L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Sociologia

La donna: un modello di forza e determinazione

di Sara Vicidomini

La donna, argomento intenso e profondamente caro, in questo giorno nel quale si riflette sulle molteplici vie da seguire in questa compagine storica in vista di un’autentica emancipazione e parità sono lieta di ospitare l’elaborato di una giovanissima donna. Vi presento con onore e stima gli argomenti selezionati da Sara Vicidomini .

Mi ha colpito profondamente la cura e la determinazione nel trattare argomenti scottanti e delicati con inchiostro fresco  e vento giovane.

Buona lettura

La donna: un modello di forza e determinazione

Il percorso che ho scelto di presentare è un argomento che ritengo fortemente importante. Parlo del ruolo che ha assunto la donna nel contesto 
storico – sociale.

I motivi che mi hanno condotta alla scelta e all’analisi di tale tematica sono molteplici e diversi tra loro: innanzitutto l’argomento della donna e della sua condizione mi sembra un tema che è ancora oggi molto attuale, per questo ho scelto di evidenziare il processo discriminatorio a cui la donna è stata sottoposta nel corso dei secoli, e ritengo che oggi, anche se in misura inferiore, ne sia ancora soggetta.
La mia è una “critica”ad una società che ha considerato l’emisfero femminile inferiore, dimenticando il ruolo chiave che esse hanno assunto e che tutt’oggi assumono all’interno della società e dei suoi molteplici settori.
La parità dei diritti e l’accesso alle professioni, sono ormai conquiste delle donne, anche se segnate da numerosi pregiudizi. 

Futuro dell’umanità e liberazione della donna

Da migliaia di anni la storia dell’umanità è una storia di uomini nella quale le donne sono presenti solo di riflesso e sempre in ruoli secondari: Penelope, la sposa fedele; Cornelia, la madre dei Gracchi; Beatrice, l’amore impossibile sognato da Dante Alighieri, dove, con il dolce stil novo (il passaggio che trasforma il volgare in una lingua letteraria, l’aggettivo dolce definisce lo stile terso e musicale, mentre l’espressione novo sottolinea la consapevolezza dei poeti che lo hanno adoperato, tra cui Guido Cavalcante e Dante Alighieri, di aver inaugurato un nuovo modo di concepire il sentimento amoroso), gli stilnovisti celebrano la donna gentile,rappresentandola come una donna angelo, e così via.

Una donna soggetta alla proprietà paterna è, anche, Gertrude, ovvero la Monaca di Monza, la quale, è il personaggio protagonista dei capitoli IX e X del romanzo “I Promessi Sposi”, l’opera più importante di Alessandro Manzoni, a cui egli lavora dal 1821 al 1840. Essa rappresenta un’immagine opposta del mondo degli ordini religiosi rispetto a quella offerta da Padre Cristoforo, perché da ospite e aiutante di Lucia si trasforma in aiutante dei suoi rapitori. Appartenente alla più alta nobiltà, essa vive, fin dalla sua monacazione forzata, tutte le contraddizioni e i malefici effetti dell’intreccio tra sistema ecclesiastico e prepotenza sociale.

Oggi però la situazione va rovesciata, prima di tutto perché il progredire della democrazia è stato accompagnato dalle lotte delle donne per la conquista dei loro diritti, in secondo luogo perché i più ascoltati economisti contemporanei sostengono che rinunciare al contributo extra-familiare di metà dell’umanità porta a crisi economiche, guerre e rovine.

L’Occidente sta già procedendo sulla strada di questa radicale trasformazione; invece, in Africa come in Asia e in vaste zone dell’America centrale, le donne stanno cominciando solo ora a reagire ai soprusi. Il fenomeno delle “spose bambine” , è il primo ostacolo da abbattere a causa della catena di conseguenze che porta con sé. E’ un fenomeno che interessa nel mondo 60 milioni di minorenni.

 

Le cause del fenomeno delle “spose bambine”

Il fenomeno delle “spose bambine” ha diverse cause, alcune di carattere culturale, altre di carattere economico. Tra le prime vi è l’obbligo per le ragazze di essere vergini al momento del matrimonio o la convinzione che sposarsi presto metta al riparo le giovani dal rischio di subire violenze. Ma la causa principale è la povertà.

Per le famiglie che vivono in miseria, infatti, dare in sposa una figlia il più presto possibile significa non doverla più mantenere. Inoltre, in molti Paesi, più la ragazza è giovane più bassa è la dote, la spesa principale che la famiglia della sposa deve affrontare in vista del matrimonio. Quasi sempre i mariti sono uomini adulti. In una situazione simile, per molte famiglie povere non ha alcun senso investire tempo e denaro nell’istruzione delle figlie e così il fenomeno non fa che perpetuarsi, perché meno le donne studiano meno speranze hanno di procurarsi un lavoro e rendersi autonome.

 

Le conseguenze: analfabetismo e morte precoce

I matrimoni delle spose bambine comportano molte conseguenze. La prima è l’abbandono scolastico, che condanna la donna a rinunciare per sempre ai suoi diritti civili e politici.

La seconda è la morte per parto, in quanto il loro fisico spesso non è ancora pronto a sopportare la gravidanza. E infatti nel mondo gravidanza e parto sono la prima causa di morte per le donne fra i 15 e i 19 anni. Dati del 2010 affermano che nel mondo ogni minuto una donna muore di parto, altre venti donne ogni minuto restano vittime di infermità. Anche in questo caso le differenze tra le varie aree del pianeta sono abissali. In molti Paesi non si investe abbastanza in strutture ospedaliere e non si tutela la salute delle donne povere e poco istruite.

 

Un indicatore della disuguaglianza

In molte parti del mondo, milioni e milioni di donne muoiono per cause dovute esclusivamente al fatto stesso di appartenere al sesso femminile.

In Cina il rapporto è di 107 maschi ogni 100 femmine e in India 108 maschi ogni 100 femmine. Secondo l’indiano Amartya Sen, vincitore del premio Nobel per l’Economia nel 1998, la spiegazione sta nel fatto che in questi Paesi le donne vivono in condizioni di enorme inferiorità e dunque muoiono prima, tanto che il rapporto tra la popolazione maschile e femminile rappresenta, secondo Sen, il miglior indicatore della disuguaglianza tra i sessi. Le bambine muoiono prima, perché non ricevono le stesse cure mediche dei maschi. Le donne sono vittime della discriminazione e della scarsa considerazione in cui la società tiene la loro vita e la loro salute.

Secondo i calcoli di Sen, al mondo mancano all’appello più di 100 milioni di donne.

Più di cento milioni di vittime del sessismo, la forma di discriminazione che, così come il razzismo prende di mira una razza, colpisce un sesso, quello femminile. Come tutti i razzismi, il sessismo non ha alcun fondamento reale e va combattuto con tutte le forze.

 

continua…..

 

 

 


Aghia Sophia – CCCP

“I bisogni che sono per la vita dell’anima l’equivalente dei bisogni di
nutrimento, di sonno, di calore per la vita del corpo.”

da Simone Weil “La prima Radice”
parte prima “Le esigenze dell’anima”
Edizione di Comunità. Milano 1980


Il tabù del “mestiere più antico”

Nel 1959 quest’attività è stata resa illegale in seguito all’approvazione della Legge Merlin: tempo di cambiare? O è giusto lasciare tutto così? Germania, Olanda, Svizzera e Austria: sono alcuni dei tanti paesi in Europa che si sono convertiti dal proibizionismo alla regolamentazione, dalla prostituzione vista come reato alla prostituzione come attività legale. Il nostro paese, […]

via Il tabù del “mestiere più antico” — Il Bello del Sapere


Buon San Valentino

 

san-valentino

 

Le Origini: La festa degli innamorati trae le sue origini da una festività pagana. Essa veniva celebrata, nei riti pagani romani, come tributo al Dio Lupercus Faunus (che era un fauno cacciatore di ninfe, sposo e fratello di Fauna, una delle tante rappresentazioni femminili di Madre Natura) e si svolgeva dal 13 al 15 febbraio […]

via San Valentino tra storia, superstizione e magia. — When you Touch me


Il #Corpo. Luogo di #Utopia (Michel #Foucault – conferenza radio 1966)


“Les hétérotopies” et “L’utopie du corps” were two radio conferences broadcast by France culture station on December 7 and 11, 1966 as part of the Culture française radio program produced by Robert Valette.

