L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

maschera

Baubo. Dea della gioia

 La storia di Baubo ci ricorda che la sessualità femminile continua a essere un argomento controverso. Baubo potrebbe essere solo una vecchia donna raggrinzita, e non una delle dee dell’alto pantheon greco, ma la sua storia suona altrettanto vera oggi che tremila anni fa. Mentre la sua natura è stata svergognata, il suo messaggio trasuda potere: rispetta i tuoi profondi e degni tesori di sensualità, sessualità, risate, conosci e onora te stessa. 

La dea Baubo: chi è questa donna misteriosa? È Baubo, una divinità amante del divertimento, oscena, scherzosa, sessualmente libera, ma molto saggia, che svolge un ruolo cruciale e curativo nei misteri eleusini dell’antica Grecia.

Oggi rimane una figura molto onorata da molte donne, celebrata come  forza positiva della sessualità femminile e  potere risanante delle risate. Il suo potere e la sua energia sono sopravvissuti negli spiriti delle donne attraverso i secoli.

Baudo2

A causa della scarsità di riferimenti scritti e della contraddittoria degli stessi  è una figura misteriosa .

Gran parte del mistero che circonda la dea Baubo deriva da connessioni letterarie tra il suo nome e i nomi di altre dee. A volte Baubo viene indicato come la dea Iambe, la figlia di Pan ed Echo descritta nelle leggende di Omero.

La sua identità alla fine si mescolò anche a quelle delle dee precedenti, quali dee madri / vegetazione come Atargatis, una dea originaria della Siria settentrionale, e Kybele (o Cibele), una divinità dell’Asia Minore. Per evitare confusione, farò riferimento a lei semplicemente come Baubo nel resto di questo articolo.

Gli studiosi hanno rintracciato l’origine del Baubo in tempi molto antichi nella regione mediterranea, in particolare nella Siria occidentale. Dea della vegetazione, la sua ultima apparizione come serva nei miti di Demetra segnano la transizione verso una cultura agraria dove il potere si è ora spostato su Demetra, la dea greca del grano e del raccolto.

Questo ci porta al meraviglioso racconto in cui si incontrano Baubo e Demetra, come raccontato nei misteri Eleusini. Baubo è descritta in questa storia come una serva di mezz’età del re Celeo di Eleusi.

Secondo i miti, Demetra stava vagando per la Terra in profondo lutto per la perdita della sua amata figlia, Persefone, che era stata violentemente rapita da Ade, il dio degli inferi. Abbandonando i suoi doveri di dea di portare fertilità alla terra, si rifugiò nella città di Eleusi. La dea sconvolta, travestita da vecchia, fu accolta nella casa del re.

Tutti nella famiglia del re cercarono di consolare e sollevare l’animo della donna gravemente depressa, ma senza risultato, finché non si presentò Baubo. Le due donne  iniziarono a chiacchierare: Baubo propose una serie di commenti umoristici e audaci. Demetra cominciò a sorridere. Quindi, Baubo sollevò improvvisamente la gonna di fronte a Demetra.

Diverse versioni di questo racconto forniscono immagini molto diverse di ciò che Demetra vide sotto la gonna di Baubo, ma qualunque cosa avesse visto, alla fine la sollevò dalla sua depressione:  rispose con una lunga e abbondante risata di pancia!

Alla fine, con il suo spirito e la sua fiducia ripristinati, Demetra persuase Zeus ad ordinare ad Ade di liberare Persefone. Quindi, grazie alle buffonate oscene di Baubo, tutto si sistemò ancora una volta nel mondo.

baudo

Questa storia ispiratrice dai misteri eleusini suggerisce il significato del nome di Baubo. Il suo nome, secondo molte interpretazioni, significa “pancia”, che indica la risata di pancia che ha provocato in Demetra. Secondo altre interpretazioni, tuttavia, il nome di Baubo significa “vecchia megera”. Sebbene “vecchiaccia” abbia connotazioni piuttosto negative per noi oggi, la parola era originariamente usata per riferirsi a una donna saggia e matura.

L’interpretazione della “pancia” del nome di Baubo è rivelata in alcune antiche figurine della dea che sono state trovate in Asia Minore e altrove. Questi oggetti sacri raffigurano il volto di Baubo nella sua pancia, con la sua vulva a formare il suo mento.

Altre figure ritrovate di Baubo la ritraggono scherzosamente mostrando una vulva esagerata tra le sue gambe.

Baubo è apparso come la “sacra pazzia” di Demetra nell’annuale rito delle donne della Grecia antica. Agli iniziati erano insegnate le profonde lezioni del vivere con gioia, morire senza paura ed essere parte integrante dei grandi cicli della natura, lezioni che sono al centro dei misteri eleusini.

Mentre gli iniziaici trasportavano i maialini sacrificali attraverso un ponte, un gallus (sacerdote castrato) che ritraeva Baubo li incoraggiò a unirsi a lui nel fare commenti osceni e gesti (incluso sollevare la gonna) alla folla riunita. Il significato preciso di questa lezione agli iniziati è stato perso nella notte dei tempi, anche se ha indubbiamente avuto un grande significato in questa festa che celebra il potere e la sacralità delle donne. Sfortunatamente, il suo significato è fin troppo facile da interpretare erroneamente come semplice volgarità nella nostra moderna società patriarcale.

Ciò che sappiamo di Baubo proviene dalla penna di Clemente di Alessandria,  scrittore greco-cristiano di discorsi anti-pagani nel II secolo dell’era volgare. Tuttavia, le sue diatribe spesso contenevano informazioni rivelatrici sulle credenze pagane, soprattutto nelle sue interpretazioni errate dei misteri orfici della Grecia antica.

I misteri orfici rivelano che Baubo era sposata ad un pastore di suini. Oggi non sembra molto, ma è stata probabilmente considerata un’occupazione piuttosto redditizia nei tempi antichi. Baubo aveva anche un figlio di nome Eumolpos,  descritto come un “dolce cantante”. L’alto ordine dei sacerdoti officianti i misteri eleusini reclamava la discendenza da Eumolpos. Lo fecero anche le alte sacerdotesse che parteciparono ai riti.

Dalla natura ambigua delle informazioni sopravvissute su Baubo, alcuni studiosi hanno concluso che questa dea era forse un ermafrodita o transgender. Secondo alcune interpretazioni degli scritti di Clemente, Baubo, quando sollevò la gonna a Demetra, rivelò parti del corpo “inappropriate per una donna”.

La possibilità che Baubo possa aver avuto genitali maschili o maschili è stata suggerita come la ragione principale per cui Demetra scoppiò a ridere a  quella vista. Nei tempi antichi, l’ermafroditismo aveva un profondo significato religioso. Rappresentava l’unificazione di cose apparentemente opposte e inconciliabili, indipendentemente dal fatto che quelle cose fossero maschili / femminili o vita / morte. Per Demetra, una donna che era preoccupata che sua figlia potesse essere morta, questa realizzazione sarebbe stata estremamente confortante.

La storia di Baubo e Demetra può ancora essere di grande conforto per noi. Alcune donne che oggi appartengono a gruppi pagani, per esempio, si uniscono per fare appello a Baubo per il dono di risate, divertimento, amicizia e guarigione spirituale. Inoltre, alcuni rituali Wicca che celebrano la diversità della comunità gay / lesbica / bisessuale / transgender invocano il nome e lo spirito di Baubo.

Certo, non devi essere un seguace delle credenze pagane per scoprire la gioiosa allegria di Baubo.

La dea Baubo è sempre lì per ricordarci di lasciarci andare i capelli e divertirci. Ci dice di essere orgogliosi, di sfoggiare occasionalmente e di essere potenziati dalla nostra femminilità e sessualità. E Baubo ci ricorda e sprona  a ridere di pancia ogni tanto!

Dopotutto, il riso è uno dei nostri più grandi doni della Dea!


Sacro culto fallico

Ogni religione ha un’origine sessuale. La venerazione del lingam-yoni e della pudenda è comune in Africa e in Asia. Il buddismo segreto è sessuale. La magia sessuale viene insegnata praticamente nel buddismo zen. Il Buddha insegnò la magia sessuale in segreto. Esistono molte divinità falliche: Shiva, Agni e Shakti in India; Legba in Africa, Venere, Bacco, Priapo e Dioniso in Grecia e Roma

Gli ebrei avevano dèi fallici e foreste sacre consacrate al culto sessuale. A volte i sacerdoti di questi culti fallici si lasciavano andare e praticavano  orge selvagge di baccanali. Erodoto cita quanto segue: “Tutte le donne di Babilonia hanno dovuto prostituirsi con i sacerdoti del tempio di Milita”.

Nel frattempo, in Grecia ea Roma, nei templi di Vesta, Venere, Afrodite, Iside ecc., le sacerdotesse esercitavano il loro santo sacerdozio sessuale. In Cappadocia, Antiochia, Pamplos, Cipro e Bylos, con infinita venerazione e esaltazione mistica, le sacerdotesse celebravano grandi processioni portando un grande fallo, come Dio o il corpo generativo della vita e del seme.

La Bibbia ha anche molte allusioni al culto fallico. Il giuramento dal tempo del patriarca Abramo fu preso dagli ebrei ponendo la mano sotto la coscia, cioè sul membro sacro.

La Festa dei Tabernacoli era un’orgia simile ai famosi Saturnali dei Romani. Il rito della circoncisione è totalmente fallico.

La storia di tutte le religioni è piena di simboli e amuleti fallici, come l’ ebraico Mitzvah, l’albero di maggio dei cristiani, ecc. In tempi antichi, le pietre sacre con una forma fallica erano profondamente venerate. Alcune di quelle pietre somigliavano al membro virile e ad altri alla vulva. Pietre di selce e silice furono indicate come pietre sacre, perché il fuoco fu prodotto con loro, fuoco che esotericamente fu sviluppato come privilegio divino nella colonna vertebrale dei sacerdoti pagani.

Michelangelo Buonarroti, Particolare de “La Creazione” Cappella Sistina (Roma),

Nel cristianesimo troviamo una grande quantità feste falliche. La circoncisione di Gesù, la festa dei tre saggi (Epifania), il Corpus Domini, ecc., Sono festività falliche ereditate dalle sante religioni pagane.

La colomba, simbolo dello Spirito Santo e della voluttuosa Venere Afrodite, è sempre rappresentata come strumento fallico utilizzato dallo Spirito Santo per impregnare la Vergine Maria. La stessa parola “sacrosanto” deriva dal sacro. E quindi la sua origine è fallica.

Il divino culto fallico è scientificamente trascendentale e profondamente filosofico. L’era dell’Acquario è a portata di mano e in essa i laboratori scopriranno i principi energetici e mistici del fallo e dell’utero. L’intero potenziale della vita universale esiste all’interno del seme.

Nei cortili rocciosi pavimentati dei templi aztechi, uomini e donne si univano sessualmente per risvegliare la Kundalini . Le coppie sono rimaste nei templi per mesi e anni, amandosi e accarezzandosi a vicenda, praticando la magia sessuale senza spargere il seme . Tuttavia, coloro che hanno raggiunto l’eiaculazione dello sperma erano condannati a morte. Le loro teste erano tagliate con un’ascia. Quindi, è così che hanno pagato il loro sacrilegio.

Nei Misteri Eleusini, le danze nude e la magia sessuale erano il fondamento stesso dei misteri. Il fallicismo è il fondamento della profonda realizzazione del sé.

Tutti i principali strumenti della Massoneria servono per lavorare con la pietra. Ogni Maestro Muratore deve scolpire bene la sua Pietra Filosofale. Questa pietra è il sesso. Dobbiamo costruire il tempio dell’Eterno sulla pietra viva.

Hippocampus.gif

Con il dominio completo della Forza Serpente tutto può essere raggiunto. Gli antichi sacerdoti sapevano che in certe condizioni si può visualizzare l’aura, sapevano che la Kundalini può essere risvegliata attraverso il sesso. La forza della Kundalini arrotolata sotto è una forza terrificante; assomiglia alla molla di un orologio nel modo in cui è arrotolata. Questa particolare forza si trova alla base della colonna vertebrale; tuttavia, ai giorni nostri e all’età, una parte di essa dimora all’interno degli organi generativi. Gli orientali lo riconoscono. Alcuni indù usano il sesso nelle loro cerimonie religiose. Usano una diversa forma di manifestazione sessuale ( Magia Sessuale ) e una diversa posizione sessuale per ottenere risultati specifici, e hanno avuto successo. Molti secoli e secoli fa, gli antichi adoravano il sesso. Hanno compiuto il culto fallico. C’erano certe cerimonie all’interno dei templi che eccitarono la Kundalini , che a sua volta produsse chiaroveggenza, telepatia e molti altri poteri esoterici .

Il sesso, usato correttamente e con amore, può raggiungere vibrazioni particolari. Può provocare ciò che gli orientali chiamano l’apertura del fiore di loto e può abbracciare il mondo degli spiriti. Può promuovere l’eccitazione della Kundalini e il risveglio di alcuni centri. Tuttavia, il sesso e la Kundalini non devono mai essere abusati. Ognuno deve integrare e aiutare l’altro.

Quando l’essere umano risveglia la Kundalini , quando il Serpente di Fuoco inizia a vivere, le molecole del corpo sono allineate in una direzione, perché la forza della Kundalini ha questo effetto quando viene risvegliata. Quindi il corpo umano inizia a vibrare di salute, diventa potente nella conoscenza e può vedere tutto.

L’uomo e la donna non sono semplicemente una massa di protoplasma, una carne attaccata a una cornice di ossa. L’essere umano è, o può essere, qualcosa di più.

I fisiologi e altri scienziati hanno analizzato il corpo dell’essere umano e l’hanno ridotto a una massa di carne e ossa. Possono parlare di questo o quell’osso, di diversi organi, ma queste sono cose materiali. Non hanno scoperto, né hanno cercato di scoprire le cose più segrete, le cose intangibili, le cose che gli indù, i cinesi e i tibetani conoscevano secoli e secoli prima del cristianesimo.

La spina dorsale è davvero una struttura molto importante. Contiene il midollo spinale, senza il quale uno sarebbe paralizzato, senza il quale uno è inutile come un essere umano. Tuttavia, la spina dorsale è ancora più importante di tutto ciò.Alla base della spina dorsale c’è quello che gli Orientali chiamano il Serpente di Fuoco. Questa è la sede della vita stessa.

 


Amore attraverso le età, in tutte le società

Canzoni d’amore, poesie d’amore, magia d’amore, amuleti d’amore, opere, balletti, opere teatrali, storie, sculture, dipinti, feste, templi, palazzi: il mondo è disseminato di artefatti di intenso amore romantico. Gli antropologi hanno  esaminato oltre 200 società e ovunque hanno trovato prove di questa passione. L’amore romantico è un fatto  “universale umano”.

Alcuni credono ancora che l’amore romantico sia stato “inventato” dai trovatori, cantando dai menestrelli nella Francia del XII secolo. Ma la più antica poesia d’amore risale a circa quattromila anni fa nell’antica Sumeria. Trovata su tavolette cuneiformi in lingua Uruk, questa storia racconta la storia d’amore di Inanna, una regina, che si innamorò del pastorello, Dumusi, che la appellò  “Mia amata, la gioia dei miei occhi”.

Le dichiarazioni d’amore si trovano anche in ogni altra cultura. Nell’antica storia greca, Pysche sussurra a Eros, “Ti amo, ti amo disperatamente, ti amo più di me stessa.” Una leggenda araba del VII secolo raccontava di Majnum e Layla le cui famiglie in lotta li tenevano separati morirono giovani, per amore. Nella fiaba cinese del XII secolo , la Dea della giada , Chang Po, un ragazzo vivace con le dita lunghe e affusolate, un dono per intagliare la giada, fuggì con Meilan la figlia di un alto ufficiale. Chang Po le disse: “Sei stata fatta per me e io ero fatto per te, e non ti lascerò andare.” Ma questi amanti erano di classi diverse nell’ordine sociale allora rigido della Cina. E quando Meilan fu catturata dalla sua famiglia, fu sepolta viva nel giardino di suo padre. La storia di Meilan continua a perseguitare molti cinesi.

E nelle profondità della giungla del Guatemala moderno si trova un tempio costruito nel 700 a.C. dal più grande re del Sole dell’impero Maya. Era alto oltre sei metri e vi visse per 80 anni; ma le iscrizioni Maya riportano che era follemente innamorato di sua moglie che morì giovane. Così costruì un tempio per lei, di fronte al suo. E ogni primavera e autunno, esattamente all’equinozio,il sole crea una suggestiva illusione ottica: una misteriosa ombra a forma di serpente lungo la scalinata nord della piramide, che discende sulla terra durante le prime luci dell’alba, per poi salire verso il cielo durante le ore del tramonto. Circa 1300 anni dopo, questi innamorati continuano a toccarsi oltre la tomba.

Se potessimo viaggiare nel passato nelle praterie dell’Africa antica di un milione di anni fa, credo che potremmo ascoltare questi cacciatori / agricoltori,  sdraiati attorno al fuoco fino a tarda notte, che raccontano miti d’amore.



Nek – J-Ax: Freud

Fondamentalmente in questo brano scherziamo sulle domande che Freud ha messo sul tavolo e che sono ancora lì senza risposta”.

Nek & J-Ax

 

 

 


57 anni fa moriva Carl Gustav Jung

«Non sei capace di amare, se non ami te stesso. E questo è veramente un insegnamento cristiano (del vero cristianesimo) . (…) Se riuscirai ad amare te stesso, ti troverai già sulla strada dell’altruismo. Amare se stessi è un compito così difficile e sgradevole che, se riesci a fare una cosa del genere, potrai riuscire ad amare anche i rospi, poiché l’animale più disgustoso è di gran lunga migliore di te.»

(Jung – Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche. Vol 1, p. 107)

« […] E’ piuttosto l’incapacità di amare che priva l’uomo delle sue possibilità. Questo mondo è vuoto solo per colui che non sa dirigere la sua libido sulle cose e sugli uomini, e conferir loro a suo talento vita e bellezza. Ciò che dunque ci costringe a creare, traendolo da noi stessi, un surrogato, non è una carenza esterna di oggetti, ma la nostra incapacità di abbracciare con amore una cosa che stia al di fuori di noi.

[…] Mai difficoltà concrete potranno costringere la libido a regredire durevolmente a un punto tale da provocare l’insorgere di una nevrosi. Manca qui il conflitto che è il presupposto di ogni nevrosi.Solo una resistenza, che contrapponga il suo non volere al volere, è in grado di produrre quella regressione che può essere il punto di partenza di un disturbo psicogeno. La resistenza contro l’amore genera l’incapacità all’amore, oppure tal incapacità può operare come resistenza

(C.G. Jung – Simboli della Trasformazione, p.175)

 


Umberto Galimberti – Il corpo in Occidente

“Mi era venuto il dubbio che la filosofia fosse una grande difesa contro la pazzia. [… ] E ancora di questo sono convinto oggi, perché sono convinto che i nevrotici studiano psicologia e gli psicotici filosofia. Perché se noi consideriamo, chi si iscrive a filosofia? Si iscrive a filosofia una persona che vuole risolvere dei problemi, senza andare da qualcuno. [… ] Sotto ogni filosofo sottintendo un folle che vuole giocare un po’ con la sua follia, e al tempo stesso non vuole diventar folle e quindi si arma per tenere a bada attraverso una serie di buoni ragionamenti, che qui si imparano… a tenere a bada la follia.”

Umberto Galimberti

(da una conversazione nel Master in Comunicazione e Linguaggi non Verbali, Università Ca’ Foscari di Venezia, dicembre 2007).

“Socrate diceva non so niente, proprio perché se non so niente problematizzo tutto. La filosofia nasce dalla problematizzazione dell’ovvio: non accettiamo quello che c’è, perché se accettiamo quello che c’è, ce lo ricorda ancora Platone, diventeremo gregge, pecore. Ecco: non accettiamo quello che c’è. La filosofia nasce come istanza critica, non accettazione dell’ovvio, non rassegnazione a quello che oggi va di moda chiamare sano realismo. Mi rendo conto che realisticamente uno che si iscrive a filosofia compie un gesto folle, però forse se non ci sono questi folli il mondo resta così com’è… così com’è. Allora la filosofia svolge un ruolo decisamente importante, non perché sia competente di qualcosa, ma semplicemente perché non accetta qualcosa. E questa non accettazione di ciò che c’è non la esprime attraverso revolverate o rivoluzioni, l’esprime attraverso un tentativo di trovare le contraddizioni del presente e dell’esistente, e argomentare possibilità di soluzioni: in pratica, pensare. E il giorno in cui noi abdichiamo al pensiero abbiamo abdicato a tutto.“

Umberto Galimberti

(dall’incontro Intellégo – Percorsi di emancipazione, democrazia ed etica di Copertino, 25 gennaio 2008)


Ofelia, genere e follia

Il personaggio di Ofelia ha affascinato registi, attrici, scrittori e pittori sin dalla sua prima apparizione sul palco. Elaine Showalter discute della pazzia di Ofelia come una malattia prevalentemente femminile, mostrando come fin dai tempi di Shakespeare alla nostra epoca Ophelia sia stata oggetto di riflessione e sfida in vista di  idee in evoluzione sulla psicologia femminile e sulla sessualità.

Shakespeare ci fornisce pochissime informazioni circa il passato di Ofelia. Appare in solo cinque delle 20 scene del gioco e la sua tragedia è subordinata a quella di Amleto. È impossibile ricostruire la biografia di Ophelia dal testo. Secondo il critico Lee Edwards, “non possiamo immaginare la storia di Amleto senza Ofelia, ma Ophelia non ha letteralmente storia senza Amleto”. Eppure, Ofelia è la più rappresentata delle eroine di Shakespeare nella pittura, nella letteratura e nella cultura popolare. Negli ultimi 400 anni, è passata dai margini al centro del discorso post-shakespeariano, diventando sempre più la controparte femminile di Amleto come icona di conflitto e stress. Negli ultimi anni, è diventata una forte eroina femminista, sopravvivendo persino ad Amleto in alcune versioni fittizie della storia, per condurre una vita tutta sua.

Sul palcoscenico, le rappresentazioni teatrali di Ofelia sono state influenzate  dalle  teorie e le immagini dominanti sulla follia femminile, mentre storicamente le immagini di Ofelia hanno svolto un ruolo importante nella costruzione delle teorie mediche riguardo la  follia nelle giovani donne.  Teorie contrastanti e per   l’esperienza maschile e  per quella femminile: per gli elisabettiani, Amleto era il prototipo della malinconica follia maschile, associata al genio intellettuale e immaginativo; ma l’afflizione di Ofelia era erotomania o pazzia d’amore. Biologica ed emotiva nelle origini, è stata causata dal suo amore non corrisposto e dal suo desiderio sessuale represso – un’idea che è esplorata sia nel trattato sull’isteria di Edward Jorden, The Suffocation of the Mother (1603), sia in Anatomy of Melancholy di Robert Burton(1621). Sul palcoscenico, Ofelia  vestiva addirittura un bianco verginale per contrastare il nero erudito di Amleto, e nella sua scena folle entrò con i capelli arruffati, intonando canzoni oscene e spargendo i fiori, sdrammandosi simbolicamente. Inoltre annegare era una morte simbolicamente femminile.

Sul palcoscenico settecentesco, tuttavia, gli aspetti violenti della scena folle furono quasi eliminati e qualsiasi immagine della sessualità femminile fu nascosta. La signora Siddons nel 1785 interpretò la scena folle con dignità signorile e classica. Per gran parte del periodo, infatti, le obiezioni di Augustan alla levità e all’indecenza della lingua e del comportamento di Ofelia portarono alla censura della parte. Il suo ruolo era sentimentale e spesso assegnato a un cantante piuttosto che a un’attrice.

Ernest Hébert c. 1910

Ma i romantici del XIX secolo, specialmente in Francia, abbracciarono la pazzia e la sessualità di Ofelia che gli Augustiani negarono. Quando Charles Kemble fece il suo debutto a Parigi con l’ Amleto con la sua compagnia inglese nel 1827, la sua Ofelia era una giovane ingenua irlandese di nome Harriet Smithson. Nella scena folle, il personaggio entrò  inscena con  un lungo velo nero, suggerendo l’immaginario standard del mistero sessuale femminile nel romanzo gotico, con fiocchi sparsi  nei capelli. lasciando cadere  il velo per terra mentre cantava, l’attrice sistemava i fiori su sè stessa a forma di croce, come se preparasse  la tomba di suo padre, e mimava la sepoltura, un pezzo di scena che rimase in auge per il resto del secolo . La sua performance è stata ripresa in una serie di immagini di Delacroix che mostra un forte interesse romantico nei confronti della sessualità femminile e della follia. La Mort d’Ophélie (1843), mostrando Ophelia  a mezz’aria nel ruscello mentre il suo vestito scivola via dal suo corpo. L’annegamento di Ofelia, descritto solo nell’opera teatrale, è stato anche dipinto ossessivamente dai preraffaelliti inglesi, tra cui John Everett Millais e Arthur Hughes. L’Ophelia romantica si sente troppo, come Amleto pensa troppo;  annega in un eccesso di sentimento. Gli psichiatri del diciannovesimo secolo usarono Ophelia come caso di studio  per l’isteria e della frattura con la realtà nell’adolescenza sessualmente turbolenta. Come scrisse il dott. John Charles Bucknill, presidente dell’Associazione medico-psicologica nel 1859, “Ogni psichiatra di esperienza moderatamente estesa deve aver visto molte Ophelie”. Ritratti concreti messi in scena della pazzia  di tipo Ofelia,  furono colte  da manicomi e ospedali, hanno anticipato il fascino della trance erotica dell’isteria che poi  è stata studiata dal neurologo parigino Jean-Martin Charcot e dal suo studente Sigmund Freud. La vittoriana Ophelia – una giovane ragazza appassionata e visibilmente spinta alla pittoresca follia – contaminò lo stile di recitazione internazionale per i successivi 150 anni, da Helena Modjeska in Polonia nel 1871, al diciottenne Jean Simmons nel film Laurence Olivier di 1948.

Ma alcune attrici e scrittrici vittoriane stavano interpretando Ofelia in termini femministi. Ellen Terry la interpretò come una vittima di intimidazione sessuale. Le interpretazioni freudiane del XX secolo enfatizzavano i desideri sessuali nevrotici di Ofelia e accennavano alle sue incoscienti attrazioni incestuose con Polonio o Laerte. Intorno agli anni ’70, Ophelia sul palco divenne un paradigma  drammatico della patologia mentale, persino a collimare con la  schizofrenia (suzione del pollice,  battere la testa e sbavare). Interessante e d’uopo la riflessione su  Ofelia vive alla corte danese in un sistema le cui regole sono determinate dagli uomini. di Michel Foucault che usa il termine moralità degli uomini nella sessualità e nella verità :

“[…] le donne sono generalmente soggette a vincoli estremamente severi; e tuttavia questa moralità non si applica alle donne; non sono i loro doveri e obblighi […]. È una morale maschile: un pensiero morale, scritto, insegnato dagli uomini […]. Di conseguenza, una morale maschile in cui le donne appaiono solo come oggetti o, nel migliore dei casi, come partner, per modellare, educare e sorvegliare, quando sono in loro potere e da cui si deve astenersi, quando sono nel mondo Il potere di un altro (padre, coniuge, guardiano) lo sono.(L’Usage des plaisirs, 1984)

Ma allo stesso tempo, il femminismo offriva una nuova prospettiva a proposito della pazzia di Ofelia adducendo nuance di  protesta e ribellione. Per molti teorici femministi, la pazza  era un’eroina che si ribella contro gli stereotipi di genere e l’ordine sociale, a caro prezzo. L’applicazione più radicale di questa idea portata in scena sul palco è  stata l’opera di Melissa Murray, Ophelia (1979):  racconta la storia di Amleto, Ofelia fugge con una donna di servizio per unirsi a una comune di guerriglia femminista. Nel XXI secolo, ci sono state versioni e adattamenti politici ancora più estremi della rappresentazione – per esempio, Al-Hamlet Summit(2002), di Sulayman Al-Bassain, che immagina i personaggi di Shakespeare da una prospettiva islamica moderna e reimposta lo spettacolo in un regno arabo senza nome. Amleto diventa un militante islamista, mentre Ophelia diventa un kamikaze. Nei libri di psicologia popolare come Reviving Ophelia: Saving the Souls of Adolescent Girls (1994) di Mary Pipher, Ophelia è anche diventata un modello negativo dell’adolescente autodistruttiva nella società contemporanea. Pipher incoraggia le ragazze a diventare indipendenti, assertive e fiduciose. Nei romanzi d’amore di giovani adulti, come Dating Hamlet (2002), Ophelia: A Novel (2006), Falling for Hamlet(2011), Ofelia è diventata un’eroina: tracciare la struttura  di finta pazzia, finta morte e incredibili relazioni d’aiuto le hanno permesso di sopravvivere al trauma del fidanzamento con Amleto, e di scegliere la sua strada.

Ophelia ancora oggi potrebbe non avere un passato utile, ma ha un futuro infinito.


Galleria

Le mythe d’Ophélie et ses représentations au XIXème siècle

ARTchéologie

Ophélie est un des personnages de Hamlet, “revenge tragedy” de Shakespeare publiée vers 1601. Fille de Polonius et soeur de Laërte, elle va sombrer dans la folie lorsque Hamlet (son amant qui l’a délaissée) assassine son père. Sa mort est relatée par la reine dans la scène 7 de l’acte IV. Accident ou suicide, le mystère reste entier.

 « Un saule pousse en travers du ruisseau

Qui montre ses feuilles blanches dans le miroir de l’eau.

C’est là qu’elle tressa d’ingénieuses guirlandes

De boutons d’or, d’orties, de pâquerettes, et de longues fleurs pourpres[…]

Là, aux rameaux inclinés se haussant pour suspendre

Sa couronne de fleurs, une branche envieuse cassa,

Et ses trophées herbeux comme elle

Sont tombés dans le ruisseau en pleurs. Ses vêtements s’ouvrirent

Et telle une sirène, un temps, ils l’ont portée ;

[…] Mais bientôt

Ses habits, lourds de ce qu’ils avaient bu,

Tirèrent l’infortunée de ses chants…

View original post 1.164 altre parole


Loie Fuller, la donna orchidea

Se è vero che Loie Fuller non fu una danzatrice in senso stretto (come lo furono, invece, sia Isadora sia Ruth St. Denis), è altrettanto vero che il suo contributo allo sviluppo della danza contemporanea fu d’importanza fondamentale.

La rivoluzione estetica che alla Fuller fa capo si riferisce essenzialmente alle particolari realizzazioni sceniche da lei ideate: la Fuller, infatti, è la rivelatrice di soluzioni del tutto inedite da un punto di vista teatrale.

