociale nel complesso subalterna, esigenza di difendere ancora e di nuovo la libertà delle scelte sessuali e procreative, persistenza e spesso anche rigurgiti di violenza misogina, acuirsi del conflitto per la contraddizione tra un nuovo desiderio di autonomia delle donne e il rafforzarsi di istituzioni patriarcali a difesa dell’ordine costituito.


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La stupidita’ e’ spesso ornamento della bellezza; e’ la stupidita’ quella che da’ agli occhi la limpidezza opaca degli stagni nerastri, la calma oleosa dei mari tropicali. Baudelaire

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Ciao Margherita

La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede…

Margherita Hack
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Note sull’origine del patriarcato: Britton Johnston

Anzitutto, presupponiamo che ci sia stato un tempo in cui la civiltà sia stata non-patriarcale. Questo è lontano dall’essere provato, sebbene ci sia qualche indicazione che le cose potrebbero essere state così. Ma come avrebbe luogo la transizione dalla cultura non-patriarcale a quella patriarcale?

Si sostiene che, poiché gli uomini sono più aggressivi e forti fisicamente delle donne, essi hanno naturalmente vinto la competizione con le donne per una posizione privilegiata entro la cultura.

Molta parte della dottrina femminista sostiene che non vi sia nulla di quello che un uomo può fare che una donna non possa fare a sua volta. Le donne stanno entrando nell’esercito – anche in fanteria. Esse stanno accostandosi a sport tradizionalmente maschili come la lotta, perfino in competizione diretta con i maschi. Donne maratonete stanno cominciando ad affermare di essere in grado di battere gli uomini in maratone di estrema lunghezza, di cinquanta miglia o più. È improbabile che le donne raggiungano mai una perfetta uguaglianza agli uomini in forza fisica, ma la distanza si sta accorciando nella misura in cui sempre più donne praticano sport competitivi.

La dottrina femminista sostiene altresì che l’aggressività non è necessariamente l’unica forma di forza umana. Sappiamo che la solidarietà umana, per esempio, deve dipendere da qualcosa di più elevato dell’aggressività, e che gli umani cooperando tra loro possono conseguire risultati migliori di quelli ottenuti da singoli individui, per quanto aggressivi questi possano essere. La stile relazionale delle donne tende a produrre una solidarietà sociale maggiore di quella realizzata dallo stile aggressivo maschile. Pertanto sembra probabile che in una “guerra tra i sessi” le donne debbano avere un vantaggio sugli uomini.

La dottrina femminista nega che le donne siano il “sesso debole”, evidenziando come vi siano molte forme di forza diverse da quella fisica e dall’aggressività. Le donne possono impiegare molte forme alternative di forza e di solidarietà in modo più efficace degli uomini.

Si assume che proprio perché sono gli uomini più delle donne a ricevere dal patriarcato un beneficio culturale, allora sono gli uomini che devono aver ideato e rafforzato il patriarcato stesso.

L’immagine del maschio al primo stadio della civilizzazione che emerge da questo modello è molto impressionante. Egli sarebbe stato in grado di immaginare un nuovo sistema sociale che lo avrebbe avvantaggiato sulle donne che gli stavano intorno. Sarebbe stato in grado di organizzare insieme agli altri uomini della sua società una specie di cospirazione contro metà della sua comunità. Sarebbe stato in grado di impiegare la sua forza fisica contro la superiore capacità di solidarietà sociale delle donne. Sarebbe stato in grado di inventare un sistema religioso atto a fondare e preservare i suoi privilegi di contro alla forza dell’esperienza e dell’ottica femminile. Era forte, inventivo, geniale e ben organizzato. Era anche abbastanza malvagio da voler opprimere le donne che avevano portato in seno lui e i suoi figli. Se non fosse per la sua estrema malvagità, si sarebbe tentati di concludere che il patriarcato è un buon sistema, visto che affida la responsabilità della cultura ad una creatura così evidentemente superiore. Sembra di poter concludere che molta della teoria palesemente antipatriarcale sull’origine del patriarcato sia basata su presupposti patriarcali.

Prendiamo due principi della dottrina femminista e poniamo che siano veritieri: anzitutto, le donne non sono il “sesso debole”, e il patriarcato è un sistema intrinsecamente violento che ostacola la pace e la completezza del genere umano. In altre parole, l’uguaglianza e la giustizia tra i sessi è l’origine e il destino della nostra specie. Ma in qualche punto dello sviluppo vi è stata una “caduta”, ed un’espulsione dal “Giardino dell’Eden”.

Ma questa caduta non potrebbe essere stata realizzata da uno dei due sessi contro l’altro, dato che nessuno dei due è più “debole” dell’altro. Deve quindi esserci stato qualche inganno o illusione che è penetrato nella cultura umana e ha fatto sì che i due sessi abbiano collaborato al fallimento della giustizia.

Ma perché le donne avrebbero dovuto collaborare alla loro stessa oppressione? Veniamo qui ad un punto che suggerisce quel “biasimo della vittima” che è un vecchio espediente degli oppressori per giustificare i loro privilegi. Ma questa non è l’unica conclusione disponibile. L’origine del patriarcato potrebbe essere un caso di crisi culturale sfociante nella scelta del male minore. Per salvare la vita di un paziente con un arto in cancrena, un chirurgo glielo amputerà. Allora non è possibile che il sistema patriarcale emerga come scelta della cultura nel suo insieme – uomini e donne – al fine di scongiurare una crisi che potrebbe distruggere completamente la cultura stessa? Questa ipotesi sembra più coerente con la comprensione femminista della essenziale eguaglianza di forze delle donne nella società umana. Ed è anche più coerente con l’evidenza archeologica.

La domanda naturalmente riguarda quale tipo di crisi possa aver convinto le donne a rinunciare alla loro posizione sociale e ad abbracciare un sistema patriarcale che le avrebbe crudelmente oppresse.

Sappiamo che l’origine del patriarcato sembra risalire ad un certo stadio in tutte le primitive società agricole. Pare che in ogni parte del mondo ove sia sorta l’agricoltura, si sia inevitabilmente instaurato un sistema patriarcale. I tre esempi principali sono il Vicino Oriente antico, la Cina antica e il Mesoamerica. In ciascun caso, l’agricoltura sorse senza alcun influsso dall’esterno; in ciascun caso sembra che l’inizio della pratica agricola sia stato seguito da un periodo di culto di una dea della fertilità (con o senza un equivalente maschile) e da una società caratterizzata da una approssimativa eguaglianza tra i sessi: ma questo breve periodo di quasi matriarcato fu seguito dall’emergere di una cultura guerriera dominata dai maschi.</