© INA – Institut national de l’audiovisuel, 1966

A quel luogo che Proust torna a occupare, lentamente e con timore, a ogni suo risveglio, non posso più sfuggire, non appena avrò aperto gli occhi. Non che a causa sua io rimanga inchiodato al mio posto – perché dopo tutto posso non soltanto muovermi e agitarmi, ma anche agitarlo, muoverlo, cambiarlo di posto –solo che, ecco, non posso cambiare luogo senza di lui, non posso lasciarlo là dov’è, e andarmene, io, altrove. Posso pure andarmene in capo al mondo, nascondermi sotto le coperte la mattina, farmi il più piccolo possibile, posso pure liquefarmi al sole su una spiaggia, lui sarà sempre là dove sono io. É irrimediabilmente qui, mai altrove. Il mio corpo è il contrario di un’utopia, è ciò che non sarà mai sotto un altro cielo, è il luogo assoluto, il piccolo frammento di spazio col quale letteralmente “faccio corpo”. Il mio corpo, spietata topia. Magari potessi vivere con lui una sorta di familiarità consumata, come con un’ombra o con quelle cose di tutti i giorni che finisco per non vedere più e a cui la vita ha tolto ogni colore, come con questi comignoli, con questi tetti che compaiono ogni sera davanti alla mia finestra! E invece ogni mattina, stessa presenza, stessa ferita; sotto i miei occhi si disegna l’immagine inevitabile che lo specchio impone: volto magro, spalle curve, sguardo miope, niente più capelli, veramente non un granchè. Dentro questo brutto guscio che è la mia testa, dentro questa gabbia che non mi piace,dovrò mostrarmi e andarmene in giro; attraverso questa griglia dovrò parlare, guardare, essere guardato, dentro questa pelledovrò marcire. Il mio corpo è il luogo a cui sono condannato senza appello. Credo che, in fondo, sia contro di esso e come percancellarlo che nascono tutte queste utopie. Il prestigio, la bellezza, la meraviglia dell’utopia a che cosa sono dovuti? L’utopia è un luogo fuori da ogni luogo, ma è un luogo in cui io avrò un corpo senza corpo, un corpo bello, limpido, trasparente, luminoso, veloce, colossale nella potenza, infinito nella durata, sciolto, invisibile, protetto, sempre trasfigurato; ed è ben possibile che l’utopia prima, quella più impossibile da sradicare dal cuore degli uomini, sia proprio l’utopia di un corpo incorporeo. Il paese delle fate, il paese dei folletti, dei geni dei maghi – ebbene – è il paese in cui i corpi si muovono alla velocità della luce, le ferite guariscono in un lampo con un balsamo meraviglioso ed è possibile cadere da una montagna erialzarsi vivi, il paese in cui si è visibili quando si vuole, invisibili quando lo si desidera. Se c’è un paese di fiaba, è proprioperché in esso io sia un principe affascinante e tutti i bei damerini si ritrovino coperti di peli e brutti come orsi. Ma c’è anche un’utopia fatta per cancellare i corpi. Questa utopia è il paese dei morti, le grandi città utopiche che la civiltà egizia ci ha lasciato. La mummia, in fin dei conti, che cos’è? É l’utopia del corpo negato e trasfigurato. La mummia è il grande corpo utopico che permane nel tempo. Ci sono state anchele maschere d’oro che la civiltà micenea metteva sui volti dei re defunti: utopia dei loro corpi gloriosi, potenti, solari, terrore degli eserciti. Ci sono state le pitture e le sculture sepolcrali, i giacenti che dal Medioevo prolungano nell’immobilità una giovinezza che non passerà più. Oggi ci sono quei semplici cubi di marmo, corpi resi geometrici dalla pietra, figure regolari e bianche sul grande sfondo nero dei cimiteri. Ed ecco che in questa città d’utopia dei morti, il mio corpo diventa solido come una cosa, eterno come un dio. Ma forse la più ostinata, la più potente di queste utopie con le quali cancelliamo la triste topologia del corpo, ce la fornisce, dal profondo della storia occidentale, il mito dell’anima. L’anima funziona nel mio corpo in un modo ben mirabile. Essa vi alloggia, certo, ma sa anche fuggirne: se ne fugge per vedere le cose attraverso la fessura dei miei occhi, se ne fugge per sognare mentre dormo, per sopravvivere quando muoio. È bella la mia anima, pura, bianca; e se il mio corpo infangato – o comunque non certo immacolato – viene a sporcarla, ci saranno di certo una virtù, una potenza, mille gesti sacri in grado direstituirle la sua primitiva purezza. Durerà a lungo la mia anima, più che a lungo, mentre il vecchio corpo andrà a marcire. Viva la mia anima! Essa è il mio corpo luminoso, purificato, virtuoso, agile, mobile, tiepido, fresco; è il mio corpo liscio, castrato, arrotondato come una bolla di sapone. Ecco, in virtù di tutte queste utopie il mio corpo è svanito. Svanito come la fiamma di una candela quando ci soffiamo sopra. L’anima, le tombe, i geni e le fate ne hanno fatto man bassa, l’hanno fatto scomparire in un batter d’occhio, ne hannocancellato la pesantezza, la bruttezza, e me l’hanno restituito splendido e perpetuo. A dire il vero, però, il mio corpo non si fa ridurre così facilmente. Dopo tutto ha anche lui le sue risorse fantastiche; anche lui possiede luoghi senza luogo, luoghi anche più profondi e più ostinati dell’anima, della tomba, dell’incantesimo dei maghi. Ha le sue caverne e le sue soffitte, i suoi soggiorni oscuri, le sue spiagge luminose. La mia testa, per esempio, la mia testa: strana caverna che si apre sul mondo esterno con due finestre, due aperture, ne sono sicuro, perché le vedo nello specchio; e poi, posso chiudere l’una o l’altra separatamente. E tuttavia ce n’è una sola di queste aperture, perché vedo davanti a me un solo paesaggio, continuo, senza divisioni né tagli. E dentro questa testa come vanno le cose? Ebbene, le cose vi alloggiano. Vi entrano – si sono sicuro che le cose penetrano nella mia testa mentre guardo, perché il sole, quando è troppo forte e mi acceca, mi ferisce fino in fondo al cervello – eppure queste cose che entrano nell mia testa restano all’esterno, perché le vedo davanti a me e, per raggiungerle, devo spostarmi a mia volta. Corpo incomprensibile, corpo penetrabile e opaco, corpo aperto e chiuso: corpo utopico. Corpo, in un certo senso,assolutamente visibile: so bene cosa significhi essere guardato da qualcun altro dalla testa ai piedi, essere spiato alle spalle, sorvegliato dall’alto, sorpreso quando meno me l’aspetto, so che cosa significhi essere nudo. Eppure questo stesso corpo così visibile se ne sta ritirato, captato da una sorta di invisibilità da cui non posso mai liberarlo. Questa testa, questa parte di dietro della mia testa che posso toccare qui, con le mie dita, ma mai vedere; questa schiena che sento appoggiata contro il materasso del divano quando me ne sto disteso, ma che riesco a sorprendere solo con l’astuzia di uno specchio; e che cos’è questa spalla, di cui conosco con precisione i movimenti e le posizioni, ma che non potrò mai vedere senza contorcermi orribilmente? Il corpo, fantasma che appare solo nel miraggio degli specchi e, comunque, in maniera frammentaria. Ho veramente bisogno di geni e di fate, della morte e dell’anima, per essere contemporaneamente e indissolubilmente visibile e invisibile? E poi, questo corpo è leggero, trasparente, imponderabile; niente è meno cosa di lui: corre, agisce, vive, desidera, si fa attraversare senza resistenza da tutte le mie intenzioni. Si, ma solo fino al giorno in cui ho male da qualche parte, la caverna del mio ventre si approfondisce, il mio petto e la mia gola si bloccano, si intasano, si riempiono di stoppa; fino al giorno in cui il mal di denti si irradia fino al fondo della mia bocca. Allora, allora si che smetto di essere leggero, imponderabile eccetera: divento cosa, architettura fantastica e in rovina. No, veramente non c’è bisogno né di magia né di fiaba, non c’è bisogno né di un’anima né di una morte, perché io sia insieme opaco e trasparente, visibile e invisibile, vita e cosa: per essere utopia, basta essere un corpo. Tutte queste utopie con cui cercavo di sottrarmi al mio corpo avevano semplicemente il loro modello e il loro punto di prima applicazione, il loro luogo d’origine nel mio corpo. Avevo torto a dire, poco fa, che le utopie erano rivolte contro il corpo e destinate a cancellarlo: sono nate dal corpo stesso e si sono, forse solo più tardi, rivolte contro di lui. Comunque una cosa è certa: il corpo umano è l’attore principale di tutte le utopie. D’altronde una delle utopie più antiche che gli uomini si sono raccontate non è forse il sogno di corpi immensi, smisurati, che divorano lo spazio e dominano il mondo? È la vecchia utopia dei giganti, al centro di tante leggende in Europa, in Africa, in Oceania, in Asia; quella vecchia leggenda che ha nutrito così a lungo l’immaginazione occidentale, da Prometeo a Gulliver. Anche il corpo è un grande attore utopico, quando si tratta di maschere, di trucco, di tatuaggio. Mascherarsi, truccarsi, tatuarsi non significa, come ci si potrebbe immaginare, acquistare un altro corpo, un po’ più bello, più decorato, più facilmente riconoscibile; tatuarsi, truccarsi, mascherarsi è certamente un’altra cosa, è fare entrare il corpo in comunicazione con poteri segreti e forze invisibili. La maschera, il segno tatuato, il trucco, depositano sul corpo tutto un linguaggio: tutto un linguaggio enigmatico, tutto un linguaggio cifrato, segreto, sacro, che richiama su quel corpo la stessa violenza del dio, la potenza sorda del sacro o la vivacità del desiderio. La maschera, il tatuaggio, il trucco mettono il corpo in un altro spazio, lo fanno entrare in un luogo che non ha immediatamente luogo nel mondo e fanno di quel corpo il frammento di uno spazio immaginario che comunicherà con l’universo delle divinità o con l’universo altrui. Saremo afferrati dagli dei o dalla persona che abbiamo appena sedotto. Comunque la maschera, il tatuaggio, il trucco sono operazioni con cui il corpo viene strappato al proprio spazio e proiettato in un altro. Ascoltate per esempio questo racconto giapponese e il modo in cui il tatuatore trasferisce in un universo diverso dal nostro il corpo della fanciulla che desidera: “Il sole lanciava i suoi dardi sul fiume incendiando la stanza delle sette stuoie. I suoi raggi riflessi sulla superficie dell’acqua formavano un disegno di onde dorate sulla carta dei paraventi e sul volto della fanciulla profondamente addormentata. Seikichi, dopo aver chiuso le porte, prese in mano i suoi strumenti da tatuaggio. Per qualche momento sprofondò in una sorta di estasi. Solo ora assaporava pienamente la strana bellezza della fanciulla. Sarebbe potuto restare seduto davanti a quel volto immobile per decenni o per secoli senza mai provare né stanchezza né noia. Così come un tempo il popolo di Menfi aveva abbellito la magnifica terra egiziana con piramidi e sfingi, Seikichi, con tutto il suo amore, volle abbellire la pelle fresca della fanciulla con il suo disegno. Le applico subito la punta dei suoi pennelli colorati, tenendoli fra il pollice, l’anulare e il mignolo della mano sinistra, e via via che le linee si disegnavano le pungeva con l’ago che teneva nella mano destra”. E se si pensa che l’abito sacro o profano, religioso o civile, introduce l’individuo nello spazio chiuso del religioso o nella rete invisibile della società, si comprende come tutto ciò che tocca il corpo – disegno, colore, diadema, iara, vestito, uniforme – faccia sbocciare in una forma sensibile e variegata le utopie chiuse nel corpo. Ma forse bisognerebbe addirittura andare sotto i vestiti, forse bisognerebbe raggiungere la carne e vedere che talvolta, al limite, è il corpo stesso che rivolge contro di sé il proprio potere utopico, facendo entrare tutto lo spazio del religioso e del sacro, tutto lo spazio dell’altro mondo, tutto lo spazio del contro-mondo all’interno dello spazio che gli è riservato. Il corpo,nella sua materialità, nella sua carne, sarebbe come il prodotto dei suoi stessi fantasmi. Dopo tutto il corpo di chi danza non èa ppunto un corpo dilatato, secondo uno spazio che gli è interno ed esterno allo stesso tempo? E anche i drogati, i posseduti; i posseduti il cui corpo diventa inferno; coloro che hanno ricevuto le stimmate, il cui corpo diventa sofferenza, riscatto e salvezza, paradiso sanguinante. Sono stato davvero uno stupido a credere, poco fa, che il corpo non fosse mai altrove, che esso fosse un qui irrimediabile e si opponesse ad ogni utopia. Il mio corpo, in effetti, è sempre altrove, è legato a tutti gli altrove del mondo e, in verità, è altrove rispetto al mondo. È , infatti, intorno a lui che le cose si dispongono, è rispetto a lui – e rispetto a lui come rispetto a un sovrano – che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un indietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo; laddove le vie e gli spazi si incrociano, il corpo non è da nessuna parte: è al centro del mondo questo piccolo nucleo utopico a partire dal quale sogno, parlo, procedo, immagino, percepisco le cose al loro posto e anche lenego attraverso il potere infinito delle utopie che immagino. Il mio corpo è la Città del Sole, non ha luogo, ma è da lui che nascono e si irradiano tutti i luoghi possibili, reali e utopici. Dopo tutto i bambini ci mettono parecchio tempo a capire che hanno un corpo. Per mesi, per più di un anno, hanno solo un corpo disperso, membra, cavità, orifizi, ma tutto questo si organizza, prende letteralmente corpo solo nell’immagine dello specchio. Più stranamente ancora, i greci di Omero non avevano alcuna parola per indicare l’unità del corpo. Per quantoparadossale sia, davanti a Troia, sotto le mura difese da Ettore e dai suoi compagni, non c’erano corpi, c’erano braccia levate, petti coraggiosi, gambe agili, elmi scintillanti sopra le teste, ma non c’erano corpi. La parola greca che vuol dire corpo appare in Omero solo per indicare il cadavere. È questo cadavere, quindi, anzi, sono il cadavere e lo specchio che ci insegnano (che hanno, cioè, insegnato ai greci e ora ai bambini) che abbiamo un corpo, che questo corpo ha una forma, che questa forma ha un contorno, che in questo contorno ci sono uno spessore, un peso: insomma che il corpo occupa un luogo. Sono lo specchio e il cadavere che assegnano uno spazio all’esperienza profondamente e originariamente utopica del corpo; sono lo specchio e il cadavere che fanno tacere, placano e chiudono, dietro una recinzione per noi ora sigillata, questa grande rabbia utopica, che deteriora e volatilizza in ogni momento il nostro corpo. È grazie a loro, è grazie allo specchio e al cadavere che il nostro corpo non è pura e semplice utopia: Ora, se pensiamo che l’immagine dello specchio si trova in uno spazio per noi inaccessibile e che non potremo mai essere là dove sarà il nostro cadavere, se pensiamo che lo specchio e il cadavere sono essi stessi in un insuperabile altrove, scopriamo che solo le utopie possono rinchiudere su di sé e nascondere per un momento l’utopia profonda e sovrana del nostro corpo. Bisognerebbe forse anche dire che fare l’amore è sentire il proprio corpo rinchiudersi su di sé, esistere finalmente fuori di ogni utopia, con tutta la propria densità, tra le mani dell’altro. Sotto le dita dell’altro che vi percorrono, tutte le parti invisibili del vostro corpo si mettono a esistere, contro le labbra dell’altro le vostre diventano sensibili, davanti ai suoi occhi semichiusi il vostro volto acquista una certezza: c’è finalmente uno sguardo per vedere le vostre palpebre chiuse. Anche l’amore, come lo specchio e come la morte, placa l’utopia del vostro corpo, la fa tacere, la calma, la ripone come in una scatola, la chiude e la sigilla. È per questo che l’amore è così vicino all’illusione dello specchio e alla minaccia della morte. E se, nonostante sia circondato da queste due figure pericolose, ci piace tanto fare l’amore, è perché nell’amore il corpo è qui.


Bangles – Walk like an Egyptian

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Una delle prime girl-band a formarsi nel panorama musicale internazionale,  4 ragazze scatenate all’inizio degli anni ’80 formarono le Bangles, una band rock di Los Angeles che, grazie all’avvenenza delle componenti e alla musica allegra e divertente, ci mettono molto poco a scalare le classifiche. Sin dal loro primo lavoro infatti, intitolato The Bangles, entrano subito in classifica, seppure nelle posizioni basse, per ben30 settimane consecutive. Le ragazze però hanno talento, ed il picco della loro carriera arriva tra il 1984 e il 1986, quando, tra le altre, fanno uscire questa stupenda Walk Like An Egyptian, una delle poche canzone anni ’80 che ancora oggi i giovani ballano. Leggendo un po’ ironicamente le immagini con cui la cultura egizia ci è stata tramandata nei secoli, le Bangles compongono una canzone che li prende in giro, immaginando come sarebbe se tutto il mondo camminasse come vediamo nei disegni, e cioè lateralmente. Anche nel video vengono riprese persone nella vita di tutti i giorni mentre camminano come gli egiziani, compresi i fotomontaggi (che per gli anni ’80 erano fatti benissimo) della principessa Diana, di Gheddafi, e di un’improbabile Statua della Libertà che compiono il tipico movimento con la mano. La canzone intanto, oltre a far divertire, scala senza fatica le classifiche, arrivando prima in America ed in mezzo mondo (solo quinta in Italia) e facendogli guadagnare il Brit Award agli MTV Music Awards del 1987. Il singolo può vantare numerose cover, tra cui anche una di un ironico cantante egiziano, e l’utilizzo come colonna sonora nel film Asterix & Obelix: Missione Cleopatra.


Breve #filosofia del #sessoorale

Chiediamoci la ragione: perchè sia così interessante ed emozionante? Pochi filosofi hanno esplorato l’argomento con il necessario rigore.

sesso-oraleLa sua  radice affonda  nella solitudine e nell’auto-disgusto apparentemente nella nostra compagine temporale. Quando siamo catapultati in atto di nascita in questo mondo, se siamo fortunati, tutto del nostro corpo è accettabile e adorabile, dalla testa ai piedi. Il nascituro è  posizionato  nudo sulla pelle della madre, ove ritrova familiare il  battito cardiaco, e può riscontrare  la gioia negli occhi dei genitori  che lo osservano  soffiare una bolla di saliva o di succhiare le dita. Poi a poco a poco arriva l’autunno. Il capezzolo, fonte di nutrimento è allontanato. Ci vergogniamo della nostra nudità, poi  zone in continua espansione e modifica  del nostro sé esteriore pone  divieto al tocco  altrui. Non abbiamo altra scelta nei rapporti interpersonali, che  mantenere un minimo di 60 o, meglio ancora, la distanza di 90 centimetri ‘tra noi e gli altri’ in ogni momento, per rendere assolutamente chiaro che i nostri stessi movimenti  non siano decodificati come  intenzione di intrusione nello spazio personale di chiunque. Cresciamo e maturiamo sorvegliati e protetti. Diventiamo adulti, strappati dal paradiso, reso poco  attraente  dal passo al passato che  caratterizza   quasi tutti  illogicamente.

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Ma nel profondo, non dimentichiamo mai del tutto  le esigenze con le quali  siamo nati: per essere accettato come siamo veramente, in ogni aspetto: esistere per essere amati.  Qui nasce la peculiarità del #sessoorale. Suona disgustoso quando pensiamo di praticarlo con una persona inadeguato – e questo è il punto. Nulla è erotico qualora sia sperimentata con la persona sbagliata, se non addirittura rivoltante. Con la persona giusta, la connessione precisa trasmette solo accettazione, accoglienza e consenso. Il carattere privilegiato di un rapporto è sigillato da un atto che, con qualcun altro, sarebbe considerato  nauseante. Sesso orale considerato erroneamente oggi pratica  ” maleducata ” e sconveniente – nella migliore delle ipotesi. La vita quotidiana ci impone continuamente di essere disciplinati. Non possiamo distruggere  il rispetto o affetto di chiunque senza gravemente reprimere tutto ciò che è apparentemente ‘cattivo’ dentro di noi: le nostre secrezioni, la nostra aggressività, la nostra disattenzione, la nostra fragilità, la nostra lussuria. Non possiamo pensare che sia accettato dalla società e rivelare chi siamo veramente. Di qui l’estasi erotica, un sollievo emotivo, quando il sesso orale permette al nostro sé segreto di rivelarsi, con tutti i suoi lati ‘cattivi’ e ‘sporchi’, per essere curato e vissuto con entusiasmo e approvato da qualcuno che ci piace.  Il legame di fedeltà in una coppia cresce esponenzialmente  ad  ogni ascesa di espressione. Il  nostro comportamento più inaccettabile sarebbe lontano dagli occhi del mondo il più solido e ricco, sentirlo intimamente come la costruzione di  un rifugio di reciproca accettazione. Il sesso rappresenta l’indice di libertà e di  punizione,  dicotomia tra sporco e pulito. Letteralmente il sesso ci purifica – invitando i lati apparentemente più viziati di noi stessi nei suoi giochi. Siamo in grado di premere nostre bocche, gli aspetti più pubblici e rispettabili dei nostri volti, la sede del linguaggio e articolazione, avidamente nelle parti più viziate dell’altro –  tutto questo  simboleggia in tal modo una approvazione psicologica totale, proprio come un prete  accetta un pentito, colpevole di molte trasgressioni, accolto  con un leggero bacio sulla testa. Da un punto di vista psicologico, molto simile al sesso orale

Il piacere del sesso orale è quindi profondamente ricco e significativo nella vita umana, umana chance dell’animale pensante. Non parlo della piacevole sensazione fisiologica nota a tutti, ma di accettazione. Si tratta di por  fine alla solitudine.

 

REVENGE PORN: LA NUOVA MOLESTIA VIRTUALE

 

Nell’era liquida  di internet credo che sia d’uopo parlare delle nuove violenze di genere che pervadono l’ambiente virtuale; occupandomi con passione da alcuni anni di questa materia sento di dover condividere come spunto di riflessione profonda questo articolo in vista di un cambiamento possibile e una feconda educazione sessuale

Quando si parla di revenge porn, si deve quindi parlare dell’ennesima violenza di genere che ha nel mirino la sessualità femminile e che infrange la privacy dell’individuo che, essendo donna, perde il diritto di decidere per il proprio corpo e per la propria vita. Chiunque si venga a trovare in questa situazione, inoltre, viene colpevolizzato e istigato a provare vergogna, come se la sessualità non fosse una caratteristica naturale di entrambi i sessi.–Potevi stare più attenta, te lo sei meritato– è spesso la frase che le vittime del revenge porn si sentono dire, quasi a giustificare tutte le offese, le minacce e gli insulti.E’ bene ricordare, invece, che non esiste alcun tipo di giustificazione e che i fenomeni del revenge porn e dello slut shaming devono essere fermati, poiché entrambi rappresentano una molestia seria e gravosa nei confronti di un individuo.

Sorgente: REVENGE PORN: LA NUOVA MOLESTIA VIRTUALE


La Dea egizia Bastet

Bast

Bast (nota anche  come “Bastet” in tempi più tardi ) rappresenta una delle più popolari dee  del Pantheon  dell’antico Egitto: la Dea  gatto appunto, associata al gatto domestico nel  Nuovo Regno personificava la giocosità, la grazia, l’affetto, e l’astuzia di un gatto così come la feroce potenza di una leonessa. I testi più antichi descrivono Bastet come la figlia del Dio del sole Ra, creata insieme alla sua gemella malvagia la dea Sekhmet, tali documenti raccontano che fu proprio per l’intervento di Ra che la forza distruttrice di Sekhmet si placò divenendo, insieme a Bastet, l’equilibrio delle forze della natura.

in tutto l’Egitto ,  il suo centro di culto era il suo tempio a Bubastis nel Basso Egitto (che è oggi in rovina), città antica che fu la capitale  durante il periodo tardo, e alcuni  faraoni onorarono la   dea nei loro regni.