Lolie Fuller

Il tutto avviene non tanto attraverso lo sviluppo di una morfologia specifica di espressione corporea, quanto, piuttosto, mediante gli effetti della luce (utilizzati in funzione di un nuovo senso del trasformismo della gestualità) e gli effetti visuali di illusionismo provocati per mezzo di accessori applicati al corpo, atti a intervenire sulle forme naturali.

L’assetto scenico di tipo «mimetico», inaugurato in questo modo da Loie Fuller, precorre, con straordinaria originalità creativa, soluzioni tipiche di alcuni coreografi di generazioni molto successive alla sua.

Nata nel 1862 a Fullersburg nei pressi di Chicago, Loie Fuller, a vent’anni, lavora già come attrice (nel 1883 compie una tournée per gli Stati Uniti con la troupe di Buffalo Bill), esibendosi in teatro. Nel 1889, a New York, decide, quasi per caso, di utilizzare durante uno spettacolo un’ampia gonna di seta bianca per produrre effetti spettacolari, sottolineati da uno speciale tipo di luce colorata: «Il mio vestito era talmente lungo, che io vi camminavo continuamente sopra, e automaticamente sorreggevo la veste con entrambe le mani tenendo le braccia sollevate in aria, e in questo modo continuavo a volteggiare attorno alla scena come uno spirito alato. Qualcuno, dalla sala, lanciò un grido: una farfalla, una farfalla. Io cominciai a girare su me stessa correndo da un capo all’ altro della scena, e un secondo grido si levò dalla platea: un’orchidea». Da questo momento Loie Fuller decide di concentrare la sua ricerca sull’utilizzazione in senso spettacolare dei possibili effetti provocati da fonti complesse di luci colorate sui drappi di stoffa lunghi vari metri da lei indossati, opportunamente fatti volteggiare a suon di musica. È con tale procedimento che, nel 1891, la Fuller crea, con grande successo, la sua celebre, caleidoscopica Danse Serpentine.

Nel 1892 l’autodidatta sbarca in Europa e, dopo una tournée in Germania, viene accolta, a Parigi, da un trionfo senza precedenti. Le sue realizzazioni, intanto, diventano sempre più raffinate e seduttive: lavora sul trasformismo delle linee dinamiche e sui contrasti luce-ombra in rapporto al dinamismo fluido e cangiante della libera composizione di danza. Sperimenta l’adozione di fonti di luce collocate non soltanto in posizioni laterali, secondo le più diffuse convenzioni teatrali, ma situate sul palcoscenico direttamente sotto i suoi piedi (come nella Danse de feu). Giunge a collegare alle braccia bastoni che ne prolungano l’estensione, aste coperte di ampi drappeggi che le consentono di creare, nella fusione con luce e movimento, forme imprevedibili e fantastiche, secondo una concezione dello spettacolo di danza già del tutto antinarrativa ed estranea a qualsiasi proposizione realistica. Le sue danze, sempre grandiosamente immaginifiche, e sempre rivolte a una proiezione trasfigurante dei ritmi e degli elementi della natura (Danse blanche, Danse fleur, Papillon, Nuages, Bon soir), la trasformano in uno dei simboli eletti dell’epoca del figurativismo floreale.

Isadora Duncan incontra la Fuller a Parigi nel 1902: decide di seguirla in una tournée europea, e anni dopo, nella sua autobiografia, scriverà di essere rimasta letteralmente affascinata dalle danze della Fuller, «che personificava i colori innumerevoli e le forme fluttuanti della libera fantasia. Quella straordinaria creatura diveniva fluida, diveniva luce, colore, fiamma, e finiva in una meravigliosa spirale di fuoco che si elevava alta, verso I’infinito». Sono gli stessi anni in cui Loie Fuller, che a Parigi danza alle Folies-Bergère, è l’idolo di artisti e intellettuali parigini: Toulouse- Lautrec la ritrae in un vortice di veli, Debussy e Mallarmé sono suoi ferventi ammiratori, Rodin la definisce una donna  geniale, Alexandre Dumas figlio e Anatole France si dichiarano sedotti dal suo talento, e i coniugi Pierre e Marie Curie seguono appassionatamente ogni sua esibizione. Creatura inimitabile dell’ Art Nouveau, Loie Fuller, con la sua estetica interamente fondata sul rapporto articolato tra luce e danza, influenza fortemente gli sviluppi espressivi di molti dei suoi contemporanei: direttamente dalla Fuller, infatti, Isadora assume idee e stimoli creativi, mentre nella compagnia dei Ballets Russes di Diaghilev si adottano soluzioni d’illuminazione che dalla Fuller – dichiaratamente – traggono spunto.

Più volte la Fuller fa ritorno negli Stati Uniti (si esibisce a New York nel 1896, e nel 1910 a San Francisco), ma il suo pubblico più fervente resta quello europeo. L’architetto Henri Sauvage allestisce appositamente per lei un piccolo teatro all’Esposizione internazionale di Parigi del 1900, e in questo stesso teatro, nel 1906, Loie Fuller invita a esibirsi la sua compatriota Ruth St. Denis.

La Fuller appare per l’ultima volta sulla scena a Londra, nel 1927, in Shadow Ballet.

Muore a Parigi nel 1928, senza lasciare in eredità ai suoi seguaci nessuna particolare tecnica corporea: soltanto una pratica illuminotecnica di estremo valore teatrale; una pratica che, negli anni successivi alla sua morte, continuerà a svilupparsi in senso multiplo e complesso, fino a sostituirsi progressivamente agli elementi scenografici. È soprattutto in questo senso che Loie Fuller va considerata un’ autentica pioniera della danza contemporanea: con lei, infatti, lo spettacolo di danza abolisce per la prima volta le scenografie decorative (la Fuller adotta esclusivamente fondali uniformi, e non esita a danzare anche al di fuori dei teatri, all’aperto, preferibilmente al chiaro di luna, col vento che le solleva le vesti). Ed è a partire dalla Fuller che si inaugura, nel teatro di danza, l’uso di proiettori di luce situati direttamente sul palcoscenico.

Sul piano della drammaturgia coreografica, poi, la sua capacità di isolare il movimento, scomponendolo in sezioni secondo gli effetti di illuminazione adottati, e attribuendo quindi autonomia di significato all’elemento dinamico di per sé, senza l’attribuzione di alcuna urgenza contenutistica o narrativa, è un’intuizione che precorre, con parecchi anni d’anticipo, molti degli sviluppi coreografici del Novecento.

 


La Bella e la Bestia di Jean Cocteau

Film francese girato nel 1945 (inizio 8 agosto) e pubblicato nel 1946 con una durata di 1:40 in bianco e nero.
Adattamento del racconto di Madame Le Prince de Beaumont scritto nel 1757.
In questa pellicola di rara bellezza  è possibile contemplare l’arte  un numero di attori e personalità che hanno segnato la storia del  cinema: Jean Marais (che interpreta qui un doppio ruolo: Avenant and the Beast), René Clément Cocteau contribuisce inoltre come consulente tecnico.
SCHEDA TECNICA
Paese : Francia
Durata : 1h40
Anno : 1946
Regista e sceneggiatura : Jean COCTEAU dopo la storia di Mme LEPRINCE DE BEAUMONT
Immagine : Henri ALEKAN
Direzione artistica : Henri BERARD
Set : René MOULAERT
Musiche originali : Georges AURIC
Distribuzione : Célia-Films
Attori : Jean MARAIS (Avenant, la bestia, il principe), Josette DAY (The Beauty), Mila PRELY
(Félicie), Nane GERMON (Adelaide), Michel AUCLAIR (Ludovic), Marcel ANDRE (Il mercante).
Jean Cocteau è considerato agli inizi come un bambino prodigio di tutta Parigi.
Poeta, romanziere, drammaturgo, pittore, cerca nelle sue creazioni di associare queste diverse arti. Si avvicina al cinema nel 1930, con il Sangue di un poeta, un cortometraggio dall’estetica barocca dove mostra in immagini sorprendenti la funzione che assegna al poeta: rivelare l’invisibile. Questo film ha un discreto successo, ma Cocteau è più disposto a lavorare come dialogista in The Herbarium o Delannoy per l’Eternal Return .
Nel 1945, scrisse la sceneggiatura, secondo Diderot, di uno dei  film più belli di Robert Bresson: The Ladies of the Wood di Boulogne . Quindi, assicurandosi della collaborazione di René Clement e Henri Alekan, mette in scena il meraviglioso
racconto “la  Belle e la Bestia” .
Successivamente, con Orfeo (1950) e Il testamento di Orfeo (1960), dà corpo alla  morte, in modo molto concreto, rendendosi conto di ciò che ha definito “realismo magico”. Entrambi i film hanno subito fallimenti di pubblico. I terribili genitori (1949) consente a Jean-Pierre Melville di realizzare uno dei suoi migliori film The Terrible Children (1950), visione poetica del mondo che ci sorprende quasi fino a toccarci.
Jean Cocteau  scrisse romanzi: i bambini terribiliThomas l’Impostor e il dramma: Oedipus RexAntigone ,Orfeo. Anche se gli storici parlano  molto di lui come il creatore surrealista, non aderisce al movimento surreale pur essendo amico di Satie, Picasso …
Aspetti psicoanalitici della narrazione e del film
Questo racconto appartiene al ciclo di racconti chiamato “l’animale-fidanzato” o “l’animale-fidanzata”. il
le costanti sono:
– non sappiamo perché il fidanzato è stato trasformato in un animale,
– la metamorfosi è  fatto causato  da una strega
– il padre favorisce l’incontro tra l’eroina e la Bestia, essendo la madre quasi inesistente.
Nel film, la Bestia è circondata da un mistero: cosa nasconde  il suo passato? È l’amore e la dedizione di l’eroina che trasforma la Bestia in principe azzurro.
C’è un trasferimento dell’amore edipico della Belle da  suo padre verso la Bestia. Il racconto ha questo come oggetto ricerca: trasformare l’amore edipico in un amore “Normale”.
In psicoanalisi delle fiabe , Bettelheim ci ricorda che il desiderio di Belle è chiara nel richiedere: “voglio una rosa”, che introduce una relazione edipica con suo padre, quindi una relazione legata al tabù. “Il simbolo della rosa indica è il deflorare “.
” La Bella e la Bestia” , meglio di qualsiasi altra fiaba ben nota, esprimono chiaramente
quanto l’attaccamento edipico del bambino sia naturale, desiderabile e abbia le conseguenze più positive se, durante il processo di maturazione, viene trasferito e trasformato rompendo evolvendosi  al partner sessuale “.
Belle vuole scoprire l’amore. Questo amore riguarda prima di tutto il padre e il trasfert si compie “normalmente” sulla Bestia.
Il film
La lingua di Cocteau è soprattutto un linguaggio di iconico. Ogni frame, ogni immersione o precipizio ha un senso. Usa tutti i mezzi a sua disposizione in materia di effetti speciali:
rallentamento, sovrastampa …
Anche il suono è importante: possiamo anche notare che è importante soffermarsi ai rumori reali. È un film molto referenziato in senso pittorico: l’idea di Cocteau era di trarre ispirazione dai grandi maestri come Velasquez ma non plagiarli.
Un film di squadra
Cocteau trova casualmente il luogo della caccia: trattasi di  un maniero in Touraine  tutto ricostituito in studio. Questo film è il risultato di un lavoro collettivo. Ovviamente il responsabile dell’inizio del film è Jean Cocteau ma è consigliabile associare 2 nomi essenziali alla realizzazione: René Clément come assistente tecnico e Henri Alekan come direttore della fotografia. Henri Alekan era (e forse lo è ancora) uno dei più grandi registi della fotografia nel cinema.E’ d’uopo notare che  alla fine degli anni ’30, quest’ultimo ha collaborato  a molti film di registi prestigiosi: GW Pabst, Max Ophuls … Poi lavorerà a due film che confermeranno la sua  fama:  la battaglia della ferrovia e la bellezza e la bestia (2 film molto opposti per il loro modo di avvicinarsi il cinema). Da lì in poi sarà sollecitato dal più grande: Carné, Robbe-Grillet, William Wyler … Tra gli altri, è  direttore della fotografia de    ali del desiderio  Wim Wenders. Il suo contributo alla bella e la bestia è notevole: è lui che escogita tutti gli effetti della luce mirando a dare credibilità alla realtà magica del mondo della Bestia. Jean Cocteau ha fissato l’obiettivo di rendere il suo film in una luce vicino agli interni delle opere di pittori olandesi del XVIII secolo, come Vermer e Pieter de Hooch.
Qui possiamo veramente parlare d’orchestrazione della luce.
L’uso del bianco e nero ha il compito  di creare zone di attrazione e repulsione grazie a
giochi alternati di bianchi e neri, chiaro e scuro: lo sguardo è quindi guidato ritmicamente da questa architettura.
Il film gioca anche molto sulle opposizioni degli effetti naturali della luce (i cosiddetti effetti naturalistici), luce dall’esterno (sui fogli …) e effetti artificiali chiamati effetti estetici (fuoco nel camino …)
Alekan mette in opera un’illuminazione molto classica in questo film:  dà importanza ed evidenzia al lavoro espressivo dell’attore, crea anche l’effetto “stella” (a differenza del cinema moderno e dell’illuminazione New Wave, ad esempio dove l’idea era di non distinguere il soggetto in  una particolare illuminazione).
René Clément, grande amico di Jean Cocteau completa le riprese e il montaggio di La battaglia della ferrovia quando Cocteau inizia le riprese . Il suo contributo tecnico è essenziale per il ritmo di design e produzione del film: ha una formazione da regista che rassicura Cocteau di  lasciare niente al caso.
Topografia dei luoghi cinematografici
Tre posti sono rappresentati:
– la casa del commerciante : ambiente diurno, corrispondente ad una “realtà” analogica del nostro mondo
– il castello della bestia : ambiente notturno, irreale
– Il padiglione di Diane , metà reale, metà immaginario
Il film organizza il traffico tra questi diversi luoghi.
Un primo percorso educativo potrebbe consistere nel trovare tutti i momenti e i mezzi di
passaggio da un luogo all’altro:
– uso di oggetti inanimati con caratteristiche magiche: specchio, guanto
– uso di personaggi magici: il cavallo il Magnifico
Il progresso della storia
Il film è suddiviso in 5 parti:
1. presentazione del mondo reale: dall’inizio alla sequenza del mercante che si smarrisce
nella foresta,
2. Presentazione del mondo fatato: il mercante che arriva nel castello alla sua partenza
sul magnifico.
3. La bellezza al castello della bestia: la bellezza che parte alla luce della luna nella sequenza in cui il la bestia consegna la chiave del padiglione di Diane
4. Il ritorno di Belle a suo padre: la Bella sorge dal muro della stanza alla sequenza in cui la donna vede la bestia morente allo specchio.
5. Il ritorno della bella al castello della bestia: tutti gli sforzi compiuti da dalla Bella alla fine del film
Il fantastico e il meraviglioso
È negli anni ’40 che in Francia esplode il genere fantasticocon:
nel 1942: La fantastica notte di Marcel L’Herbier, visitatori serali di Marcel Carné
nel 1943: La mano del diavolo di Maurice Tourneur, L’eterno ritorno di Jean Delannoy
nel 1945/1946: La bella e la bestia di Jean Cocteau.
Forse l’ embrione per spiegare  il fatto che i registi avevano in questa compagine storica la possibilità di rivolgersi a un altrove per denunciare la situazione francese : occupazione, film sotto controllo …
Il cinema fantastico può essere definito un tentativo di rendere visibile o almeno presente
lo strano, l’anormale, la mostruosità, l’aldilà, il mistero in un mondo “ordinario” …
I fantastici giochi ai limiti tra il reale e l’irreale riporta paure arcaiche collegate tra loro
altri alla perdita dell’identità, alla minaccia della morte …
Di qui una serie di temi ricorrenti nel cinema fantasy:
– Il doppio,
– la confusione dei sogni e della realtà,
– L’invasione del mondo reale da parte di forze soprannaturali,
– Maledizioni di tutti i tipi.
Ciò che distingue il fantastico dal meraviglioso è senza dubbio il luogo occupato dal soprannaturale.
Nel meraviglioso, l’introduzione è fatta dal famoso “C’era una volta”. Il meraviglioso è quindi governato da leggi che appartengono al dominio del soprannaturale.
La fantasia nasce dalla collusione tra il reale e l’irreale: quindi il costrutto in analogia con il nostro mondo conduce la nostra vigilanza come spettatore e l’intrusione di qualcosa di strano inevitabilmente si rafforza. La nozione di paura è collegata qui alla presenza di un mostro per il quale esisterà una “strana seduzione”.
Il prologo del film di Cocteau gioca su questo effetto reale: i personaggi e i lioghi indicano a mondo probabile; Cocteau in realtà ha miscelato  gli ingredienti del meraviglioso simbolico dei racconti: sfarfallio, la luce con un’opera essenziale di Henri Alekan, i personaggi e il loro posizionamento nella  storia (le attanti, i coadiuvanti …)
• Alcune riflessioni sull’adattamento di questa sequenza
Il mercante lascia una “corte dei miracoli” dove gli storpi svelano un mondo inquietante per entrare in quello della foresta che delimiterà lo spazio della magia in cui agiscono
forze soprannaturali. Il personaggio (e quindi lo spettatore) è qui nel punto di rottura che segna la scissione tra il mondo familiare, l’obbedienza alle leggi della realtà e la faccia nascosta di questo universo apparentemente rassicurante.
Lo spazio della foresta – transizione tra il mondo familiare e il mondo incantato – è un must
che deve risvegliare una sensazione di ansia nello spettatore. La foresta è un elemento spaventoso, onnipresente nei racconti, che evoca l’abbandono, il vagare, il pericolo che emanano dalle presenze invisibili.
Di notte, la presenza di un suono onnipresente e una musica che drammatizza l’azione (il suono si rafforza qui l’angoscia creata dall’immagine) e l’immagine rafforza questa sensazione.
2 – Il narratore sa che la luce segnala un luogo abitato nella foresta ostile, di questa luce
non verrà la salvezza.
3 – Si noti che il piano generale e l’immersione sulle scale evoca le incisioni di Gustave Doré .
La presentazione del castello indica una dimora infestata, il regno oscuro del mistero e
la strana. Il mercante, letteralmente inghiottito dall’oscurità, passa la porta del suo destino.
L’ombra sulla porta del castello: la luce eccita l’azione. Come per magia, il cancello del castello si apre sotto la misteriosa spinta dell’ombra crescente.
Musica per voce umana che riempie lo spazio sonoro del film.
Gli incantesimi aiutano a creare un universo meraviglioso in cui gli oggetti animati evocano una presenza invisibile. Chi è il padrone del posto? Si manifesta senza apparire. Esiste nel fuori campo della pellicola.
Cocteau nelle sue interviste afferma: “Le giovani comparse  recitano il ruolo dello spettacolo di teste di pietra con incredibile pazienza. Disordinati, inginocchiati dietro il paesaggio, con le spalle dentro una sorta di armatura, devono premere i capelli pettinati e bavosi contro il tendone e tendere fortemente ad uno scolpo  dalla parte anteriore. L’effetto è tale che mi chiedo se il dispositivo adottato tradurrà la sua intensità, la sua verità magica. Queste teste vivono, guardano, soffiano fumo, girano, seguono il gioco di artisti che non vedendoli, poiché è possibile che gli oggetti intorno a noi agiscano, sfruttino la nostra convinzione d’abitudine nel  pensarli immobili. All’arrivo del commerciante il fuoco è fiammeggiante. L’orologio rintocca. Il tavolo è apparecchiato, coperto di stoviglie, caraffe, bicchieri stile Gustave Doré. Da un pasticcio di torte, edera, frutta, lascio vivo il braccio  che avvolge il candelabro. “
5 – Una voce terribile fuori dal campo ripete la chiamata cauta del mercante mentre informa un effetto d’angoscia aggiunto da un violento turbine di vento. Questa volta è l’immagine che rafforza l’effetto  del il numero tre che si trova nella narrativa scritta e nel testo filmico. Il tre indica : i mesi per il racconto e tre giorni per il film, probabilmente per questioni di credibilità degli scenari e costruzione precisa del tempo.
L’uso di immersioni e tuffi ha ovviamente l’effetto di rendere la Bestia più
minaccioso, più terrificante e mostrando l’impotenza del commerciante. Questo posizionamento della telecamera si muoverà nel corso della storia: la Bestia diventa più umana con l’incedere della storia, la cinepresa va sempre più in alto.
La questione del trascorrere del tempo e della sua costruzione trova qui tutto il suo significato: il corso si decifra solo in relazione alla destinazione  cui ci porta. Trattasi di un  condizionamento dello spettatore nel  viaggio che appare breve nella durata del film (1’40 ”) per portaci a rilevare indici temporali molto chiari (i candelabri che si consumano, i
le statue si stanno svegliando, anche il mercante, all’incendio nel camino esce). Si noti che in questo piano che segue la dissolvenza in nero (codice cinematico riconosciuto per segnalare allo spettatore che la notte è passata) l’inquadratura e il movimento della telecamera hanno questa funzione di fornirci  un’indicazione temporale.

La Dea egizia Bastet

Bast

Bast (nota anche  come “Bastet” in tempi più tardi ) rappresenta una delle più popolari dee  del Pantheon  dell’antico Egitto: la Dea  gatto appunto, associata al gatto domestico nel  Nuovo Regno personificava la giocosità, la grazia, l’affetto, e l’astuzia di un gatto così come la feroce potenza di una leonessa. I testi più antichi descrivono Bastet come la figlia del Dio del sole Ra, creata insieme alla sua gemella malvagia la dea Sekhmet, tali documenti raccontano che fu proprio per l’intervento di Ra che la forza distruttrice di Sekhmet si placò divenendo, insieme a Bastet, l’equilibrio delle forze della natura.

in tutto l’Egitto ,  il suo centro di culto era il suo tempio a Bubastis nel Basso Egitto (che è oggi in rovina), città antica che fu la capitale  durante il periodo tardo, e alcuni  faraoni onorarono la   dea nei loro regni.

Bast

Il suo nome potrebbe essere tradotto come “la   Divoratrice”.  Gli elementi fonetici “Bas” sono riportati su di   un vaso di olio, la “t” è la desinenza femminile che non viene utilizzata quando si scrive la parola “divorare”. Il vaso di olio richiama l’associazione con il profumo: tale collegamento  viene confermato  dal fatto che la dea era  la madre di Nefertum (che appunto era il dio del profumo). Così il suo nome evoca  la sua  dolcezza  e preziosità, sotto la sua pelle pulsava  il cuore di una  predatrice. Baast ritratta con l’ankh (che rappresenta il soffio di vita) o la bacchetta di papiro ( Basso Egitto), impugnava   a volte uno scettro (che indica la forza) ed era spesso accompagnata da una cucciolata di gattini.

Fu amata così tanto da divenire per gli egiziani la dea protettrice della famiglia, dei bambini, delle donne, della danza, del sorgere del sole e divinità che forniva la protezione contro le forze maligne e le malattieBast in the Late Period copyright Einsamer Schutze

Testimonianze di templi dedicati al culto della dea gatto si trovano in tutto l’Egitto, ma la città sacra di Bastet  è Bubastis, località vicino all’attuale città di Zagazig, dove il 31 ottobre di ogni anno si svolgeva un’importante festa in suo onore del quale si trova traccia nel testo dello storico greco Erodoto (Storie – libro II cap. 60).

I gatti erano sacri a Bast, e  danneggiarne uno era considerato un crimine contro di lei e quindi segno funesto. I suoi sacerdoti allevavano gatti sacri nel suo tempio, considerati incarnazioni della dea. Quando morivano venivano mummificati e potevano essere presentati alla dea come offerta. Gli antichi egizi conferivano grande valore ai gatti perché credevano proteggessero i raccolti e rallentassero la diffusione delle malattie uccidendo i parassiti. Di conseguenza, Bast era ritenuta  una dea protettrice.  Pitture tombali suggeriscono che gli egiziani cacciassero con i loro gatti  ( a quanto pare addestrati per recuperare la preda) e  li allevassero anche  come animali domestici cari. Il culto della Dea   Bast era  popolare. Durante l’ Antico Regno fu considerata  figlia di Atum a Heliopolis (a causa della sua unione con Tefnut ), tuttavia, si pensa fosse generalmente  figlia di Ra (o versione successiva Amun ). Lei (come Sekhmet ) era anche la moglie di Ptah e madre di Nefertum e il leone dio Maahes (Mihos) (che potrebbe essere stata  altra manifestazione  di Nefertum).

Bastet with her kittens copyright Captmondo

Come la figlia di Ra era una delle dee note come “occhio di Ra” , una feroce protettrice che ha quasi distrutto il genere umano, ma con l’inganno della la birra tinta con color sangue, fu indotta al sonno che  le procurò una sbornia, e la carneficina fu scongiurata. Insieme ad  altre dee  era conosciuta come “l’occhio di Ra”, in particolare Sekhmet, Hathor , Tefnut , Dado , Wadjete, Mut . Il suo legame con Sekhmet era il più affine. Non solo entrambe le dee assumevano la forma di una leonessa, erano entrambi considerate come la sposa di Ptah e la madre di Nefertum e durante la festa di Hathor (che celebra la liberazione dell’uomo dall’adirato “Occhio di Ra”) l’immagine di Sekhmet rappresentava Alto Egitto mentre l’immagine di Bast rappresentava il  Basso Egitto .

Bast copyright Guillaume Blanchard

Bastet era molto legata ad Hathor ed era  spesso raffigurata in possesso di un sistro (il sacro sonaglio di Hathor) e Dendera (la sede del centro di culto di Hathor nell’Alto Egitto)  nota anche come il “Bubasti del sud”. Questa associazione è chiaramente arcaica in quanto le  due dee appaiono insieme nel tempio nella  valle di Chefren a Giza . Hathor rappresenta l’Alto Egitto e Bast rappresenta Basso Egitto. Uno dei suoi epiteti è stato “la signora di Asheru”. Asheru era il lago sacro nel tempio di Mut a Karnak, e a Bast è stato dato l’appellativo a causa della sua relazione con Mut, che di tanto in tanto ha preso la forma di un gatto o di un leone. All’interno del tempio di Mut ci sono una serie di raffigurazioni del faraone che festeggia con  una corsa rituale in compagnia di Bast. In questo tempio a Bast è stato dato l’appellativo di “Sekhet-Neter” – il “Campo divino” (Egitto).

Bast-Wadjet copyright Sully

E ‘stata anche identificata  con la dea dalla testa di leone pakhet di Speos Artemidos (grotta di Artemide) nei pressi di Beni Hassan. La grotta è stato denominata così perché Bast (e il suo aspetto pakhet) è stata adottata dai Greci come dea  Artemide, la cacciatrice. Tuttavia, le due dee non erano così simili : Artemide era nubile mentre Bast era associata al divertimento e alla sessualità. Tuttavia, la connessione con Tefnut e Bast di aspetto potenzialmente belligerante probabilmente ha contribuito a questo apparentemente strana connessione. Dopo tutto, anche il più piccolo gatto di casa è un abile cacciatore. I greci attribuivano a  Bast  un fratello gemello, così come Artemide aveva suo fratello Apollo. I riferimenti ad   Apollo Heru-sa-Aset ( Horus, figlio di Iside ), ha come diretta conseguenza la relazione del nome di Bast all’ “anima di Iside ” (ba-Aset) mutandone il suo nome  in una forma di questa dea diventata poi sì popolare. In  Bast era una dea  lunare.

Una leggenda racconta che Bastet, morsa da uno scorpione, fu guarita da Ra:
“Ra infuriato, provocò una siccità, quando si fu calmato, mandò Thot a cercare Bastet in Nubia, dove lei si era nascosta sotto forma della dea leonessa Sekhmet. Navigando il Nilo, Bastet si era bagnata nel fiume in una città sacra a Iside, trasformandosi di nuovo in gatta entrando a Bubastis, la città dei gatti, fu trovata da Thot … per molti secoli gli egiziani hanno ripercorso il suo viaggio in venerazione dei gatti e della dea Bastet”.

La gatta era assimilata alla luna: come nei gatti le pupille nel buio della notte subiscono grandi variazioni così venivano paragonati ai cicli lunari.

Scrive in proposito Edward Topsell (Topsell’s Histories of Beasts):
“Gli Egizi hanno osservato negli occhi di una gatta le varie fasi lunari perché con la sua luna piena splendono di più mentre la loro luminosità diminuisce con la luna calante e il gatto maschio muta l’aspetto dei suoi occhi in relazione al sole, infatti quando il sole sorge la sua pupilla si allunga, verso mezzogiorno si arrotonda e la sera non si vede affatto e sembra che l’intero occhio sia omogeneo”.

Alcuni versi tratti dai geroglifici del tempio di Dendera confermano il legame di Bastet con Iside, si legge:
“Quando la vide, sua madre Nut le disse, sii leggera per tua madre, Tu sei più vecchia di tua madre perchè il tuo nome è stato Iside” .

Nella VI dinastia, il faraone Pepi I fece costruire nel suo santuario una cappella dedicata a Bastet, e anche la grande regina Hatshepsut fece scavare un santuario in onore della dea gatto nei pressi di Beni Hassan.

Il gatto quindi venne ritenuto sacro al sole e ad Osiride, la gatta invece consacrata alla luna e ad Iside.Un brano tratto dal “Le settantacinque lodi di RA” 1700 a.C. recita:
“Lode a te, o Ra, glorioso dio-leone, tu sei il grande gatto, il vendicatore degli dei e il giudice delle parole, il presidente dei sovrani e il governatore del sacro cerchio, tu sei il corpo del grande gatto”.

Gli Egizi chiamarono il gatto Myou, conferendogli da prima un ruolo di porta fortuna, riconoscendogli una natura amabile e disponibile, lo introdussero successivamente nella vita quotidiana di tutte le famiglie, con il compito di proteggere le provviste alimentari dai roditori e serpenti velenosi.

Si sono trovate decorazioni tombali che provano che i gatti venivano portati dagli egiziani nelle paludi per recuperare le anatre cacciate, ma l’amore per questi felini si spinge oltre portando alcuni genitori a dare il nome dei gatti (Myoun… Mit… Mirt… Miut) alle proprie figlie femmine. E’ stata ritrovata a Deir el Bahri nel tempio del re Mentuhotep una mummia di una bambina di 5 anni dal nome Mirt.

Immagini dei gatti comparvero anche su oggetti di vita quotidiana, gioielli, braccialetti d’oro, amuleti e anelli ma il gatto fu anche rappresentato in moltissime statue in bronzo destinate per lo più a scopi funerari.

La gran parte delle statuette aveva le orecchie forate con orecchini d’oro o d’argento e occhi intarsiati di pietre semi preziose.