Bast

Il suo nome potrebbe essere tradotto come “la   Divoratrice”.  Gli elementi fonetici “Bas” sono riportati su di   un vaso di olio, la “t” è la desinenza femminile che non viene utilizzata quando si scrive la parola “divorare”. Il vaso di olio richiama l’associazione con il profumo: tale collegamento  viene confermato  dal fatto che la dea era  la madre di Nefertum (che appunto era il dio del profumo). Così il suo nome evoca  la sua  dolcezza  e preziosità, sotto la sua pelle pulsava  il cuore di una  predatrice. Baast ritratta con l’ankh (che rappresenta il soffio di vita) o la bacchetta di papiro ( Basso Egitto), impugnava   a volte uno scettro (che indica la forza) ed era spesso accompagnata da una cucciolata di gattini.

Fu amata così tanto da divenire per gli egiziani la dea protettrice della famiglia, dei bambini, delle donne, della danza, del sorgere del sole e divinità che forniva la protezione contro le forze maligne e le malattieBast in the Late Period copyright Einsamer Schutze

Testimonianze di templi dedicati al culto della dea gatto si trovano in tutto l’Egitto, ma la città sacra di Bastet  è Bubastis, località vicino all’attuale città di Zagazig, dove il 31 ottobre di ogni anno si svolgeva un’importante festa in suo onore del quale si trova traccia nel testo dello storico greco Erodoto (Storie – libro II cap. 60).

I gatti erano sacri a Bast, e  danneggiarne uno era considerato un crimine contro di lei e quindi segno funesto. I suoi sacerdoti allevavano gatti sacri nel suo tempio, considerati incarnazioni della dea. Quando morivano venivano mummificati e potevano essere presentati alla dea come offerta. Gli antichi egizi conferivano grande valore ai gatti perché credevano proteggessero i raccolti e rallentassero la diffusione delle malattie uccidendo i parassiti. Di conseguenza, Bast era ritenuta  una dea protettrice.  Pitture tombali suggeriscono che gli egiziani cacciassero con i loro gatti  ( a quanto pare addestrati per recuperare la preda) e  li allevassero anche  come animali domestici cari. Il culto della Dea   Bast era  popolare. Durante l’ Antico Regno fu considerata  figlia di Atum a Heliopolis (a causa della sua unione con Tefnut ), tuttavia, si pensa fosse generalmente  figlia di Ra (o versione successiva Amun ). Lei (come Sekhmet ) era anche la moglie di Ptah e madre di Nefertum e il leone dio Maahes (Mihos) (che potrebbe essere stata  altra manifestazione  di Nefertum).

Bastet with her kittens copyright Captmondo

Come la figlia di Ra era una delle dee note come “occhio di Ra” , una feroce protettrice che ha quasi distrutto il genere umano, ma con l’inganno della la birra tinta con color sangue, fu indotta al sonno che  le procurò una sbornia, e la carneficina fu scongiurata. Insieme ad  altre dee  era conosciuta come “l’occhio di Ra”, in particolare Sekhmet, Hathor , Tefnut , Dado , Wadjete, Mut . Il suo legame con Sekhmet era il più affine. Non solo entrambe le dee assumevano la forma di una leonessa, erano entrambi considerate come la sposa di Ptah e la madre di Nefertum e durante la festa di Hathor (che celebra la liberazione dell’uomo dall’adirato “Occhio di Ra”) l’immagine di Sekhmet rappresentava Alto Egitto mentre l’immagine di Bast rappresentava il  Basso Egitto .

Bast copyright Guillaume Blanchard

Bastet era molto legata ad Hathor ed era  spesso raffigurata in possesso di un sistro (il sacro sonaglio di Hathor) e Dendera (la sede del centro di culto di Hathor nell’Alto Egitto)  nota anche come il “Bubasti del sud”. Questa associazione è chiaramente arcaica in quanto le  due dee appaiono insieme nel tempio nella  valle di Chefren a Giza . Hathor rappresenta l’Alto Egitto e Bast rappresenta Basso Egitto. Uno dei suoi epiteti è stato “la signora di Asheru”. Asheru era il lago sacro nel tempio di Mut a Karnak, e a Bast è stato dato l’appellativo a causa della sua relazione con Mut, che di tanto in tanto ha preso la forma di un gatto o di un leone. All’interno del tempio di Mut ci sono una serie di raffigurazioni del faraone che festeggia con  una corsa rituale in compagnia di Bast. In questo tempio a Bast è stato dato l’appellativo di “Sekhet-Neter” – il “Campo divino” (Egitto).

Bast-Wadjet copyright Sully

E ‘stata anche identificata  con la dea dalla testa di leone pakhet di Speos Artemidos (grotta di Artemide) nei pressi di Beni Hassan. La grotta è stato denominata così perché Bast (e il suo aspetto pakhet) è stata adottata dai Greci come dea  Artemide, la cacciatrice. Tuttavia, le due dee non erano così simili : Artemide era nubile mentre Bast era associata al divertimento e alla sessualità. Tuttavia, la connessione con Tefnut e Bast di aspetto potenzialmente belligerante probabilmente ha contribuito a questo apparentemente strana connessione. Dopo tutto, anche il più piccolo gatto di casa è un abile cacciatore. I greci attribuivano a  Bast  un fratello gemello, così come Artemide aveva suo fratello Apollo. I riferimenti ad   Apollo Heru-sa-Aset ( Horus, figlio di Iside ), ha come diretta conseguenza la relazione del nome di Bast all’ “anima di Iside ” (ba-Aset) mutandone il suo nome  in una forma di questa dea diventata poi sì popolare. In  Bast era una dea  lunare.

Una leggenda racconta che Bastet, morsa da uno scorpione, fu guarita da Ra:
“Ra infuriato, provocò una siccità, quando si fu calmato, mandò Thot a cercare Bastet in Nubia, dove lei si era nascosta sotto forma della dea leonessa Sekhmet. Navigando il Nilo, Bastet si era bagnata nel fiume in una città sacra a Iside, trasformandosi di nuovo in gatta entrando a Bubastis, la città dei gatti, fu trovata da Thot … per molti secoli gli egiziani hanno ripercorso il suo viaggio in venerazione dei gatti e della dea Bastet”.

La gatta era assimilata alla luna: come nei gatti le pupille nel buio della notte subiscono grandi variazioni così venivano paragonati ai cicli lunari.

Scrive in proposito Edward Topsell (Topsell’s Histories of Beasts):
“Gli Egizi hanno osservato negli occhi di una gatta le varie fasi lunari perché con la sua luna piena splendono di più mentre la loro luminosità diminuisce con la luna calante e il gatto maschio muta l’aspetto dei suoi occhi in relazione al sole, infatti quando il sole sorge la sua pupilla si allunga, verso mezzogiorno si arrotonda e la sera non si vede affatto e sembra che l’intero occhio sia omogeneo”.

Alcuni versi tratti dai geroglifici del tempio di Dendera confermano il legame di Bastet con Iside, si legge:
“Quando la vide, sua madre Nut le disse, sii leggera per tua madre, Tu sei più vecchia di tua madre perchè il tuo nome è stato Iside” .

Nella VI dinastia, il faraone Pepi I fece costruire nel suo santuario una cappella dedicata a Bastet, e anche la grande regina Hatshepsut fece scavare un santuario in onore della dea gatto nei pressi di Beni Hassan.

Il gatto quindi venne ritenuto sacro al sole e ad Osiride, la gatta invece consacrata alla luna e ad Iside.Un brano tratto dal “Le settantacinque lodi di RA” 1700 a.C. recita:
“Lode a te, o Ra, glorioso dio-leone, tu sei il grande gatto, il vendicatore degli dei e il giudice delle parole, il presidente dei sovrani e il governatore del sacro cerchio, tu sei il corpo del grande gatto”.

Gli Egizi chiamarono il gatto Myou, conferendogli da prima un ruolo di porta fortuna, riconoscendogli una natura amabile e disponibile, lo introdussero successivamente nella vita quotidiana di tutte le famiglie, con il compito di proteggere le provviste alimentari dai roditori e serpenti velenosi.

Si sono trovate decorazioni tombali che provano che i gatti venivano portati dagli egiziani nelle paludi per recuperare le anatre cacciate, ma l’amore per questi felini si spinge oltre portando alcuni genitori a dare il nome dei gatti (Myoun… Mit… Mirt… Miut) alle proprie figlie femmine. E’ stata ritrovata a Deir el Bahri nel tempio del re Mentuhotep una mummia di una bambina di 5 anni dal nome Mirt.

Immagini dei gatti comparvero anche su oggetti di vita quotidiana, gioielli, braccialetti d’oro, amuleti e anelli ma il gatto fu anche rappresentato in moltissime statue in bronzo destinate per lo più a scopi funerari.

La gran parte delle statuette aveva le orecchie forate con orecchini d’oro o d’argento e occhi intarsiati di pietre semi preziose.

Dei gatti Erodoto scrive: “E quando scoppia un incendio, ai gatti succede qualcosa di veramente strano, gli Egiziani lo circondano tutt’intorno pensando più ai gatti che a domarlo, ma gli animali scivolano sotto o saltano sugli uomini e si gettano tra le fiamme. Quando questo succede, in Egitto è lutto nazionale, gli abitanti di una casa dove un gatto è morto di morte naturale si radono le sopracciglia, i gatti vengono portati in edifici sacri dove vengono imbalsamati e seppelliti nella città di Bubasti.”

Da scavi archeologici nelle rovine di Tell Basta (nome attuale di Bubastis) è stato ritrovato un grandissimo cimitero di gatti mummificati, infatti questi felini subivano lo stesso processo di imbalsamazione delle mummie reali, poi bendati con gli arti distesi e seppelliti con vicino ciotole per il latte e oggetti che ne garantivano la sopravvivenza nell’aldilà.

Il gatto di colore nero era il prediletto perché associato al colore della notte e al colore nero del limo portatore di fertilità e rinascita dopo le inondazione del Nilo.

Infine anche nell’Islam si trova traccia del gatto:
Si narra che Maometto, intento a leggere con un braccio allungato sul tavolo, fu avvicinato da un gatto che gli si sdraiò sulla manica della sua tunica, arrivata l’ora della preghiera Maometto guardando dormire beatamente il gatto non volle svegliarlo credendo che il felino stesse, nel suo sonno, comunicando con Dio (Allah). Preferì quindi tagliarsi la manica della tunica per andare a pregare. Al ritorno dalla preghiera il gatto, riconoscente gli fece tante fusa e Maometto commosso gli riservò un posto in paradiso ponendogli per 3 volte le mani sulla schiena gli donò la capacità di cadere sempre sulle zampe senza farsi male.


SIMBOLOGIA PSICOLOGICA DEL GATTO

Il Bello della Psicologia

Scritto dalla Dott.ssa Annalisa Barbier

“Il gatto non ci accarezza: accarezza se stesso contro di noi”, diceva Antonie Rivarol a proposito della peculiare attitudine del gatto di soddisfare immediatamente le sue necessità sensuali, pur mantenendo le distanze “emotive” dal resto del mondo.

Le diverse mitologie riconoscono ed attribuiscono al simbolismo felino una grande importanza: gli antichi egizi associavano il gatto alla luna e ne dedicavano la figura  alla dea -gatta Bast o Bastet, che veniva raffigurata come una donna dalla testa di gatto o dalle complete fattezze di gatto, associandolo simbolicamente alla notte, alla fertilità e alla gioia.  Nel “libro dei morti” si dice che i gatti fossero alleati del sole ed in grado di distruggere i suoi nemici. Poiché erano adorati come animali sacri alla dea Bast, i gatti erano ritratti in numerose statue e la loro morte – cui faceva seguito la mummificazione e la sepoltura in…

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Sesso in antico Egitto

Frutto della cultura di antichi contadini e allevatori, la mentalità egizia non poteva guardare al sesso che come al più naturale degli atti, e come al più potente simbolo di fecondità. La loro religione politeista intrisa di naturalismo dava all’atto sessuale il valore che esso ha nella natura, con il giusto equilibrio di amore, procreazione e piacere; non esistevano dunque i veti di culture posteriori, e quest’assenza diede del sesso una visione più sana, senza la morbosità dei Greci e dei Romani o anche della cultura moderna.

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Un tale simbolo di fecondità creativa occupò un posto importante nella religione, a partire da Osiride, simbolo della vegetazione e della fecondità della terra, che ancora nei Bassi Tempi è rappresentato disteso e mummiforme, mentre dalle bende sorge il fallo, simbolo dell’energia vitale che sconfigge la morte.

Ben noto è il dio Min, caratterizzato dal fallo eretto, simbolo di fecondità assoluta, ossia della divinità, dell’uomo e della terra; la stessa simbologia passò ad Amon-Min con il sincretismo delle due figure. Ad un livello più umano troviamo di fronte all’immagine di Hathor, a Deir el Bahari, degli ex-voto in forma di modelli di falli in legno e pietra, con cui si voleva pregare la dea di concedere dei figli.

Delle rappresentazioni di unione sessuale si trovano nelle theogamie, ma in questi casi il rapporto fra donna e dio era simbolizzato dalle loro mani allacciate, mentre il dio avvicinava alle narici della donna il simbolo ankh (vita). Nei geroglifici l’immagine del fallo era usata nel segno biconsonatico “mt” e in molte parole come “seme”, “progenitura”, “gloria”, “concubina”. La vulva era rappresentata solo nei simboli geroglifici per “donna”.

Sovente delle dee dell’amore, come Quadesh, o della divina procreazione, come Nut (il cielo che al mattino partoriva il sole) erano rappresentate nude, e il triangolo pubico è trattato con estrema semplicità e purezza, non essendo nè oggetto di particolare rilievo nè di censura.

Nelle pitture egizie la nudità dei giovani appare in tutta la sua semplice purezza; le serve, giovani adolescenti, sono in genere vestite di una semplice centurina che cinge i fianchi come motivo ornamentale, e questo non era che la più semplice normalità. Altro caso è quello di un papiro erotico, conservato al Museo Egizio di Torino, che però è di carattere satirico e non ufficiale; si tratta in effetti di un documento non ufficiale e satirico-erotico in cui le scene sono di gusto goliardico-lupanaresco.


Il Kamasutra egiziano

www.ilsegnocheresta.it

Il primo manuale del sesso, rinvenuto in un fragile vaso di terracotta è un papiro dell’antico Egitto, conservato nel museo Egizio di Torino e toglie il primato al Kamasutra, celebre trattato indiano che contiene i segreti dell’arte amatoria.

Il documentario trasmesso da History Channel ci presenta una visone di un Egitto cosmopolita, aperto all’esterno e con un sano senso dell’erotismo.

Immagini sorprendenti, insolite per noi abituati a geroglifici e scene di vita quotidiane raffigurati sule pareti delle  tombe egizie, che ci hanno tramandato un’idea di popolo rigido e represso.

Queste immagini invece descrivono con dovizia di dettagli le acrobazie sessuali più antiche della storia.  Il papiro erotico, esemplare rarissimo e unico nel suo genere,  ci permette di confrontare le emozioni e i desideri degli egizi di cui non sappiamo nulla.

Greci e romani dalla sessualità spiccata hanno lasciato molte tracce, ma sull’Egitto la storia per pudore, ha calato…

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Il Maschile e l’illusione “maldestra” del possesso — Psicologia Alchemica

Spesso gli eventi recenti di cronaca hanno messo in risalto il “gioco” del maschile con il femminile (un po’ come accade tra il gatto ed il topo), che ha assunto forme sempre più “aggressive”, dal ricatto del cyberbullismo attraverso il “materiale” videopornografico fino al femminicidio reale e non più virtuale. Eppure queste manifestazioni attuali hanno […]

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Erotismo: forma alchemica di comunicazione mistica

L’ erotismo è spesso associato alla sessualità e ai suoi piaceri, ma non è accezione corretta: trattasi di componente pervasiva del corpo e della psiche

Erotico

Per il dottor Eusebio Rubio , un esperto di salute sessuale, l’erotismo è la dimensione umana derivante dalla possibilità di sperimentare il piacere sessuale e, oltre i livelli di manifestazione biologica, in sé racchiude componenti mentali, quali rappresentazioni, simbolizzazioni, significati sociali e loro regolazione, tali da rendere l’ erotismo una caratteristica specificamente umana.

Di solito, l’ erotismo è associato ad esperienze sessuali in particolare nell’accezione di “rapporto fisico”.

È condizionato all’atto di amare, in realtà si può avere esperienza erotica in contesti non -amatori, anche senza la presenza di una coppia.

Il Dr. David Barrios , sessuologo clinico e psicoterapeuta aggiunge che, sebbene l’ erotismo abbia basi fisiologiche , è soggetto a processi di apprendimento per tutta la vita. “Gli stimoli che innescano la risposta sessuale umana sono innumerevoli, la maggior parte con una percezione personale di esperienze individuali, temperati da una serie di emozioni e motivazioni .

L’ erotismo come espressione umana può essere concepita come un modo speciale di comunicazione e trascende l’individuo e la coppia di manifestare in letteratura, arti plastiche, la musica, o film “.

A CHE SERVE L’EROTISMO IN UN RAPPORTO

L’ erotismo è strettamente legato all’auto – conoscenza e lo studio delle sensazioni . Per gli altri specialisti in sessualità umana, come erotóloga Ana Ceron , una persona che riconosce i suoi sentimenti attraverso l’erotismo e lo vive come qualcosa di naturale e senza colpa ne ricava orgasmi più soddisfacenti, che sono necessari e sani perché aiutano a produrre gli ormoni essenziali per una sopravvivenza umana sana.

Al contrario, l’ignoranza verso il nostro corpo è responsabile di disfunzioni, come l’eiaculazione precoce e anorgasmia. Ana Cerón aggiunge che quando un bambino piccolo esplora il suo corpo e tocca i suoi genitali il primo monito perentorio è il “non toccarti “; quando si raggiunge l’adolescenza  e si esperisce la masturbazione , subentra in tali condizioni sperimentarlo  il più rapidamente come possibile, perché cresciuti con l’idea che la sessualità sia un male, e ci si stimolerà solo per raggiungere l’eiaculazione e senza esplorare i sentimenti .

Più tardi, nel caso una donna abbia l’ ansia di penetrazione sì grande non godrà  dell’ esplorazione del corpo del partner, non garantirebbe il piacere ricercato provocando in atto di penetrazione l’eiaculazione precoce . La donna subirà frustrazioni derivante dall’impossibilità di percepire l’orgasmo , perché le è stato così impartito che la ricerca del piacere non è atto consono. mediante educazione direttamente o implicitamente .

Qualora si sia aperti a sperimentare le sensazioni di un bacio, l’esperienza può essere più intima del un rapporto , ascoltare la respirazione del vostro amante durante il sonno può essere incredibilmente sexy , e si chiudono gli occhi e si prova a  descrivere a memoria parti del corpo del vostro patner può rivelarsi esperienza sublime.

L’ erotismo , come afferma la psicologa Lissette Valadez , comprende, unifica, totalizza e umanizza la sessualità.

Ancor più incisiva sull’argomento è la penna di Claudio Marucchi, che nel suo testo “Erotismo e Spiritualità” descrive e delinea il varco sacro sessuale.

“La travolgente forza ispiratrice dell’amore è contemporaneamente in grado di elevare l’individuo o disperderlo nell’abisso della frammentazione. L’amore è alla base di ogni forma di illuminazione, come ogni forma di autodistruzione. Per questo si dice “folle d’amore” o “innamorato follemente”. Il vero amore esige un grado di follia che lo avvicina all’esperienza mistica o magica.
La via dell’amore è connaturata al desiderio di sé, ma si realizza nel desiderio della perdita di sé. Come stella polare interiore orienta il soggetto a mettersi in cammino verso se stesso, per scoprire che ci si conquista abbandonandosi, ci si ritrova perdendosi, e così via, di paradosso in paradosso. Un simile desiderio è il punto di contatto tra l’amore per il partner (eros) e l’amore universale (agape). Solo una visione monca può continuare a concepire questo distinguo come una reale separazione. Non è un caso che in alcuni contesti antichi, gli amanti si chiamino tra loro fratello e sorella.
Accade con Iside e Osiride in Egitto, e anche con la coppia mirabilmente celebrata nel Cantico dei Cantici. Il partner è l’incarnazione dell’universo, dell’alterità assoluta, quindi eros è la possibilità pratica di agape. Un’attitudine moralizzatrice ha spaccato la continuità e l’identità tra sessualità e vita spirituale. Ciò che il moralismo ha strappato, la pratica può ricucire L’Eros apre le porte al Sacro, ed è il modo più immediato per chiunque di aver un approccio al numinoso e al trascendente.
I misteri della sessualità mistica sono celati tra le pieghe dei testi sacri, spesso ben criptati, ma anni di pratica aiutano nella decodificazione. E’ un percorso che va abbinato alla propria crescita interiore, nel senso che i troppi condizionamenti che abbiamo sulla sessualità rendono necessario un lungo lavoro preliminare. Non è praticabile questo tipo di amore se si pensa che sia solo una questione tecnica. Vi è anche una “riesumazione” dell’istinto. In realtà un enorme lavoro sulla propria psiche è necessario viatico per la resa nell’ambito della sessualità mistica. E’ una questione che concerne anche l’etica. Uno deve aver fatto i conti con imbarazzi o vergogne, paure, sindrome da abbandono, gelosie, possesso, attaccamenti, territorialità, identificazione nel partner e tutto ciò che normalmente contraddistingue un rapporto di coppia. Chi crede di poter fare a meno di questo lavoro, oppure si nasconde giustificando in qualunque modo la seppur minima presenza di tali “sentimenti”, si sta prendendo in giro da solo. Libertà e Amore devono essere una cosa sola… e la sola cosa! Il resto è pietra d’inciampo e serve solo a giustificare le proprie mancanze.”


Buone Feste


Eros ed Eris, il potere del desiderio ed il desiderio del potere… — Psicologia Alchemica

“Totus mundus in maligno positus est” ma “Transit Eros in Eris” (Le dimore filosofali. Fulcanelli) L’antica conoscenza ermetica ci trasmette una paradossale informazione, quando si parla di energia vitale, di Fuoco, dello stesso Solfo, come di quello che causa movimento, di ciò che fa fiorire un fiore o ancora come quello che causa un terremoto, […]

via Eros ed Eris, il potere del desiderio ed il desiderio del potere… — Psicologia Alchemica


L’Egitto e la Magia

 

Magia

Pratica e forma di sapere esoterico e iniziatico che si presenta come capace di controllare le forze della natura; è stata oggetto, in varie culture e nei diversi periodi storici, di valutazioni opposte, ora considerata forma di conoscenza superiore, ora rifiutata come impostura e condannata dalle autorità civili e religiose.

(Fonte: Treccani.it)


Matriarcato in Sardegna, realta` o fantasia? —

Ci si interroga spesso sul “Matriarcato” residuo (o presunto tale) diffuso in Sardegna, un fenomeno che ha radici antichissime e quasi scomparso nell`ambito delle societa` contemporanee e “moderne”, ma che secondo alcuni pare trincerarsi nell`isola all`interno di quelle comunita` isolate ancora scarsamente colonizzate dal fenomeno globalizzante del “Patriarcato”. Ma da dove arriva esattamente questo fenomeno […]

via Matriarcato in Sardegna, realta` o fantasia? —


Lady in Black – Gregorian


Schopenhauer. La metafisica dell’amore sessuale

La volontà umana, quale oggettivazione della volontà intesa nel senso cosmico, si manifesta nella maniera più profonda e radicale nella sfera della sessualità, nella quale è volontà di vivere e di conservarsi sia come specie, sia come individui: «Le parti genitali, molto più di qualsiasi altro organo del corpo, sono soggette alla volontà sola e sottratte alla conoscenza: la volontà vi manifesta anzi la propria indipendenza dalla conoscenza. […] Ne risulta che i genitali costituiscono il vero punto focale della volontà, e quindi il polo opposto al cervello, che rappresenta l’intelligenza, ossia l’altra faccia del mondo, il mondo come rappresentazione». Schopenhauer insiste molto e ripetutamente su questo concetto chiave, sia nell’opera, sia nei Supplementi, fra i quali uno dei più popolari è la Metafisica dell’amore sessuale.

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

La scelta sessuale

La profonda serietà, con la quale noi uomini esaminiamo accuratamente ogni parte del corpo di una donna — e quest’ultima, per parte sua, fa lo stesso con noi —, la scrupolosità critica, con la quale studiamo una donna che incomincia a piacerci, la caparbietà della nostra scelta, l’apprensione, con la quale lo sposo osserva la sposa, le precauzioni, che egli prende per non essere ingannato e il grande valore che egli attribuisce a ogni perfezione o imperfezione delle principali parti del corpo, tutto ciò è pienamente commisurato all’importanza del fine. Infatti, il bambino che nascerà dovrà portare per tutta la vita una parte del corpo di quel genere: se, per esempio, la donna è anche solo un po’ storta, questo difetto potrà facilmente provocare nel figlio una gobba, e così in ogni altro caso. Non si ha naturalmente coscienza di tutto questo: anzi, ciascuno di noi crede di essere tanto difficile nella scelta solo negli interessi della propria voluttà, che invece non è assolutamente coinvolta nella decisione, mentre quella scelta, data la nostra particolare corporatura, è tale da corrispondere esattamente all’interesse della specie, il cui compito segreto è quello di mantenere il più possibile puro il tipo. L’individuo lavora qui, senza saperlo, in vista di un fine superiore, in vista della specie: ecco perché attribuisce tanta importanza a cose che, come tali, potrebbero, anzi dovrebbero essergli indifferenti.

(A. Schopenhauer, Metafisica della sessualità)


IL Sesso nel Medioevo

Il Medioevo è da sempre considerato un’età buia, caratterizzata dal bigottismo e dalla repressione, conseguenze di una forte religiosità, criticata ampiamente in età  illuministica e moderna. Sembra dunque chiaro, in quest’ottica, che il sesso sia un argomento tabù e che tutte le pratiche sessuali siano considerate non solo immorali ma anche peccaminose e in qualche modo influenzate dal demonio. Ma è davvero così?


Ana Rossetti. A un giovane con il ventaglio

 

 

Ritratto Di Giovane Gentiluomo Con Ventaglio Oil Painting - Pietro Longhi

Ritratto Di Giovane Gentiluomo Con Ventaglio Oil Painting – Pietro Longhi

Che affascinante è la tua inesperienza.
La tua mano rozza, fedele persecutrice
di una grazia ardente che indovini
nel viavai penoso dell’allegro avambraccio.
Qualcuno cuce nel tuo sangue lustrini
affinché attraversi
le rotonde soglie del piacere
e provi contemporaneamente sdegno e seduzione.
In quel larvato gesto che rischi
si scorga tua madre, inclinata
nella grigia balaustra del ricordo.
Ed i tuoi occhi, attenti al paziente
ed indimenticabile esempio, si socchiuderanno.
Mentre, adorabile
e pericolosamente, ti allontanerai.


Il nome della Memoria: Madre

Oggi 8 Maggio vi propongo una lectio magistralis di Massimo Recalcati: un invito alla riflessione sul ruolo della donna in questa compagine culturale.

Auguri donna, madre in potenza e cultrice di Vita


Makhmalbaf M. – Sesso e filosofia

Gustati “Sesso e filosofia” on line 

locandina sesso e filosofia

“L’amore è un concetto estensibile
che va dal cielo all’inferno,
riunisce in sé il bene e il male,
il sublime e l’infinito.”
Carl Gustav Jung

Perché il sesso dovrebbe ignorare la filosofia, che in greco significa, come è noto, “l’amore per il sapere”, visto che tutto che è amore lo riguarda da vicino? Che cos’è questa sorta di ossessione universale (il sesso) che dovrebbe scomparire quando ci si accosta alle pareti ripide del discorso filosofico?
Perché tutto sia attraversato dal sesso, compresi i concetti più rigorosi, quelli che formano l’armatura della metafisica come tanti piccoli archetti metallici: Tempo, Verità, Misura, Politica, Desiderio, Essere, Infinito, Immagine, Casualità… non hanno niente in comune con la questione del sesso, eppure nessuno esce indenne da un confronto con il desiderio…

Una riflessione poetica e simbolica sulla difficoltà di dare forma e significato all’universo ellittico dei sentimenti. Il film narra come, quando abbiamo la libertà di fare sesso, spesso perdiamo l’amore. Trattasi  del prezzo del modernismo, in questa pellicola Makhmalbaf declina la solitudine: cosi come  le montagne sono proprio l’una accanto all’altra, restano inevitabilmente solitarie nella loro unicità

Jan festeggia il suo 40 ° compleanno nella sua auto, accendendo 40 candele sul suo cruscotto, da solo, ma per un musicista cieco che canta “il 40 ° anniversario della sua solitudine”, come la pioggia piange empaticamente sul suo parabrezza.

L’acqua, la sorgente della vita, è la matrice che sotto forma di liquido amniotico e delle acque primordiali preserva e da inizio alla vita. Nelle antiche cosmogonie l’acqua, componente primordiale, è un principio vitale inteso come mezzo della rigenerazione. Nella forma di pioggia rende fertile e feconda la terra. Infatti la goccia, l’infinitamente piccolo, contiene l’infinitamente grande, come il seme contiene tutte le informazioni per dar seguito allo sviluppo della vita. L’acqua, sotto forma di vapore sale verso il cielo e si impregna delle energie astrali. Successivamente torna sotto forma di pioggia sulla terra, fecondandola con le energie catturate nella dimensione sottile. La terra trae giovamento, dalle informazioni ricevute dall’acqua, per la sua continua evoluzione. Nella teoria dei quattro elementi tradizionali l’acqua si pone al terzo posto: dopo il fuoco e l’aria e prima della terra. Questa posizione tra l’aria e la terra le spetta per quanto riguarda il movimento consentito dalla sua struttura. L’acqua rappresenta il femminile per eccellenza, in quanto è estremamente adattabile, passiva e ricettiva. Infatti allo stato liquido è flessibile, cambia la sua forma, adattandosi alle circostanze, aggirando gli ostacoli che incontra nel suo cammino.

Rosso colore dominante in molte scene della pellicola simboleggia l’estroversione e la forza di volontà. Incremento dei ritmi vitali è quindi sinonimo di forte passionalità, di grande personalità e di fiducia in se stessi, stimolo alla creatività e aumenta le capacità di autoconservazione.

Capolavoro vocativo è l’uso del linguaggio del corpo, in particolare l’attenzione che Makhmalbaf riserva al movimento delle mani (mudra). Nelle danze indiane trovano la massima espressività la danzatrice infatti comunica con il divino e con le mani racconta le pene dei mortali che chiedono il perdono; la danzatrice con i suoi gesti assume la sacralità divenendo così un tramite tra l’uomo e Dio.

La danza indiana comunica ed insegna qualcosa a chi la pratica e a chi la osserva. La gestualità delle mani, le espressioni del viso, lo sguardo e le movenze eleganti raccontano una storia e permettono di rappresentare la bellezza, l’amore ed il mondo ultraterreno. Tale concetto è abilmente esplicitato nelle sequenze del film che gradualmente accompagnano ad una visione più ampia dell’emotività del protagonista che muove le sue peculiari scelte.

Le mani giocano un ruolo fondamentale, i loro mundra (gesti) sono la forma di comunicazione non verbale più immediata e permettono di esprimere emozioni, sentimenti e concetti veri e propri.

Nella tradizione indiana ogni singolo gesto ha uno specifico significato, ma può avere anche diversi significati a seconda del modo e contesto in cui viene eseguito. Danza in questa pellicola rappresenta il fil rouge concettuale, espediente che esplicita un’armoniosa sequenza di posizioni stilizzate e simboliche ottenute combinando variamente passi, gesti e rotazioni del corpo.

Tecnica e consapevolezza del proprio corpo a ritmo di musica in modo corretto affinano le capacità espressive, per trasmettere emozioni e sentimenti. Lo scorrere del movimento del corpo , l’intensità dello sguardo infondono sicurezza e liberano dalle tensioni verso il desiderare oltre gli steccati del pensiero mediocre.