Dei gatti Erodoto scrive: “E quando scoppia un incendio, ai gatti succede qualcosa di veramente strano, gli Egiziani lo circondano tutt’intorno pensando più ai gatti che a domarlo, ma gli animali scivolano sotto o saltano sugli uomini e si gettano tra le fiamme. Quando questo succede, in Egitto è lutto nazionale, gli abitanti di una casa dove un gatto è morto di morte naturale si radono le sopracciglia, i gatti vengono portati in edifici sacri dove vengono imbalsamati e seppelliti nella città di Bubasti.”

Da scavi archeologici nelle rovine di Tell Basta (nome attuale di Bubastis) è stato ritrovato un grandissimo cimitero di gatti mummificati, infatti questi felini subivano lo stesso processo di imbalsamazione delle mummie reali, poi bendati con gli arti distesi e seppelliti con vicino ciotole per il latte e oggetti che ne garantivano la sopravvivenza nell’aldilà.

Il gatto di colore nero era il prediletto perché associato al colore della notte e al colore nero del limo portatore di fertilità e rinascita dopo le inondazione del Nilo.

Infine anche nell’Islam si trova traccia del gatto:
Si narra che Maometto, intento a leggere con un braccio allungato sul tavolo, fu avvicinato da un gatto che gli si sdraiò sulla manica della sua tunica, arrivata l’ora della preghiera Maometto guardando dormire beatamente il gatto non volle svegliarlo credendo che il felino stesse, nel suo sonno, comunicando con Dio (Allah). Preferì quindi tagliarsi la manica della tunica per andare a pregare. Al ritorno dalla preghiera il gatto, riconoscente gli fece tante fusa e Maometto commosso gli riservò un posto in paradiso ponendogli per 3 volte le mani sulla schiena gli donò la capacità di cadere sempre sulle zampe senza farsi male.


Lady in Black – Gregorian


Makhmalbaf M. – Sesso e filosofia

Gustati “Sesso e filosofia” on line 

locandina sesso e filosofia

“L’amore è un concetto estensibile
che va dal cielo all’inferno,
riunisce in sé il bene e il male,
il sublime e l’infinito.”
Carl Gustav Jung

Perché il sesso dovrebbe ignorare la filosofia, che in greco significa, come è noto, “l’amore per il sapere”, visto che tutto che è amore lo riguarda da vicino? Che cos’è questa sorta di ossessione universale (il sesso) che dovrebbe scomparire quando ci si accosta alle pareti ripide del discorso filosofico?
Perché tutto sia attraversato dal sesso, compresi i concetti più rigorosi, quelli che formano l’armatura della metafisica come tanti piccoli archetti metallici: Tempo, Verità, Misura, Politica, Desiderio, Essere, Infinito, Immagine, Casualità… non hanno niente in comune con la questione del sesso, eppure nessuno esce indenne da un confronto con il desiderio…

Una riflessione poetica e simbolica sulla difficoltà di dare forma e significato all’universo ellittico dei sentimenti. Il film narra come, quando abbiamo la libertà di fare sesso, spesso perdiamo l’amore. Trattasi  del prezzo del modernismo, in questa pellicola Makhmalbaf declina la solitudine: cosi come  le montagne sono proprio l’una accanto all’altra, restano inevitabilmente solitarie nella loro unicità

Jan festeggia il suo 40 ° compleanno nella sua auto, accendendo 40 candele sul suo cruscotto, da solo, ma per un musicista cieco che canta “il 40 ° anniversario della sua solitudine”, come la pioggia piange empaticamente sul suo parabrezza.

L’acqua, la sorgente della vita, è la matrice che sotto forma di liquido amniotico e delle acque primordiali preserva e da inizio alla vita. Nelle antiche cosmogonie l’acqua, componente primordiale, è un principio vitale inteso come mezzo della rigenerazione. Nella forma di pioggia rende fertile e feconda la terra. Infatti la goccia, l’infinitamente piccolo, contiene l’infinitamente grande, come il seme contiene tutte le informazioni per dar seguito allo sviluppo della vita. L’acqua, sotto forma di vapore sale verso il cielo e si impregna delle energie astrali. Successivamente torna sotto forma di pioggia sulla terra, fecondandola con le energie catturate nella dimensione sottile. La terra trae giovamento, dalle informazioni ricevute dall’acqua, per la sua continua evoluzione. Nella teoria dei quattro elementi tradizionali l’acqua si pone al terzo posto: dopo il fuoco e l’aria e prima della terra. Questa posizione tra l’aria e la terra le spetta per quanto riguarda il movimento consentito dalla sua struttura. L’acqua rappresenta il femminile per eccellenza, in quanto è estremamente adattabile, passiva e ricettiva. Infatti allo stato liquido è flessibile, cambia la sua forma, adattandosi alle circostanze, aggirando gli ostacoli che incontra nel suo cammino.

Rosso colore dominante in molte scene della pellicola simboleggia l’estroversione e la forza di volontà. Incremento dei ritmi vitali è quindi sinonimo di forte passionalità, di grande personalità e di fiducia in se stessi, stimolo alla creatività e aumenta le capacità di autoconservazione.

Capolavoro vocativo è l’uso del linguaggio del corpo, in particolare l’attenzione che Makhmalbaf riserva al movimento delle mani (mudra). Nelle danze indiane trovano la massima espressività la danzatrice infatti comunica con il divino e con le mani racconta le pene dei mortali che chiedono il perdono; la danzatrice con i suoi gesti assume la sacralità divenendo così un tramite tra l’uomo e Dio.

La danza indiana comunica ed insegna qualcosa a chi la pratica e a chi la osserva. La gestualità delle mani, le espressioni del viso, lo sguardo e le movenze eleganti raccontano una storia e permettono di rappresentare la bellezza, l’amore ed il mondo ultraterreno. Tale concetto è abilmente esplicitato nelle sequenze del film che gradualmente accompagnano ad una visione più ampia dell’emotività del protagonista che muove le sue peculiari scelte.

Le mani giocano un ruolo fondamentale, i loro mundra (gesti) sono la forma di comunicazione non verbale più immediata e permettono di esprimere emozioni, sentimenti e concetti veri e propri.

Nella tradizione indiana ogni singolo gesto ha uno specifico significato, ma può avere anche diversi significati a seconda del modo e contesto in cui viene eseguito. Danza in questa pellicola rappresenta il fil rouge concettuale, espediente che esplicita un’armoniosa sequenza di posizioni stilizzate e simboliche ottenute combinando variamente passi, gesti e rotazioni del corpo.

Tecnica e consapevolezza del proprio corpo a ritmo di musica in modo corretto affinano le capacità espressive, per trasmettere emozioni e sentimenti. Lo scorrere del movimento del corpo , l’intensità dello sguardo infondono sicurezza e liberano dalle tensioni verso il desiderare oltre gli steccati del pensiero mediocre.

Scheda del Film

  • DATA USCITA: 14 aprile 2006
  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2005
  • REGIA: Mohsen Makhmalbaf
  • ATTORI: Dalir Nazarov, Marian Gaibova,Farzova Beknazarova, Tahmineh Ebrahiova,Malahat Abdulloeva, Ali Akbar Abdulloev
  • SCENEGGIATURA: Mohsen Makhmalbaf
  • FOTOGRAFIA: Ebrahim Ghafouri
  • MONTAGGIO: Mohsen Makhmalbaf
  • MUSICHE: Nahid , Daler Nazarov, Vanesa Mai
  • PRODUZIONE: Makhmalbaf Film House,
  • DISTRIBUZIONE: BIM distribuzione,
  • PAESE: Francia
  • DURATA: 102 Min

Maria Gaetana Agnesi, matematica e linguista italiana.

maria-gaetana-agnesi-561x600

Maria Gaetana Agnesi nasce a Milano il 16 maggio 1718 in una famiglia facoltosa di commercianti della seta. Contrariamente a quanto è stato scritto in passato, il padre Pietro (1690 ca-1752) non era professore di matematica a Bologna, bensì un “uomo nuovo” della ricca borghesia milanese, che in quegli anni investiva le ricchezze familiari nel tentativo di elevare il proprio casato al rango patrizio mediante un generoso mecenatismo per arti, scienza e poesia. Un salotto di intellettuali italiani e stranieri presso il proprio palazzo e l’investimento nell’istruzione dei figli facevano parte della sua strategia di ascesa sociale.
In tale contesto, le figlie Maria Gaetana e Maria Teresa (1720-1795) vengono avviate fin da giovanissime allo studio delle lingue, la prima, al canto ed al clavicembalo, la seconda. Iniziano ben presto ad esibirsi per gli ospiti del padre.
Il salotto di palazzo Agnesi raccoglieva parecchi esponenti dell’illuminismo cattolico lombardo legati al movimento di riforma portato avanti da Antonio Ludovico Muratori (1672-1750) e appoggiato da papa Benedetto XIV durante il suo pontificato (1740-1758). Impegnati in una campagna per un nuovo rigore morale e per la partecipazione attiva dei fedeli alla società civile, questi ecclesiastici si proponevano di armonizzare ragione e fede anche attraverso l’introduzione delle nuove teorie scientifiche, come il sistema newtoniano e il calcolo infinitesimale.
La giovane Maria Gaetana si forma in questo ambiente. Prosegue la sua educazione con i migliori istitutori privati leggendo gli autori classici e testi di filosofia, di etica e di fisica. Nel 1738 pubblica una raccolta di 191 Propositiones philosophicae, presumibilmente un sommario, dove il sapere fisico-matematico giocava un ruolo di tutto rilievo delle ricerche filosofiche intraprese fino ad allora con il conte Carlo Belloni (cui le Propositiones sono dedicate), con Padre Francesco Manara, professore di Fisica sperimentale all’Università di Pavia, e Padre Michele Casati. In questo testo le scienze vengono presentate secondo una prospettiva apologetica dove solo le matematiche consentono una “conoscenza certa” e una “contemplazione intellettuale” infusa di spirito religioso. Con la pubblicazione delle Propositiones, che attestavano una discreta conoscenza di matematica, aumenta la notorietà di Maria Gaetana Agnesi; ospiti illustri dall’Italia e dall’Europa si recano presso il palazzo paterno per incontrarla.
Nello stesso periodo si accentua altresì la vena mistica della giovane, che si dedica sempre più alla meditazione ed alla vita spirituale. Nel 1739 manifesta la volontà di abbandonare l’attività mondana e la frequentazione dei salotti per prendere i voti: di fronte alle resistenze paterne la giovane acconsente ad un compromesso che le permetta di vivere un’esistenza ritirata senza entrare in convento, ma prestando opera di assistenza presso il reparto femminile dell’Ospedale Maggiore di Milano.
E’ del 1740 l’incontro con il monaco Ramiro Rampinelli (1697-1759), docente di matematica a Padova e formatosi a Bologna. Già dal 1735 l’Agnesi si era dedicata allo studio del manuale di calcolo differenziale del marchese Guillaume François de L’Hôpital (1661-1704) con l’intenzione di scriverne un commento ad uso didattico. Sotto la guida di Rampinelli affronta i lavori di Charles-Réné Reyneau (1656-1728), di Guido Grandi (1671-1742) e di Gabriele Manfredi (1681-1761), mentre entra in contatto con i matematici italiani che si occupavano allora del calcolo infinitesimale, in special modo con il conte Jacopo Riccati (1676-1754). Nel 1748 pubblica in due volumi le Instituzioni analitiche per uso della gioventù italiana: come indica il titolo, l’intento dell’autrice è divulgativo e didattico, in linea con quelle che erano le impostazioni di base del movimento del cattolicesimo illuminato di cui faceva parte. La lingua adottata quindi è l’italiano, in rottura con la tradizione manualistica dell’epoca in latino; lo stile è semplice e chiaro. Decide poi di trattare i principi dell’algebra, della geometria analitica e del calcolo infinitesimale in termini puramente geometrici, senza includere le applicazioni di tali discipline alla meccanica ed alla fisica sperimentale; un’interpretazione, questa, determinata forse dalla convinzione di una superiorità filosofica delle matematiche rispetto alle altre scienze.
Socia di varie accademie scientifiche, nel 1748 viene aggregata all’Accademia delle scienze di Bologna. Papa Benedetto XIV le fa assegnare nel 1750 l’incarico di lettrice onoraria di matematica all’Università di Bologna, che negli stessi anni vede tra i suoi docenti donne celebri come Laura Bassi; Agnesi accetta, ma non svolgerà mai il suo incarico.
Nel 1752, alla morte del padre abbandona, infatti, l’attività scientifica per dedicarsi alle opere caritatevoli ed al raccoglimento spirituale: pochi anni dopo lascia il palazzo di famiglia e si trasferisce presso le stanze dell’Ospedale Maggiore. Su richiesta dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Pozzobonelli (1696-1783), assume nel 1771 la direzione del reparto femminile del Pio Albergo Trivulzio. Il suo impegno si manifesta anche nel suo incarico di consigliera di materie teologiche dello stesso arcivescovo, che nel 1768 la nomina “priora della dottrina cristiana”, incarico legato all’opera di catechizzazione del popolo. Muore nel 1799.

 


Buon compleanno a Valentina Vladimirovna Tereškova

Valentina Vladimirovna Tereškova (in russo Валентина Владимировна Терешкова) (Maslennikowo, 6 marzo 1937) è una ex cosmonauta e politica sovietica. Nata nei pressi di Jaroslavl sul fiume Volga è stata la prima donna nello spazio e fino alla prima missione di Svetlana Savitskaja (successivamente la prima donna ad eseguire un’EVA svoltasi nel 1982) contemporaneamente l’unica.

Valentina Vladimirovna Tereškova

Valentina Vladimirovna Tereškova

Figlia di un guidatore di trattori caduto durante la Seconda guerra mondiale ha avuto un’infanzia difficile. Da giovane lavorava in una fabbrica produttrice di pneumatici e successivamente in un’impresa produttrice di fili. Per sette anni ha svolto la professione di sarta e stiratrice all’interno di quest’impresa. Oltre al lavoro ha frequentato corsi serali per diventare tecnica, diploma che conseguì nel 1960.

Già a partire dal 1955 Tereškova divenne un’appassionata paracadutista. Grande ammiratrice di Jurij Gagarin si candidò più volte per frequentare la scuola per aspiranti cosmonauti. Nel 1962 riuscì a partecipare all’esame di assunzione, che superò con bravura, e ad iniziare il suo addestramento per diventare donna cosmonauta.

A bordo di Vostok 6, Valentina Tereškova il 16 giugno 1963 venne lanciata dal cosmodromo di Baikonur per una missione nello spazio durata quasi tre giorni interi. La missione effettuò 49 orbite terrestri. Quale comandante di una navicella spaziale scelse il nomignolo di Чайка (Čaika-“gabbiano”) per i collegamenti via radio. Pochi giorni prima era stata lanciata la missione Vostok 5 equipaggiata dal cosmonauta Valeri Bykovski.

Dopo una trentina di giri intorno alla Terra, però, i tecnici si accorsero di una complicazione che poteva rivelarsi fatale. La navicella Vostok si stava allontanando dal pianeta e non avvicinando. Presto sarebbe sfuggita alla attrazione terrestre per perdersi nello spazio. Il centro di controllo sovietico inviò repentinamente le necessarie correzioni per salvare Vostok6 e soprattutto Valentina.

Il 19 giugno Tereshkova atterrò nelle vicinanze di Novosibirsk, dove venne accolta e calorosamente festeggiata dalla folla. Pochi giorni dopo le venne conferita a Mosca un’alta onoreficenza, cioè il titolo di Pilota-cosmonauta dell’Unione Sovietica.

Valentina Tereskova raccontò che «Sotto di me c’era un lago e non la terra ferma. Ci avevano addestrato a questa eventualità ma non sapevo se avrei avuto la forza necessaria per sopravvivere». Il vento, fortunatamente, la spinse via. Ma nell’impatto Valentina sbattè la faccia contro il casco e si provocò un trauma sul naso e venne portata subito in ospedale.

A novembre dello stesso anno sposò Andrijan Grigorjevič Nikolajev (nato il 5 settembre 1929 e morto il 3 luglio 2004), cosmonauta che aveva partecipato alla missione Vostok 3. Il matrimonio venne celebrato a Mosca e usato per fini propagandistici sovietici. Venne assegnato agli illustri sposi un appartamento di lusso sul Kutusovskij Prospekt. Nel 1964 naque la loro figlia Alenka.

Successivamente Tereškova studiò presso l’accademia per ingegneri dell’aeronautica militare sovietica Čukovski. A maggio del 1966 venne eletta a far parte dell’ Alto Soviet dell’Unione Sovietica e a maggio del 1968 divenne presidente del comitato donne dell’Unione Sovietica. Nel 1971 divenne membro del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. A partire dal 1974 fece parte del direttivo dell’Alto Soviet e dal 1976 in poi vicepresidente della commissione per l’educazione, la scienza e la cultura dell’Unione Sovietica.

Nel 1982 ci fu il divorzio da Nikolajev. Si sposò una seconda volta con Juri Šapošnikov del quale è vedova dal 1999.

Nel 1994 venne nominata dal governo russo direttrice del “Centro russo per collaborazione internazionale culturale e scientifica”.


Ana Rossetti – Vieni, entra e coglimi

serpente

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…

comprimimi discioglimi tormentami…

infiammami programmami rinnovami.

Accelera… rallenta… disorientami.

 

Cuocimi bollimi addentami… covami.

Poi fondimi e confondimi… spaventami…

nuocimi, perdimi e trovami, giovami.

Scovami… ardimi bruciami arroventami.

 

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgominami poi sgomentami…

dissociami divorami… comprovami.

 

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra… riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.


Pablo Neruda – Canzone del maschio e della femmina!

Canción del macho y de la hembra!

 

Canción del macho y de la hembra!

La fruta de los siglos

exprimiendo su jugo

en nuestras venas.

Mi alma derramándose en tu carne extendida

para salir de ti más buena,

el corazón desparramándose

estirándose como una pantera,

y mi vida, hecha astillas, anudándose

a ti como la luz a las estrellas!

 

Me recibes

como al viento la vela.

 

Te recibo

como el surco a la siembra.

 

Duérmete sobre mis dolores

si mis dolores no te queman,

amárrate a mis alas

acaso mis alas te llevan,

endereza mis deseos

acaso te lastima su pelea.

 

¡Tú eres lo único que tengo

desde que perdí mi tristeza!

¡Desgárrame como una espada

o táctame como una antena!

Bésame

muérdeme,

incéndiame,

que yo vengo a la tierra

sólo por el naufragio de mis ojos de macho

en el agua infinita de tus ojos de hembra!

 

 

 e-dio-creo-la-donna-due-volte-L-kD7_oz

 

 

Canzone del maschio e della femmina!

            

 

Canzone del maschio e della femmina!

Il frutto dei secoli

che spreme il suo succo

nelle nostre vene.

La mia anima che si diffonde nella tua carne distesa

per uscire migliorata da te,

il cuore che si disperde

stirandosi come una pantera,

e la mia vita, sbriciolata, che si annoda

a te come la luce alle stelle!

 

Mi ricevi

come il vento la vela.

 

Ti ricevo

come il solco il seme.

 

Addormentati sui miei dolori

se i miei dolori non ti bruciano,

legati alle mie ali,

forse le mie ali ti porteranno,

dirigi i miei desideri,

forse ti duole la loro lotta.

 

Tu sei l’unica cosa che possiedo

da quando persi la mia tristezza!

Lacerami come una spada

o senti come un’antenna!

Baciami,

mordimi,

incendiami,

che io vengo alla terra

solo per il naufragio dei miei occhi di maschio

nell’acqua infinita dei tuoi occhi di femmina!


L’arte delle donne – Pittrici nella storia

Talvolta ci si chiede quante donne siano entrate a far parte della Storia dell’arte? La nostra memoria è affollata di così tanti nomi maschili che, nell’immaginario collettivo, c’è sempre la presenza di un uomo con pennello e scalpello intento a realizzare un quadro o una scultura.

E le donne artiste? Per molti secoli restano ‘invisibili’ fra le mura di casa o di un convento, dedite alle arti cosiddette minori quali il ricamo, la tessitura, la miniatura. Nel Medioevo non possono intraprendere alcun tipo di apprendistato nelle botteghe d’arte o artigiane; per cui fino al Cinquecento viene repressa e ignorata ogni loro aspirazione artistica.

donna-colore

Solo a partire dal XVI secolo alcune pittrici riescono a farsi conoscere al di là dei confini cittadini, mentre le più dotate s’impongono addirittura in ambito europeo. Accade alla primogenita del Tintoretto, Marietta Robusti, che lavora per quindici anni nella bottega paterna dimostrando un’abilità sorprendente al punto da essere invitata dal re spagnolo Filippo II, senza che il padre però le concedesse di recarsi in terra straniera. Viceversa la cremonese Sofonisba Anguissola potè esercitare, alla corte di Spagna, la funzione di ritrattista ufficiale dal 1559 al 1580 perché suo padre glielo consentì, essendo un uomo liberale e grande appassionato di pittura. Nello stesso periodo la miniaturista fiamminga Levina Teerline lavora al servizio dei sovrani inglesi Edoardo VI, Maria Tudor ed Elisabetta I affermandosi come artista di prim’ordine al punto da guadagnare cifre ragguardevoli e superiori a molti famosi pittori (maschi) del suo tempo.

Nel 1562 era sorta a Firenze l’Accademia europea del Disegno, ma solo nel 1616 vi fu ammessa una donna. Si trattava di Artemisia Gentileschi, la maggiore pittrice del Seicento, fra i massimi artisti italiani d’ogni tempo. Tre anni prima del suo ingresso in Accademia, Artemisia aveva già dipinto il suo capolavoro intitolato “Giuditta che decapita Oloferne”, una tela di 159×126 cm. che rievoca il cruento episodio biblico trattato anche da Caravaggio. Il dipinto esprime le straordinarie doti pittoriche di questa giovane donna che venne violentata a diciott’anni da un anziano amico del padre e, durante il processo contro il suo stupratore, dovette subire ogni tipo di umiliazione, compresa la tortura, da una giustizia maschilista e reticente verso le vittime di sesso femminile. Nella fredda violenza del gesto di Giuditta che decapita Oloferne si può cogliere il rancore di tutte le donne violentate nei secoli; per cui Artemisia Gentileschi e i suoi magnifici quadri sono stati spesso assunti a simbolo dal femminismo del XX secolo.

Oltre a Barbara Longhi – figlia del pittore manierista Luca ed eccellente ritrattista di sante e Madonne nel piccolo formato – un caso straordinario di precocità artistica fu quello della bolognese Elisabetta Sirani che, a soli 17 anni, era già considerata un maestro in grado di gestire una sua Scuola d’arte per fanciulle in cui insegnava le più raffinate tecniche della pittura e dell’incisione. Nella sua breve esistenza produrrà più di 200 dipinti e verrà apprezzata nelle maggiori corti europee per la raffinatezza e l’intensità espressiva dei suoi quadri. Un’ulcera perforata la stroncherà giovanissima, nel 1665, a soli 27 anni. Si sospetterà un avvelenamento procurato da una sua cameriera invidiosa, ma l’autopsia evidenziò come fossero state del tutto naturali le cause della sua morte improvvisa e inattesa.Nel corso del Seicento si afferma rapidamente, soprattutto nel nord Europa, una ricca borghesia mercantile che vuole arredare elegantemente le proprie case, richiedendo ai pittori soggetti sempre nuovi o decisamente decorativi. Si diffonde, quindi, il genere della ‘natura morta’ in cui eccellono le pittrici olandesi Clara Peeters, Maria Van Oosterwijck e Rachel Ruysch. Un caso a parte è rappresentato da Maria Sibylla Merian che si specializza nell’illustrazione botanica ed entomologica, al punto da essere inviata dalle autorità olandesi nella colonia del Suriname per illustrare i risultati di una spedizione scientifica. In Italia al nuovo genere si dedica la milanese Fede Galizia, alla quale si deve una natura morta con frutta risalente al 1602, forse la prima della nostra storia artistica. Dotata di eccezionale talento seppe dipingere su tavola opere bellissime e caratterizzate stilisticamente da una luce fredda, tagliente in grado di esaltarne la perfetta armonia compositiva.

Il Settecento italiano fu dominato al femminile dalla veneziana Rosalba Carriera, straordinaria ritrattista nella tecnica del pastello in cui dimostrò grande versatilità e finezza descrittiva nell’introspezione psicologica dei personaggi rappresentati. Fin da giovane conquistò una fama internazionale, dividendo la sua esistenza fra Venezia e Parigi ed ottenendo commissioni da molti principi e sovrani europei. Tornata definitivamente nella sua amatissima città lagunare fu afflitta negli ultimi anni da una grave malattia agli occhi che la condurrà alla cecità irreversibile fino alla morte, avvenuta nel 1757.

In Europa vanno ricordate almeno due pittrici vissute tra il Settecento e l’Ottocento: la svizzera Rosalba Carriera e la francese Marie-Guillemine Benoist. La prima, famosa e carica di riconoscimenti accademici, fece scandalo per alcuni suoi disegni di nudi maschili ritratti dal vero; la seconda, allieva del grande pittore napoleonico David, si battè per l’abolizione della schiavitù anche attraverso dei quadri simbolici, diventati famosi, come ‘Ritratto di negra’.

La pittura del XIX secolo verrà profondamente rinnovata, negli ultimi decenni, dall’impressionismo di cui fecero parte quattro donne: Mary Cassat, Berthe Morisot, Suzanne Valadon ed Eva Gonzales. Della Cassat si parla alla pagina Artista del mese. Berthe Morisot fu una bellissima modella e prima donna ad unirsi al gruppo dei grandi maestri francesi di fine Ottocento. Modella prediletta di Monet, si legò a lui, a Renoir e a Rodin di profonda amicizia, contribuendo all’organizzazione della prima collettiva parigina per sole donne (Salon des Femmes). Più libera e spregiudicata fu Suzanne Valadon, modella e amante di Toulouse-Lautrec, nonché madre di un figlio illegittimo che diventerà il famoso Maurice Utrillo. La sua pittura fu estremamente realistica nell’ambientazione e anticipò i forti contrasti di colore che saranno tipici dell’espressionismo. Nell’ambito del gruppo molto apprezzata fu Eva Gonzales, d’origini spagnole e modella di Manet; tuttavia non fece in tempo a veder riconosciute le sue doti d’artista essendo morta di parto, a trentaquattro anni, nel 1883.

Il primo Novecento si caratterizza per il rinnovamento radicale della pittura attraverso la diffusione delle avanguardie storiche a cui partecipano molte artiste di talento, sebbene abbiano spesso il ruolo marginale di compagne o muse ispiratrici di grandi maestri. Accade a Gabriele Munter (Kandinskji), Marie Laurencin (Apollinaire), Leonora Carrington (Ernst), Frida Kahlo (Rivera), Jeanne Hébuterne (Modigliani). In Russia, viceversa, dopo la Rivoluzione d’ottobre alle artiste delle avanguardie viene riconosciuto un ruolo di primo piano nella pittura e nel design: Nataljia Goncarova, Liubov Popova. Alexandra Exter, Varvara Stepanova furono le più importanti firme della nuova arte che si affermava in Unione Sovietica. Nel periodo tra le due guerre l’arte delle donne si avventura in generi e settori creativi da cui erano state escluse: l’astrattismo di Sonia Delaunay, la fotografia della friulana Tina Modotti, l’art Deco di Tamara de Lempicka che diventa famosa per i ritratti femminili nei quali raffigura donne volitive, moderne e definitivamente emancipate da ogni tutela maschilista. Le sue opere, trascurate per decenni dal mercato artistico, sono ormai introvabili e valgono oggi alcuni milioni di euro.

Molti sono i nomi di artiste contemporanee che andrebbero ricordate; ma si vuole concludere citando simbolicamente, per tutte, una pittrice che il Novecento ha interamente attraversato lavorando senza clamore, ma con l’entusiasmo e la passione di sempre. E’ la signora Felicita Frai, una pittrice nella storia, che ha saputo dipingere l’eterna fanciulla che c’è in ogni donna, trasfigurandovi per sempre nei suoi quadri la bellezza interiore e l’incantevole stupore.


Nina Hagen – african reggae live


Carmen Consoli – Besame Giuda/Lady Marmalade


Franca Rame:

Documenti sullo stupro di Franca Rame dagli archivi di “Repubblica”

 

Rame, Franca. – Attrice italiana (Parabiago 1929 – Milano 2013). Figlia d’arte, debuttò giovanissima nella compagnia girovaga del padre. Passata alla rivista nel1948, incontrò D. Fo, divenuto poi suo marito, nello spettacolo di cabaret Il dito nell’occhio (1953). Dal 1958 è stata protagonista delle numerose commedie scritte da Fo. Si è imposta con una recitazione estrosa ed aggressiva, passando con disinvoltura dalla satira spregiudicata di La signora è da buttare (1967) ai toni sarcastici del Fabulazzo osceno (1981), alla didattica semiseria di Sesso? Grazie, tanto per gradire (1994); come attrice e autrice (sempre in collaborazione con Fo) ha trattato con coraggio e polemica la condizione femminile (Tutta casa, letto e chiesa, 1978; Coppia aperta, 1984; Parliamo di donne, 1991). Dei successivi lavori si ricordano: Il diavolo con le zinne (1997),spettacolo comico grottesco, in cui ha affiancato G. Albertazzi; Marino libero! Marino è innocente! (1998), rivisitazione polemica del caso Sofri; Lu santo jullare Francesco (1999), monologo sulla figura del santo di Assisi. Nel 2009, insieme a D. Fo, ha scritto l’autobiografia Una vita all’improvvisa. Nel 2006 è stata eletta al Senato con la lista Italia dei Valori, esperienza conclusasi nel 2008 che l’attrice ha descritto nel testo In fuga dal Senato, pubblicato postumo nel 2013.


Tina Lagostena Bassi

Lagostena Bassi, Tina (propr. Augusta). – Avvocatessa italiana (Milano 1926 – Roma 2008); nota come “l’avvocato delle donne” per il forte impegno profuso in difesa dei diritti femminili, ha patrocinato in numerosi processi con reati di abuso e stupro combattendo con grande perizia giuridica; si è battuta affinché il reato di stupro e gli abusi sulle donne fossero ascritti nel codice penale italiano tra i reati contro la persona e non più contro la morale.

VITA E ATTIVITÀLaureatasi in giurisprudenza all’univ. di Genova, iniziò la carriera accademica presso la cattedra di diritto penale, seguendo anche la professione forense. Si interessò dei diritti e dei problemi di violenza sulla donne sin dagli anni settanta in concomitanza con il fiorire dei movimenti femministi. Tra i tanti processi, si ricorda la difesa di una delle vittime del massacro del Circeo avvenuto nel sett. 1975. Eletta nel 1994 deputato in Parlamento nelle file di Forza Italia, presiedette la Commissione nazionale per le pari opportunità, firmando anche nel 1996 la legge contro la violenza sessuale. Durante la sua lunga carriera ha sostenuto diverse associazioni (per es.  Telefono rosa) vicine ai problemi delle donne. Dal 1998 ha portato la sua esperienza in televisione partecipando al programmaForum in qualità di giudice d’arbitrato.