Scheda del Film

  • DATA USCITA: 14 aprile 2006
  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2005
  • REGIA: Mohsen Makhmalbaf
  • ATTORI: Dalir Nazarov, Marian Gaibova,Farzova Beknazarova, Tahmineh Ebrahiova,Malahat Abdulloeva, Ali Akbar Abdulloev
  • SCENEGGIATURA: Mohsen Makhmalbaf
  • FOTOGRAFIA: Ebrahim Ghafouri
  • MONTAGGIO: Mohsen Makhmalbaf
  • MUSICHE: Nahid , Daler Nazarov, Vanesa Mai
  • PRODUZIONE: Makhmalbaf Film House,
  • DISTRIBUZIONE: BIM distribuzione,
  • PAESE: Francia
  • DURATA: 102 Min

E’ nata la Radio Iridata by Iridediluce

La musica che amo e stimola l’immaginazione adesso on line!!!!

 

radyo


Giovanna la Pazza: pellicola del 2001

Goditi “Giovanna la Pazza” in streaming on line

pazza

Il 22 agosto del 1496 parte da Laredo una flotta diretta verso le Fiandre: l’infanta Giovanna, figlia di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, deve incontrare il suo promesso sposo Filippo, figlio dell’Imperatore Massimiliano. L’incontro è folgorante, è attrazione fatale e i due dimenticano i loro obblighi politici, abbandonandosi ai loro sentimenti. Ma la morte dei fratelli prima e della madre poi, fanno di Giovanna l’unica erede al trono e tali avvenimenti scateneranno una battaglia politica fra nobiltà castigliana e fiamminga, e una battaglia fra Giovanna e Filippo.

  • DATA USCITA: 20 settembre 2002
  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2001
  • REGIA: Vicente Aranda
  • ATTORI: Pilar López de Ayala, Daniele Liotti, Giuliano Gemma, Manuela Arcuri, Eloy Azorín, Rosana Pastor, Guillermo Toledo, Héctor Colomé, Chema de Miguel, Roberto Álvarez, Carolina Bona, Andrés Lima, Cipriano Lodosa, Susy Sanchez, Jorge Monje, Sol Abad
  • SCENEGGIATURA: Vicente Aranda
  • FOTOGRAFIA: Paco Femenía
  • MONTAGGIO: Teresa Font
  • MUSICHE: José Nieto (II)
  • PRODUZIONE: PRODUCTION GROUP, ENRIQUE CEREZO PRODUCCIONES CINEMATOGRAFICAS S.A., TAKE 2000, EURIMAGES, PEDRO COSTA PRODUCCIONES CINEMATOGRAFICAS S.A., SOGEPAQ
  • DISTRIBUZIONE: COLUMBIA TRISTAR ITALIA
  • PAESE: Italia, Portogallo, Spagna
  • DURATA: 123 Min
  • FORMATO: SUPER 35MM
Curiosità:

“Tentativo maldestro di trasformare la passionale, sventata, regina di Castiglia in un’eroina romantica, idea banale venduta come sorpresa. Ma non ci avevano già detto a scuola che, se vogliamo ritrovare il romanticismo ante litteram nei secoli precedenti, basta riprendere storia e cultura del primo cinquecento?”. (Silvio Danese, ‘Il Giorno’, 27 settembre 2002)

“Il film ha un certo lusso visivo e la staticità amorfa delle stampe d’epoca. L’unica interpretazione degna di nota è quella di Pilar Lopez de Ayala. Gli attori italiani (la poco vestita Manuela Arcuri e Daniele Liotti) reclutati nel cast per esigenza di coproduzione, sono pronti per le parodie dei classici in costume dei varietà televisivi”. (Enrico Magrelli, ‘Film Tv’, 6 ottobre 2002)


Chiedi: il segreto delle virtù

La narrazione si apre con l’evocazione simbolica dell’origine, il cerchio: la perfezione, la compiutezza, l’unione… sostanza primordiale. Tale figura richiama l’armonia poiché sprovvista di angoli e spigoli, traduce l’indifferenziato in un’uguaglianza di principi. Al centro cui tutto trae origine e a cui tutto torna vi è il Sole, il cui calore è associato all’Amore, alla luce, alla bellezza alla verità. All’inizio risiede il segreto… tale concetto va di pari passo con quello di condivisione: il segreto può essere solo svelato o rivelato. Qualora in terza istanza accettassimo il segreto come conservato finiremmo nel paradosso: sarebbe sì facile imbattersi in un esperimento mentale. La dialettica qui improntata tra fede-mistero-problema ci pone innanzi alle questioni più alte esistenziali e facilmente confuse: siamo inabili a riconoscere quando siamo a cospetto di un segreto mantenuto, o un qualcosa di in-affrontabile o un qualcosa con il quale l’uomo può misurarsi. Il ruolo dell’umano allora si identifica con quello dell’eroe junghiano in misteriosa collocazione e frequente inaccessibilità, luogo sacro dello Zero silenzioso ove il culto d’osservazione minuziosa trasuda dispositivi narrativi. Rituale di conoscenza e percorso di iniziazione alla saggezza, l’unico valido motivo per non soccombere il diventare Eroe, un non-morto-intellettualmente e artefice del preludio d’azione sublime. Fiedere, termine poetico ormai desueto, consiste nella ricerca altrui con lessico dai cardini binari bisogni/desideri … ascolto e mi fermo a riflettere sul modus operandi in linea pragmatica antropologica odierna di tale azione: domandando? Interrogando ? Implorando ? Un’istanza simile ad una preghiera, presente fin dal primo battito all’atto di concepimento e si protrae in esistenza che si in-futura; la costruzione di una cattedrale esistenziale in elevazione d’atto di volontà sfibrando il soma, il non luogo reale le cui fondamenta sono poste a pilastri quali dignità, autonomia e rispettabilità. L’analisi della decadenza immorale irrazionalità vigente sintomaticamnete richiama Dioniso dall’abissale inconscio a contaminare il pelago della vuota finzione dialettica alla luce effimera del sensibile. Utilità di die in die snocciola a prezzo di asservimento ove legge non conosce padrone e garante. L’ars vivendi in armonia mundi diviene dissonante all’irragionevole compagine attuale, amalgamata in lode a giustizia e onestà. Libertà, vocabolo che in questa lirica è autorevolmente assente evoca  pensiero, istruzione, espressione, l’ampiezza delle proprie possibilità e la stabilità della propria posizione, in un’asserzione, insomma, fluida, ma sempre rivolta al bene, al valore della persona. Amore terapeutico in giustizia e onestà diviene balsamo all’insana abitudine vigente del fra-intendimento e analfabetizzazione emotivi cui stiamo divagando le giovani generazioni che agognano una testimonianza concreta e credibile. Fondare la nuova umanità significa volgere creativamente ad Oriente la volontà della riflessione inesauribile tra scienza e mistica, incentrando i temi di Philia e Umanitas coniugati in reciprocità attiva.


Morgana

morgana

Parla Morgana:

Ai miei tempi sono stata chiamata in molti modi: sorella, amante, sacerdotessa, maga, regina. Ora, in verità, sono una maga e forse verrà un giorno in cui queste cose dovranno essere conosciute. Ma credo che saranno i cristiani a narrare l’ultima storia. Il mondo della Magia si allontana sempre di più dal mondo dove regna il Cristo. Non ho nulla contro di lui, ma solo contro i suoi preti che negano il potere della Grande Dea, oppure la avvolgono nella veste azzurra della Signora di Nazareth ed affermano che era vergine. Ma che cosa può sapere una vergine delle sofferenze dell’umanità?

E ora che il mondo è cambiato e Artù, mio fratello e amante, che fu re e che sarà re, giace morto (e la gente comune lo dice addormentato) nell’Isola Sacra di Avalon, la storia dev’essere narrata com’era prima che i preti del Cristo Bianco venissero a costellarla di santi e leggende.

Il mondo è mutato. Un tempo un viaggiatore, se aveva la volontà e conosceva qualche segreto, poteva avventurarsi con la barca nel Mare dell’Estate e giungere non già a Glastonbury dei monaci, ma all’Isola Sacra di Avalon; allora le porte tra i mondi fluttuavano con la nebbia e si aprivano al volere del viaggiatore. Perché questo è il grande segreto, noto a tutti gli uomini colti del nostro tempo: con il nostro pensiero, noi creiamo giorno per giorno il mondo che ci circonda.

Ora i preti, pensando che questo usurpi la potenza del loro Dio, hanno chiuso le porte (che non furono mai porte se non nelle menti degli uomini) e il percorso conduce soltanto alla loro Isola. Ed affermano che quel mondo, se esiste, è il dominio di Satana, la porta dell’Inferno.

Io non so che cos’abbia creato il loro Dio. Nonostante ciò che è stato detto, non ho mai portato le nere vesti delle monache. Se alla corte di Artù, a Camelot, pensarono così quando arrivai, poiché portavo sempre le vesti scure della Gran Madre nella sua forma di maga, io non li disingannai. E verso la fine del regno di Artù sarebbe stato pericoloso farlo, e perciò chinai la testa all’opportunità come avrebbe fatto la mia maestra, Viviana, la Dama del Lago, un tempo la più grande amica di Artù, dopo di me, e poi sua nemica più accanita… ancora e sempre dopo di me. Ma la lotta ebbe termine; potei finalmente accogliere Artù morente, non quale mio nemico e nemico della mia Dea, ma soltanto come mio fratello e come persona in punto di morte bisognosa dell’aiuto della Madre.

E così Artù giacque infine con la testa sulle mie ginocchia, vedendo in me soltanto la maga, la sacerdotessa, la Dama del Lago; e riposò sul seno della Gran Madre dalla quale nacque e alla quale doveva tornare come tutti gli uomini. E forse, mentre conducevo l’imbarcazione che lo portava via, questa volta non all’Isola dei Preti ma alla vera Isola Sacra nel mondo oscuro al di là del nostro, l’Isola di Avalon dove ormai potevano andare ben pochi oltre a me, si pentì dell’inimicizia che era sorta tra noi.

“Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley

Le nebbie di Avalon (2001)

Morgana (antico irlandese Mórrígan o Mórrígu, medio irlandese Mórríghan, irlandese classico Móirríoghan) è una delle donne protagoniste della mitologia celtica, e grazie alla cultura tardo-medievale è diventata per i più, la mitica “Fata Morgana”.

Pur essendo una Fata, la Fata Morgana non ha le ali poiché nel mondo antico di Avalon le Fate erano sacerdotesse, donne in carne ed ossa, depositarie di antica Sapienza e Conoscenza: non avevano bisogno di ali per muoversi nei vai mondi.

Per la sua caratteristica di apparire sollevata dal suolo: si i presuppone che fosse probabilmente un tipo di camminata molto dolce e leggera che, unitamente ad altri effetti ottici forse anche causati dal particolare abbigliamento delle sacerdotesse di Avalon, a creare questo apparente distacco dalla terra durante la sua camminata.

Nel ciclo arturiano o bretone, Morgana è la Fata Morgana così come la conosciamo, sacerdotessa di Avalon, mentre nella mitologia celtica era considerata una divinità, ed in altre culture ancora come una Ninfa acquatica. La figura di Morgana nelle saghe arturiane è complessa e difficilmente definibile. Il suo ruolo ambiguo è evidentemente intenzionale, e ricollegabile direttamente alle Dee celtiche da cui trae la propria origine: natura estremamente libera e tendenzialmente ribelle, tendenti ad identificarsi con la Natura selvaggia e inafferrabile, di cui nessuno riesce a farsi padrone, neppure il sapiente Merlino.

Dea della guerra, della sessualità e della violenza, guardiana della morte, Morgana ama seminare l’odio e combattere in mezzo agli uomini assumendo a volte aspetti terrificanti. Molto più spesso compare in forma di corvo, essendo che questo l’animale si nutre dei cadaveri di coloro che sono morti in guerra, e si dice che nel campo di battaglia ella saluti i vincitori, e dia una morte orribile ai nemici.

Il suo nome viene generalmente interpretato come “Grande Regina” (da mór = “grande, eminente, importante” e rion = regina), anche se a questo nome si attribuiscono una miriade di altri significati, come quello di “regina fantasma” o “regina dei fantasmi” (dal germanico mahr = “incubo”, il cui significato originale è però “giumenta”), od ancora “regina delle acque” (il rapporto donna-acqua è archetipico presente in tutte le religioni): le entità divine femminili sono strettamente legate alle acque che purificano, risanano e fertilizzano. Morrigan in effetti è un altro nome assegnatole per nominare la Dea Madre.

Viene associata con molte altre Dee, soprattutto irlandesi, come per esempio:

Dana o Anu: madre degli Dèi, il suo nome significa “La Dea” (dia = dea, na = la)

Brigid: figlia del Dagda, nome che significa “l’altissima”. Dea dei fabbri, della poesia e della guarigione, ma anche Dea del fuoco e della trasformazione (il fuoco del focolare di Brigid può pertanto essere visto come l’ingresso al mondo ardente, e trasformatore all’interno della terra, ovvero mondo infero, la fornace/utero della stessa Madre Terra)

Babd: divinità guerriera il cui nome significa “cornacchia” (anche chiamata Mab nelle favole popolari)

Macha: importante divinità irlandese, sposa di Lugh, o anche Consorte di Nemed, re del secondo popolo che venne dopo la sconfitta dei fomoriani nelle terre irlandesi

Hel: Dea della mitologia scandinavo-germanica del regno del mondo infero. La parola inglese hell deriva dal suo nome, che significa “luce”, ma Hel oltre ad essere la regina del mondo infero, governa anche quale Regina delle Fate nella Terra d’Estate, un sorta di Persefone

Kali: Dea indù creatrice e distruttrice

Ecate: divinità greca lunare, Dea dei fantasmi e degli incantesimi, nota come “la vecchia” o “la madre oscura”

Diana: Dea romana della luna e della caccia. La sua figura è di una seduttrice, ma rappresenta anche una figura materna

Lilith: Dea sumera che presiede la sfera cerebrale-sessuale

Persefone: Dea greca dell’Ade e delle messi

Può sembrare curioso che una dea guerriera come Mórrígan possa essere identificata con Anu, la “nutrice degli dèi”. Questo punto, se verificato, getterebbe una luce interessante sull’antichità di questa figura: si potrebbe pensare ad un’antichissima Dea dal carattere ambivalente, tanto benigno quanto maligno, simile alle Dea indiana Devī, sposa di Śhiva, tra i cui molti aspetti annovera la dolce Umā, la battagliera Durgā o la terribile Kalī.

Morrigan è rappresentata nella sua totalità come una triplice Dea, insieme a Babd e Macha, o rappresentante una triade contenente “Babd, Macha, Némain”, od inserita se stessa nella figura della triplice Dea in un’altra triade, “Brigid-Diana-Morrigan”. Morrigan è una Dea che sceglie e che richiama i suoi figli, per questo è rappresentata con l’aspetto calante od oscuro della luna, ovvero la Dea dell’arcano (come Hecate).

Le tre Dee (Mórrígan, Badb Chatha e Némain) sembrano rappresentare tre diversi aspetti della battaglia, e tutt’e tre compaiono talora come corvi che volano intorno ai guerrieri che stanno per morire. Gli studiosi hanno opportunamente ricordato un’antica iscrizione britannica dedicata alle Lamiis Tribus, le “tre Furie”, ipotizzando si tratti di un archetipo celto-continentale delle tre Dee della Guerra irlandesi. È anche possibile che queste figure siano tra loro distinte. Per esserne certi dovremmo trovarle tutte (Mórrígan, Badb Chatha e Némain) in una stessa scena, ma purtroppo ciò che non accade mai: nel corso delle battaglie si accenna sempre ad una delle tre, e mai a più di una. Alcuni autori ritengono dunque che si abbia a che fare con tre, o più nomine divine per ogni singola figura; se il vero nome di questa Dea è davvero Mórrígan, “grande regina“, allora Badb Chatha “corvo della battaglia” e Némain “panico“, sono dei suoi attributi.

Si ritiene che “La Morrigan” sia riconoscibile grazie a tre particolarità: la prima è che il suo cocchio è trainato da un cavallo all’apparenza normale, ma che in realtà è agganciato al carro con un palo che passa attraverso il corpo dell’animale, e che è fissato alla sua testa con un piolo; la seconda è che la colorazione dei suoi abiti, dei capelli, del carro e cavallo stessi sia rossa perché il rosso, secondo la credenza celtica, è il colore dell’aldilà; la terza è che abbia la bocca su un solo lato della faccia.

Morrigan è inoltre simbolo dell’amore carnale, ed anche di una certa promiscuità sessuale, ma carente di qualsiasi colpa, giacché gli antichi Celti non vedevano il sesso come qualcosa di cui ci si doveva vergognare. L’unione sessuale più famosa è quella che ebbe con Dadga nel fiume, dove ella si sedé sopra di lui (qui si vede la relazione con la dea sumera Lilith, che nei miti cristiani si presenta come la prima donna che non volle sottomettersi ad Adamo, in quanto lo voleva “cavalcare” e per questo fu espulsa dal paradiso). Morrigan rappresenta l’iniziazione, è colei che distrugge per poi ricostruire. Nel pantheon gallico Morrigan era la Dea che rapiva i bambini e li teneva con sé presso un lago, lasciandoli liberi solo quando essi erano diventati cavalieri forti e fieri. In questa vicenda alcuni studiosi hanno voluto vedere un’allegoria dell’iniziazione, che avviene principalmente grazie alla figura della donna.

Nella tradizione feerica la Dea Tenebra è nota come la lavandaia al guado, è lei quella che incontriamo al momento della nostra morte fisica, che lava la nostra anima e la prepara alla rinascita. A coloro che osano affrontarla, la lavandaia ha grandi doni da dispensare, non ultimo quello del valore sovraumano, da lei concesso ad antichi eroi. L’incontro con la Dea Tenebra, che presiede la nostra iniziazione, è pertanto un incontro con i nostri scarti psichici, con la nostra “immondizia”. La Dea Tenebra è di importanza fondamentale per la via feerica, in quanto dispensatrice di possenti iniziazioni. Morrigan, mascherata da orrenda megera, guida i cavalieri ad abbracciare la loro tenebra e a trasformarla mediante la morte.

Nei primi incontri con Morrigan, l’iniziato o colui che si prepara per essere iniziato, soffre di atroci incubi: questo ubbidisce al principio che se non ci si libera di tutte le proprie paure, non si potrà iniziare con purezza la nostra nuova via…

Il Corvo e la sua relazione con la Dea Uccello

Morrigan è una Dea che si contraddistingue per poter mutare forma e trasformarsi in diversi animali, il principale è il corvo.

La testimonianza della Dea Uccello si riscontra nell’età del bronzo, dove il potere divino femminile era relazionato con l’uccello che congiungeva il cielo alla terra, ovvero capace di mediare fra la terra e il cielo. Il corvo, al contrario di quello che si pensa non porta morte, bensì mangia e trasforma i corpi. Nella tradizione del nostro paese i corvi sono simboli di malaugurio o di morte, mentre per gli orientali il corvo è simbolo di amore filiale, di amore familiare ed è messaggero divino: nella Genesi il corvo è simbolo della perspicacia; per i greci aveva facoltà profetiche; nella religione mitraica lo si considerava capace di scongiurare la cattiva sorte. Secondo Svetonio è anche simbolo di speranza, poiché ripete sempre cras cras, cioè: “domani, domani”.

I corvi si ritrovano presso la religione celtica, anche nella saga di re Artù, come simbolo di saggezza, ma anche di virtù guerriere.

Le cornacchie sono presenti soprattutto in Irlanda dove la cornacchia (Badb) è uno dei nomi della Dea della guerra, che usa questa forma oltre che quella di altri animali per mostrarsi agli avversari. Si ritiene che sia un simbolo positivo della mutevolezza e del cambiare forma, addirittura dello sdoppiarsi, e questa sua ultima capacità sembra permetterle di essere senza tempo, sospesa tra passato, presente e futuro. Alchemicamente parlando, il corvo è nero, che è il colore dell’inizio, e rappresenta semplicemente l’oscurità di ciò che non si conosce ancora. Proprio per questo, se il corvo appare nei nostri sogni o se compare in circostanze particolari, può soprattutto essere inteso come un segno che una piccola porticina del mondo magico sia stata aperta, e che siamo pronti per un mutamento verso l’alto. I corvi rappresentano ovviamente i messaggeri della Dea Morrigan.

Il Cane e la Morrigan ultraterrena

Il secondo animale di Morrigan è il cane. La cultura della vecchia Europa rivela l’antichissima origine del legame tra cane, luna nuova, notte nera e Dea. Per tradizione, i cani custodiscono l’ingresso del regno dei morti.

Insieme alle varie allusioni all’inferno, si sa che il re di questo reame è un personaggio plutonico, cosa che renderebbe la Dea un tutt’uno con Persefone, regina degli inferi: Persefone, come risulta dall’etimo del suo nome, è colei che “splende nel buio”.

Il segugio, o cane nero, viene anche messo in relazione con la Dea Ecate. Questa Dea, venerata nel vicino Oriente è rappresentata dalla luna nera.

Nel mondo classico divenne la signora delle arti magiche: in suo onore si allestivano i banchetti nei crocevia, e per questa sua particolare collocazione era anche raffigurata con quattro facce, che in realtà è collegata alle quattro fasi della luna.

La sua figura fu prevalentemente legata al regno dei morti. A differenza di Artemide, che rappresentava la luce lunare e lo splendore della notte, Ecate rappresentava l’oscurità e i suoi terrori. Si credeva che nelle notti senza luna (luna nuova), lei vagasse per la terra con un branco di cani fantasma che ululavano: è la Dea della stregoneria e dell’arcano, e la veneravano specialmente le Streghe. Ecate viene anche rappresentata con serpenti intrecciati al collo.

Risalta peraltro il fatto che nelle sue trasformazioni in animale, la Morrigan si trasformi anche in una lupa.

 

 

 

 


Luxuria – Canti carnascialeschi e frottole al tempo di Lorenzo de Medici


Maleficent

Guarda il film “Maleficent” on line

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C’era una volta, la disputa fra bene e male, una strega malvagia e una principessa dall’aspetto angelico, una maledizione atta a distruggere il potere dell’amore.

C’era una volta, una favola capace di far sognare bambini e bambine MA una favola simile a tante altre favole, priva di originalità e magia ma forte delle reminiscenze del passato.
C’era una volta
e per fortuna non c’è più.
Ciò che ho visto al cinema si è rivelato un capolavoro della Disney, un inno al vero amore che non ricadesse nel banale.
E’ stato un viaggio nell’intimo di una donna che per secoli ha vestito le parti della strega malvagia, priva di umanità e sentimento.
Ho apprezzato questo distacco dalla favola popolare, un distacco che ha dato vita ad un’avventura nuova, letta in chiave moderna; non si è parlato di bene o male, di angeli e demoni ma si è descritto l’inno all’amore, a quell’amore tradito che genera ostilità e dolore ma che, nel toccare il fondo di una vendetta disumana, riaffiora a nuova luce e genera vita.
Meravigliosa l’ambientazione: cascate argentate, folletti e fate, alberi maestosi resi guardiani di una magia silenziosa, che la mano umana non dovesse e potesse distruggere. Meravigliosa l’analisi psicologica della strega: la solitudine di un’infanzia che l’ha resa forte e prudente ma con gli occhi ancora colmi di speranza.
E in tutto questo dove si nasconde l’amore?
Ci allontaniamo dall’amore fra uomo e donna, l’amore coniugale, l’amore “di 2 sposi o presunti tali” e ci avviciniamo al VERO AMORE, quello di una madre per la figlia, perchè si è madre anche se il figlio non lo generi dal tuo grembo, si è madre se si è spesa la propria vita a custodire, accudire, proteggere un’altra creatura, assistendola nel percorso lungo della crescita.
Ed ecco che il vero bacio non ricade nel banale ma esplode nelle labbra di Angelina Jolie posate sulla fronte della sua “Bestiolina adorata”.
Si mescolano le parti e i nodi si sciolgono: colui che ha speso la propria vita alla ricerca della fama, tradendo e ferendo, fa la fine che merita, soccombe all’avidità e all’orgoglio. LUI, nè padre nè marito nè amante. E LEI, la fata oscura, la strega alata, ritrova la sua favola e il suo lieto fine, circondata da quell’amore che gli era stato sottratto, da quelle promesse che nessuno aveva mai mantenuto, da quella dignità che altri avevano violato.

MALEFICENT

“L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere, l’amore deve trovare la forza di diventare certezza dentro di sè, allora non è più trascinato ma trascina.” H. Hesse


Duran Duran – Girl Panic!


Il Piacere è Sacro

di Riane Eisler

“Finchè non vedremo quel che siamo non potremo fare nulla per diventare quel che vorremmo essere” – C.P.G.

Le nostre scelte sessuali e sociali: vie nuove verso il potere e l’amore

Considerare la sessualità e il sacro nel contesto più ampio della nostra evoluzione biologica e culturale, ci aiuta a vedere come questi due aspetti non siano poi così contrapposti e demistifica molto di quanto, nella storia della nostra sessualità, ha creato confusione ed è stato travisato sotto il dogma della religione o della scienza. Soprattutto ci aiuta a comprendere meglio e pertanto a liberarci dalle agonie di cui cronicamente soffriamo nella ricerca di modi più sani e soddisfacenti di vivere e di amare, restituendoci la capacità di confrontarci.

Dobbiamo acquisire una conoscenza precisa dell’influenza che il modo di concepire la sessualità ha sulle varie forme sociali e come queste a loro volta influenzano la sessualità. Questa conoscenza deve contenere in sé una potenza trasformativa, poiché questi interrogativi non sono solo intellettuali ma devono aiutarci a comprendere quali cambiamenti personali e sociali possono spingerci verso un modo più sano,meno disfunzionale e nocivo di strutturare i rapporti sessuali e più in generale i rapporti umani. Per superare il dolore, il senso di colpa, lo sfruttamento, l’alienazione, gli ostacoli tragici e spesso ridicoli che hanno condizionato la vita di donne e uomini; per superare concezioni obsolete come: “spiritualità e sessualità si trovano agli estremi opposti” o “la guerra dei sessi è inevitabile”, sono necessari cambiamenti fondamentali nel modo di considerare il sesso,la spiritualità, la società, il corpo umano, il potere, il piacere, il sacro.

Il sesso è una delle più fondamentali pulsioni umane e i rapporti sessuali sono fisicamente più intensi e sentiti più pienamente di qualsiasi altro rapporto personale. Ecco perchè il modo in cui sono costruiti i rapporti sessuali influenza tutte le altre relazioni; ma anche il modo in cui sono definiti il sesso e i rapporti sessuali è a sua volta profondamente influenzato dalla struttura economica, religiosa e politica di una società.

Ci sono due possibilità per l’organizzazione dei rapporti sociali della nostra specie: il modello della dominanza e il modello della partnership.

Nel modello della dominanza, che inizia con la supremazia di una metà dell’umanità sull’altra, le gerarchie sostenute dalla paura o dalla forza sono primarie. Di conseguenza, le società che si orientano prevalentemente verso questo modello contano sul dolore o sulla paura per conservarsi. Al fine di mantenere i rapporti di dominazione e sudditanza, la naturale dimensione acquisitiva e donativa del piacere sessuale e dell’amore tra la metà femminile e la metà maschile dell’umanità deve essere bloccata o distorta. Questo è il motivo per cui le società prevalentemente orientate sul modello della dominanza, che storicamente hanno convalidato la supremazia degli uomini sulle donne, dei sovrani sui sudditi, dell’uomo sulla natura, hanno inserito nella loro struttura sociale di base alcune disposizioni che distorcono o reprimono la sessualità. Disposizioni mentali e pratiche come lo svilimento del sesso e della donna, l’equivalenza tra eccitazione sessuale ed essere dominanti o dominati, i dogmi religiosi contro una sessualità equilibrata che vedono il sesso sporco e valido solo ai fini della procreazione. Questa cornice di diffidenza e controllo nei rapporti sessuali tra donne e uomini ha influenzato non solo i nostri rapporti più intimi, ma tutte le nostre relazioni, improntandole alla diffidenza e alla non comunicazioneModi questi per condizionare sia le donne sia gli uomini affinché si adattino a un sistema sociale basato su gerarchie sostenute dalla forza e dalla paura e le perpetuino sia in un microcosmo personale che in un macrocosmo sociale.

La nostra società che erotizza il predominio ha condizionato gli uomini a pensare il sesso in termini di dominazione e controllo invece che di affiliazione e di cura, e persino a considerare dominazione e controllo parti integranti della loro fondamentale “mascolinità” o senso di sè; e ha condizionato le donne ad accettare remissività e dominazione con l’erotizzazione della sottomissione femminile. Questi sistemi disumanizzano sia le donne sia gli uomini.

Grazie alle ricerche archeologiche e agli studi olistici e antropologici dell’ultimo secolo siamo giunti a conoscere le realtà storiche relative ai quattromila anni di quella che viene considerata la nostra preistoria. I risultati di queste ricerche, analizzati nel testo “Il Calice e la Spada”, ci rivelano l’esistenza di società orientate alla partnership, dove la norma per tutti i rapporti, non solo quelli sessuali, ma quelli tra genitori e figli, tra esseri umani e natura non era il predominio e lo sfruttamento. Un modello di partnership non è tutto pace, amore e collaborazione in assenza assoluta di violenza, dolore, conflitto o paura, ma è un tipo di organizzazione sociale in cui la violenza cronica, il dolore e la paura non devono essere necessariamente inseriti nella struttura sociale di base o istituzionalizzati.

La differenza fondamentale esistente nella nostra specie tra uomini e donne è da considerare, valorizzare e non da strumentalizzare, nell’organizzazione sociale orientata sul modello della partnership la differenza non equivale automaticamente a inferiorità o a superiorità. La misoginia, la subordinazione non è funzionale, non c’è alcun bisogno di vilipendere, né esiste il bisogno culturale di collocare l’uomo e la spiritualità al di sopra della donna e della natura, o di inibire il legame sessuale tra donne e uomini con i dogmi religiosi del peccato della carne. Né la dominazione deve essere erotizzata per perpetuare la guerra dei sessi.

Al contrario, l’impulso umano innato a gioire nel dare e nel ricevere il piacere sessuale può essere incoraggiato attraverso una sessualità improntata alla partnership, così come il legame che si crea nel dare e ricevere affetto con reciproca soddisfazione. Nelle società orientate sulla partnership il sesso può essere una sorta di sacramento, un’esperienza eccelsa, in quanto l’unione di due esseri umani può rammentare l’unicità di ogni vita, riaffermare il sacro legame tra donna e uomo e tra di noi e ogni forma di vita. Ancora una volta, non si vuole affermare che il sesso sul modello della partnership è sempre un atto d’amore o di consapevolezza superiore, o che in esso non esistano prevaricazioni di nessun tipo, ma semplicemente che non esiste nessuna necessità strutturale di impiantare quegli atteggiamenti e quei comportamenti necessari per mantenere un sistema basato su prevaricazioni supportate dalla forza e dalla paura del dolore.

Per riuscire a sfidare e a sostituire convinzioni insane sul sesso e sulla spiritualità è necessario comprendere che sesso e spiritualità si intrecciano in un insieme più ampio che abbraccia l’economia, la politica, la famiglia, la letteratura e tutti gli altri aspetti della vita sociale e culturale. Perchè soltanto cercando di guardare simultaneamente come questi elementi si collegano tra loro potremo vedere i modelli di fondo, e spostarci quindi verso alternative più soddisfacenti ed eque.

E’ importante considerare la possibilità di spingerci in profondità, verso le scelte sessuali, spirituali e sociali che ci si presentano; di liberarci dai condizionamenti che tanto a lungo hanno distorto le nostre relazioni fondamentali: con l’altro, con il nostro habitat naturale, e con noi stessi e il nostro corpo. Soprattutto è l’opportunità e la sfida, sia per le donne, sia per gli uomini, di costruire per noi e per i nostri figli un mondo in cui il piacere e non il dolore possa essere primario, un mondo in cui potremo essere insieme più liberi e più corretti, in cui spiritualità e sessualità si integreranno in una comprensione nuova e più evoluta e nell’assoluto rispetto dei miracoli della vita.

Con ciò non è detto che se riusciremo a spostarci verso un mondo più orientato alla partnership, non si daranno mai più atti di violenza sessuale o di altra natura. Ma un conto è riconoscere il lato distruttivo della natura, e di noi stessi e il fatto che talvolta le persone sono violente e prevaricatrici, e un altro è organizzare le società in modo che, allo scopo di conservare rigide dominazioni gerarchiche, la violenza e la prevaricazione vengano istituzionalizzate e connesse a processi di socializzazione specifici di genere.