OPEREOltre alle numerose pubblicazioni giuridiche ha scritto con E. Moroli, L’avvocato delle donne: dodici storie di ordinaria violenza (1991, da cui è stata tratta la sceneggiatura, a sua firma, della miniserie RAI interpretata da M. Melato).


Contro la violenza sulle donne: “Linda – Uno spot contro il silenzio”

Linda si rifà apertamente ad un ipotetico Carosello di fine Anni 50 con un occhio alla serie Tv culto americana Mad Men, almeno nelle esplicite citazioni visive e iconografiche.
Racconta di una donna che non viene più accettata delle amiche e che non si sente più ricambiata nel suo affetto da figlia e marito; il motivo le sfugge ma una pubblicità vista per caso su un giornale la illumina. Il cofanetto Linda è in realtà un kit composto da ciprie, detergenti e un foulard alla moda, atti a nascondere gli evidenti segni delle violenze domestiche che subisce da parte di un marito apparentemente ineccepibile.
Sperimenta i vari prodotti con soddisfazione crescente e scopre che laccettazione sociale è di nuovo alla sua portata: le amiche tornano a frequentarla (tutte usano Linda, è ovvio) e in famiglia tornano i gesti amorevoli: Linda funziona!
Linda è pubblicizzato su giornali e Tv dunque socialmente diffuso ed accettato: inoltre, il fatto che lo sia negli anni del boom, dimostra che il problema della violenza occulta esiste da sempre, perfino nelle famiglie perfette del nostro immaginario.
La protagonista ritroverà la serenità utilizzando il cofanetto, alla stregua di un deodorante che copre gli odori senza neanche il bisogno di lavarsi: la parola dordine infatti è nascondere, non risolvere il problema e, per quanto paradossale, è quanto accade oggi per milioni di donne.
Lamore non è un trucco, recita lo slogan che esplicita la connotazione ferocemente ironica dello spot, ma la paura di chi subisce violenze e lomertà di chi ne è a conoscenza contribuiscono ad alimentare un fenomeno molto più diffuso di quanto non si possa immaginare e combattere il silenzio risolve già una buona parte del problema.


Splendori e miserie delle cortigiane

Lucien de Rubempré, poeta caduto in disgrazia presso il bel mondo parigino dopo aver convissuto un anno con l’attricetta Coralie, è stato ricostruito dal cinico e ricco abate Carlos Herrera, che sta intrigando per fargli avere un titolo nobiliare e mira a farlo sposare con una ragazza di famiglia aristocratica, il secondo passo funzionale al primo: è perciò allarmato quando Lucien s’innamora d’una prostituta, Esther, la quale è a sua volta redenta da quell’amore appassionato. Herrera non esita a rinchiudere la giovane in una scuola di monache, ma davanti al dolore di Lucien deve riunirli, pur facendo loro un chiaro discorso: lei vivrà chiusa in una casa privata guardata a vista da due sue dame fidate, lui la potrà vedere soltanto di nascosto. Herrera è disposto a tutto purché Lucien riesca a raggiungere i traguardi che sogna per lui: entrare a corte come ministro. La protezione e l’astuzia dell’abate gli stanno spianando la strada e stanno mettendo a tacere le malelingue che ricordano ancora l’avventura giovanile di Lucien.
Nel frattempo, però, il perfido banchiere ebreo polacco di Nucingen, vecchio spasimante di Esther, deperisce a vista d’occhio da quando lei è scomparsa; disperato, incurante della moglie e della gente, decide addirittura d’assoldare un investigatore privato. Herrera, che ha già speso una fortuna per il suo pupillo e deve pagare dei debiti, medita di vendergli Esther per una cifra enorme; Lucien è completamente in balìa del demone, incapace di ribellarsi alle sue ingannevoli strategie, dal giorno in cui questi l’aveva distolto dal suicidio. In realtà, sotto la tonaca si nasconde l’evaso Jacques Colin, il quale, dopo aver assassinato in Spagna il vero abate Herrera ed averne assunto le sembianze con una rozza plastica facciale fatta da sé dinanzi al cadavere, si ricostruì una vita con i soldi d’una vecchia bigotta che gli aveva confessato, in punto di morte, d’averli ottenuti con un omicidio. Salvato dal suicidio il giovane poeta, ne aveva fatto il proprio strumento, ed ora, con il genio della corruzione ed una rete di fidati servitori, lo spingeva avanti. Rastignac, amante della signora di Nucingen, era l’unico ad aver visto e riconosciuto il potente protettore di Lucien, e ne era rimasto terrorizzato, perché, in passato, Herrera aveva tentato di adescare anche lui. Adesso Lucien era ammaliato dalle gioie della corte e legato a Herrera da cento patti demoniaci; anche se Esther non riesce a capire l’origine di quell’inerte schiavitù, Herrera sa d’averlo completamente in pugno: oltre ad approfittare della disperazione di Nucingen, Herrera sta preparando il terreno anche per un matrimonio fra Lucien e Clotilde de Krandlien, la brutta 27enne secondogenita dei duchi, invaghita dal giovane a dispetto dei pettegolezzi dei salotti, cinicamente e falsamente ricambiata dal giovane. Lucien desidera quanto Herrera questo matrimonio d’interesse, ed Esther si piega per amore a rimanere un’amante prigioniera; ma per convincere i genitori serve un patrimonio, almeno un milione. Intanto Nucingen sta contattando i migliori agenti di Parigi, in particolare La Peyrade, una vecchia spia politica. Le due reti di spionaggio, quella di Herrera e quella di La Peyrade, tramano l’una contro l’altra: Herrera è più furbo, e Peyrade si rende conto d’essere turlupinato dall’ignoto rivale, ne capisce il gioco, ma ne ignora il nome.
Herrera muove con grande abilità le sue pedine: usa i suoi sguatteri per raggirare i ricchi e perversi signori di Parigi, facendo leva sui crimini, le nefandezze, gli oscuri passati tenuti segreti ma a lui noti; manovra i pezzi grossi che gli servono corrompendo e ricattando; d’altronde, le sue vittime non sono migliori di lui: nascondono tutti una miseria morale proporzionale al loro splendore materiale; Herrera ne è soltanto la sublimazione, il genio titanico di quella civiltà malata, ne è lo spirito. Lucien è un’anima fragile e vanesia di poeta e di bello, che sogna l’amore perfetto ma al tempo stesso non vuole perdere gli ambiziosi obiettivi che gli sono a portata di mano, non vuole rinunciare a nessuna delle due cose, benché siano chiaramente incompatibili, ed Herrera lo tiene in pugno sbandierandogliele entrambe sotto il naso, nelle figure di Clotilde e di Esther.
– Asia ed Europa, le due serve messe da Herrera a guardia di Esther, lavorano per bene il barone, ed Esther stessa si presta al raggiro per amore di Lucien; il barone paga ogni cifra, prima per essere introdotto all’amata e poi per saldarne i presunti debiti (in realtà cambiali fasulle fattele firmare da Herrera). Herrera, che aveva fatto di Esther una virtuosa chiudendola in convento, ora la getta di nuovo fra le cortigiane, e lei, pur di non dover rinunciare al suo Lucien, accetta. Il barone è un patetico stupido: per la prima volta in 66 anni s’è innamorato da star male, ed è inerme nelle grinfie dello spietato abate. Nel frattempo sono arrivate al punto cruciale le schermaglie di spionaggio e controspionaggio fra Herrera e Peyrade (spalleggiato da Corentin e Contenson): Peynade ha scoperto la tresca di Herrera ai danni di Nucingen per scucirgli il patrimonio con cui far spossare Clotilde a Lucien, e decide di ricattarlo: ottenuto un secco rifiuto, manda una lettera anonima al duca di Grandlieu, il quale chiude subito le porte del suo palazzo al pretendente ed incarica un’abile spia, neanche a farlo apposta Corentin, di prenotare informazioni sulla vera origine della fortuna di Lucien. Peynade si finge un gentiluomo inglese e diventa l’amante di Suzanne de Val-Noble, amica di Esther, rovinata dai debiti. Ma Herrera gioca allora l’ultima carta: rapisce la pura Lydie, figlia di Peyrade, e manda Asia a dirgli che l’avvierà alla prostituzione e lo ucciderà se Lucien non sposa Clotilde. Corentin esegue, ignaro, il compito assegnatogli dal duca e decreta così la fine del fidanzamento di Lucien: il giorno dopo Lydie viene ritrovata in pietose condizioni, sottoposta per dieci giorni ad ogni genere di sozzura, e Peyrade fa in tempo a rivederla prima di straziare avvelenato. Corentin giura vendetta sul cadavere dell’amico. A far precipitare gli eventi è Esther, che s’è prestata alla commedia ma deve ora andare a letto anche con il lascivo barone; dopo l’orgia si suicida; Europa ed il servo Paccard non resistono alla tentazione e fuggono con il malloppo accumulato da Esther e che Esther aveva lasciato a Lucien. Nucingen avverte la polizia di quello che crede un assassinio a scopo d’estorsione, e la polizia fa arrestare sia Herrera (che tenta la fuga sui tetti ed uccide Contenson) sia Lucien. Herrera ha però fatto in tempo a redigere un falso testamento in cui Esther lascia a Lucien tutti i propri averi (un patrimonio che ha ereditato morta dallo zio) e le potenti amicizie femminili di Lucien intercedono a suo favore.
– Esperto di prigioni e di processi, Herrera dirama ordini dalla cella ed Asia trama dall’esterno. Herrera tiene testa al giudice Cannisot, negando d’essere l’evaso che parecchi testimoni hanno riconosciuto; una lettera scritta da Esther in punto di morte li scagiona dall’accusa d’omicidio, ma Lucien è debole ed in pochi minuti d’interrogatorio compromette tutto, rivelando la vera identità dell’abate; nonostante ciò, Leontine de Seriay, la più accanita delle sue amanti di mezza età, aggredisce Cannusot e riesce a strappargli i verbali firmati degli interrogatori; d’altronde, tutti i magistrati di rango più elevato sono ormai conquisi alla causa del giovane e Cannusot, difendendo con tanto zelo la giustizia, si gioca soltanto la carriera. Intanto, divorato dal rimorso d’aver vilmente tradito il suo benefattore, Lucien s’impicca nella cella, e la contessa de Suray impazzisce di dolore.
– Jacques Colin, alias Vautrin, alias Tromp-le mort, riesce a risollevarsi con le solite armi della corruzione e del ricatto: in cambio delle lettere scritte a Lucien dalle sue potenti amanti chiede ed ottiene di diventare capo della polizia.

Un mondo infame, dove non esiste altra etica al di fuori dell’intrico, un modo d’apparenze splendenti che nasconde un viscido repellente intrico di bassezze.
FONTE

Honoré de Balzac
Honoré de Balzac (Tours, 20 maggio 1799 – Parigi, 18 agosto 1850) è stato uno scrittore francese, considerato fra i maggiori della sua epoca.
Romanziere, critico, drammaturgo, giornalista e stampatore, è considerato il principale maestro del romanzo realista francese del XIX secolo.
Scrittore prolifico, ha elaborato un’opera monumentale – la Commedia umana – ciclo di numerosi romanzi e racconti che hanno l’obiettivo di descrivere in modo quasi esaustivo la società francese contemporanea all’autore o, come ha detto più volte l’autore stesso, di “fare concorrenza allo stato civile”.
La veridicità di quest’opera colossale ha portato Friedrich Engels a dichiarare di aver imparato più dal “reazionario” Balzac che da tutti gli economisti.
Di grande influenza (da Flaubert a Zola, fino a Proust e a Giono, tanto per restare in Francia), la sua opera è stata anche utilizzata per moltissimi film e telefilm.

Balzac proveniva da una famiglia borghese abbastanza agiata: il padre Bernard-François Balssa, di origine contadina, aveva raggiunto una posizione di rilievo nell’amministrazione dello Stato, e aveva sposato Anne-Charlotte-Laure Sallambier (quando lui aveva 51 e lei 19 anni, dalla quale ebbe poi quattro figli (Honoré, Laure, Laurence e Henri).
Il primogenito studiò in collegio prima a Vendôme (1807-13) e a Tours (1814), poi a Parigi, dove si trasferì con la famiglia nel 1815, nel quartiere di Marais. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, lavorò come scrivano nello studio notarile di tale Jules Janin, quando a vent’anni scoprì la sua vocazione letteraria. In una mansarda del quartiere dell’Arsenale, al numero 9 della rue Lesdiguières, dal 1821 al 1829, dopo aver tentato la strada del teatro con il dramma in versi Cromwell, scrisse opere di narrativa popolare, ispirandosi a Walter Scott, con gli pseudonimi di Horace de Saint-Aubin, Lord R’hoone (anagramma di Honoré) o Viellerglé. Le sue prime prove artistiche non furono molto apprezzate dalla critica, tanto che Balzac si diede ad altre attività: divenne editore, stampatore e infine comprò una fonderia di caratteri da stampa, ma tutte queste imprese si rivelarono fallimentari, indebitandolo pesantemente. Nel 1822 conobbe Louise-Antoinette-Laure Hinner, una donna matura che gli resterà accanto affettivamente fino alla morte. La presenza della donna ebbe molta influenza sull’autore che venne da lei incoraggiato a continuare a scrivere: nel 1829 pubblicò con il proprio nome il suo primo romanzo (Physiologie du mariage), che gli procurò un certo successo. Tra le tante esperienze amorose con dame dell’aristocrazia, la più importante fu con Évelyne Hanska (1803-82), una contessa polacca conosciuta nel 1833, che ebbe un ruolo importante nella stesura di Eugénie Grandet e che egli sposò nel 1850, tre mesi prima di morire. A partire dal 1830 l’attività letteraria di Balzac divenne frenetica, tanto che in sedici anni scrisse circa novanta romanzi (sulla “Revue de Paris”, sulla “Revue des Deux Mondes”, ma anche in volumi e in tirature sempre più numerose, per non contare i continui racconti, aneddoti, caricature e articoli di critica letteraria). I suoi primi successi di pubblico furono La peau de chagrin (La pelle di zigrino, 1831) e, tre anni più tardi, Le Père Goriot (Papà Goriot, 1834).
Charles Baudelaire chiamò la prosa di Balzac “realisme visionnaire”; pare inoltre che il termine “surréalisme”, coniato anch’esso da Baudelaire, sia stato ispirato a quel particolare punto di vista che caratterizza la produzione di Balzac.
Nel 1842 Balzac decise di organizzare la sua opera monumentale in una specie di gerarchia piramidale con il titolo di La Comédie humaine: alla base di essa c’è il gruppo degli “Studi di costume del XIX secolo” diviso in “Scene delle vita privata”, “Scene della vita di provincia”, “Scene della vita parigina, della politica, della vita militare, della vita di campagna”; poi c’è il gruppo degli “Studi filosofici” ed infine quello progettato ma non realizzato degli “Studi analitici”. Si tratta di un grandioso progetto di analisi della vita sociale e privata nella Francia dell’epoca della monarchia borghese di Luigi Filippo d’Orleans.
Accanito frequentatore di salotti, amante appassionato di diverse nobildonne che soddisfacevano il suo snobismo e il bisogno di partecipare alla vita aristocratica, nonché perseguitato dai creditori per le troppe speculazioni sbagliate, Balzac riuscì a realizzare solo per poco tempo il sogno di ricchezza e d’ascesa sociale grazie al rapporto con la contessa polacca Ewelina Rzewuska (detta più frequentemente Évelyne Hanska), vedova di Waclaw Hanski (1791-1841), da Balzac sposata solo il 14 marzo 1850 (lei ne pubblicherà diversi inediti e nel 1877 la prima raccolta di Oeuvres complètes, in 24 volumi).
Honoré de Balzac infatti morì per una peritonite trasformata in cancrena e venne sepolto, con l’orazione funebre tenuta da Victor Hugo, nel cimitero Père Lachaise. I suoi eccessi nel lavoro, oltre al grande consumo di caffè, sembrano aver contribuito a dissolvere rapidamente la sua salma (tanto che già il giorno dopo la morte, la decomposizione veloce, anche a causa della stagione estiva, impedì di fare il calco in gesso per la maschera mortuaria).
Balzac pensava infatti che ogni individuo ha a disposizione una riserva limitata di energia: vivendo intensamente l’uomo brucia la sua vita. Il suo destino sembra ripetere la concreta e drammatica rappresentazione del contenuto di La pelle di zigrino (1831).
Durante la sua vita aveva viaggiato molto, in Ucraina, Polonia, Germania, Russia, Prussia austriaca, Svizzera e in Italia (che appare spesso nei “racconti filosofici”), soprattutto nella provincia francese e nei dintorni di Parigi, puntualmente ripresi nella sua enorme mole di scritti.

La Comédie humaine

È stata definita “la più grande costruzione letteraria di tutta la storia dell’umanità”, ed è certamente una perfetta rappresentazione di quell’invenzione del XIX secolo che fu il romanzo moderno europeo. Tra tutti i romanzieri francesi il nome di Balzac (con la sua Comédie humaine) è il primo che viene in mente quando si volesse o si dovesse raffigurare il panthéon universale di questa forma di narrazione. È quasi un’associazione automatica che lega l’uomo all’opera e l’opera all’epoca.
Tessuto di ragionamenti interessanti e a volte bizzarri, pervaso da uno spiritualismo fumoso e a tratti come interrotto per proseguire oltre, il suo pensiero corre lungo la penna quasi senza riuscire a seguirne la velocità. Pare che non abbia tempo di riflettere mentre si occupa di costruire e nutrire un mondo che però rappresenta in chiave quasi “sociologica” i posti, i tipi e le persone reali della propria vita.
Così come Gogol’, Balzac è convinto che ciò su cui l’artista non pone il suo sguardo rivela solamente l’aspetto vegetativo della vita, e invece è solo nell’opera d’arte che il reale assume significato.
Complice la pubblicazione a puntate, che impone fidelizzazione del lettore, e comunque il sistema di distribuzione in allegato ai giornali che si andava sperimentando per la prima volta, il romanzo di Balzac ha la tendenza a girare attorno a personaggi forti (come per esempio Goriot, Rastignac, o Eugènie, ormai leggendari), a loro volta circondati da molte comparse che ne amplificano l’energia.
La precisione dei termini, la tessitura delle frasi, la più o meno rara scelta di descrizioni e la ricchezza di parole “enciclopediche”, nonché le molte correzioni mostrano quanto fosse ambizioso e ricercato il progetto che sta dietro al suo lavoro, spesso considerato solo vulcanico e istintivo o biecamente realistico, e invece scoperto dalla critica più recente addirittura come “fantastico” e comunque legato al desiderio di fare moderna “epopea”.
Si dice che descriva l’umanità come la vede, senza consolazioni o incantamenti arbitrari, ma lo slancio stesso della scrittura finisce con il superare la mera realtà.
La Comédie humaine (titolo trovato da Balzac nel 1840) comprende 137 opere che includono 95 romanzi, novelle, saggi realistici, fantastici o filosofici, oltre a racconti e a 25 studi analitici (piano da lui dettagliato nel 1842).


Identità corporea e rivalità femminile

Nonostante l’attuale emancipazione femminile constato quotidianamente una forte rivalità sia nei confronti dell’uomo che delle donne stesse. I comportamenti obliqui, screditanti, di negazione, inganno, rimozione, e maldicenti, sono infiniti, subdoli, e sottili.
Freud sosteneva che la rivalità delle donne derivasse dall’invidia dei pene e dal triangolo edipico.
I neofreudiani sostengono che ogni complesso d’inferiorità femminile derivi dall’atteggiamento sociale che agevola l’uomo verso la realizzazione e l’autonomia e di contro condiziona e relega la donna in una situazione di dipendenza economica e di limitazione spazio-temporale. Se tutto ciò corrisponde pienamente a quanto accadeva fino ad una ventina di anni fa, oggi non possiamo più allinearci solo ed unicamente a queste interpretazioni.

L’attuale nevrosi delle donne realizzate nel mondo del lavoro ed economicamente autonome, libere in campo sessuale, nello spazio e nella gestione del proprio tempo, pur avvalendosi delle vecchie problematiche, si fonda anche su di un conflitto inconscio tra vissuto consapevolmente libero da pregiudizi e vissuto archetipico. La storia filogenetica e ontogenetica della donna alberga nell’inconscio prepotentemente in piena antitesi con l’effettiva emancipazione. L’ansia, la depressione ed i comportamenti distruttivi verso il prossimo e se stesse sono variegati. Il corpo di queste donne pur essendo di bell’aspetto mostra la respirazione corta, i piedi piatti o le dita aggrappate, il bacino contratto, le labbra serrate ed il colorito pallido. Le gambe quasi sempre hanno poca forza, nessuna, tra queste donne ha un buon contatto con le profonde emozioni e tantomeno con i vissuti archetipici.

donna-allo-specchio

L’identità corporea di una bambina assume già una sua precisa connotazione sin da quando la madre attende. La gestante è già vincolata alle opinioni precostituite sul femminile, tanto che alla sola idea di partorire una femmina inizia subito a proiettare una serie di costellazioni, di luci e di ombre contrastanti tra il male e il bene. Per una donna la figlia è l’incarnazione del suo alter ego proiettato nel futuro, se la proiezione è positiva la relazione madre-figlia avrà risvolti creativi nel tempo, ma se la gestante perpetua il riflesso negativo dei suoi rapporti difficili con la madre e le sorelle sentite come rivali, le sue emozioni creano continue difficoltà di rapporto. Se inoltre la futura madre costella sulla figlia l’immagine negativa della donna perdente, sfortunata e sottomessa, avrà già nei confronti della bambina un atteggiamento ostile. Se rivive le emozioni di rivalità che aveva sempre provato in questo gioco perverso di proiezioni inconsce la piccola ignara, per sopravvivere, si impegna subito ad adottare meccanismi di difesa rispetto ad una donna strapotente. Le difese per lo più sono di sopravvivenza, giammai di vittoria sulla madre tanto amata quanto odiata e temuta. In tutte le fiabe ed i miti il padre è assente, il suo silenzio, la sua ignavia rispetto alla moglie lo rendono complice dell’infelicità delle figlia più bella, come se inconsciamente ed indirettamente volesse punirla per la sua bellezza che provoca ed alimenta desideri di libidine incestuosa. Inconsapevolmente il padre affida alla madre ed alle figlie meno attraenti, il compito di proteggerlo e di difenderlo da tanto inconscio desiderio proibito. Il beneficio che il padre ne riceve è la sua salvezza dall’incesto, il suo silenzio lo esime dall’assumersi un atteggiamento responsabile. Egli non si assume né la responsabilità di proteggere la figlia dai suoi desideri, né tantomeno di difenderla dagli attacchi distruttivi delle altre donne, anzi sono le stesse donne che lo proteggono dai suoi impulsi incestuosi. Tutto ciò alimenta nella madre e nelle sorelle ulteriori comportamenti distruttivi verso la figlia che il padre preferisce.

Nell’attacco accecante della rivalità femminile, l’illusione è che eliminato l’oggetto della propria invidia il maschio sarà finalmente e completamente proprio. La donna incastrata in questo terribile sentimento, perverso, intenso di invidia, gelosia, rivalità, inconsciamente si riconosce solo nel ripetere all’infinito l’azione distruttiva verso altre donne ma, anche verso gli uomini che vorrebbe possedere fino a distruggerli e a castrarli in ogni loro progettualità creativa. La rabbia verso il padre assente detentore del potere bellico è ancor più infinita. La rivalità non ha limiti: se nella figlia o nella madre la donna invidia la bellezza e la seduttività, nell’uomo invidia il pene, il suo potere sociale, la sua superiorità culturale ed economica. Anche la donna realizzata nel lavoro e nell’amore in senso moderno e nel contempo antico, ha una distruttività che si estende a macchia d’olio contro le altre donne e contro gli uomini, ma soprattutto verso se stessa. Nel suo inconscio ella si vive sempre attraverso l’antica immagine archetipica di un essere inferiore e limitato. Nelle fiabe citate e nel mito di Eros e Psiche le eroine, oggetto di invidia femminile pur essendo anch’esse come tutti gli esseri umani invidiose del potere delle altre donne, usano le loro energie per integrare attraverso il dolore la parte maschile positiva. Il principe oppure Eros non sono che l’animus che la fragile fanciulla rende proprio per divenire forte e per realizzarsi in una sua propria autonomia.
Ella esponendosi al rischio degli attacchi invidiosi e penalizzanti, lotta per trovare il proprio “Sé”. L’energia è utilizzata per sentire la fierezza della propria femminilità e non per scalzare la donna antagonista. Le donne che nella vita continuano ad investire il ruolo delle matrigne, sorellastre e suocere simili ai personaggi delle fiabe e del mito citato utilizzano inconsciamente le loro energia per distruggere l’oggetto della loro invidia fuori e dentro di sé. Come nelle fiabe il circolo vizioso è un boomerang che ritorna loro indietro: l’oggetto dell’invidia, nelle difficoltà da loro create trova la sua forza e la sua realizzazione, mentre loro continuano ad accumulare sconfitte di inutili battaglie”. La perdita di energia è tale che mai queste donne riescono a sentire i loro limiti ma tantomeno la loro luce.

Specchio-Interpretazione-dei-sogni-512x335.jpg

Molte donne in carriera attraverso la rivalità inconscia con la madre rivivono anche il complesso archetipo della fanciulla brutta ed impura. Ancora oggi nelle società primitive l’uomo che vuole sposare una bella ragazza offre al padre denaro o merce in quantità; egli assicura alla futura moglie uno status economico rilevante. Contrariamente, quando un padre si rende conto che sua figlia è brutta o impura, è lui che offre denaro e sicurezza economica all’uomo che accetta di sposarla.. Inconsciamente le donne emancipate ed autonome si vivono una identità corporea deformata. In esse preesiste prepotente l’immagine della donna amorale e non attraente, non meritevole quindi di essere scelta da un uomo disposto a pagare per averla accanto. Esse inconsciamente investono ed impersonano l’immagine della donna brutta ed impura che per essere sposata deve pagare. In una percezione di sé così deformata il complesso d’inferiorità agisce autonomamente con comportamenti distruttivi verso le altre donne ritenute, anche se erroneamente di maggior valore, ma soprattutto verso sé stesse. Più il complesso è inconscio, più assume forza prepotente e distruttiva fino a strutturare sintomi nevrotici. Il lavoro terapeutico sul sogno e sul corpo protende ad aiutare queste donne a sentire e riconoscere il complesso e la forte rabbia che ne deriva. La rabbia è prima convogliata verso la madre ed i fatti contingenti delle relazioni significative familiari, man mano fuoriesce l’ira la paura il terrore verso il collettivo. La storia filogenetica ed ontogenetica che per secoli ha penalizzato i desideri di libertà e autonomia femminile emerge prepotente in contrasto con le istanze di vita moderna. E’ sconcertante, ma dai vissuti onirici ed emozionali, si può constatare come ancor oggi alberghino e si perpetuino nell’inconscio della donna, le antiche crudeli restrizioni, punizioni ed emarginazioni verso il mondo femminile.

La letteratura, la storia ed ancor peggio il codice civile, sono testimonianze eclatanti di tanta ingiustizia sociale. Basti ricordare che fino al 1968 la legge imponeva due anni di carcere alla donna adultera ed altrettanto dicasi per chi abortiva. Ancora oggi si discute se ripristinare la legge contro l’aborto! Sembra un’assurdità ma fin anche andare al mare in costume nei primi dei novecento era ancora un comportamento femminile che il collettivo puniva con l’emarginazione ed il giudizio negativo. Se le donne non sottostavano alle regole imposte dal collettivo maschilista finivano nei manicomi o nei conventi come la monaca di Monza descritta dal Manzoni. Ogni antico tabù verso la natura femminile continua ad agire autonomamente, ancora oggi, in tutti gli uomini e le donne, in netto contrasto con quanto si è codificato nell’ultimo ventennio. Se nell’uomo può essere una difesa verso l’evoluzione della donna, per la donna è il perpetuarsi degli antichi terrori delle disumane punizioni e dell’emarginazione.

L’espressione viva del dolore e della rabbia delle donne in terapia è un grido di disperazione impotente, ma il sostegno del terapeuta, il rilassamento il contatto positivo con i propri colori che emergono dalla propria aura, conferiscono fiducia e fierezza della natura feconda e creativa che appartiene solo al corpo delle donne.  Noi donne abbiamo avuto moltissime motivazioni per maturare; fino a circa venti anni fa ci trovavamo in una situazione di assoluta dipendenza economica, sociale, vincolate a forti limiti sessuali, temporali e spaziali.

L’ulteriore motivazione a superare il limite femminile della rivalità è legata alla relazione d’amore avere un ottimo rapporto psico-sessuale con un uomo adulto capace di essere fedele e sincero, non solo può gratificare individualmente ogni singola donna nella sfera affettiva, ma può dare anche riflessioni costruttive nel sociale.
Laddove esiste la distruttività nelle relazioni affettive, non può neppure esistere la creatività sociale politica ed economica.. L’economia e la politica, tutto quello che accade nella vita, è sempre il riverbero vivo dell’affettività individuale. Divenire solidali tra donne non è motivazione superficiale e narcisistica, è una motivazione che dall’individuale sì estende al collettivo. Mi auguro che questo messaggio induca ogni donna ad una riflessione ponderata e creativa. E’ importante osservare che coloro i quali svolgono il servizio militare o un lavoro dipendente, pur essendo maschi, adottano immediatamente un comportamento di rivalità, analogo a quello delle donne. Molto probabilmente l’uomo sentendosi nella posizione di colui che potrebbe essere scelto da un’autorità, si comporta in modo che possa scalzare i suoi commilitoni, o colleghi. E’ possibile che anche le donne siano rivali tra loro perché inconsciamente sentono di essere l’oggetto scelto dall’uomo ritenuto il detentore del potere. Nei sogni sopra analizzati le due donne invece di essere fiere della loro autonomia si sentono inferiori alle madri solo perché sono state scelte da uomini che le hanno mantenute. E’ come se la donna, nonostante tutte le sue lotte per l’emancipazione, non abbia ancora raggiunto la fierezza della sua identità. Ella è ancorata al desiderio di essere riconosciuta, amata, capita da un uomo. Noto che quando la donna inizia a sentire il proprio corpo come l’unica reale identità che si estrinseca nella vita, nella spiritualità, con propria energia e proprie emozioni, diminuisce il bisogno di mettersi in competizione per ottenere più sguardi e più riconoscimenti. Questo è il traguardo che ogni donna dovrebbe raggiungere. Con la bioenergetica oltre a elaborare i vissuti onirici, si entra nel corpo, nel proprio grounding ossia nel sentire le proprie radici nella terra, nel sentire la propria forza individuale, nel sentire le proprie emozioni e quelle di coloro che ci stanno accanto. Si supera la paura di guardare oltre la facciata, la paura di riappropriarsi della realtà. Quando siamo padroni della realtà possiamo interagire in maniera tranquilla.Il continuo desiderio di essere riconosciuti dagli altri che nelle donne diventa rivalità e nell’uomo diventa desiderio di molteplici gratificazioni narcisistiche, non ci fa più essere reali. Nella ricerca di essere riconosciuti dagli altri la propria esistenza è vincolata e limitata appunto da tale riconoscimento. Ognuno di noi esiste perché respira, perché ha un cuore che batte, perché cammina, perché crea.