La costruzione sociale del sesso e dei ruoli

I concetti tuttora prevalenti di una sessualità femminile e maschile fissa e immutabile sono superati, i ruoli, gli atteggiamenti e le pratiche sessuali si imparano fanno parte dell’educazione e di un determinato tipo di background sociale oltre che biologico, il sesso è in ampia misura una costruzione sociale.

Il modo in cui una società, in una determinata epoca e luogo, costruisce la sessualità, sia eterosessuale che omosessuale, è inestricabilmente connessa ai suoi miti. Ripetutamente è dimostrato che gli atteggiamenti e i comportamenti sessuali sono stati un’espressione, altamente variabile, dei diversi valori contenuti nei miti che ci spiegano la “verità” sul mondo, e che perfino le immagini del corpo umano, da società a società e da periodo a periodo, sono state trasformate dal flusso delle diverse visioni mitiche, fluttuando secondo le periodiche riscritture della politica della verità.

Clichè della scienza:

Non tutte le specie umane ed animali si organizzano secondo una struttura sociale gerarchica, ad esempio molte tribù africane tuttora esistenti sono organizzate su basi di partnership e molte specie animali come ad esempio gli scimpanzè nani, hanno sviluppato rituali di pacificazione volti a ridurre la tensione e l’aggressività tra i gruppi e all’interno dei gruppi e sollecitare l’unione o la risoluzione dei conflitti; oltre a vari rituali associati alla nascita, all’accoppiamento e alla morte, alla raccolta e condivisione del cibo. I vincoli madre-figlio, maschio-maschio e maschio-femmina si rivelano rafforzati. Una teoria multilineare invece che unilineare dell’evoluzione ominide e umana è molto più consona alle prove esistenti, i modelli sono congetture, non sono verità assolute e naturali, ognuna delle verità proposte suggerisce uno specchio del tipo di organizzazione sociale e sessuale delle specie. Entrambi i modi di strutturare i rapporti umani o animali, sono naturali nel senso che rientrano nel repertorio umano e perciò entrambe le società orientate primariamente sul modello della dominanza o su quello della partnership costituiscono possibilità umane.

Un’altra forzatura nelle teorizzazioni è l’uso di un linguaggio caratterizzato dai concetti di attacco e conquista per descrivere il processo del concepimento. La scienza ha costruito un romanzo basato sui ruoli stereotipati di maschio e femmina per descrivere il comportamento di spermatozoi e uova, in cui lo spermatozoo è attivo, aggressivo, conquistatore e l’ovulo è passivo, statico e ricettivo, quando in realtà il processo riproduttivo è opera di una cooperazione attiva di entrambi gli elementi.

Clichè religiosi-spirituali:

Gli scritti mistici sia orientali sia occidentali sono un miscuglio di elementi della partnership e della dominanza. La ricerca mistica dell’assoluto è un’esperienza umana, è tale è anche lo stato mistico o estatico, che pare comunichi a quanti lo esperiscono un senso indescrivibile di pace interiore e beatitudine, dando accesso ai poteri taumaturgici assieme a quello che attraverso le varie epoche i mistici hanno chiamato Amore Divino. molte sono le vie che conducono allo stato mistico od estatico, danze, trance, meditazioni, esercizi di respirazione, digiuni, veglie per indurre stati di coscienza alterati o intensificati, e anche in alcuni casi l’estasi sessuale viene considerata stato mistico o estatico. In molte tradizioni, soprattutto orientali o comunque pre-cristiane l’accento è posto sull’armonioso equilibrio tra la polarità maschile e quella femminile ed il mondo fenomenico, fisico e corporeo è coessenziale a quello trascendente.

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Già prima del cristianesimo in molte filosofie e religioni, ma soprattutto con il cristianesimo medievale la spaccatura tra corpo e spirito, tra donna e uomo raggiunge l’apice e incominciamo a trovare una visione aberrante della sessualità, come in S. Agostino, secondo il quale l’umanità è dannata in eterno e condannata a morire con dolore per colpa dell’atto sessuale grazie al quale la nostra specie sopravvive. Inoltre ciò si accompagnò a una visione tragica della spiritualità, perchè non soltanto la Chiesa medievale approvò le donne e gli uomini cercavano di superare le sofferenze del loro Signore con le sofferenze peggiori e più stravaganti e perverse che si infliggevano, ma spesso arrivò perfino a canonizzarli (santificarli). In questo caso anche l’accettazione del dolore e della sofferenza causati dall’amato, che sia una divinità celeste, o un cavaliere o una dama terreni, diventa il massimo del piacere mistico o dell’erotismo.

La ricerca di una saggezza perduta da parte dei mistici di tutti i tempi, ma anche di donne e di uomini attraverso i secoli, è la ricerca della riconnessione con le radici della partnership che ci appartengono. E’ la ricerca del modo di correlarsi che è l’antitesi del modo della dominanza, in cui nella realtà come nel mito la polarizzazione e la contesa, il conflitto e la separazione, la vittoria e la sconfitta, la dominazione e la sottomissione, lo smembramento e lo scorporamento, la conquista e il controllo, in breve forza, paura e disgiunzione violenta sono i temi fondamentali.

E l’essenza medesima di questa ricerca, come hanno spesso indicato gli scritti mistici, è la ricerca di uno strumento per risanare quanto fu brutalmente smembrato con il passaggio a un mondo della dominanza: la fondamentale connessione erotica e insieme spirituale tra donne e uomini. Ma nessuna iniziazione mistica, nessuna magia alchemica e sicuramente nessuna misura di sofferenza fisica e di umiliazione di sé possono ricucire questa frattura. Ovviamente non si intende dire che il viaggio mistico, che esprime il nostro ardente desiderio di unità e di amore, non abbia portato consolazione a molte donne e a molti uomini nei lunghi secoli della nostra storia. Ma il punto è che non si tratta di un problema soltanto spirituale e neanche sessuale bensì sociale. Con il passaggio al modello della dominanza dell’organizzazione sociale e ideologica, la donna e l’uomo e la spiritualità e la natura vennero nettamente separati dalla nostra energia erotica e creativa in cerca di vita e di piacere.

Pertanto solo orientandoci verso un modo di vivere, pensare e amare più gilanico, o sul modello della partnership, riusciremo a risanare la frattura. Una risacralizzazione dei nostri corpi e dei nostri rapporti intimi è uno dei mattoni più importanti per la costruzione di una nuova spiritualità della partnership nel contempo immanente e trascendente. Una spiritualità in cui sia idealizzato il piacere sacro e non il dolore che redime. La creazione di una mitologia che sacralizza l’erotico e ci infonde il desiderio di trasformare noi stessi e le nostre società porterà con sé nuovi miti, compresi i miti di una sacra famiglia adatti ad un mondo giusto e democratico. La rivendicazione della divinità di Maria o della Madre di Dio è particolarmente importante in quanto dobbiamo lasciarci alle spalle l’idealizzazione di una famiglia in cui soltanto il padre e il figlio sono divini, e in effetti anche aggiungere una figlia divina, perchè soltanto allora avremo un modello di famiglia in cui tutti i membri sono parimenti rispettati.

Altro aspetto importante reinventare o rielaborare rituali per celebrare i riti di passaggio (i momenti cruciali dell’esistenza: nascita, morte, matrimonio, passaggio all’adolescenza ecc.) come anche le azioni quotidiane di cura di se stessi e degli altri.

Clichè sociologici e psicologici:

L’ “uomo-forte”, costretto ad un tipo di socializzazione che prescrive una corazza emotiva e la “donna debole” , indotta alla sottomissione e alla dipendenza; ruoli obsoleti e frustranti per entrambi.

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Dall’antichità ai tempi moderni verso un nuovo scenario:

Non suscita particolare stupore la mole dei problemi personali e sociali, delle relazioni disfunzionali esistenti considerando il carico di distorsioni, informazioni sbagliate, condizionamenti negativi con cui abbiamo tanto a lungo convissuto. Se, pur vacillando sotto questo fardello, siamo riusciti ad amarci l’un l’altro, questo è un mirabile risultato della capacità della specie umana e della tenacia di cui da prova, di ricercare il piacere invece che il dolore, di accudire invece di conquistare e, soprattutto, di connettersi agli altri e a tutto quanto è amorevole e creativo in noi stessi e nel mondo. Questa capacità umana, questa tenacia fanno nascere in noi la speranza realistica di riuscire a creare un sistema sociale più equilibrato e meno insensato, in cui la violenza e il predominio, insieme con il disastro in cui versa la vita sessuale e spirituale, non siano più accettati perché “è così che vanno le cose”.

Il modo in cui immaginiamo il corpo umano ha un ruolo fondamentale nel modo in cui immaginiamo il mondo, e ciò a sua volta ha un impatto diretto sul modo in cui percepiamo noi stessi in rapporto ad entrambi. Il modo in cui il sesso, il potere e l’amore vengono concettualizzati in un dato tempo e luogo non può essere compreso, e tanto meno mutato, se non si comprende anche, e non si cambia, il modo in cui immaginiamo il nostro corpo di uomini e donne.

Ciò che apprendiamo inconsciamente, e di continuo rimettiamo in atto, è il modo in cui ilnostro corpo umano deve presumibilmente correlarsi, in tutte le relazioni, in entrambe le sfere tradizionalmente definite del pubblico e del privato.

Se in principio, nelle relazioni genitore-figlio, e poi nei rapporti sessuali, siamo condizionati ad accettare come normali, predominio e sottomissione, questi modelli inconsciamente influenzeranno tutte le nostre relazioni. Per contro, se in principio, nelle nostre relazioni genitore-figlio e poi nei rapporti sessuali apprendiamo e costantemente pratichiamo il rispetto reciproco e la cura, ci risulterà assai difficile adattarci ad un sistema sociale di gerarchie dominanti fondate sulla forza e sulla paura.

Ci siamo conformati a ciò che la gerarchia al potere definisce desiderabile, un eredità con la quale uomini e donne si scontrano oggi, senza tenere conto di quanta sofferenza comportano. Donne che come provano l’anoressia, la bulimia o altri disordini dell’alimentazione, tentano di rimodellare il loro corpo secondo dettami esteriori. Uomini dal corpo muscoloso, robusto, corazzato celebrato dall’epica del guerriero, insieme con una psiche maschile parimenti corazzata.

Sono molti i modi di condizionarci socialmente; ad esempio il concetto del corpo femminile come proprietà maschile influenza profondamente anche la costruzione sociale della sessualità sia femminile che maschile. Perchè il fatto che un corpo esiste solo per servire l’altro, dagli premure, piacere e prole, fornisce un’efficace giustificazione alle gerarchizzazioni, oltre a imporre una particolare visione di come i corpi debbano correlarsi nei rapporti più intimi. Un’altro esempio efficace è da riscontrare nelle pratiche sadomasochistiche, queste immagini del corpo umano, di come due corpi umani si correlano piacevolmente in modi che sono fisicamente e/o psicologicamente dolorosi per uno dei due, illustrano un’organizzazione sociale basata sull’inflizione del dolore e ci condizionano a immaginare inconsciamente le relazioni umane in termini di un dominante e di un dominato.

Indipendentemente dallo sviluppo tecnologico di una società, esiste un conflitto tra quanto è necessario per mantenere i sistemi della dominanza e quanto è necessario per il nostro pienosviluppo in quanto specie. Se come in effetti pare stiano le cose, l’evoluzione della sessualità umana e il lunghissimo periodo di dipendenza nell’infanzia ci hanno portato al forte, struggente desiderio unicamente umano di connessione, e quindi al grande piacere che noi esseri umani traiamo dall’amare e dall’essere amati, allora un’organizzazione sociale più orientata verso la partnership che verso il predominio è più congruente con la nostra evoluzione biologica. E se come la prima direzione presa dall’evoluzione culturale in occidente, come si evince dalle immagini sacre neolitiche, preistoriche e storiche in alcuni casi, in cui è assente la soppressione della vita e sono venerati il dono e il nutrimento della vita, allora dovremmo riuscire a raccogliere la grande sfida contemporanea per una fondamentale trasformazione personale, culturale e sociale.

Ma un conto è dirlo e un conto è affermare che inevitabilmente ci riusciremo. A bloccare la trasformazione si inseriscono modelli culturali, istituzioni e dogmi profondamente radicati. Anche se tutto intorno a noi sono state scosse credenze e istituzioni credute solidissime e si sta disintegrando il vecchio sistema della dominanza, ciò non significa che inevitabilmente emergerà una nuova cultura della partnership. Nei periodi di disintegrazione sociale e di estremo squilibrio dei sistemi, si presenta l’opportunità di un cambiamento sociale e ideologico trasformativo. Di conseguenza, come nel momento di una qualsiasi biforcazione dei sistemi, non basta l’instabilità perchè emerga una diversa organizzazione sociale. Sono necessari moduli di cambiamento in numero sufficiente per formare nuovi attrattori capaci, mentre il sistema è in mutamento, di ricostituirlo in una nuova configurazione di base.

Attraverso un esame minuzioso di documenti di corte, di registri di nascite e di matrimoni, di diari, di lettere e altri documenti pubblici e privati (spesso materiali nascosti nelle soffitte e altri oscuri luoghi dimenticati della gente comune piuttosto che di sovrani o nobili) per la prima volta gli storici vanno ricostruendo una storia dei rapporti intimi e delle abitudini e condizioni di vita. Tali informazioni sono importanti in sé in quanto ci offrono un quadro molto più accurato, rispetto aquello che ritroviamo nei testi di storia, del modo in cui davvero le persone vivevano la loro esistenza. Inoltre sono utili anche per capire il modo in cui certi sistemi si sono perpetuati e come, dove e perchè li si può cambiare. Dobbiamo giungere a una comprensione molto più chiara del perchè la costruzione sociale della famiglia e di altri rapporti intimi è un fattore essenziale nella costruzione di tutti i rapporti sociali. Il modo in cui si insegna a considerare e a vivere i rapporti più intimi è un fattore essenziale nella costruzione sociale di tutte le nostre relazioni. Sicuramente la politica e l’economia influenzano la formazione, ed esiste un’interazione costante tra la sfera pubblica e quella privata, entrambe socialmente costruite per soddisfare le richieste di un particolare sistema sociale. Ma il modo in cui vediamo noi stessi in rapporto agli altri e al mondo è ampiamente modellato nella sfera privata della famiglia e degli altri rapporti intimi. E’ qui che vengono inizialmente acquisiti quei modelli del pensare, del sentire e del relazionarsi che ci diventano poi abituali, radicandosi nella mente e nel corpo, rafforzandosi quotidianamente. E’ nell’infanzia, quando siamo totalmente dipendenti dagli adulti per la sopravvivenza che impariamo a rispettare i diritti umani altrui o ad accetarne la violazione cronica perchè “così vanno le cose”. Sebbene siano sempre esistiti individui più consapevoli o più ribelli che rifiutano l’ingiustizia in tutte le sue forme, gli individui condizionati fin dall’infanzia ad accettare la violazione cronica dei diritti umani come un fatto normale non tendono a creare una società in cui ci sia rispetto.

Una delle ragioni principali di questo comportamento è l’inconsapevolezza, l’incoscienza, l’impossibilità, la difficoltà a capire realisticamente il contesto, il sistema sociale e simbolico, la struttura dentro la quale siamo immersi. Spesso ciò è anche connesso ad un meccanismo di rimozione psicologica dettato dalla paura, dalla necessità, dall’interesse, che rende possibile l’accettazione e persino l’idealizzazione di relazioni abusive e violente. Il vero progresso può darsi solamente quando le persone cominciano a risvegliarsi dalla trance sociale e culturale del conformismo, che ha lungamente condizionato le persone ad accettare, razionalizzare, legittimare le istituzioni ingiuste, una leadership oppressiva, nonché le immagini distorte di ruolo. Una volta consapevoli del condizionamento, di come siamo stati acculturati, possiamo imparare a trascendere il condizionamento. per passare dalla teoria ad una pratica quotidiana.