Matriarcato. Ginecocrazia. Ovvero la donna al potere.

E’ esistito? Ritornerà? Una freccia di angoscia piantata nell’inconscio del maschio. Se ne parla, si polemizza da millenni sotto la spinta di miti (ma anche di deduzioni storiche) certamente nati nel profondo della sfera emozionale della società patriarcale. La contesa continua ai giorni nostri. Il matriarcato esisterebbe negli Stati Uniti, secondo qualche interpretazione maschile locale evidentemente nata da una situazione fobico-ossessiva che distorce le capacità di giudizio. In realtà la celebre “Momma” americana, (protagonista del fumetto satirico creato dal cartoonist americano Mel Lazarus), che “tenta” di esercitare il potere sui figli adulti senza riuscire a scalfire la sublime indifferenza di questi, calati in una cultura moderno-patriarcale, dimostra l’illusorietà della tesi. Certamente la donna americana ha diritto di protestare, di fare le grandi battaglie femministe o altro ma il potere reale si limita a fare il muro di gomma, con qualche fastidio, come i figli di “Momma”, e a pilotare strumentalmente la società femminile nelle situazioni chiave del momento elettorale.

Niente matriarcato, quindi, visto che il termine significa potere delle madri e potere indica un diritto fondato sulla proprietà delle decisioni politiche, economiche, sociali. Le first-lady degli Usa (le mogli dei presidenti) sorridono con ammirazione-adorazione al loro eroe (che possono anche rimbrottare, col dovuto rispetto), hanno il potere di pubblicizzare le sue crociate più o meno rovinose; le altre fanno le segretarie, le vice di vario tipo e classe, il braccio destro, le cuoche, le pedagoghe, le ricercatrici e altro ma quasi sempre in ruoli secondari… insomma, anche qui, come in tutte le altre parti del mondo, si potrebbe canticchiare, rovesciandolo, il verso della famosa e vecchia canzone, uomo, tutto si fa per te.

E’ sempre esistito, nella storia dell’umanità, questo stato di subordinazione della donna o c’è stato un tempo in cui lei, la madre, ha tenuto in pugno tutti i livelli di potere? Leggende, miti e ricerche storiche (queste ultime spesso viziate dalla soggettivizzazione) portano verso una risposta che propende per la seconda ipotesi. Gli esempi che vengono dalla profondità del tempo e da analisi recenti, sono innegabilmente suggestivi… e questo ci invita a fare una passeggiata a ritroso nella storia.

Cominciamo da uno studio del missionario americano Asher Wright (vissuto fra gli Irochesi Seneca dal 1831 al 1875 osservandone a fondo le consuetudini), il quale ricorda che…

“… per ciò che concerne le loro famiglie al tempo in cui essi abitavano ancora le antiche case lunghe (amministrazioni comunistiche di più famiglie) prevaleva quivi sempre un clan, cosicché le donne prendevano i loro uomini dagli altri clan… Abitualmente la parte femminile dominava la casa… le provviste erano comuni ma guai al disgraziato marito o amante troppo pigro o maldestro nel portare la sua parte alla provvista comune. Qualunque fosse il numero dei figli o delle cose da lui personalmente possedute nella casa, in qualsiasi momento poteva aspettarsi l’ordine di far fagotto e di andarsene. Ed egli non poteva tentare di resistere, la vita gli era resa impossibile, e non poteva far altro che tornare al proprio clan, in altre parole andare a cercare un nuovo matrimonio in un altro clan, cosa che il più spesso accadeva. Le donne erano, nei clan , e del resto dovunque, la grande potenza. All’occasione esse non esitavano a deporre un capo e degradarlo a guerriero comune”.

Ne L’origine della famiglia, il filosofo tedesco Friedrich Engels nota che i resoconti dei viaggiatori e dei missionari, riguardanti la mola eccessiva di lavoro svolto dalle donne tra i

La Venere di Willendorf selvaggi e i barbari, non sono affatto in contraddizione con quanto è stato detto. La divisione del lavoro tra i due sessi è condizionata da cause del tutto diverse dalla posizione della donna nella società. Popoli presso i quali le donne debbono lavorare molto di più di quanto non spetti loro secondo la nostra idea, hanno per il sesso femminile una stima spesso molto più profonda che non i moderni europei.

E infatti ognuno di noi oggi può rendersi conto che la “signora” della società civile, circondata di omaggi apparenti ed estraniata da ogni effettivo lavoro, ha una posizione sociale infinitamente più bassa della donna primitiva, che lavorava duramente ma era considerata presso il suo popolo come una vera signora (lady, frowa, frau hanno il significato di padrona) ed era tale anche per il suo carattere.

Ma torniamo al modello di vita delle tribù irochesi che è quello che si avvicina, dal punto di vista antropologico, al concetto di matriarcato

Dagli studi del gesuita Lafitau, fatti nel 1724, e dai lavori seguenti non risulta che nelle sei nazioni che raggruppano il popolo irochese le donne vengano trattate con particolari riguardi, ma è certo che godono di diritti e poteri di rado eguagliati nella storia nota e provata.

In questa collettività la regola della filiazione passa attraverso le donne e la residenza è matrilocale, cioè sono mariti e figli che vivono in casa della donna – e con tutti i mariti e figli appartenenti alla gens – casa sulla quale governa la “matrona”.

La matrona dirige anche il lavoro agricolo femminile che si svolge in comune sui terreni collettivi di proprietà delle donne della famiglia, distribuisce personalmente il cibo cotto dividendolo fra i nuclei familiari, gli ospiti e i membri del Consiglio.

L’importanza di queste donne è tale che esse fanno parte del Consiglio degli Anziani della Nazione (che ha come unica istanza superiore il Gran Consiglio delle Sei Nazioni Irochesi). La loro opinione è affidata a un maschio ma la voce di questi non può essere ignorata perché la matrona ha – per legge – diritto di veto per quanto riguarda le decisioni su eventuali guerre. Se la donna non ritiene opportuno o giusto il progetto di guerra e gli uomini tendono a ignorare la sua opposizione, ha la possibilità di bloccare ogni operazione bellica semplicemente vietando alla collettività femminile di fornire ai guerrieri le scorte di cibo indispensabili nei lunghi viaggi di spostamento verso il luogo degli scontri e durante le cacce al nemico.

L’antropologa Judith Brown mette in evidenza, in un suo lavoro del 1970, che le matrone irochesi dovevano la loro condizione privilegiata al fatto di controllare l’organizzazione economica della tribù (a loro spettava anche il diritto di ridistribuire il prodotto della caccia del maschio), la qual cosa è possibile, considerata la struttura sociale martrilineare propizia, perché la principale attività produttiva della donna, cioè l’agricoltura con la zappa, non è incompatibile con la possibilità di occuparsi de bambini. La Brown sottolinea inoltre che vi sono soltanto tre tipi di attività economiche che consentono questo “cumulo” di incombenze: la raccolta, l’agricoltura con la zappa e il commercio tradizionale.

Un altro esempio dell’autorità della donna in determinati momenti storici –il termine autorità è certamente più aderente alla realtà dei fatti di quello di potere – ci viene anche dall’epoca in cui visse il Profeta fondatore della religione musulmana.

La collettività femminile si rivela struttura portante della società primitiva nomadi sia israelite che arabe, la tenda (ciuppah) è proprietà assoluta della donna, tanto che questa viene definita “padrona della tenda” o “padrona della casa”. In genere l’uomo non possiede un rifugio e questa consuetudine lo mette qualche volta in situazioni non proprio piacevoli, simile a quella vissuta da Maometto che, dopo aver litigato con tutte le sue mogli, viene cacciato dalla ciuppah senza tanti complimenti e costretto a dormire sotto le stelle come un saccopelista ante-litteram.

La collettività femminile si rivela struttura portante della società primitiva anche in uno studio condotto sugli Hopi, una comunità di indiani Pueblo che dal VI secolo vive nella zona del piccolo Colorado, in Arizona. Quando l’esploratore spagnolo Francisco Colorado li scoprì nel 540, essi vivevano nello stesso tipo di abitazioni usate all’origine della loro storia, divisi in gruppi di circa trecento persone per un totale approssimativo di tremilacinquecento individui. Le notizie più dettagliate sulla vita di questo popolo vengono soprattutto dalle osservazioni fatte sul grande agglomerato di Oraibi, che si è sciolto alla fine del secolo scorso (vedi Uwe Wesel, “Il mito del matriarcato”, Saggiatore 1985).

Riporta Wesel che, come tutti i Pueblo, gli Hopi sono agricoltori e vivono principalmente di mais. Solo di tanto in tanto vanno collettivamente a caccia di conigli. La loro società si fonda sul lignaggio matrilineare e la comunità, che produce e consuma in comune, costituisce la “famiglia allargata” (a residenza matrilocale) formata dalla donna e dal marito, dalle figlie sposate e dai loro mariti, dalle figlie e dai figli non sposati e dai bambini delle figlie. Appare chiaro che la situazione della donna è particolarmente favorevole perché, anche dopo la costituzione della coppia, rimane nell’ambito della propria cerchia familiare. Di conseguenza il legame con il marito non è particolarmente forte mentre è molto sentito il rapporto con la madre, i fratelli e le sorelle.

In questa situazione, il maschio acquisito dal gruppo resta isolato e, in molti casi, vittima di una certa provvisorietà che prende dimensione nel suo licenziamento quando ha esaurito la funzione di inseminatore. I figli, ovviamente, restano alla madre. Tuttavia, prima di ricevere l’eventuale benservito, egli ha l’obbligo di lavorare nei campi della famiglia della moglie, dato che la coltivazione della terra è compito base degli uomini. Le donne si sono riservate il governo della casa, la custodia e l’educazione dei figli, la preparazione del mais. Attività, quest’ultima, piuttosto complicata e faticosa, se fatta individualmente, ma di facile esecuzione con il sistema del lavoro collettivo adottato dalle Hopi.

“La posizione relativamente debole dell’uomo – riferisce Wesel sulla base dei documenti da lui consultati – è dimostrata dalla frequente critica cui il suo lavoro viene spesso sottoposto nella famiglia della donna. Ed è una delle cause delle frequenti separazioni. A Oraibi la percentuale delle separazioni era del 34 per cento. Alice Schlegel, che ha studiato da vicino gli Hopi, afferma che essi sono un caso esemplare per quanto riguarda la posizione favorevole delle donne: in altre parole né il marito né il fratello dominano la donna. Non il fratello, perché quando egli si sposa lascia il proprio nucleo familiare per trasferirsi presso quello della moglie dove, come il marito della propria sorella, è a sua volta trattato da straniero e relativamente isolato. Questo fattore, unito alla forte solidarietà fra le donne (confermata dal lavoro collettivo di macinazione del mais) e all’idea che campi e case appartengono alle donne, ha determinato presso gli Hopi un ordinamento sociale estremamente favorevole al mondo femminile, in atto fin dai tempi remoti”.

ginecocrazia

Dagli esempi citati finora vediamo che matrilinearità e matrilocalità producono un sistema matriarcale, ossia una società nella quale il centro, il punto focale, è costituito dalla donna: ma questo non significa che il potere le appartenga, che abbia la possibilità di decidere globalmente sugli orientamenti della vita sociale. Lo dimostra il fatto che soltanto gli uomini possono diventare gli anziani del villaggio e quindi portavoce del villaggio: su questa nomina le donne non hanno alcuna voce in capitolo. Se l’anziano gode di una posizione estremamente autorevole – s’intende che questa autorevolezza non gli permette di rivoluzionare un sistema sociale, organizzativo e produttivo consacrato dall’esperienza empirica – e anche di privilegi legati al culto, più robusta ancora è la funzione del capo-villaggio, in genere giovane e perciò più duraturo, che viene nominato dal suo predecessore. Anche il capo-villaggio concentra la sua attività nella gestione dei vari culti, settore nel quale le donne hanno scarso accesso (vi sono anche dei culti femminili ma vengono tenuti in scarsa considerazione).

Questa divisione di ruoli non mette in condizioni di inferiorità la donna, visto che praticamente il potere economico è nelle sue mani. Ma non va sottovalutata l’importanza che deriva dalla detenzione dell’autorità religiosa, strumento di grande forza suggestiva, e perciò potenziale strumento di potere.

A questo punto, dopo aver riflettuto sui due modelli sociali descritti, lettrici e lettori saranno ancora in preda al dubbio sollevato dalla domanda iniziale: “Il matriarcato è esistito?”.

Gli storici e gli antropologi – quelli seri, s’intende, che si attengono scrupolosamente al metodo scientifico che richiede prove provate con la massima rigorosità – rispondono con un deciso no. Se ci si attiene ai fatti reali rinvenuti nella storia e alla definizione dell’English Oxford Dictionary dà del termine matriarca identificando questa figura nella donna che ha lo status corrispondente a quello del patriarca, in tutti i sensi della parola, non si può certamente sostenere che nella storia vi sia traccia di istituzioni nelle quali la donna abbia detenuto – oltre a quello familiare – il potere sociale, politico e statuale così come lo detiene l’uomo nell’ambito del patriarcato.

Dunque no, il matriarcato non esiste. Anche se i ricercatori e gli antropologi dell’Ottocento (valga per tutti Joahann Jakob Bachofen, lo scienziato tedesco autore, fra l’altro, de Il potere femminile) hanno scritto fiumi di parole per dimostrare il contrario.

Eppure questa idea del matriarcato è un fantasma costantemente presente nella cultura maschile. Appare molto spesso nella letteratura impegnata come nella novellistica o altra letteratura d’evasione. L’idea della donna al potere e del potere della donna sconvolge e terrorizza gli scrittori protocristiani e li porta a scrivere lunghe e deliranti elucubrazioni sui poteri malefici della donna, presa nella sua singolarità, e della società femminile. Perché dunque questa ossessione, questo incubo, ricorrente nei secoli, per una situazione mai esistita? C’è dietro forse l’inconscia paura nei confronti della donna, questo “altro”, questo misterioso, complesso essere che il maschio primitivo si trova accanto. Un essere il quale – senza che l’homo erectus riesca a spiegarsene la ragione – riesce magicamente a far uscire dal suo corpo un’altra creatura vivente fatta a sua immagine e somiglianza, un essere che ad ogni luna perde sangue da una misteriosa ferita eppure non muore. Un essere misterioso come la Grande Madre Terra, anch’essa dotata di una forza inspiegabile e vitale. Un essere che può ridurre l’uomo in una condizione totalmente subalterna?

Un interessante risposta ci viene dall’antropologa Ida Magli.

“L’itinerario affettivo e psicologico seguito da Bachofen, e sulla sua scia dagli altri assertori del matriarcato, è di grande importanza proprio per queste contraddizioni e va analizzato con cura perché dischiude via via a chi lo osserva meravigliosi e significativi orizzonti su ciò che rappresenta la femminilità nell’inconscio maschile: visioni, immagini, desideri, timori, sogni, angosce, speranze dalle quali è scaturita, con una corrispondenza che affascina e sgomenta, l’immensa costruzione culturale, il castello simbolico nel quale la donna è racchiusa a fondamento e garanzia dell’Artefice maschio. Sfilano così, dinanzi agli occhi stupiti e ammirati di chi legge, associazioni illuminanti e straordinarie, quali solo la ferrea razionalità dell’inconscio può suggerire, e si proietta attraverso l’opera di un Bachgofen, di uno Schmidt, di un Briffault, l’immagine femminile che gli uomini accarezzano e

Per Bachofen il numero due è femminile, perché allude al dualismo originario sedimentano dentro di sé e che si rispecchia nella cultura: un’immagine oscura e luminosa, chiara e ambigua, tenera e crudele, protettiva e pericolosa, debole e potente, portatrice di vita e di morte”.

“Si nota chiaramente in questo quadro” afferma ancora Ida Magli in Matriarcato e potere delle donne (Feltrinelli 1982), “come i caratteri della femminilità, nell’attività, fantasmatica dell’uomo, si associno sempre, malgrado la loro apparente grandezza, a elementi negativi, nefasti. Per Bachofen il numero due è femminile, perché allude al dualismo originario, ma esso diventa perfetto soltanto nell’era del padre, della mascolinità, elevandosi alla perfetta armonia del “tre”.

Infatti, continua implacabile la Magli, il principio tellurico religioso è femminile, ma materiale e inferiore, mentre quello superiore, cosmico, si realizza con il principio della luce, che è maschile… la donna è la terra, ma la terra è una forza materiale, mentre l’uomo è il principio spirituale, per cui il diritto materno caratterizza uno stadio dell’umanità la cui concezione religiosa individua nella materia, ossia nella terra, la sede più certa della forza materiale. Il diritto della terra quindi è un diritto sanguinario e feroce che non conosce altra sanzione che la morte; esso caratterizza un’epoca triste, opprimente, selvaggia, l’epoca in cui l’aspetto delle Erinni, immagini femminili della morte, è quello di una schiera grondante di tanto sangue che esse stesse ne sono sazie”.

Le connessioni che Bachofen individua fra la mitologia, simbolismo, religioni e immagini femminili della cultura sono così suggestive e racchiudono una tale verità maschile, che basterebbero da sole a testimoniare del fatto che le strutture culturali sono opera del maschio, proiezione esclusiva della sua visione del mondo. Ed è questa verità, al tempo stesso psicologica e culturale per l’inestricabile interazione che esiste fra l’inconscio e cultura, che ha impedito agli antropologi di accorgersi di quanto fossero fantasiose e irreali le loro descrizioni del Regno delle Donne.

Potremmo dire a questo punto, arrivando paradossalmente a conclusioni opposte a quelle della professoressa Magli dopo essere ricorsi alla sua peraltro esatta e affilata analisi, che il matriarcato esiste. Esiste in quanto è nel conscio e nell’inconscio del maschio, dell’intera società maschile. E’ solo idea, idea ossessiva per l’esattezza, ma le idee, consce o inconsce che siano, pilotano il comportamento sociale. Se questa idea, chiusa nell’archivio storico dell’inconscio collettivo maschile, non viene riportata alla luce e analizzata, il matriarcato, o, se si preferisce, la paura del matriarcato, continuerà ad esistere. Continuerà ad esistere quella paura della donna – perché questa idea altro non è – che rende affollati gli studi degli psicanalisti.

Una paura che viene da lontano, dai territori della mitologia dove prendevano corpo terrori, problematiche e simbologie espresse dall’uomo diventato padrone dell’immaginifico.

L’uomo, il maschio storico, teme continuamente di perdere il potere, e questo timore lo esprime attraverso tutti i suoi mezzi i comunicazione, dalla letteratura, all’arte, alla musica. Per questo egli immagina che la dama di Ragnell risponda, quando re Artù le chiede quale sia il desiderio femminile contemporaneamente più sublime e più abbietto:

“Sire, c’è una sola cosa in cima ad ogni nostro pensiero che tu adesso devi conoscere: noi desideriamo sull’uomo, più che su tutte le cose del mondo, avere imperio”.

Questa paura trapela anche dalle pagine dell’Antropologia pragmatica (1798) scritta da quel grande pensatore tedesco che fu Immanuel Kant. Disquisendo sulla sete di potere il filosofo afferma che “per quel che riguarda l’arte di dominare direttamente, come, per esempio, quella della donna per mezzo dell’amore verso di sé che essa ispira nell’uomo, per asservirlo ai propri fini, essa non è compresa sotto questo titolo, perché non comporta nessuna violenza, ma sa dominare i suoi soggetti col proprio fascino. Non che il sesso femminile, nella nostra specie, sia privo dell’inclinazione a dominare quello maschile (il contrario è vero) ma esso per il suo scopo di dominio non si serve del medesimo mezzo di

Donne dell’antica Greciacui si serve l’uomo, cioè non del privilegio della forza (che qui si sottintende nel termine dominare) ma di quello dell’attrattiva, che include in sé un’inclinazione dell’altra parte a lasciarsi dominare”.

Il fantasma alberga anche nella mente del più grande poeta tedesco, Wolfgang von Goethe (1749-1832), che nel primo atto del Faust fa dire a un personaggio:

“Le madri! E’ sempre come se mi colpisse un fulmine. Che cos’è questa parola che non mi piace sentire?”

Ma torniamo ora alla ricerca delle origini dell’idea di matriarcato (che ispira reverenziale timore) verso tempi molto più lontani, all’età della pietra, nella quale l’archeologia è andata a strappare testimonianze che permettono di sostenere abbastanza solidamente la convinzione che ai primordi della storia la dimensione donna abbia avuto nella vita del maschio un ruolo dominante.

In questo periodo lungo circa 25mila anni, troviamo che l’immagine scultorea, sia che provenga da Willendorf, nella Bassa Austria, dove venne trovata la famosa Venere, o dalle caverne di Laussel in Francia, o da altri posti, ha sempre fattezze femminili. Altri reperti con queste indicative caratteristiche sono stati portati alla luce nelle steppe russe, nella valle dell’Indo, nell’Asia centrale e nel bacino Mediterraneo. Rappresentano la più antica forma d’arte e le prove archeologiche più ricorrenti sul mondo antico. Fra questi muti testimoni di pietra la figura maschile appare rarissimamente o è del tutto inesistente.

Queste figurine femminili sono stranamente attraenti.

“Personalmente sono sempre rimasto particolarmente colpito dalla cosiddetta Venere di Willendorf”, scrive Wolfgang Lederer (psichiatra e psicanalista viennese che si è trasferito negli Stati Uniti nel 1983), in Ginofobia (Feltrinelli 1973). “In effetti non era proprio una tipica bellezza, neanche per la Vienna fra le due guerre, dove le rotondità erano più apprezzate che nell’America odierna. Nessuna delle gaie signore amanti della buona tavola… aveva la stessa massa adiposa o se ne avvicinava anche lontanamente. Ma nessuna di loro aveva la medesima compostezza. Nell’inclinazione della testa, dalla accuratamente pettinata, nelle braccia graziose gentilmente ripiegata sugli smisurati seni penduli mi sembrava di scorgere un’espressione di sereno orgoglio; nei rotoli increspati di grasso sopra la pancia e i fianchi, nelle natiche e cosce enormi, una forte determinazione; in quell’atteggiamento completamente assorto, un grande senso di sicurezza”.

“Fra tutte le statue che ho visto”, osserva Lederer, “mi è sembrata l’unica capace di stare in qualunque luogo: imperturbabile, distaccata. Non ha bisogno di volto: tutto quello che conta in questo mondo non sembra stare attorno, ma dentro di lei”.

Di queste statuette ne esistono diverse e sono analoghe. Hanno in comune la nudità, le elaborate pettinature, gli ornamenti, l’enfatizzazione delle dimensioni delle fonti della vita ossia il seno e la zona pubico-genitale. Alle volte si ricorre alla stilizzazione, come nelle Cicladi e in Anatolia, con la quale la figura femminile viene sintetizzata in un basamento rialzato scolpito nel marmo. Ma comunque tutte le immagini, siano stilizzate siano realistiche al massimo, esprimono con estrema potenza la stessa interiorità e autosufficienza.

Queste donne erano dee, afferma con sicurezza lo studioso, e per un arco di tempo cinque volte più lungo di un’epoca storica – e molto più a lungo di qualsiasi altra divinità – sono state le sole ad essere venerate.

E’ da notare, per capire l’idea di potenza femminile che viene introiettata dal maschio, che in genere queste figure non hanno piedi: sono di terra e piantate nella terra, fermate nell’atto di sorgere: è la nascita dalla grande matrice, matrici a loro volta. Questi simulacri venivano adorati nelle caverne naturali o nelle fessure della terra, o in caverne costruite dall’uomo che erano templi bui ottenuti ammassando le une sulle altre enormi lastre di pietra (caverne, buio, anfratti sono chiari simbolismi con i quali il maschio primitivo esprime la sua tremante reverenza nei confronti del mistero della nascita, quel mistero custodito nel corpo di questa sua compagna che ha un potere tanto più grande del suo).

Il potere di generare, di nutrire, di popolare il mondo identifica la donna con la terra, con la quale ha in comune sia il potere di generare sia l’imprevedibilità catastrofica che fa parte del ciclo di momenti evolutivi ma che l’uomo definisce con il termine crudeltà. La Terra dunque, con tutta la sua potenza, è il femminile, l’origine, il principio dell’umanità, la Grande Dea dalla quale discende ogni cosa.

Certo questa è una costruzione maschile, come afferma Ida Magli (e con lei Simone di Beauvoir ed altre autrici di indubbio valore). Ma a questo punto sorge una legittima domanda: perché l’uomo non ha messo sé – già in quei lontani tempi – al centro dell’universo nel ruolo del Grande Dio fecondo, custode dei grandi misteri?


Klaus Nomi – Total Eclipse 1981 Live


Quills – La penna dello scandalo

Goditi “Quills – La penna dello scandalo” on line

 

quills

 

Francia XVIII secolo. La Rivoluzione Francese ha mandato alla ghigliottina gran parte della nobiltà; il “piccolo” Napoleone siede sul grande trono di Francia, ma oltre ad occuparsi della politica e dell’economia del paese si preoccupa anche della sua morale.
L’ultima “fatica letteraria” del Marchese De Sade circola clandestinamente ovunque e con grande successo di pubblico. Le poche pagine lette di “Justine” mandano l’Imperatore su tutte le furie: dal momento che rinchiuderlo nel manicomio di Charenton non è stato sufficiente a fermare la sua indecente prosa, si rende necessaria una nuova e definitiva cura. Il dottor Royer-Collard viene incaricato di trovare un rimedio opportuno.
Il marchese è in effetti da lungo tempo rinchiuso in una stanza del manicomio. Tra agi e ricca mobilia scrive senza sosta seguendo il consiglio del giovane abate Coulmier, che ritiene questo il solo modo per ripulire l’anima dalle immonde sozzure che la mente del marchese riesce ad immaginare. Ma il pubblico, fuori da quegli alti cancelli non aspetta altro che leggere le avventure dei “sadici” personaggi e la giovane lavandaia del manicomio Madeleine, la più entusiasta ammiratrice, si trasforma in un’intraprendente e estremamente collaborativa “agente letteraria” ante litteram.

Partendo da un episodio vero – il dottore inviato da Napoleone per una cura definitiva – l’autore teatrale e sceneggiatore del film Doug Wright, ha creato una storia basata più sullo spirito di Sade, sulla sua “cupa e velenosa estetica”, che non sui fatti della sua vita.
“Quills” è nella sua totalità una “licenza poetica”, come afferma lo stesso Wright: “Ho messo in bocca al compianto Marchese delle parole, componendo delle storie nel suo stile anziché razziando dai suoi romanzi”.

La vita del Marchese che ha realmente passato 30 anni in prigione per crimini come lo stupro e la pornografia, si trasforma con Wright e la regia di Philip Kaufman in una storia di follia e amore a tratti esilarante e a tratti persino commovente. Si sviluppa sotto gli occhi dello spettatore una battaglia tra la carnalità e l’amore e tra la spietatezza della censura e le imprevedibili conseguenze della libera espressione.
Nella frenesia creatrice del Marchese, che arriva ad utilizzare ossa di pollo e vino pur di scrivere le sensuali avventure delle sue eroine, si legge un desiderio di rivalsa, un incessante combattimento per affermare la propria vitalità. Un ritratto complesso e contraddittorio di una personalità difficile da dominare perché brillante e blasfema, apparentemente sensibile ma anche piena di impulsi malvagi. E Geoffrey Rush ne è il magnifico interprete: in equilibrio tra tutte le contraddizioni e gli eccessi del personaggio, riesce a restare sempre credibile e affascinante mentre combatte strenuamente la rigida e nascostamente perversa personalità del dottore (Michael Caine), o tenta di attirare a sé la giovane Madeleine (Kate Winslet) o conquistare l’abate Coulmier (Joaquin Pheonix) con discorsi imbevuti di doppi sensi di cui l’incontenibile Sade sembra essere grande e irraggiungibile maestro.

Verità storiche e leggende:
Nelle sue memorie Napoleone menziona di aver scorso “il più abominevole libro che una immaginazione depravata abbia mai concepito” riferendosi a “Justine”.

Si dice che a Charenton Sade si sia innamorato di una lavandaia di nome Magdeleine che frequentava regolarmente il suo appartamento e che lui le insegnò a leggere e a scrivere.

L’abate Coulmier, in realtà gobbo e alto un metro e trenta, permise al Marchese di occuparsi del teatro di Charenton che come parte della terapia metteva in scena delle pièces interpretate dai pazienti; alcune di queste pièces furono scritte dallo stesso Sade seppur con toni più austeri e sobri dei suoi romanzi.

Il dottor Royer-Collard arrivò a Charenton nel 1806: conservatore e moralista organizzò un raid della polizia in cui venne confiscata la maggior parte del lavoro di Sade.

Il Marchese morì a Charenton il 3 dicembre 1814; nonostante le sue esplicite istruzioni, venne sepolto nel cimitero di Charenton. I suoi scritti rimasero ufficialmente proibiti in Francia fino a tutti gli anni sessanta.

Anno: 2000
Paese: USA, UK, Germania 
Genere: drammatico / storico 
Durata: 119 minuti
Regia: Philip Kaufman

Cast: 
*Geoffrey Rush: Marchese de Sade
*Kate Winslet: Madeleine ‘Maddy’ LeClerc
*Joaquin Phoenix: Abbé de Coulmier
*Michael Caine: Dr. Royer-Collard
*Billie Whitelaw: Madame LeClerc
*Patrick Malahide: Delbené
*Amelia Warner: Simone
*Jane Menelaus: Renee Pelagie
*Stephen Moyer: Prouix 


German Stepanovič Titov: doveva essere lui il primo uomo a volare nello spazio

Grazie a Federico Bernardini che ha coniato questo articolo … sono onorata di proporvelo 😀

lurlodimunch

“Io credo nell’Uomo, nella sua forza, nelle sue possibilità e nella sua razionalità” (German Stepanovič Titov) 

L’11 settembre del 1935 nasceva a Polkovnikovo, nell’Unione Sovietica, German Stepanovič Titov, entrato nella storia per essere stato, a bordo della navicella Vostok 2, il secondo uomo a volare nello spazio ma, come vedremo, sarebbe dovuto essere il primo. Era il 6 agosto del 1961 e quella data, allora avevo otto anni, rimarrà per sempre impressa nella mia memoria.
Si era allora in piena “Guerra Fredda” e la competizione tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti era ai massimi livelli, in tutti i campi.
Per i Sovietici precedere gli Americani nella corsa allo spazio era un punto d’onore e in quell’impresa essi impegnarono ogni risorsa economica, scientifica e tecnologica, mettendo in campo i loro uomini migliori.
Un’impresa di grande importanza politica, militare e propagandistica, densa di contenuti simbolici: il primo uomo a orbitare intorno…

View original post 281 altre parole


Taoismo : Le sacerdotesse giapponesi e il Tao del sesso

Tao ha dato vita a tutto ciò che esiste, ma non può né essere visto né percepito; è al contempo ovunque ed in nessun posto. La sua totalità non può essere recepita dalla ragione, anzi, solo svuotando la mente e sprofondando in uno stato di silenzio e consapevolezza interiore, è possibile cogliere il Tao.  L’unione sessuale, pertanto, è importante nella prospettiva in cui acuisce la capacità di percepire attraverso i sensi e contiene i processi razionali. Inoltre, poiché per dare origine alla creazione, il Tao, si è dovuto dividere nel principio femminile (Yin) e in quello maschile (Yang), il rapporto sessuale, allude al ritorno trascendentale all’Unità primigenia. Perciò è comprensibile che le indicazioni in fatto di sesso facciano parte integrante della dottrina del Tao, di cui occorre seguire i principi per arrivare a padroneggiare completamente la propria condizione umana.

tao_wallpaper__yvt2

Una vita dedita tecniche mistiche e spirituali. L’atto sessuale diviene un mezzo per reperire energie vitali. Uno stile di vita, atto esclusivamente della ricerca dell’Elisir dell’immortalità, onde poter trasformare l’essere della sacerdotessa  in sostanza eterea ed eterna.  Nel corpo che non invecchia , non soffre e non si piega al moderno stile di vita.

Alcuni sostengono che esistono sacerdoti millenari. In questo essa è consona con uno dei principali interessi della tradizione giapponese, il prolungamento della vita e la ricerca del corpo di gloria: così il seme umano diviene un Elisir di eterna giovinezza genera e rigenera, ovvero il che liquido che berrà e che la renderà immortale.

Il principio fondamentale del Tao del sesso è rappresentato dalla necessità, per l’uomo, di trattenere il proprio seme. Il controllo dell’eiaculazione si può ottenere e affinare attraverso svariate tecniche, spesso complementari tra loro, esposte dai testi taoisti.

La tradizione taoista infatti afferma l’esistenza di un conflitto tra i due sessi, generalmente rappresentato come opposizione naturale e gioco dinamico tra l’Yin e Yang, che si esprime concretamente nei rapporti sessuali. In questo conflitto, l’uomo è la parte più debole della coppia, perché, a differenza della donna, disperde energia con l’orgasmo, eliminando, ad ogni eiaculazione, milioni di spermatozoi, ognuno potenzialmente in grado di generare un nuovo essere umano.

Secondo il taoismo, la produzione di un seme (Yin) così potente richiede circa un terzo del fabbisogno energetico quotidiano e fiacca soprattutto il sistema ghiandolare e immunitario, debilitando il soggetto e rendendolo più vulnerabile. Il maschio si trova perciò in una situazione di svantaggio nei confronti della donna, la quale gode invece di un’energia Yin considerata inesauribile, e può arrivare a nutrire nei suoi confronti un inconsapevole risentimento. Questa teoria sembrerebbe ùr luce, almeno in parte, sul perché gli uomini abbiano sempre cercato di reprimere e relegare in posizione subalterna le donne.

Attraverso le sue tecniche per la ritenzione dello sperma, dunque, il Tao del sesso si propone di correggere questa disparità, al fine di creare un rapporto più equilibrato e disteso tra i due sessi e quindi una società più armonica. Evitando l’eiaculazione, il percorso dell’energia dal basso verso l’alto non s’interrompe e consente quindi il dischiudersi di quei canali che dagli organi genitali arrivano alla testa e poi scendono fino all’ombelico lungo la parte anteriore del corpo. In questo modo, grazie al processo di espansione, attraversa gli organi vitali e riequilibra i centri energetici. Tuttavia, perché ciò si verifichi, i taoisti consigliano di evitare la sessualità non illuminata dall’amore, perché produce squilibrio tra le forze fisiche, mentali e spirituali e ostacola il vero sviluppo interiore.

kitagawa_utamaro_comparison-of-celebrated-beauties-and-the-loyal-league_scene6_1797

Esoterismo taoista una dimensione operativa ed empirica (Alchimia esteriore, che fa uso di sostanze materiali) ma essa si colloca in secondo piano rispetto al alchimia interiore, che utilizza le “essenze” delle sostanze, e col tempo si fa sempre più spirituale. Poichè  i processi alchemici si svolgono nel corpo dell’adepto, la trasmutazione dei metalli corrispondono al perfezionamento e alla realizzazione dell’uomo. Secondo la filosofia taoista, tutto ciò che esiste partecipa della natura dei due principi fondamentali, lo yin e lo yang, combinati in varia misura in tutte le sostanze. A poco a poco, lo yang viene identificato come perfezione assoluta ed il corpo della donna/sacerdotessa diviene calice della vita.

Una ricerca della perfezione ricca di contraddizioni di ossimori ma estremamente affascinante, che ancora una volta sottolinea la sacralità dell’unione fra uomo e donna e del potere che da essa viene sprigionato. Glorificando l’unione ed elevandola ad atto sacro.

Per poter comprendere questo cammino mi sento di consigliarvi un libro, che NON parla di queste tecniche , ma che esplora profondamente il mondo delle donne giapponesi e delle sacerdotesse. Forse avvicinando ci ad un mondo un modo d’essere e di vivere completamente diverso dal nostro. “La virtù femminile” di Setouchi Harumi.

tao

LA SUPERIORITA’ SESSUALE DELLA DONNA

Secondo i taoisti, la superiorità della donna in campo sessuale ha dei motivi biologici: i suoi organi sessuali devono essere in grado di svolgere compiti assai gravosi come la gravidanza, il parto e l’allattamento. Ma anche la donna perde energia attraverso i suoi organi genitali, e lo fa non con l’orgasmo bensì con le mestruazioni. Il sistema sessuale femminile è composto di quattro parti – la vagina, l’utero, le ovaie ed i seni in relazione tra di loro.

Si tratta di una relazione evidente durante la gravidanza, il parto e l’allattamento, eventi durante i quali le mestruazioni si interrompono. Nella gravidanza, il sangue che altrimenti sarebbe andato perduto va invece a nutrire il feto. Dopo la nascita, lo stesso sangue si trasforma in latte. Le mestruazioni riprendono soltanto dopo l’allattamento.

Attraverso un particolare metodo denominato “Esercizio del Daino” (lo stesso che, in un’altra forma, consente di controllare anche l’eiaculazione maschile), è possibile stimolare gli organi sessuali femminili e bloccare le mestruazioni. Quando lo si pratica, il corpo reagisce come se ci fosse un bambino a poppare regolarmente, e il sangue affluisce al seno, invece che nell’utero, ridando energia a tutto il corpo. Per millenni questo metodo è stato usato – non solo per la pianificazione familiare, ma anche per conservare un aspetto giovanile – da molte donne che sono così riuscite a mantenere la loro bellezza anche dopo aver dato alla luce vari figli.

chiavi del piacere.png

La tecnica in questione, come le altre tecniche sessuali taoiste, è piuttosto complessa e va spiegata con molta precisione. Perciò, a chi fosse interessato alla sua applicazione consigliamo quantomeno di leggerla attentamente su “Il Tao del sesso” del dottor Stephen Chang (Edizioni Mediterranee), insieme a numerose altre tecniche per la coppia.

Su “Tao Yoga dell’amore” del maestro tailandese Mantak Chia (Mediterranee), invece, si possono trovare soprattutto delle tecniche che consentono di sviluppare la potenza sessuale maschile, oltre a dettagliati esercizi da eseguire in coppia (possibilmente con la supervisione di una guida esperta) per trasformare l’energia sessuale. Chia spiega che, durante l’eccitazione sessuale, il ching, l’essenza gonadica accumulata negli organi genitali, si espande rapidamente fino ad affluire ai centri superiori del cuore, del cervello e delle ghiandole.

Evitando l’eiaculazione, questo viaggio dell’energia verso l’alto non s’interrompe, e consente quindi l’aprirsi di canali che dagli organi genitali arrivano alla testa lungo la colonna vertebrale e poi, lungo la parte anteriore del corpo, scendono fino all’ombelico. Così, l’energia sessuale in espansione attraversa tutti gli organi vitali ed armonizza i chakra. Tuttavia, perché ciò si verifichi, i taoisti consigliano di evitare la sessualità non illuminata dall’amore, perché produce squilibrio tra le forze fisiche, mentali e spirituali ed ostacola il vero sviluppo interiore.


Joan Baez – Don’t cry for me, Argentina


Immagine

L’uomo, giunto al termine della civilizzazione, dovrà ritornare alla nudità: non alla nudità inconsapevole del selvaggio, ma a quella conscia e riconosciuta dell’uomo maturo, il cui corpo sarà l’espressione armoniosa della sua vita spirituale. Isadora Duncan, Lettere dalla danza, 1928 (postumo)

383681_125447380902736_125431094237698_126594_1071002170_n


Uno sguardo al Palazzo….. Giulia di Vita


Renata di Francia Valois Orléans 1510 – Montargis 1575

Renata di Valois Orléans, secondogenita di Luigi XII di Francia e di Anna di Bretagna, rimase presto orfana di madre (1514) e padre (1515). Fu educata alla corte del re Francesco I ed ebbe come precettore Jacques Lefèvre d’Etaples, che le fece conoscere le dottrine protestanti in un quadro di filosofia umanistica. La sua cultura generale si fondava sullo studio della filosofia, della storia, delle matematiche, dell’astrologia, della lingua greca e latina e, come afferma un biografo, volle anche «penetrare nelle questioni di teologia, secondo l’uso e l’abuso delle femmine del suo paese, che amano di farla da dottoresse, anche della religione». Alcuni la dipinsero come «una pallida stella nel firmamento che luccica alla corte dei Valois». Negli anni giovanili ella fu attorniata da «una consorteria di femmine, ristretta nel numero, composta non solo da Margherita di Navarra, ma anche da Anna Bolena, dalla zia Filiberta di Savoia, dalla regina Claudia, da madame d’Etrangues».

RENATA-DI-FRANCIA-Clouet-350
Nel 1528 venne suggellata l’unione tra Renata ed Ercole d’Este, figlio di Alfonso I e Lucrezia Borgia. Altri illustri pretendenti ne avevano chiesta la mano: Carlo, erede al trono d’Asburgo, Enrico VIII d’Inghilterra, il figlio dell’Elettore del Brandeburgo. Cerimonie fastose si tennero in occasione delle nozze a Parigi e a Ferrara. Il seguito francese di Renata era numeroso: Madame de Soubise, quattordici damigelle, tre segretari, un elemosiniere, un medico, uno speziale, chierici, valletti, cuochi e servitori. In dote Renata portò il ducato di Chartres, la contea di Gisors e i possedimenti attorno al castello di Montargis. Il distacco dalla terra natale non fu indolore per lei, che restò molto devota alla casa dei Valois. Renata ed Ercole ebbero cinque figli: Anna (1531); Alfonso (1533), designato successore del padre; Lucrezia (1535), che sposerà il duca di Urbino; Eleonora (1537), musa del poeta Torquato Tasso; Luigi (1539), cardinale d’Este.
Dopo la notte dei placards del 18 ottobre 1534, molti protestanti fuggirono anche verso l’Italia, fra i quali Clément Marot, poeta, giunto nel 1535 alla corte di Ferrara, il quale nel 1528 aveva dedicato a Renata il “Chant nuptial du mariage de Madame Renée”. Il poeta entrò, inizialmente, anche nelle grazie del duca Ercole II, il quale lo volle come compagno di un viaggio a Roma, per l’ottenimento di un’investitura. Marot divenne poi segretario di Renata e venne compensato con duecento lire annue. Egli si trattenne a corte fino al mese di aprile 1536. Nel frattempo Ercole II maturò una certa insofferenza nei confronti di Madame de Soubise. Nelle sue lettere egli si lamentò del modo di fare della dama, secondo lui responsabile di incoraggiare interessi contrari a quelli della corte ferrarese. Il duca sottopose così a controllo la corrispondenza della moglie indirizzata in Francia. A partire dal 1534 si crearono dei dissapori. Nel 1536 la Soubise rientrò in Francia, seguita dal vescovo di Limoges.
Renata era rinomata per la sua benevolenza nei confronti dei visitatori francesi. Si presentò a corte anche Calvino, fuggito da Ginevra, il quale soggiornò presso Ferrara a partire dal 1536 e divenne una guida spirituale per Renata. Scrive Theodore de Bèze: «Appena ebbe pubblicato l’Istituzione, Calvino fu preso dal desiderio di andare a vedere la duchessa di Ferrara… principessa di cui si vantava allora la pietà…». Dopo la partenza da Ferrara Calvino e Renata proseguirono la loro relazione sul piano epistolare.
Finché Renata interloquì con i savants interessati alle lettere ed alle arti, Ercole II condivise i suoi gusti, essendo anche lui cultore dell’antichità e delle lettere. A corte si era costituita un’accademia e, scrisse il Baruffaldi, tra le “Notizie delle accademie ferraresi”, nel 1787, essa «fece onore alle lettere, ma ne fece molto meno al clero cattolico».
Il cenacolo si riuniva nella Villa di Consandolo, presso Argenta, e vi partecipavano Celio Secondo Curione (che permise alla duchessa di studiare il “Commentarium in Mattheum”, del pastore Heinrich Bullinger), dotti tedeschi, ex agostiniani come don Gabriele da Bergamo e don Stefano da Mantova, Pier Paolo Vergerio (che fu anche presso la corte di Vittoria Colonna, Eleonora Gonzaga e Margherita di Navarra); Giulio Della Rovere (pastore a Poschiavo); Isabella Bresegna (convertìtasi alla religione protestante); Paolo Gaddi (pastore della chiesa cremonese, esule dal 1550 al 1552), Celio Calcagnini, Lilio Giraldi, Bartolomeo Riccio, Marcello Palingenio, Marcantonio Flaminio, Pier Martire Vermigli, Bernardino Ochino, Lavinia della Rovere, Olimpia Morata (compagna di studi delle figlie di Renata, Anna e Lucrezia); Antonio Pagano e Ambrogio Cavalli, tesoriere della duchessa dal 1547 al 1554. La duchessa prese le difese del Cavalli, di Cornelio Donzellino, di Ludovico Domenichi, Fanino Fanini e Baldo Lupatino, condannati dal clero cattolico, e dei valdesi, senza riscuotere molto successo. Ufficialmente la duchessa con la famiglia partecipò all’incontro con Paolo III, che si recò a Ferrara nel 1543.
Ercole II divenne insofferente alle frequentazioni e all’impegno spirituale della moglie e scrisse al re Enrico II di Francia il 27 marzo 1554, preoccupato per la salvaguardia della cristianità della consorte, «sedotta da qualche furfante luterano». Il re inviò a Ferrara Matthieu Ory, dottore in Teologia, priore dei domenicani a Parigi e inquisitore generale. Calvino, a sua volta, le fece rendere visita da François Morel, nella speranza di aiutarla. Il 7 settembre del 1554, dopo averle sottratto la tutela delle figlie, condotte in convento, Ercole la fece rinchiudere nelle stanze del cavallo al castello e la indusse a cedere. Renata, per timore di perdere ciò a cui teneva, in primis il legame con le figlie, si rassegnò. Dopo dieci giorni di riflessione, si confessò e si comunicò secondo il rito cattolico. Per altri cinque anni Renata rimase a corte. Dal febbraio 1555 il duca Ercole II divenne il gerente degli affari di Renata. Nel 1560, dopo la morte del marito avvenuta nell’ottobre del 1559, Renata tornò in Francia, in un clima reso confuso e pesante dalle guerre di religione. Ella rimase legata alla figlia Anna, sposatasi con Francesco di Guisa (combattente sul fronte avverso) e apprezzata da Caterina de’ Medici, con la quale avrebbe intessuto relazioni diplomatiche. Inoltre coltivò l’amicizia di Jeanne d’Albret, figlia di Margherita di Navarra. Renata fu presente agli Stati Generali d’Orléans al colloquio di Poissy, nel settembre 1561, in occasione del quale cattolici e protestanti cercarono di accordarsi e di stabilire una tregua. La nobildonna viaggiò fino alla Linguadoca e al Delfinato per prodigarsi in favore dei bisognosi e dei perseguitati. Nel castello di Montargis trovarono rifugio cattolici e protestanti, non sempre d’ accordo, il che costrinse Renata ad emettere delle ordinanze per governare i conflitti. Ella edificò una chiesa, dove si celebrò la “cena del Signore” secondo il rito riformato. Durante la guerra civile Montargis subì l’assedio in seguito all’attacco a Bourges e a Orléans, da parte delle truppe reali che inseguivano gli ugonotti.
Il 22 marzo 1568 venne stipulato il trattato di pace di Lonjumeau. Montargis veniva considerato «un nido di eretici». Il 26 settembre 1569 a Renata fu imposto di mandare via 460 persone dal castello. Nel 1572 nei giorni in cui si celebravano le nozze del re di Navarra con Margherita di Valois a Parigi, alle quali Renata assistette, si consumò la strage di San Bartolomeo. La vita di Renata non fu messa a repentaglio, trovandosi a dimorare lontano dai luoghi dove avvenne la carneficina. Per giunta, durante la notte tra il 23 ed il 24 agosto, le sue stanze furono tenute d’occhio dalle guardie di suo genero, il duca di Nemours e nel fare rientro a Montargis venne accompagnata da un ambasciatore ferrarese e da una scorta, che lei in parte ricompensò. La figlia Anna d’Este scrisse alla madre: «Mi dispiace dirvi una cosa che vi sdegnerà…ma il re emetterà un editto, perché vuole che tutti nel suo regno si rechino alla messa». Il 12 giugno 1575 Renata di Francia si spense. Il lascito spirituale di Renata è contenuto in un testamento, ispirato dalla sua profonda fede. La minuta del documento, scritta per mano del signor M.De Beaumont corretta da Renata stessa, è conservata presso gli archivi di Torino, tra le carte dei principi de Genevois e di Nemours.


Fonti, risorse bibliografiche, siti

Documenti riportati nelle sue biografie conservati presso Archivio di Stato di Modena, Torino (54 volumi in due serie contenenti libri dei conti di Renata, lettere di Ercole e Renata), Firenze (mediceo); Archivio segreto vaticano in Italia, Fonds de Béthune, de Giagnières, Clarairambaut, Dupuy, francesi (lettere di Renata). Biblioteche preziose: a Ginevra, a Zurigo, a San Pietroburgo, a Simancas, a Roma.

Fontana B., Renata di Francia, duchessa di Ferrara sui documenti dell’archivio estense, mediceo, Gonzaga e dell’archivio segreto vaticano, volume I-II, Forzani & C., Roma 1889

Rodacanachi, Renée de France, duchesse de Ferrare, Ollendorf, Paris 1896

Bouchard G., Renata di Francia, duchessa di Ferrara. Tesi di laurea conservata presso Facoltà valdese di Teologia, Roma 1942

Puaux A., La huguenote Renée de France, Paris, 1997

Lenzi A., Clément Marot e la corte di Renata di Francia a Ferrara, Coop. Libraria Universitaria, Bologna 1971

Belligni E., Evangelismo, riforma ginevrina e nicodemismo. L’esperienza religiosa di Renata di Francia, Brenner ediz., Rende 2008

Calvino G., Lealtà in tensione, un carteggio protestante tra Ferrara e l’Europa, a cura di L.De Chirico e D.Walker, Alfa &Omega, Caltanisetta 2009

Stolfi V., Alcuni documenti, lettere e biografie su e di Renata di Francia, duchessa di Ferrara. Armonie e dissonanze a causa di interessi religiosi, politici e familiari ai tempi della Riforma, Tesi di laurea conservata presso Facoltà valdese di Teologia, Roma 2010


Ana Rossetti: Dei pubi angelici

De los pubis angélicos

 (A mi adorada Bibì Andersen)

 

Divagar

por la doble avenida de tus piernas,

recorrer la ardiente miel pulida,

demorarme, y en el promiscuo borde,

donde el enigma embosca su portento,

contenerme.

El dedo titubea, no se atreve,

la tan frágil censura traspasando

-adherido triángulo que el elástico alisaa

saber qué le aguarda. A comprobar, por fin, el sexo de los àngeles.

 

381558_244967372224051_227127554008033_630845_1100130034_n

 

Dei pubi angelici

 (Alla mia adorata Bibì Andersen)

 

Divagare

per il doppio corso delle tue gambe,

percorrere l’ardente miele pulito,

soffermarmi, e nel promiscuo bordo,

dove l’enigma nasconde il suo portento,

contenermi.

Il dito esita, non si azzarda,

la così fragile censura trapassando

– aderito triangolo che l’elastico liscia –

sapendo cosa lo aspetta.

Comprovando, infine, il sesso degli angeli.


In favore del pudore

di Alexander Lowen

Comunemente si pensa che i vestiti servano a proteggerci dagli elementi della natura. Sebbene tale protezione sia ovviamente necessaria in climi artici, non si spiega l’uso dei vestiti nelle regioni tropicali o nelle case riscaldate. Gli abiti, però, svolgono altre due funzioni importanti: attirano l’attenzione sull’individualità della persona e, allo stesso tempo, ne nascondono il nucleo più segreto della personalità.

Per comprendere il complesso ruolo che i vestiti giocano nella nostra vita dobbiamo analizzare due tendenze antitetiche: l’esibizione del corpo da una parte e il pudore del corpo dall’altra. Il desiderio di attirare attenzione sul corpo e di mostrarne il fascino riflette un impulso esibizionistico che è presente in tutte le persone. Tra i primitivi si riscontra una tendenza pressoché universale a decorare il corpo con pitture, ornamenti, ghirlande e così via. Questa inclinazione a mostrare il corpo è comune a molti animali e all’uomo. Negli animali è strettamente correlata all’impulso sessuale e segue uno schema istintuale. La natura ha dotato molti animali, specialmente i maschi, di espedienti decorativi finalizzati all’esibizione. Tra gli esseri umani, l’esibizione è un’attività più conscia, che si avvale di numerosi elementi esterni per valorizzare le attrattive dell’individuo. Gli psicologi e gli antropologi generalmente concordano nel ritenere che la funzione primaria degli a- biti sia quella di far mostra di sé.

Un antico status symbol

Il mostrarsi enfatizza l’unicità e la superiorità dell’individuo rispetto al resto del gruppo. Spesso si tramuta in esibizione, come per esempio nella danza o nello sport, ma nella vita di ogni giorno, vestiti o accessori decorativi assumono una rilevanza maggiore. In tutte le società primitive, il capo dominante o il leader tribale presenta decorazioni più elaborate dei suoi sudditi o seguaci. Nelle società civilizzate, organizzate su base classista, lo status e il livello sociale sono rivelati dalla co- stosità e dall’elaborazione del vestito. Gli abiti regali dei monarchi e le ornate vesti dei cortigiani li distinguevano dagli uomini comuni. Le differenziazioni nel vestire tendono a scomparire nelle so- cietà democratiche, dove vengono rimpiazzate dalla moda quale indicatore di status. Essere vestiti alla moda è, in un certo senso, indice di superiorità sociale, poiché spesso richiede una maggiore disponibilità di tempo e denaro rispetto a quanto una persona media possa permettersi in fatto di abbigliamento. Gli abiti servono quindi a marcare le differenze tra le persone sul piano sociale e sessuale.

pudore.jpeg

La nudità elimina le diversità sociali perché riduce tutte le persone al comune livello corporeo o animale con cui sono venute al mondo. La nudità spoglia l’individuo delle sue pretese egoiche e, talvolta, delle sue difese egoiche. La punizione ha spesso preso la forma della pubblica esposizione del corpo nudo. Le persone che vengono fatte sfilare nude per le strade sotto gli sguardi di altre che sono invece vestite, provano una profonda umiliazione. Ma se tutti sono svestiti, i sentimenti di vergogna e imbarazzo tendono a scomparire e, spesso, si prova un senso di liberazione e di libertà. La necessità di mantenere u- n’apparenza o di supportare un’immagine egoica è una restrizione che inibisce la gioia e la spontaneità del corpo. Nell’intimità delle nostre case, siamo tutti ben felici di spogliarci, liberandoci così di questo fardello egoico.

Pudore e intimità

Negli esseri umani la tendenza a esibire e mostrare il corpo va di pari passo con un senso di pudore al riguardo, che proviene da una consapevolezza dell’ego nei confronti del corpo. L’uomo è co- sciente del proprio corpo, specialmente della sua natura sessuale, in un modo diverso dai bambini o dagli animali. L’uomo ha sviluppato un ego che considera il corpo come un oggetto ed è cosciente della sua funzione sessuale. Negli animali o nei bambini questo non accade, poiché sono total- mente identificati con il corpo. Nell’uomo il pudore è un’espressione di tale coscienza di sé, unsegno di personalità e di individualità. Coprire una parte del corpo, in particolar modo l’area genitale, denota un senso di intimità (privacy) che è poi il fondamento del pudore. Tra i primitivi, spesso l’area genitale è 1’unica parte del corpo ad essere coperta. Nelle Isole Trobriand, come osservò Malinowski, quando una ragazza inizia ad avere rapporti sessuali indossa una gonna di fibre che, come la foglia di palma o il peri- zoma dell’uomo, segnala il senso di intimità (privacy) circa gli organi sessuali. Noi esprimiamo lo stesso atteggiamento quando, parlando, ci riferiamo ai genitali in termini di “parti intime”. L’intimità è collegata alla personalità, che maschera i sentimenti più profondi di una persona e le consente di nascondere alcune espressioni corporee considerate intime. Gli organi genitali vengono coperti perché le loro reazioni sono le meno soggette al controllo volontario. Possiamo masche- rare certi sentimenti o impedire loro di comparire sul nostro viso, ma possiamo essere traditi da u- n’eccitazione sessuale che non può essere controllata. Nell’uomo, l’orgoglio richiede che gli organi sessuali vengano sottratti allo sguardo pubblico, proprio in virtù del senso di intimità. Orgoglio, intimità e genitalità adulta vanno di pari passo. All’opposto troviamo comportamenti in- fantili o relativi all’infanzia dove non esistono né orgoglio, né intimità, né, tanto meno, soddisfazione sessuale. L’orgoglio naturale è un’espressione del grado di autopercezione e di autostima di un persona. Denota la capacità di un individuo di contenere i propri sentimenti e ne indica, perciò, la capacità di reggere una forte carica sessuale. La mancanza di orgoglio è sinonimo di carenza di autostima, autocontrollo e forti sentimenti. Conseguentemente, l’individuo privo di orgoglio non è in grado di sostenere una forte carica sessuale e il suo sfogo non potrà fornirgli il piacere o la soddisfazione che dovrebbe. L’orgoglio non può essere disgiunto da un senso di intimità o da un senso di pudore.

Nudismo ed eccitazione sessuale

La nudità elimina l’intimità e riduce l’orgoglio. Contrariamente a quanto previsto dall’immaginario comune, la nudità sociale ha un effetto riduttivo sulla sensazione sessuale. In un suo interessante studio dal titolo The Psychology of Clothes (La psicologia degli abiti), J.C.Flugel scrive: “La nudità tende a far diminuire la sessualità (cioè gli impulsi più direttamente genitali della sessualità). La vasta esperienza degli Amici della Natura (un’organizzazione nudista) sembrerebbe confermare l’esattezza di tale affermazione e il motivo principale è probabilmente da ricercare nel fatto che l’aumentato piacere dell’esibizionismo e dell’erotismo suscitato dal mostrare pelle e muscoli ha assorbito una certa quantità di energia sessuale che avrebbe altrimenti trovato un canale di sfogo puramente genitale”.

Ritengo che la spiegazione di Flugel abbia una certa validità. Quando la sensazione erotica viene estesa a tutto il corpo, l’attenzione per i genitali diminuisce. La situazione dei nudisti assomiglia molto a quella dei bambini nei quali la sessualità è diffusa in forma di erotismo epidermico in cui manca la forte carica genitale che richiede una scarica. In altre parole, la nudità è un’esperienza regressiva che riporta ai piaceri dell’infanzia a spese della più forte eccitazione genitale adulta. Questa regressione psicologica è responsabile in gran parte del calo di sensazioni sessuali nelle riunioni nudiste. Essendo regrediti al livello infantile, i nudisti abbandonano la loro maturità sessuale.

La forza del piacere

La sessualità adulta è una funzione combinata dell’io e del corpo. L’io aumenta così l’eccitazione sessuale: convogliando le sensazioni erotiche sull’apparato genitale, indirizzando queste sensazioni verso un individuo specifico, contenendo l’eccitazione e consentendole in tal modo di crescere fino a un picco massimo. L’io è come il braccio che tende l’arco preparando il volo della freccia: più forte è il braccio maggiore è la tensione che può sopportare e più lontano riuscirà a scagliare la freccia. L’io debole lascia andare più facilmente, ma dato che l’accumulo di tensione è minore, an- che il piacere della scarica risulta essere minimo.

Visto che sia la tendenza a mostrarsi sia il senso di pudore sono manifestazioni dell’Io, esse operano congiuntamente per il raggiungimento della meta egoica della soddisfazione sessuale, vale a dire l’orgasmo. Gli abiti, quindi, possono essere considerati un meccanismo di sollecitazione sessuale e il pudore favorisce questo intento perché, nascondendo il premio, ne aumenta la desiderabilità. Il bambino non conosce il pudore perché non ha scopi genitali. L’individuo sessualmente maturo, conscio del proprio corpo, è necessariamente pudico. Il pudore, tuttavia, non va confuso con la pruderie o con la vergogna.

La distinzione tra pudore e vergogna equivale alla differenza che passa tra il rivendicare la propria privacy e il timore di autoesporsi. Una persona modesta non ha paura di mostrarsi: sa scegliere quando o dove esprimere i propri sentimenti e li manifesta in situazioni appropriate. La persona che prova vergogna non è in grado di manifestare i propri sentimenti neppure quando la situazione richiede che lo faccia. Costoro non si ‘aprono’ nemmeno in privato o nell’intimità di una situazione terapeutica. La vergogna è patologica, mentre il pudore è normale. La pruderie può essere definita come vergogna del proprio corpo.

Stiamo assistendo a una progressiva riduzione della vergogna per il corpo che abbiamo ereditato dall’epoca vittoriana. La rivoluzione sessuale degli ultimi cinquant’anni porterà in modo naturale ad un’accettazione dell’esposizione del corpo ancora maggiore.

La misura necessaria

La domanda che sorge spontanea è: quali sono i limiti di tale esposizione? In alcuni locali notturni di S. Francisco si possono trovare cameriere in topless, ed è facilmente immaginabile che tra non molto, se l’attuale tendenza continua, in alcuni night club circoleranno cameriere completamente nude. Esistono riviste o film in cui il corpo nudo o quasi completamente nudo viene esposto senza alcun senso di pudore. Una tale evoluzione, a mio parere, non gioca a favore della salute mentale. Le ragazze così esposte vengono degradate, dato che vengono private del loro senso di intimità. L’effetto di una tale mancanza di considerazione per il pudore è la riduzione del rispetto per il cor- po e la diminuzione dell’eccitazione e del mistero del sesso.

La magia dell’amore

Esiste un semplice principio che, io credo, spieghi il comportamento degli organismi: la ricerca di eccitazione e di piacere. L’eccitazione è vita, la mancanza di eccitazione è noia e morte. Fin da Adamo ed Eva, l’eccitazione vitale si è incentrata sul mistero del sesso. I vestiti intensificano il mistero perché coprono la ri- sposta biologica con l’aura della personalità (persona = maschera) e la adornano con le caratteristiche uniche dell’Io individuale. Il sesso si eleva da risposta generica a risposta individuale. E questa è la base dell’amore: da essa deriva il romanticismo, l’elisir che trasforma l’esistenza comune in in- canto ed estasi. Questa trasformazione non avviene nel mondo animale, dove il sesso è una fun- zione puramente biologica.

La qualità tipicamente umana che eleva il sesso dal livello animale è il senso di riverente meravi- glia che deriva dalla consapevolezza della resa dell’individualità e della fusione del sé con l’universale. Il mistero di tale consapevolezza risiede nella dialettica per cui il sé individuale emerge dall’universale per mezzo di un atto d’amore (l’amore materno) e ritorna all’universale attraverso un altro atto d’amore (l’amore sessuale).

Questo duplice aspetto della consapevolezza umana, il senso del sé e il sentimento di unità con 1’universale, viene riflesso nelle due tendenze antitetiche del far mostra di sé e del pudore. L’esi- bizionismo pone l’accento sul sé dell’individuo, il pudore esprime la percezione che il sé indivi- duale è un aspetto dell’universale. Un sé privo di pudore è una cosa, un oggetto, un albero sradica- to che ha perso la sua connessione vitale con la terra ed è diventato un pezzo di legno. Come si può comparare la vitalità di un pezzo di legno con quella di un albero vivo?

Il mistero della vita

La perdita di pudore dei nostri tempi è la manifestazione di una tendenza culturale, di quell’atteggiamento scientifico che tende a cancellare il mistero da tutti gli aspetti della vita. Senza mistero il corpo perde la sua individualità e diventa un oggetto commerciale da sfruttare come qualsiasi altro articolo di scambio. Allo stesso modo, la vitalità che risiede nel corpo umano va persa. Un risulta-

to sorprendente dell’attuale tendenza a esporre il corpo femminile sulle riviste e nei film è la mancanza di romanticismo e carica vitale nella loro trama. Esiste un’eccitazione nella nudità. Noi traiamo un piacere elementare dall’esposizione della pelle al sole, all’aria e all’acqua. Nelle giuste condizioni, questa esposizione ci fa vibrare di vitalità; percepiamo più acutamente le radici biologiche della nostra natura e ricaviamo un’identificazione con il corpo che non è possibile avere quando siamo completamente vestiti. Tuttavia il piacere della nu- dità pubblica è ottenuto tramite una regressione allo stadio del bambino la cui innocenza assomiglia molto allo stato di esistenza nel Giardino dell’Eden, prima che 1’uomo diventasse cosciente della sua individualità. Come ogni fenomeno regressivo, anche questo può trovare una collocazio- ne nella vita matura. È possibile mantenere un senso di pudore alle riunioni nudiste dove la nudità è socialmente approvata, come nell’antica usanza del bagno comune presente in molti Paesi. Tut- tavia, se separata dal senso di pudore, la nudità pubblica riduce l’uomo al livello di una creatura campestre. Un tale sviluppo porterebbe alla perdita del mistero e del romanticismo presenti nella vita e costringerebbe le persone ad adottare misure disperate per ritrovare la gioia e l’eccitazione nella loro esistenza.

Da: Newsletter of The International Institute for Bioenergetic Analysis, Vol. 5, Number 1, Winter 1994. A cura di Luciano Marchino e Marta Pozzi.


Il ruolo della donna nella società e nell’arte

Il ruolo della donna nella società e nell’arte.


Freud: Passioni segrete

Goditi “Freud: Passioni segrete” on line

freud_passioni_segrete_montgomery_clift_john_huston_001_jpg_effk

I rapporti tra Freud e il cinema furono piuttosto controversi. Diciamo pure che il padre fondatore della psicoanalisi provava una decisa avversione nei confronti dell’arte più rappresentativa del XX secolo. Suscitò clamore il telegramma con cui nel 1925 rifiutava il compenso di 100.000 dollari offerto dal produttore Samuel Goodwin in cambio della collaborazione a un film che doveva rievocare le principali vicende amorose della storia (come quella tra Antonio e Cleopatra). Più possibilista, e forse venale, il presidente della Società Psicoanalitica Internazionale Karl Abraham, il quale accolse invece la proposta del produttore tedesco Hans Neumann di realizzare un film di divulgazione sulla psicoanalisi girato da Wilhelm Pabst.

Lo stesso Abraham, amico e sodale di Freud nonché analista di Melanie Klein, tentò inutilmente di convincerlo. “Suppongo, caro Professore, che lei non manifesterà per questo progetto una simpatia smisurata, ma sarà obbligato a riconoscere la costrizione che motivi di ordine pratico fanno pesare su di noi”, scriveva. “Non ho bisogno di dirle che questo progetto è conforme allo spirito del nostro tempo e che sarà sicuramente messo in atto: se non con noi, lo sarà sicuramente con persone incompetenti. A Berlino abbiamo un gran numero di psicoanalisti ‘selvaggi’ che si precipiteranno avidamente sull’offerta, nel caso la rifiutassimo”. Dalle parole di Abraham traggo un riferimento malevolo a Georg Groddeck (che si definiva appunto uno psicoanalista selvaggio), ben più brillante e – facile dedurlo – meno attaccato di lui alla vil pecunia.

Freud ripeté la propria contrarietà in una lettera indirizzata a un altro importante psicoanalista dell’epoca, Sándor Ferenczi. “La riduzione cinematografica sembra inevitabile, così come i capelli alla maschietta, ma io non me li faccio fare e personalmente non voglio avere nulla a che spartire con storie di questo genere”. L’idea di vedere nonno Sigismondo pettinato come Betty Boop fa sorridere. “La mia obiezione principale”, proseguiva”, “rimane quella che non è possibile fare delle nostre astrazioni una presentazione dinamica che si rispetti un po’. Non daremo comunque la nostra approvazione a qualcosa di insipido”.

Chi aveva ragione: il dogmatico Freud o il più disponibile Abraham? Come la psicoanalisi insegna, non è possibile dare una risposta. Dipende dai punti di vista. Storicamente, il cinema ha contribuito a diffondere le tematiche proprie della psicoanalisi pur spesso banalizzandole. In ogni caso, nonno Sigismondo non avrebbe apprezzato il biopic che John Huston gli dedicò nel 1962. A cominciare dal titolo: Freud: The Secret Passion. Si potrebbe definire come una specie di detective story (in cui il colpevole è l’Inconscio, ovvio) che si sviluppa tra il 1885 e il 1890: anni in cui il giovane Sigmund segue le lezioni di Charcot allaSalpêtrièreapprende la tecnica dell’ipnosi per il trattamento dell’isteria, quindi inizia a collaborare con il medico viennese Josef Breuer. Fu proprio questa collaborazione a imprimere un corso nuovo alle sue idee, l’abbandono del metodo ipnotico e la formulazione delle prime ipotesi sulla struttura della mente. La ricostruzione storica è fedele, sebbene macchinosa ed eccessivamente didascalica (tralasciando, non per caso, il tema della sessualità infantile). Piuttosto ridicola appare invece l’atmosfera oscura e misteriosa in cui si muovono i personaggi, che sembrano dei santoni dediti a pratiche pseudomagiche.

La sceneggiatura iniziale fu redatta nientemeno che da Jean-Paul Sartre, ma prevedeva un film della durata di otto ore che i produttori bocciarono immediatamente. Fu John Huston stesso a sfrondare la trama (si fa per dire, 140’ ridotti poi ulteriormente a 120’), a ben pensarci l’identico trattamento che gli americani hanno riservato alla psicoanalisi. Così Freud “diventa un certo tipo di genio malato e infervorato che coglie le risposte giuste nel limbo dell’ispirazione” (parola di regista). Ne veste tuttavia in modo credibile i panni Montgomery Clift, già minato nella salute fisica e dalla depressione, in una delle sue ultime apparizioni.

GENERE: Biografico
REGIA: John Huston
SCENEGGIATURA: John Huston, Wolfgang Reinhardt, Charles Kaufman
ATTORI:
Montgomery Clift, Susannah York, Larry Parks, Fernand Ledoux, Susan Kohner, David Kossof, Alexander Mango, David McCallum, Eric Potman, Rosalie Crutchley, Joseph Fürst, Eileen Herbie, Leonard Sachs

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Douglas Slocombe
MONTAGGIO: Ralph Kemplen
MUSICHE: Henk Badings, Jerry Goldsmith
PRODUZIONE: HUSTON, WOLFGANG REINHARDT PER L’UNIVERSAL
DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL
PAESE: USA 1962
DURATA: 120 Min
FORMATO: B/N
VISTO CENSURA: 18

CRITICA:
“Fra i film biografici questo è senza dubbio una dei più seri, ache se l’autore sacrifica qua e là il rigore storico allo spettacolo e cade (ma forse se lo era imposto) in uno schematismo scientifico non del tutto persuasivo. Fa difetto comunque all’opera l’ambientazione storica anch’essa sacrificata allo sconcertante personaggio che campeggia senza essere approfondito più del dovuto. Di buon livello l’interpretazione di Montgomery Clift che riscatta con la sua prestazione la teatrale impostazione dell’opera.” (Segnalazioni cinematografiche, vol. LIV, 1963)
NOTE:
– CONSULENTE MEDICO: DAVID STAFFORD-CLARK – PROLOGO ED EPILOGO LETTI DA JOHN HUSTON- DURATA DELL’ EDIZIONE AMERICANA:140′.- SARTRE SCRISSE UNA SCENEGGIATURA CHE HUSTON NON ACCETTO’ RITENENDOLA TROPPO AMPIA. L’EDIZIONE DEFINITIVA DEL FILM FU COMUNQUE TAGLIATA DI CIRCA UN TERZO E IL RISULTATO FINALE FU POCO COERENTE E POCO RIUSCITO.

L’orgasmo, chi è costui?- Sesso.. tanto per gradire!

L’ORGASMO CHI E’ COSTUI?

Spesso tra l’orgasmo atteso e quello sperimentato esiste uno scarto che mobilita interrogativi, dubbi che si ripercuotono poi nelle relazioni intime. La carenza di modelli rispetto ad un’educazione sessuale ci richiama alla necessità della condivisione di ciò che sappiamo e di ciò che ignoriamo.

La parola orgasmo è di origine greca:con orgasmos  si definisce “qualcosa di concitato, forte, energico”.

A livello biologico è un riflesso, una reazione fisiologica che scatta a seguito di una stimolazione adeguata.

I francesi chiamano l’esperienza orgasmica “piccola morte” poiché, come dice U.Galimberti farsi attraversare da Eros, vivere un’esperienza erotica che non sia solo sfioramento di corpi in superficie, significa sperimentare “un dissolvimento dell’Io”, tanto desiderato quanto temuto.

La sessualità adulta, S. Freud è stato chiaro, si esprime come sessualità genitale ed è connessa alla maturità psico-affettiva dell’individuo; la capacità di instaurare relazioni intime caratterizzate dal riconoscimento di due “soggettività” e non dall’uso strumentale dell’altro ne è l’espressione più piena.

W. Reich (1942), allievo ribelle di S.Freud si è addentrato ulteriormente nel mondo pulsionale ed ha fatto della teoria dell’orgasmo un pilastro del suo sistema di pensiero.

La sua tesi è che esiste un’energia naturale la cui espressione più evidente nell’organismo umano è la sessualità genitale che culmina nella funzione dell’orgasmo.

Per Reich,l’orgasmo appunto è quell’esperienza che trascina il singolo organismo nella comunione con la pulsione primoridiale della vita, la sua funzione infatti è chiamata “funzione primordiale della vita”. L’esperienza dell’orgasmo supera la coscienza dell’io e della propriocenzione della sensibilità corporea per affondare nel sentimento oceanico di una comunione con le correnti vitali più profonde, con il ritmo stesso della vita.

Egli ha poi aggiunto che la sanità psichica dell’individuo dipende direttamente dall’equilibrio sessuale, dal pieno dispiegamento della potenza orgastica e che la repressione della sessualità infantile è la vera origine della nevrosi e dei traumi caratteriali.

In effetti per molti individui non è facile sperimentare una sessualità appagante proprio a seguito di pregresse esperienze traumatiche vissute nell’infanzia. Anche per chi vive una malattia nelle sue diverse implicazioni psichiche e fisiche o per chi è attraversato da forti preoccupazioni ed ansia è difficile farsi attraversare dall’ Eros.

Stati d’ansia, quadri depressivi, sensi di colpa sono infatti molto spesso correlati ad un calo del desiderio sessuale.

Le vicissitudini del desiderio, la curva orgasmica ossia la risposta sessuale nelle sue distinte fasi sono poi differenti per l’uomo e per la donna.

La donna sperimenta con l’orgasmo contrazioni ritmiche dei muscoli pelvici; il clitoride ne è sempre coinvolto sia in forma diretta o indiretta.

Nell’uomo invece l’orgasmo consiste in due fasi: la prima implica contrazioni degli organi riproduttivi interni ed è quella in cui l’uomo che si conosce può fermarsi, accelerare, rallentare il ritmo del rapporto; nella seconda i muscoli alla base del pene si contraggono e vi è la fuoriuscita del seme non più controllabile.(Jenny Hare)

Nella donna poi la sessualità è particolarmente influenzata dal contesto, dall’intimità, dai sentimenti e dalla relazione di fiducia con il partner.

Molte donne dichiarano di non aver mai sperimentato l’orgasmo ma non per tutte questo è vissuto in modo problematico. Certo è che esistono condizionamenti sociali tali per cui per la donna l’abbandonarsi è più difficile, vi è un uso meno disinvolto delle fantasie erotiche e pure dell’autoerotismo. Teniamo pure ben presente che l’espressione della sessualità femminile è particolarmente condizionata da variabili soggettive, dall’affettività ed dal coinvolgimento emotivo: un partner amorevole indubbiamente è un prezioso aiuto.

Sempre la donna poi, a differenza dell’uomo, se adeguatamente stimolata ed in particolari situazioni di intimità, può anche sperimentare orgasmi multipli questo perché, a differenza dell’uomo, “non ha un periodo refrattario” ossia quello che non permette alcun tipo di risposta sessuale neppure a fronte di sollecitazioni dunque.

Ad ogni modo  quello che è fondamentale tener presente è che non c’è attitudine più anti-erotica di quella legata al “io voglio…a tutti i costi”.

Rischia di essere un’operazione pericolosa per il ben-essere di una coppia quella di mettere al centro della relazione il raggiungimento dell’orgasmo anziché  il piacere di stare insieme e lo scambiarsi reciprocamente vissuti, sensazioni, bisogni.

Il creare un contesto accogliente, il  prendersi un tempo  senza la fretta di passare dalla fase dei preliminari a quella della penetrazione, sono solo alcuni degli ingredienti che predispongono ad un incontro erotico appagante.

Prima di occuparci dell’orgasmo dovremmo poi chiederci quanto spazio -tempo riserviamo nella nostra vita al piacere. Quanto tempo dedichiamo alla cura, all’igiene, a valorizzare il nostro corpo, non per aderire ai modelli omologanti che provengono dall’esterno quanto per rispettare quello che la via tantrica definisce il nostro “Tempio sacro”?(Zadra, 1998, 1999)

Parlare di piacere implica sintonizzarsi sulla dimensione sensoriale, per molti la più dimenticata a vantaggio dell’azione e del pensiero.

Abbiamo perso la capacità di “sentire”. I nostri sensi: dalla vista, all’udito, all’olfatto, al gusto e ovviamente al tatto sono intorpiditi, a volte persino anestetizzati fino a faticare a trovare “il senso” della vita.

Recuperare tutto questo, ri-alfabetizzarsi è la via per entrare maggiormente in contatto con la propria corporeità e  quella altrui per tornare a sentirsi pienamente vivi.

Senza questa premessa la ricerca dell’orgasmo rischia di trasformarsi in un pensiero osssessivo all’interno di un’ attitudine finalizzata alla prestazione, la più anti-erotica delle predisposizione a qualsiasi incontro amoroso.

La via tantrica di tradizione antichissima lo sa bene: al centro bisogna porre il ben-essere, l’appagamento, il soddisfacimento e non la prestazione.

Un’attitudine meditativa, l’attenzione al respiro, al sentire, la liberazione del suono della voce e del movimento favoriscono l’esperienza sessuale e l’orgasmo ma tutto ciò richiede disciplina e dedizione.

Ciascuno di noi ha fatto esperienza di un’educazione psico-affettiva e sessuale, prima in famiglia, poi a scuola carente perché essa ha enfatizzato il pensiero e l’azione a discapito del sentire; il dovere anziché il piacere, la mente a discapito del corpo; l’inibizione della vitalità anziché la sua espressione.

C. Naranjo nel suo bel libro “la civiltà, un male curabile”(2007) a riguardo così si esprime: “Ecco, dunque, quale potrebbe essere il primo impegno di un ipotetico governo saggio e libero verso i propri cittadini: salvaguardare il loroozio, che è il tempo liberato dalla compulsione di guadagnarsi da vivere “con il sudore della fronte”, un tempo sabbatico per vivere, convivere, per essere, per crescere.


I libri sono per loro natura strumenti democratici e critici: sono molti, spesso si contraddicono, consentono di scegliere e di ragionare. Anche per questo sono sempre stati avversati dal pensiero teocratico, censurati, proibiti, non di rado bruciati sul rogo insieme ai loro autori. [Corrado Augias]

Lo scaffale iridato

libri


Ipotesi di passaggio da società matriarcali a patriarcali

Varie studiose e studiosi hanno ipotizzato ragioni e tempi in cui il patriarcato ha preso il sopravvento rispetto a società che vengono definite matriarcali, matrifocali e matrilineari.

Riassumo qui alcune delle tesi più recenti.

L’archeologa Marija Gimbutas (1921-1994) nelle sue varie pubblicazioni postula che le antiche società in Europa non erano né dominate dagli uomini né erano primitive e che il patriarcato si manifestò come risultato di una “collisione di culture” che diede il via alla diffusione di modelli androcentrici.

Vecchia Europa è il termine che Gimbutas crea per identificare le strutture sociali e simboliche delle popolazioni del Neolitico indicando società ugualitarie, matrilineari, non dominatrici e aventi in comune modelli economici, di vita rituale e sociale.

Coniò il termine “cultura Kurgan” facendo riferimento alle comunità pastorali documentate nelle zone della regione tra il Volga, gli Urali e il Mar Caspio intorno al V millennio a.c. Queste erano derivate da un lungo processo di convergenza di diverse popolazioni delle steppe e condividevano tradizioni comuni.

Gimbutas ipotizza nel libro “The civilization of the Goddess” che l’addomesticamento del cavallo (quindi la possibilità di cavalcare i cavalli che viene fatta risalire intorno al 5000 a.c. nelle aree tra l’Ucraina dell’est e il nord del Kazahistan) abbia contribuito a intensificare atteggiamenti bellicosi e di aggressività territoriali di quelle tribù nomadi.

Descrive come la progressiva collisione tra due sistemi sociali, di linguaggio e ideologie diverse risultò nella disintegrazione delle società della Vecchia Europa portando alla dispersione del linguaggio Proto-Indo-Europeo (PIE) e alla creazione di società ibride che a partire dalle steppe del Volga si espansero verso le coste del Mar Nero nel bacino danubiano a partire dal 4500 a.c. per poi arrivare in Europa verso il 3000 a.c.

Identifica tre ondate di incursioni che introdussero aspetti sociali, ideologici e tecnologici sconosciuti alle popolazioni neolitiche dell’Europa. Questi aspetti includevano strutture sociali patriarcali, la metallurgia del bronzo, le armi, l’addomesticamento del cavallo, l’economia pastorale, l’adorazione di dei del cielo, ceramiche decorate con frammenti di conchiglie e decorate con impressioni di simboli solari, atteggiamenti aggressivi.

Gimbutas ritiene che una volta che il processo di sconvolgimento iniziò si ebbero innumerevoli casi di tradizioni della Vecchia Europa che vennero incorporate in quelle delle società ibride ed elementi indigeni e alieni coesistettero per molto tempo.

La collisione di culture produsse storie, canti, miti, rituali e credenze in cui furono introdotti nuovi elementi che legittimavano l’imposizione del potere maschile oltre ai loro status di dominazione e a privilegi.

Furono cambiamenti drammatici a livello sociale.

Heide Goettner-Abendroth, fondatrice dei moderni Studi Matriarcali, definisce questo lungo processo di trasformazione “l’ascesa del patriarcato”. Esso ebbe luogo in tutto il mondo in un periodo d 6-7.000 anni e ancora continua. Definisce “la universalità della dominazione e del patriarcato un mito, un mero pilastro della ideologia patriarcale” e illustra  alcune ipotetiche tesi emerse da vari autori riguardo l’ascesa del patriarcato e che a suo avviso in realtà sono risultati dello stesso e non cause originali:

Paternità biologica. GoettnerAbendroth afferma che il riconoscimento della paternità biologica non può essere un elemento in quanto devono esserci delle pre-condizioni come l’isolamento di donne dal loro clan di origine e lo sconfinamento in relazioni monogamiche.

Utilizzo dell’aratro. Come è possibile che l’introduzione di un singola innovazione tecnica che dipende dalle maggiori capacità fisiche maschili abbia portato all’ascesa del patriacato? Non esistono prove etnologiche che le donne nelle società matriarcali fossero definite il sesso debole e inoltre in molte società matriarcali anche moderne ci sono uomini che si occupano di lavori pesanti senza per questo aver innescato tendenze patriarcali. Né il fatto di cavalcare il cavallo né l’allevamento di bestiame o il possedere grandi greggi o mandrie possono aver costituito la base del potere dei i primi patriarchi: in società matriarcali molti avrebbero resistito all’accumulazione di proprietà da parte di pochi.

Divisione del lavoro. Questa tesi prevede che le società matriarcali siano state più “primitive” e quella patriarcale sia un’evoluzione di quella precedente (1). Esistono in realtà molte società matriarcali del Neolitico (dal 10000 a.c.) come i primi centri urbani in Anatolia, Palestina e Europa del sud con alti livelli di divisione del lavoro e alta differenziazione sociale, superiore a quella delle truppe guerriere che li hanno conquistati.

Aggressivi e cattivi. Che la natura dell’uomo sia aggressiva e cattiva sarebbe dimostrata dal fatto che essi hanno inventato la società patriarcale della guerra e della dominazione. Gli uomini erano marginalizzati nelle culture matriarcali e quindi si sono ribellati e le hanno ‘detronizzate’. Goettner-Abendroth afferma che questa visione deriva proprio dagli uomini occidentali che si sentono marginali se non sono al centro dell’attenzione delle loro madri, della vita delle donne e della società. Non ci sono evidenze storiche o etnologiche di questo fenomeno.

Goettner-Abendroth (2)  ritiene che di per sé le società nomadi pastorali non crearono una cultura originale e indipendente bensì che esse derivavano da una antica struttura matriarcale come ad es. i Tuareg che vivono in modo matrilineare o matrilocale in tende o altre popolazioni pastorali della Siberia e Mongolia.

Afferma che i processi di trasformazione dal matriarcato al patriarcato seguirono rotte diverse nei diversi continenti. Ad esempio la distruzione della cultura Irochese e di altre culture indigene nord americane avvenne a causa delle invasioni degli Europei e delle loro armi, molto superiori. Nel caso di altre culture fa riferimento alla colonizzazione, all’evangelizzazione cristiana, all’industrializzazione e al turismo di massa nel cosi detto “Terzo Mondo” come esempio di destabilizzazione e in alcuni casi di distruzione delle culture indigene.

In altri casi come in Europa, Goettner-Abendroth afferma che si è trattato di “migrazioni catastrofiche”, probabilmente generate da catastrofi naturali come processi di desertificazione, alluvioni, o aree che progressivamente subivano una glaciazione – quindi grandi cambiamenti climatici.

James De Meo (3), autore di On the origins and Diffusion of Patrism : The Saharian Connection (1981) e Pulse of the Planet (2002), ritiene che l’origine del patriarcato sia inestricabilmente connessa a questioni più ampie e relative alla violenza, ai conflitti e alle guerre. Allinea il concetto di “marchio di Caino” all’“istinto di morte” psicoanalitico e alla nozione cattolica di “peccato originale” ed evidenzia come questi siano in netto contrasto con le ricerche che mostrano che la natura umana è di base pacifica, cooperativa e amorevole.

Le sue ricerche partono dalle teorie sessuo-economiche e dalle scoperte sociali di Wilhem Reich che nei suoi scritti tratta di varie forme di neurosi e di caratteri violenti classificati nelle strutture che Reich definisce “corazze caratteriali”. Reich afferma che la struttura patriarcale e autoritaria della famiglia genera degli adulti “corazzati” che ‘hanno nel tempo sostenuto i roghi delle streghe e poi hanno marciato per Hitler e Stalin’.

Sulla base dei suoi scritti e quelli di altri come Neill, Precott, Terrier e LeBoyer, James De Meo ha elaborato una valutazione inter-culturale di una grande numero di dati antropologici ed etnografici che dimostrano che “le culture con il più alto livello di violenza sociale sono caratterizzate da trattamenti abusivi e duri dei piccoli e dei bambini, dalla repressione sessuale degli adolescenti e di quelli non sposati, da matrimoni compensatori e da strutture gerarchiche che squalificano le donne oltre che dall’ autoritarismo religioso”.

Ha elaborato una “Mappa del Comportamento del mondo” che comparata con una mappa climatica identifica le regioni a più intenso comportamento patriarcale – area denominata da De Meo come zona “Saharasia” dove si concentrano manifestazione estreme (Talebani o Wahabiti). Secondo De Meo le zone con condizioni climatiche estreme o regioni desertiche o di ghiacci o zone dove si verificano carestie,  hanno forgiato nel passato come nel presente comportamenti sociali violenti.

Peggy Reeves Sanday, scrittrice di vari libri tra cui Female Power and Male Dominance; Women at the Center; Life in Modern Matriarchy , è una antropologa e insegna al dipartimento di Antropologia dell’University of Pennsylvania. Sanday ha elaborato un’interessante definizione di matriarcato basata sui suoi studi che a partire dal 1981 per di più di 20 anni ha condotto presso i Minangkabau (uno dei più grandi gruppi etnici matrilineari – circa 4 milioni di persone – che ancora esistono nella parte occidentale dell’isola di Sumatra – Indonesia).

Nel XX secolo gli antropologi dichiararono che il matriarcato non era esistito e che la dominazione maschile era universale.

Sanday sulla base dei suoi lunghi studi sui Minangkabau ha ridefinito il termine Matriarcato spostando il focus da una questione di “regno” (potere politico) a quello di archetipo.

Per matriarcato non intende il governo delle donne, ma un simbolismo materno dominante che definisce e guida il pensiero, le cerimonie e le pratiche. A questo i Minangkabau si riferiscono come adat matriarchaat (usi e costumi matriarcali).

Il suo lavoro è ispirato dalla radice greca arché (4) nel significato di archetipi dell’origine, della fonte, della fondazione. Le stesse donne minangkabau parlano di adat matriarchaat in relazione alla vita e alla dimensione cerimoniale. Secondo Sanday, il sistema matriarcale non esiste isolato da quello patriarcale: “oscurando o denigrando il contributo che le donne e i sistemi matri-centrici hanno dato alla cultura umana, come evidenziano le scienze sociali androcentriche, si oscurano le alternative che possono portare speranza invece che disperazione, pace invece che guerra, uguaglianza invece che dominio (5).

Ci sollecita a porre attenzione alle prospettive delle scienze sociali occidentali che possono essere sia androcentriche, ma anche ginocentriche ed evidenzia che per alcune femministe il “governo delle donne” è un prerequisito allo status di sistema sociale alternativo al patriarcato.

Christina Biaggi, artista e editrice dell’interessante The rule of Mars (2006), illustra una serie di scenari che possono spiegare la bellicosità delle popolazioni Kurgan favorendo così l’instaurarsi di sistemi patriarcali:

Primo scenario: i Kurgan erano discendenti di gruppi pastorali che a causa dell’ambiente e degli stili di vita, davano importanza al ruolo maschile nella loro società e onoravano il Dio del Cielo. Le alluvioni del Mar nero associate all’utilizzo del cavallo li portano a fare incursioni nelle terre dei vicini per poi conquistarli

Secondo scenario: gli antenati dei Kurgan erano tribù di raccoglitori/trici e cacciatori/trici che praticavano una rudimentale agricoltura nelle are intorno al Mar Nero. Le alluvioni gli spinsero verso Nord nelle steppe aride dove diventarono pastori e in seguito monoteisti. Addomesticarono il cavallo e scoprirono la forgiatura del bronzo. Forse mostravano già tratti di sistemi gerarchi nella loro società e forse scarsità di risorse forzarono atti di conquista verso altre popolazioni

Indipendentemente dallo scenario che si sceglie, Biaggi afferma che i drammatici mutamenti climatici dell’area del Mar Nero portarono a una profonda crisi e verso la trasformazione patriarcale dell’Europa sud orientale. 

Sara Morace in “Origine Donna. Dal matrismo al patriarcato, Prospettiva ed., 1997.” illustra le strutture sociali di cooperazione di tipo matristico e non patriarcale  dal 10.000 al 4.000 a.c.,  in cui la superiorità sociale della donna si basava sul suo ruolo di guida del clan e non su imposizioni, come suggerisce il verbo archeo (comandare) contenuto nella parola matriarcato. Morace sostiene che, secondo un’interpretazione marxista, un’agricoltura su larga scala, con lo sfruttamento degli animali, favorì l’accumulo di beni. Dall’assenza di proprietà (i beni vengono prodotti collettivamente e distribuiti nel clan quindi in una economia di tipo cooperativo) si passa alla prima forma di proprietà privata: il surplus dei beni , degli animali, e anche dei figli. La famiglia patriarcale viene fatta risalire alla necessità dei padri di rivendicare i figli come alleati nell’accumulo e nella difesa delle proprietà.

Morace ritiene che il passaggio dalle società pacifiche matriste a quelle patriarcali ha coinciso con conflitti tra popolazioni per il possesso di terre e animali. In un’epoca segnata dalla violenza le donne si sono viste strappare il prestigio e la libertà, e hanno scelto spesso di far parte di una società sì patriarcale, ma che garantiva loro l’incolumità personale. In quel periodo le divinità femminili sono state sostituite da quelle maschili.

Donne che si sono ribellate a questa organizzazione sociale sarebbe confluite in gruppi ancora improntati alla cooperazione matrista e miti oltre che ritrovamenti riguardanti le Amazzoni ne sono la testimonianza.
Morace conclude affermando che il sistema patriarcale, basato sul potere maschile e sul controllo del corpo femminile è ancora vivo, nutrito della cultura misogina che esso ha elaborato.

NOTE

(1) Per le teorie evoluzioniste vedere Ancient Law  (1861) Sir Henry Maine, The origin of Civilization and the Primitive Condition of Man (1870) John Lubbock ,  Frierich Engels , From Savagery to Civilisation ( 1946) J.D.G: Clark, Social Evolution  (1951) V. Gordon Childe e  Elman Service in Primitive Social Organization.

(2) The rule of Mars pag 30 o http://www.hagia.de

(3) http://www.orgonelab.org

(4) arche ha due significati: (1) origine, inizio, fondamento, fonte di azioni, dal primo, dal vecchio, principio iniziale (2) sovranità.

(5) Sanday The rule of Mars

La polarizzazione patriarcale del mondo odierno e la consapevolezza che i valori in cui viviamo immerse non possono venir considerati come scontati.

E’ necessario analizzare le ragioni che hanno portato all’instaurarsi di forma sociali patriarcali ma anche attivare la consapevolezza di quali ruoli i valori patriarcali giocano nella nostra società e dentro di noi per lavorare verso il riscatto di quei valori matriarcali che possono creare reali possibilità di cambiamento.


Artemisia Gentileschi

La parola che più ricorre nella storia di Artemisia Gentileschi è passione: quel sentimento dirompente che accompagna ogni persona nel perseguimento dei propri sogni, tanto più ammirevole ed esemplare quanto più ostacolato da difficoltà e sofferenze.

Una donna pittrice. Nulla di strano se fosse stata un’artista dei nostri tempi, ma Artemisia nacque a Roma nel 1593, in un periodo in cui la pittura era ancora considerata una professione “da uomini”. Poche donne, come Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana, erano riuscite ad emergere dal contesto familiare nel quale, normalmente, l’interesse per l’arte si coltivava ad un livello per lo più dilettantistico; alle donne, infatti, veniva negato l’accesso alla sfera del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale.

La fortuna di Artemisia fu quella di nascere in una famiglia di artisti affermati, primo fra tutti il padre Orazio Gentileschi, suo maestro e fervido esponente del caravaggismo romano. Fu lui ad introdurre la figlia nel vivo ambiente culturale che caratterizzava Roma a quei tempi: tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, Caravaggio lavorava nella Basilica di Santa Maria del Popolo e nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, Guido Reni e Domenichino gestivano un cantiere a S.Gregorio Magno, i Carracci ultimavano gli affreschi della Galleria Farnese.

A soli 17 anni Artemisia dipinse la sua prima grande opera, Susanna e i vecchioni (1610),dimostrando già uno spiccato talento nella personale rielaborazione di modelli classici, unita ad un’indagine naturalistica nella resa del corpo nudo della fanciulla e del moto avvitante dei due uomini da cui ella si ritrae. Le doti artistiche della giovane pittrice venivano così esaltate dal padre Orazio in una lettera inviata alla granduchessa di Toscana Cristina di Lorena, nel 1612: «questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere.» (fonte: “Artemisia Gentileschi. La pittura della passione”, a cura di Tiziana Agnati e Francesca Torres, Edizioni Selene, Milano, 2008)

Tra i tanti artisti che collaboravano con la famiglia Gentileschi, Orazio scelse Agostino Tassi, pittore di vedute e paesaggi, affinché insegnasse alla figlia ad usare la prospettiva nei suoi dipinti.

Proprio alla figura del Tassi è legato l’episodio più doloroso della vita di Artemisia: nel maggio del 1611 la giovane subì uno stupro da parte del maestro. L’aggressore venne denunciato solo un anno dopo da Orazio, oltre che per la violenza compiuta, per non aver potuto riparare all’atto con un matrimonio, essendo il Tassi già sposato. Il processo si svolse pubblicamente a Roma, e fu in questa occasione che Artemisia dimostrò grande coraggio nel rispondere all’umiliazione subìta, accettando la peggiore delle torture per un pittore, lo schiacciamento dei pollici, pur di provare la veridicità della sua testimonianza.

La conclusione del processo, con una debole condanna nei confronti del Tassi, non scoraggiò Artemisia dal proseguire la sua attività artistica e intellettuale; dapprima la giovane preferì allontanarsi da Roma, per raggiungere Firenze. Forse per smorzare la fama generata dal triste episodio romano, iniziò a firmare i suoi dipinti con il cognome Lomi (ripreso dal nonno paterno: Orazio, per distinguersi dal fratello Aurelio, anch’egli pittore, aveva acquisito il cognome della madre), e fiorirono per lei numerose committenze e occasioni di collaborazione con grandi artisti fiorentini. A Firenze Artemisia fu la prima donna ad essere ammessa all’Accademia del Disegno, godendo dell’approvazione e del plauso dei colleghi pittori.

A questo periodo risale l’Allegoria dell’inclinazione (1615-16), giovane donna scarmigliata e nuda, dipinta nel palazzo di Michelangelo Buonarroti il giovane, che voleva così omaggiare la propensione naturale verso le arti del famoso prozio.

Altre figure femminili fiere e volitive sono protagoniste dei dipinti fiorentini, come Minerva, la Maddalena, Santa Caterina e soprattutto Giuditta. La vicenda dell’eroina biblica, infatti, ricorre in più dipinti di Artemisia e di suo padre.

Giuditta che decapita Oloferne – 162La versione più famosa è Giuditta che decapita Oloferne(1612-13) conservata nella Galleria Nazionale di Capodimonte a Napoli; la scena appare compressa all’interno della tela, fattore che ne aumenta la drammaticità. La violenza dell’atto viene mitigata dalla distensione che traspare dal volto di Giuditta; di grande effetto ottico è la limitata scelta di colori contrastanti: rosso scarlatto, blu elettrico e il bianco del lino, sporcato di sangue. Il prototipo a cui Artemisia avrebbe fatto riferimento è l’omonima tela di Caravaggio, da cui avrebbe ripreso l’impianto luministico e l’efferatezza della scena. Senz’altro la drammatica esperienza dello stupro avrà influito sull’impatto emotivo del dipinto.

Artemisia, nonostante il matrimonio con il fiorentino Pierantonio Stiattesi, rivendicò sempre la sua indipendenza di donna e di artista. Da Firenze tornò a Roma nel 1620, decisa ad accudire da sola le sue figlie. A questo secondo periodo romano risale una nuova versione del tema di Giuditta in cui la scena viene ripresa da una distanza maggiore, i toni di colore risultano abbassati e la violenza espressiva fortemente accentuata nell’accanimento della fanciulla che infligge il colpo di spada, lasciando trasparire l’orrore del volto al vedere zampillare il sangue di Oloferne.

Un’altra importante fase della carriera di Artemisia si svolse a Napoli, dove la pittrice giunse intorno al 1630, a seguito di una breve permanenza a Venezia, dove letterati ed artisti avevano potuto ammirarne le grandi doti. Nella città partenopea Artemisia ricevette committenze dai Vicerè e si dedicò all’arte sacra dipingendo, tra gli altri, episodi della vita di San Gennaro, per la cattedrale di Pozzuoli. Durante il periodo napoletano, non mancarono committenze insistenti anche da altre parti d’Italia e dall’estero; il soggiorno più importante si svolse a Londra, dove l’artista rimase dal 1638 al 1642, alla corte di Carlo I, presso il quale Orazio Gentileschi già lavorava da qualche tempo (qui morì nel 1639). Nell’ultimo periodo della sua vita, ancora a Napoli, Artemisia lavorò soprattutto per il collezionista Antonio Ruffo di Sicilia, fino alla morte, sopraggiunta nel 1653.

La figura di Artemisia Gentileschi, dopo la fama raggiunta in vita, rimase nella penombra fino al secondo dopoguerra; la conoscenza che si aveva di lei era legata per lo più alle vicende biografiche, in particolare al processo per stupro, più che alle reali doti artistiche della pittrice. Una delle letture più gettonate è stata quella in chiave femminista che, negli anni Settanta, ha eletto Artemisia quale simbolo della volontà delle donne di combattere contro il potere maschile. Ma questo punto di vista ha finito per essere inevitabilmente parziale e riduttivo rispetto al profilo umano, intellettuale ed artistico di questa grande donna.


Milva canta Battiato: Io chi sono?

Milva – Io chi sono?
di F.Battiato/M.Sgalambro – F. Battiato

io sono. Io chi sono? 
Il cielo è primordialmente puro ed immutabile
Mentre le nubi sono temporanee
Le comuni apparenze scompaiono 
Con l’esaurirsi di tutti i fenomeni 
Tutto è illusorio privo di sostanza
Tutto è vacuità 

E siamo qui ancora vivi di nuovo qui
Da tempo immemorabile 
Qui non si impara niente sempre gli stessi errori
Inevitabilmente gli stessi orrori da sempre come sempre

Però in una stanza vuota la luce si unisce allo spazio
Sono una cosa sola inseparabili 
La luce si unisce allo spazio in una cosa sola

Io sono. Io chi sono?

La luce si unisce allo spazio in una cosa sola indivisibili

Io sono. Io chi sono?


Questione di genere e movimenti femminili / femministi

Non è facile spiegare che cosa è il GENERE, quale funzione potrebbe avere nel movimento per “un altro mondo possibile”, quali siano le implicazioni politiche del suo riconoscimento e della sua utilizzazione.

In analisi grammaticale si dice genere femminile e genere maschile e queste formule vengono spesso riprese da alcuni settori del femminismo. In realtà quando si dice (per esempio) “genere femminile” ci si colloca inconsapevolmente o consapevolmente all’interno di un complesso dibattito teorico. In modo particolare si prende una posizione che, nel dibattito teorico, viene chiamata ESSENZIALISTA, per cui il genere sarebbe l’immediata espressione culturale del sesso, come se il sesso fosse la struttura della sovrastruttura genere. Esiste un sesso femminile e quindi un genere femminile: il genere femminile è la forma culturale specifica con cui in una certa epoca si presenta il sesso femminile.

La posizione essenzialista  crea un determinismo biologico , uomini e donne sono espressione della loro sessualità, per cui c’è una struttura sesso sulla quale si colloca una sovrastruttura genere e quindi una visione sostanzialmente statica delle relazioni di genere.

Un femminismo che si fondi su una visione statica non può essere che un femminismo idealizzante dell’esistente, quindi un femminismo che cercherà di valorizzare il femminile rispetto al maschile. L’ipotesi di femminismo che io propongo invece è una critica del femminile e del maschile che non sono proiezioni immediate del sesso ma hanno dentro elementi culturali, relazioni di potere che quindi rendono il genere qualcosa di diverso dal sesso.

Posizioni meno semplicistiche preferiscono usare le formule sesso femminile e sesso maschile, dire “DIFFERENZA SESSUALE ” e non “differenza di genere”, perché in questo modo si allude al puro fatto biologico, all’esistenza di due corpi diversi. E poi utilizzare il termine il genere nei suoi significati complessi e diversificati. Si può dire con certezza che una lesbica è di sesso femminile, sul fatto che sia anche di genere femminile il dibattito è aperto. “Le lesbiche non sono donne”, ha scritto una delle più geniali teoriche del lesbismo, Monique Wittig.

Le lesbiche sono donne – ribattono altre – perché subiscono la ferita narcisistica della castrazione, a cui reagiscono con il diniego. Ma non si tratta solo di una questione di preferenza sessuale. Considerare il genere dinamico e variabile, storico e locale significa prendere atto che gli uomini e le donne sono per natura animali di cultura, che si può essere donne in un’infinita varietà di modi.

Che cosa è il genere allora ? Il genere è prima di tutto un PARAMETRO scientifico di lettura delle relazioni umane. Come gli esseri umani stanno tra loro in rapporti di classe, così stanno tra loro in rapporti di genere.

Il genere è un fenomeno ideologico, è cioè il modo in cui una società, un gruppo umano, una comunità vivono l’appartenenza all’uno e all’altro sesso. Ma è anche un fenomeno materiale, cioè è il complesso delle implicazioni sociali della differenza sessuale in quella società, in quel gruppo umano, in quella comunità.

L’assenza del parametro di genere nelle analisi della realtà limita fortemente il carattere scientifico di qualsiasi lavoro. Le prospettive della sociologia e dell’economia politica, per esempio mutano radicalmente se nell’osservazione è incluso o non è incluso il genere. Una teoria delle classi non potrebbe prescindere dal ruolo che tradizionalmente hanno svolto le donne nella formazione dell’esercito di riserva, nel lavoro precario o nelle occupazioni che socializzano i compiti femminili. Allo stesso modo non potrebbe prescindere dall’esistenza di compiti di riproduzione, assolti soprattutto dalle donne e non retribuiti o retribuiti con quel che occorre a riprodursi a sua volta.

Sono state soprattutto le intellettuali organiche del sesso femminile, cioè le femministe, a indagare sul genere, così come sono stati gli intellettuali organici delle classi subalterne a indagare sulla classe. E questo perché evidentemente il genere non è solo un astratto parametro scientifico: eanche un PRINCIPIO D’ORDINE. I rapporti di genere sono rapporti di potere, che si manifestano in forme diversificate e complesse e per questo è spesso difficile individuarli e sottoporli a critica. I rapporti di potere tra sesso maschile e femminile costituiscono un sistema che il femminismo chiama PATRIARCATO. Il patriarcato sta al genere come il capitalismo sta alla classe, è cioè uno specifico sistema di genere, come il capitalismo è uno specifico sistema di classe.

Il patriarcato nel senso letterale del termine è ovviamente scomparso da tempo, almeno in questa parte del mondo. Esso si riferisce infatti a un’organizzazione della famiglia in cui l’autorità e le principali funzioni sono nelle mani dell’uomo più anziano e l’eredità è trasmessa ai soli discendenti maschi, con preferenza per i primogeniti.

Tuttavia il fatto che il patriarcato sia esistito per migliaia di anni(sia pure in forme assai diverse tra loro) e sia stato probabilmente preceduto dalla dominanza, che è un fenomeno pre-umano, ha lasciato tracce profonde, ma visibili solo se si assume il genere come parametro e se ne intende la natura di rapporto di potere.

Quel che opprime le donne è prima di tutto un complesso di strutture. Una donna può nella sua vita non subire mai l’oppressione diretta di un uomo, ma subire lo stesso l’oppressione patriarcale, così come una persona può anche non avere un padrone, ma subire l’emarginazione, l’espropriazione, il disagio delle strutture capitalistiche. Non trovare casa per i costi troppo alti degli affitti, non potersi curare per mancanza di posti in ospedale, non avere lavoro ecc. sono effetti di un rapporto di potere fondato sulla classe, anche se poi non c’è un padrone con il cronometro e lo scudiscio.

La strutture patriarcali sono ancora oggi alla base di ogni società, sia pure in modi assai diversificati. Non è mai esistito il MATRIARCATO, sono esistiti la matrilinearità e forme di patriarcato in cui le donne sono state più libere. Le strutture patriarcali agiscono in profondità e condizionano profondamente la vita delle donne e degli uomini. Sono note e discusse all’infinito nel femminismo le teorie della PSICOANALISI sulla catastrofe psicologica che produrrebbe nella bambina la scoperta di essere priva del PENE, sul rancore verso la madre e la scarsa stima di sé che ne deriverebbe, sull’invidia per la preziosa appendice come costante di ogni desiderio femminile di affermazione…

Freud non era matto, aveva solo intercettato attraverso i suoi esperimenti clinici la presenza di una ferita narcisistica legata alla scoperta della differenza di sesso. Il limite della sua interpretazione consiste nell’aver attribuito quella ferita alla biologia e di averne ignorato l’aspetto culturale: la ferita è legata alla scoperta che non essere uomo (cioè non avere il pene) significa valere di meno; l’invidia del pene è l’invidia del ruolo sociale di chi ha il pene, cioè dell’uomo, dell’individuo di sesso maschile. Lacan, uno psicoanalista francese, ha distinto poi il pene dal fallo, che è il pene sociale: quel che le donne invidiano è il FALLO (cioè il potere, l’autonomia, la parola…), poi il pene diviene il feticcio del fallo.

Queste strutture continuano ad agire con l’atteggiamento dei genitori che investono più sui figli maschi che sulle figlie femmine e dalla combinazione tra la ferita narcisistica della castrazione e le ridotte aspettative hanno origine alcune caratteristiche femminili di scarsa fiducia in se stesse, senso eccessivo del limite, bisogno di sostegni maschili ecc. Si può discutere se le cose oggi stiano per le donne ancora così, ma se sono almeno in parte cambiate questo vale per un’area abbastanza limitata del mondo.

Il patriarcato, o addirittura la dominanza, agisce nella VIOLENZA contro le donne, che è presente dappertutto e costituisce la trama sottostante la civilizzazione. La violenza familiare nelle sue forme peggiori e in quelle più innocue; la violenza sessuale con cui gli uomini spesso puniscono la libertà delle donne; i furti, gli scippi, le aggressioni di cui sono autori, nel 90% dei casi, uomini e vittime, nella grande maggioranza dei casi, donne sono l’espressione di un rapporto di cui le leggi riescono solo molto parzialmente a modificare le dinamiche.

Struttura patriarcale è la logica per cui alla violenza contro le donne si reagisce con il paradosso della reclusione delle vittime, invece che con l’educazione e il controllo degli aggressori potenziali. Sono strutture patriarcali quelle che determinano la DIVISIONE DEL LAVORO tra donne e uomini: dappertutto le donne lavorano molto più degli uomini, perché devono farsi carico sia del lavoro per lo stipendio o il salario, sia del lavoro domestico e di cura, sia del lavoro di produzione, sia del lavoro di riproduzione. Questo fenomeno è caratteristico di tutte o quasi le società umane e non solo di quelle in cui le donne hanno conquistato l’EMANCIPAZIONE. Ne è la prova che tra le donne che hanno gli orari di lavoro , compreso il lavoro di cura e riproduzione, più lunghi sono al

primo posto le keniote e al secondo le italiane, con orari di lavoro che hanno punte massime anche di ottanta ore la settimana. Per l’azione delle strutture patriarcali le donne sono piccola minoranza nelle assemblee elettive (almeno che non vengano messe in atto specifiche misure antidiscriminatorie), detengono una porzione infinitesimale della proprietà, hanno ruoli ancora secondari nella cultura, malgrado i veri e propri balzi in avanti fatti nel corso del XX secolo.

Le ragioni per cui le donne sono ancora SECONDO SESSO anche nelle civiltà occidentali sono complesse e preferisco in proposito rispondere a domande, se mi verranno fatte. Anticipo però un’importante osservazione: il doppio lavoro femminile non basta da solo a spiegare le difficoltà delle donne soprattutto in alcuni settori della sfera pubblica. Non spiega per esempio perché le donne sono nel PRC il 17% poco più o poco meno. Basta guardare il movimento, il volontariato e altre espressioni dell’impegno sociale per rendersi conto di quanto le donne siano oggi attive al di là della sfera privata e nel mondo in genere.

Il discorso sulle strutture patriarcali potrebbe continuare ancora a lungo non solo per quel che riguarda la loro ampiezza e profondità nella stessa civiltà occidentale, ma anche sulla grande varietà dei modi. Sono espressione di strutture patriarcali sia il burqa, sia l’inflazione di corpi femminili nudi; sia la lapidazione delle adultere, sia la prostituzione coatta. Naturalmente non si può fare di ogni erba un fascio ed è evidente che siamo di fronte a forme di patriarcato assai diverse, per cui non avrebbe senso tracciare un segno di equivalenza.

Strutture patriarcali attraversano (per esempio) anche le organizzazioni e i partiti della sinistra, anche il movimento, anche i luoghi politici che frequentiamo e in cui siamo attive. Certe assemblee del PUNTO ROSSO (per esempio) con venti uomini alla presidenza e il novanta per cento di interventi maschili ne sono stati l’espressione visibile e indiscutibile. Oggi le cose sono un po’ cambiate, perché dopo anni di sberleffi e proteste gli organizzatori hanno cominciato a sospettare che forse esiste un problema. Dubito però che abbiano capito quale.

Il movimento politico che ha lottato e lotta contro le strutture patriarcali si chiama FEMMINISMO. Per quanto ovviamente si possano trovare degli antecedenti in tutta la storia della specie umana, il fenomeno politico vero e proprio nasce quando nasce la politica nel senso moderno del termine, cioè con la rivoluzione del 1789. Come altri movimenti di liberazione della storia contemporanea, il femminismo è un movimento reale, legato all’attivizzazione politica di ampi settori di donne; è un complesso di discorsi, di miti, di teorie che ne trascrivono e bisogni e le aspettative; è un insieme di strutture organizzative con logiche proprie diverse da quelle di altri soggetti di liberazione. Il femminismo si articola in FEMMINISMI, perché le donne sono diverse tra loro per collocazione di classe, per appartenenza a civiltà e culture diverse, per preferenze sessuali, per scelte politiche, così come sotto la categoria movimento operaio raccogliamo molte realtà diverse possiamo usare femminismo come categoria unificante.

Malgrado l’esigenza di mantenere sempre fermo l’uso del plurale, il movimento in quanto tale ha mostrato alcune costanti non sempre facili da individuare e interpretare:

A. Il femminismo nasce e rinasce sempre a sinistra, anche se il termine sinistra deve essere inteso in questo caso in senso molto lato. Nasce cioè nel seno di tendenze democratiche, progressiste o rivoluzionarie. Il femminismo di destra, che pure esiste, è invariabilmente il prodotto di un falling- out, di una ricaduta di femminismi nati altrove sul complesso della società: accade spesso che quel che appariva trasgressivo e scandaloso ieri, appaia ovvio e normale oggi e la società nel suo complesso vi si adegui. Il femminismo di destra vede anche singole donne in conflitto con il senso comune del proprio ambiente, perché in qualche modo influenzate dai discorsi e dalle pratiche femministe, ma anche in questo caso si tratta di un fenomeno di ricaduta.

Il femminismo è nato e rinato al fianco della rivoluzione francese, delle rivoluzioni nazionali europee della prima metà del XIX secolo, del movimento abolizionista della schiavitù nell’America del nord, del movimento operaio, del Sessantotto. All’interno di questi fenomeni si è creato lo spazio materiale e culturale di una politicizzazione delle donne e poi di una presa di coscienza di genere. Il femminismo nasce a sinistra perché il carattere distintivo rispetto alla destra è la messa in discussione dell’ordine gerarchico.

B. Il femminismo usa in genere la forma di lotta della pressione conflittuale. Si colloca cioè all’interno o al fianco o nei pressi del fenomeno su cui intende esercitare un’influenza, ne critica la misoginia, ne mette in luce le contraddizioni ecc. , ma ne utilizza anche il linguaggio e le categorie di pensiero. Così per esempio il femminismo al fianco della rivoluzione del 1789 parla di égalité, formula la dichiarazione dei diritti delle donne, crea club femminili, teorizza la libertà dell’ individuo- donna. Il femminismo che si sviluppa nel movimento per l’abolizione della schiavitù, parla del rapporto uomo-donna come di schiavismo, rimprovera agli uomini la contraddizione tra la lotta di cui sono protagonisti e la permanenza della schiavitù delle loro mogli e figlie, ecc.

Il femminismo nato alla metà degli anni Sessanta negli Stati Uniti ha subito l’ascendente intellettuale e politico delle rivoluzioni dei popoli oppressi e delle lotte degli afroamericani e ne porta tracce evidenti nel linguaggio: liberazione, autodeterminazione, differenza sono categorie legate a un immaginario politico nazionalista. Luce Irigaray, una delle teoriche del differenzialismo, per indicare la separazione dalla madre operata dalla legge del padre usa i termini esilio – estradizione – espatrio.

C. Il femminismo si è fatto interprete di un insieme di rivendicazioni, diverse secondo il tempo, i luoghi, il settore di donne a cui di volta in volta ha fatto riferimento. Ha rivendicato per le donne la maggiore età e la fine delle tutele maschili, la possibilità di ereditare e possedere beni, di amministrare, di fissare il proprio domicilio, di accedere all’istruzione e a tutti i lavori, di avere parità di salario e di diritti, di poter votare ed essere elette, di poter disporre del proprio corpo ecc. Le lotte degli anni Settanta in Italia hanno avuto come effetto la legge che depenalizza l’ABORTO nei primi tre mesi di gravidanza, la diffusione della contraccezione (sia pure con alcuni limiti), un nuovo diritto di famiglia, la fine di fenomeni aberranti come il cosiddetto DELITTO D’ONORE e soprattutto una maggiore libertà sessuale.

La permanenza di CAPITALISMO e PATRIARCATO ha poi dato a queste stesse conquiste spesso un senso diverso da quello della libertà autentica, ma ha comunque prodotto cambiamenti positivi nel costume e nell’identità femminile.

D. Il femminismo è dalle sue origini e ancora oggi un fenomeno politicamente debole, cioè frammentario, intermittente, marginale. Ci sono stati lunghi periodi della storia in cui si è inabissato, diventando assolutamente invisibile. Questo è accaduto (per esempio) tra gli anni Venti e la metà degli anni Sessanta: nel periodo di latenza è stato considerato una corrente superata dalla storia e legata all’esigenza di battere pregiudizi ed esclusioni ormai superati.

Anche nei suoi momenti migliori si presenta come una realtà scarsamente organizzata, fatta di piccoli o piccolissimi gruppi poco comunicanti, di comunità chiuse, di circoli culturali o di attività di solidarietà importanti, ma che raramente riescono ad avere accesso alla politica autentica.

Nel complesso dei fenomeni a cui abbiamo dato il nome di GLOBALIZZAZIONE, il genere è stato un elemento determinante dei meccanismi di inclusione e di esclusione. Negli ultimi decenni del XX secolo si è determinata un’immissione senza precedenti di donne nel lavoro socializzato, ma la domanda femminile di autonomia economica è stata utilizzata per rendere più flessibile e precario anche il lavoro degli uomini, per escludere dalle garanzie e dalla sicurezza.

La femminilizzazione del lavoro e delle migrazioni mostra abbastanza chiaramente la funzione del genere nella ridefinizione degli ordini gerarchici. Nel SUD del mondo, nelle assunzioni sono state preferite le donne, come in tutte le economie che si affacciano al mercato mondiale e in cui prevalgono le lavorazioni ad alto tasso di manodopera. Al NORD sono state preferite le donne perché i nuovi lavori sono in maggioranza precari e a tempo parziale e perché in questa parte del mondo le economie tendono a diventare economie di servizi.

La più forte presenza di donne nel mercato del lavoro, come già era accaduto con il capitalismo di Manchester, da una parte rende più frammentaria e difficile la loro esistenza, dall’altra incrina o spezza vecchie strutture patriarcali e millenarie oppressioni, agisce sulle identità maschile e femminile, indebolisce la relazione di potere tra uomini e donne.

La vicenda del XX secolo mostra però che gli esiti della complessa vicenda delle RELAZIONI DI POTERE non sono né unilaterali né obbligati. Il capitalismo agisce infatti in due direzioni opposte. Esso tende a distruggere le vecchie relazioni di potere e a ridurre tutti i rapporti umani a rapporti tra detentori di capitale (nelle varie forme in cui il possesso di ricchezze può manifestarsi in una società) e forza lavoro libera di vendersi o di crepare.

Nello stesso tempo tuttavia ha anche bisogno di una strategia sociale di DIVISIONE e GERARCHIZZAZIONE della forza lavoro, che si sono appunto realizzate attraverso il genere e l’appartenenza razziale o nazionale. Negli Stati Uniti (per esempio) non sono mai esistiti partiti operai di massa come in Europa, perché il proletariato è stato profondamente diviso secondo una gerarchia razziale e di ondate migratorie. In Europa ai gradini più bassi del lavoro dipendente si colloca la FORZA LAVORO MIGRANTE, con tendenziali forme di gerarchizzazione interna secondo criteri simili a quelli che hanno agito e agiscono negli Stati Uniti.

Anche il genere resta un elemento di gerarchizzazione, visto che le donne occupano i livelli inferiori del lavoro dipendente, hanno salari più bassi attraverso una serie di meccanismi che aggirano le leggi sulla parità salariale, rappresentano la parte più precaria e flessibile del lavoro salariato.

Il risvolto più pericoloso della globalizzazione è tuttavia un altro. La crisi del movimento operaio e delle speranze laiche di liberazione produce dappertutto un’ascesa degli INTEGRALISMI e delle destre, che mette a rischio grave le conquiste e le libertà delle donne. Questo avviene sia nei paesi che considerano l’Occidente un nemico e reagiscono al NEO-COLONIALISMO IMPERIALE con il recupero di tradizioni fortemente patriarcali e di identità culturali regressive, sia nell’Occidente stesso in cui le forze sociali della conservazione e/o della restaurazione sociale si appoggiano (nella ricerca di un difficile consenso negli strati popolari) su Chiese e burocrazie ecclesiastiche.

In ITALIA la legge sulla cosiddetta PMA, cioè sulla fecondazione assistita, è un esempio del rapporto tra un governo di destra e un clero (quello cattolico) che non si è mai rassegnato alla laicità dello Stato italiano che considera il luogo privilegiato del suo potere temporale.

Agli inizi del XXI secolo le donne e le intellettuali organiche dei loro movimenti politici si trovano alle prese con i problemi di sempre, sia pure in forme diverse dal passato e in forme diverse secondo le culture e le aree del mondo in cui lottano. Ci si trova ad affrontare marginalità ed esclusione in tutte le aree della sfera pubblica in cui siano in gioco potere e poteri, collocazione sociale nel complesso subalterna, esigenza di difendere ancora e di nuovo la libertà delle scelte sessuali e procreative, persistenza e spesso anche rigurgiti di violenza misogina, acuirsi del conflitto per la contraddizione tra un nuovo desiderio di autonomia delle donne e il rafforzarsi di istituzioni patriarcali a difesa dell’ordine costituito.