La famiglia non nasce nel vuoto ma è intessuta nella struttura sociale nel suo insieme, stiamo parlando delle dinamiche psicosociali che tradizionalmente hanno coinvolto non la famiglia soltanto ma ogni istituzione sociale in un ininterrotto processo di socializzazione volto a insegnarci a considerare inevitabile la realtà del dominante. Questa socializzazione non si limita a operare a livello mentale ed emotivo; opera infatti anche a livello fisico, del corpo. E’ proprio a livello corporeo che il condizionamento nell’infanzia è particolarmente efficace e duraturo, poiché il controllo autoritario è esperito nel modo più traumatico e lì si radicano inizialmente i modelli psicosomatici necessari per il mantenimento dei sistemi, che entrano a far parte del senso del sè.

Un’altra parte ancora del problema è la rigidità delle settorializzazioni delle specialità accademiche, che contribuisce a peggiorare il problema di coloro che oggi studiano seriamente i rapporti sessuali o i rapporti di genere che continuano a concentrare la loro attenzione solo sulle implicazioni psicologiche e non su quelle politiche, e non riescono ad avere una prospettiva più ampia.

Il problema è riuscire a decostruire e ricostruire i ruoli senza farsi influenzare da pressioni sociali, revival di ruoli di genere estremisti, fondamentalismi, conservatorismi, dalla sociobiologia e dalla mitopoietica. E’ pertanto assolutamente necessaria la decostruzione ma anchela ricostruzione di un sistema coerente di norme etiche, per considerare le nostre relazioni non in termini di quanto è morale o immorale secondo gli insegnamenti impartitici, ma in termini di quanto è giusto ed etico, o ingiusto indifferente e non etico, ha poco senso rifiutare ciecamente tutte le regole esistenti, così come ha poco senso accettarle ciecamente. Ha invece senso riesaminarle e distinguere tra quelle volte a mantenere gli squilibri fondamentali del potere là dove crudeltà, violenza, indifferenza e sofferenza sono giustificate dalla morale. Dobbiamo assumerci una parte di responsabilità non per osservare soltanto ma anche per agire.

La condivisione della gioia fisica, emotiva, psichica o intellettuale che sia, getta un ponte tra coloro che la condividono che può diventare la base per comprendere quanto non è condiviso e per ridurre la minaccia della differenza. Quando viviamo fuori di noi stessi, secondo direttive esterne invece che secondo i nostri bisogni e le nostre conoscenze interiori, allora la nostra vita è limitata da forme esterne ed estranee, e ci conformiamo ai bisogni di una struttura che non si basa sulla necessità umana, e tanto meno individuale. Ma quando cominciamo a vivere dall’interno verso l’esterno, in contatto con il potere dentro di noi, consentendo a questo potere di illuminare le nostre azioni nel mondo circostante, allora diventiamo responsabili di noi stessi. Perchè non appena cominciamo a riconoscere i nostri sentimenti più profondi, necessariamente la smettiamo di accontentarci della sofferenza, dell’autonegazione, del torpore, dell’ironia che tanto spesso pare l’unica alternativa della nostra società. I nostri atti contro l’oppressione diventano parti integranti dell’io, motivati e potenziati dal di dentro.


Grace Slick – El Diablo


Maria Gaetana Agnesi, matematica e linguista italiana.

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Maria Gaetana Agnesi nasce a Milano il 16 maggio 1718 in una famiglia facoltosa di commercianti della seta. Contrariamente a quanto è stato scritto in passato, il padre Pietro (1690 ca-1752) non era professore di matematica a Bologna, bensì un “uomo nuovo” della ricca borghesia milanese, che in quegli anni investiva le ricchezze familiari nel tentativo di elevare il proprio casato al rango patrizio mediante un generoso mecenatismo per arti, scienza e poesia. Un salotto di intellettuali italiani e stranieri presso il proprio palazzo e l’investimento nell’istruzione dei figli facevano parte della sua strategia di ascesa sociale.
In tale contesto, le figlie Maria Gaetana e Maria Teresa (1720-1795) vengono avviate fin da giovanissime allo studio delle lingue, la prima, al canto ed al clavicembalo, la seconda. Iniziano ben presto ad esibirsi per gli ospiti del padre.
Il salotto di palazzo Agnesi raccoglieva parecchi esponenti dell’illuminismo cattolico lombardo legati al movimento di riforma portato avanti da Antonio Ludovico Muratori (1672-1750) e appoggiato da papa Benedetto XIV durante il suo pontificato (1740-1758). Impegnati in una campagna per un nuovo rigore morale e per la partecipazione attiva dei fedeli alla società civile, questi ecclesiastici si proponevano di armonizzare ragione e fede anche attraverso l’introduzione delle nuove teorie scientifiche, come il sistema newtoniano e il calcolo infinitesimale.
La giovane Maria Gaetana si forma in questo ambiente. Prosegue la sua educazione con i migliori istitutori privati leggendo gli autori classici e testi di filosofia, di etica e di fisica. Nel 1738 pubblica una raccolta di 191 Propositiones philosophicae, presumibilmente un sommario, dove il sapere fisico-matematico giocava un ruolo di tutto rilievo delle ricerche filosofiche intraprese fino ad allora con il conte Carlo Belloni (cui le Propositiones sono dedicate), con Padre Francesco Manara, professore di Fisica sperimentale all’Università di Pavia, e Padre Michele Casati. In questo testo le scienze vengono presentate secondo una prospettiva apologetica dove solo le matematiche consentono una “conoscenza certa” e una “contemplazione intellettuale” infusa di spirito religioso. Con la pubblicazione delle Propositiones, che attestavano una discreta conoscenza di matematica, aumenta la notorietà di Maria Gaetana Agnesi; ospiti illustri dall’Italia e dall’Europa si recano presso il palazzo paterno per incontrarla.
Nello stesso periodo si accentua altresì la vena mistica della giovane, che si dedica sempre più alla meditazione ed alla vita spirituale. Nel 1739 manifesta la volontà di abbandonare l’attività mondana e la frequentazione dei salotti per prendere i voti: di fronte alle resistenze paterne la giovane acconsente ad un compromesso che le permetta di vivere un’esistenza ritirata senza entrare in convento, ma prestando opera di assistenza presso il reparto femminile dell’Ospedale Maggiore di Milano.
E’ del 1740 l’incontro con il monaco Ramiro Rampinelli (1697-1759), docente di matematica a Padova e formatosi a Bologna. Già dal 1735 l’Agnesi si era dedicata allo studio del manuale di calcolo differenziale del marchese Guillaume François de L’Hôpital (1661-1704) con l’intenzione di scriverne un commento ad uso didattico. Sotto la guida di Rampinelli affronta i lavori di Charles-Réné Reyneau (1656-1728), di Guido Grandi (1671-1742) e di Gabriele Manfredi (1681-1761), mentre entra in contatto con i matematici italiani che si occupavano allora del calcolo infinitesimale, in special modo con il conte Jacopo Riccati (1676-1754). Nel 1748 pubblica in due volumi le Instituzioni analitiche per uso della gioventù italiana: come indica il titolo, l’intento dell’autrice è divulgativo e didattico, in linea con quelle che erano le impostazioni di base del movimento del cattolicesimo illuminato di cui faceva parte. La lingua adottata quindi è l’italiano, in rottura con la tradizione manualistica dell’epoca in latino; lo stile è semplice e chiaro. Decide poi di trattare i principi dell’algebra, della geometria analitica e del calcolo infinitesimale in termini puramente geometrici, senza includere le applicazioni di tali discipline alla meccanica ed alla fisica sperimentale; un’interpretazione, questa, determinata forse dalla convinzione di una superiorità filosofica delle matematiche rispetto alle altre scienze.
Socia di varie accademie scientifiche, nel 1748 viene aggregata all’Accademia delle scienze di Bologna. Papa Benedetto XIV le fa assegnare nel 1750 l’incarico di lettrice onoraria di matematica all’Università di Bologna, che negli stessi anni vede tra i suoi docenti donne celebri come Laura Bassi; Agnesi accetta, ma non svolgerà mai il suo incarico.
Nel 1752, alla morte del padre abbandona, infatti, l’attività scientifica per dedicarsi alle opere caritatevoli ed al raccoglimento spirituale: pochi anni dopo lascia il palazzo di famiglia e si trasferisce presso le stanze dell’Ospedale Maggiore. Su richiesta dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Pozzobonelli (1696-1783), assume nel 1771 la direzione del reparto femminile del Pio Albergo Trivulzio. Il suo impegno si manifesta anche nel suo incarico di consigliera di materie teologiche dello stesso arcivescovo, che nel 1768 la nomina “priora della dottrina cristiana”, incarico legato all’opera di catechizzazione del popolo. Muore nel 1799.

 


Ana Rossetti – Incoffessabile

E’ tanto adorabile introdurrmi nel suo
letto, mentre la mia mano vagante
riposa, trascurata, tra le sue gambe,
e sguainando la colonna tersa – il suo cimiero
rosso e sugoso avrà il sapore delle fragole,
piccante- presenziare all’inaspettata
espressione della sua anatomia che non sa
usare, mostrargli la l’arrossata incastranatura
all’indeciso dito, somminestrandogliela
audacemente con perfide e precise dosi.
E’ adorabile pervertire un ragazzo, estrarrgli
dal ventre vaginale quella ruggente tenerezza
tanto simile al rantolo finale di un agonizzante,
che è impossibile non condurlo a sfinirsi mentre eiacula.

ana


Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy

Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy (parte 1)

Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy (parte 2)

O2

 

Un gruppo di affaristi francesi si trova all’improvviso nei guai; la loro società sta per essere rilevata da un ricco americano, in arrivo dagli Stati Uniti con tutta la sua famiglia per concludere l’operazione. L’unico sistema per evitare questa prospettiva è di riuscire a coinvolgere l’americano in uno scandalo di tali proporzioni da indurlo a rinunciare. Per questo, si affidano alla perversa e affascinante Madame d’O, che con impegno si mette all’opera attirando nei suoi torbidi giochi sadomasochistici non solo il finanziere, ma tutta la sua famiglia, moglie e due figli, facendo addirittura arrivare padre e figlia all’incesto (almeno a quanto si può intuire). Lo scandalo scoppia, e l’obiettivo è raggiunto; consolazione per l’americano e la sua famiglia, è l’aver scoperto, grazie alla solerte madame d’O, nuovi orizzonti della sessualità.

GENERE: Commedia
ANNO: 1984
REGIA: Eric Rochat
SCENEGGIATURA: Eric Rochat
ATTORI: Ruben Blanco, Christian Cid, Manuel de Blas, Carole James, Eduardo Bea, Frank Sussman, Sandra Wey, Rosa Valenty, Tomas Pico’, Alicia Principe
FOTOGRAFIA: Andres Berenguer
MONTAGGIO: Alfonso Santacana
MUSICHE: Stanley Myers
PRODUZIONE: BEDROCK HOLDING IMAGE COMMUNICATION
DISTRIBUZIONE: ARTISTI ASSOCIATI (1985) – DOMOVIDEO
PAESE: Spagna
DURATA: 87 Min
FORMATO: PANORAMICA


Buon Compleanno Aretha Franklin, indiscussa Regina del Soul

Aretha Franklin nasce a Memphis nel 1943, ed è figlia del Reverendo Battista Charles Franklin, importante religioso di Detroit. In casa Franklin entrano ogni tanto Mahalia Jackson, Berry Gordy, Clara Ward e un intimo amico del padre:Martin Luther King. Il Reverendo Franklin è infatti soprannominato “The Million Dollar Voice” per la capacità di intonare sermoni “ipnotici” e gospel. Nel 1960 la giovanissima Aretha è scritturata dalla Columbia, per la quale incide dieci dischi in sei anni, senza alcun successo commerciale. Più fortunata la collaborazione con la Atlantic, che la spinge con più decisione sulla via del rhythm’n’blues. Dal 1967 in poi brani come “I Never Loved A Man (The Way I Love You)”, “Baby I Love You”, “Chain of Fools”, “Think” ottengono un grande successo. La Franklin si segnala anche per la capacità di affrontare con la propria voce, una delle più belle e riconoscibili del mondo della musica, brani diversissimi come “Satisfaction” (Rolling Stones), “I say a little prayer” (Burt Bacharach), nonché una versione di “Respect” che lascia stupefatto lo stesso Otis Redding. A consacrarla come leggenda del r’n’b è tuttavia “(You make me feel like) A natural woman”, di Carole King.
Nel 1979, dopo 19 album con la Atlantic, Aretha passa alla Arista. Gradualmente il sound dei suoi dischi comincia a “ringiovanire” con innesti di fresche “contaminazioni” della nuova black music e non solo: negli anni ’80 il suo grande rilancio passa attraverso collaborazioni o duetti con, tra gli altri, George Benson, Eurhythmics, Rolling Stones, George Michael e Whitney Houston. La “Queen of Soul”, continuamente omaggiata da tributi e riconoscimenti (è la prima donna ad entrare nella Rock’n’Roll Hall of Fame e vince ben 15 Grammies), è anche protagonista di una memorabile versione di “Think” in “Blues Brothers”.
Grazie al sapiente lavoro del produttore Narada Michael Walden, la cantante torna anche nelle top ten, con il brano “Freeway of love” (1984), utilizzato anche per uno spot della Coca-Cola. In ogni caso Aretha non rinnega le origini “gospel” (il suo disco del 1987 ONE LORD, ONE FAITH, ONE BAPTISM è il più venduto nella storia del genere, superando persino quelli di Elvis.
Nel 1998, dopo una lunga lontananza dagli studi di registrazione, incide A ROSE IS STILL A ROSE, per il quale ancora una volta si avvale del contributo di alcuni tra i più quotati produttori contemporanei, tra i quali Jermaine Dupri, Sean “Puffy” Combs, e l’inseparabile Narada.
Nel 2003 viene pubblicato SO DAMN HAPPY, che include la canzone “Wonderful”, vincitrice del Grammy. In seguito all’uscita del disco, pur incidendo di fatto poi un altro album di duetti illustri dal titolo JEWELS IN THE CROWN: ALL-STAR DUETS WITH THE QUEEN (2007), la Franklin lascia – dopo trentadue anni – l’Arista Records e fonda la propria etichetta discografica, l’Aretha Records per la quale incide il suo nuovo album A WOMAN FALLING OUT LOVE, in uscita nel 2008.
A febbraio 2008, durante la 50esima edizione dei Grammy, l’artista viene insignita di un premio alla carriera per aver vinto ben venti “grammofoni d’oro”. A novembre 2010 Aretha viene ricoverata in ospedale: ha infatti dei seri problemi di salute (un tumore al pancreas), per cui le viene impedito di cantare almeno fino a maggio 2011.


Buon compleanno a Valentina Vladimirovna Tereškova

Valentina Vladimirovna Tereškova (in russo Валентина Владимировна Терешкова) (Maslennikowo, 6 marzo 1937) è una ex cosmonauta e politica sovietica. Nata nei pressi di Jaroslavl sul fiume Volga è stata la prima donna nello spazio e fino alla prima missione di Svetlana Savitskaja (successivamente la prima donna ad eseguire un’EVA svoltasi nel 1982) contemporaneamente l’unica.

Valentina Vladimirovna Tereškova

Valentina Vladimirovna Tereškova

Figlia di un guidatore di trattori caduto durante la Seconda guerra mondiale ha avuto un’infanzia difficile. Da giovane lavorava in una fabbrica produttrice di pneumatici e successivamente in un’impresa produttrice di fili. Per sette anni ha svolto la professione di sarta e stiratrice all’interno di quest’impresa. Oltre al lavoro ha frequentato corsi serali per diventare tecnica, diploma che conseguì nel 1960.

Già a partire dal 1955 Tereškova divenne un’appassionata paracadutista. Grande ammiratrice di Jurij Gagarin si candidò più volte per frequentare la scuola per aspiranti cosmonauti. Nel 1962 riuscì a partecipare all’esame di assunzione, che superò con bravura, e ad iniziare il suo addestramento per diventare donna cosmonauta.

A bordo di Vostok 6, Valentina Tereškova il 16 giugno 1963 venne lanciata dal cosmodromo di Baikonur per una missione nello spazio durata quasi tre giorni interi. La missione effettuò 49 orbite terrestri. Quale comandante di una navicella spaziale scelse il nomignolo di Чайка (Čaika-“gabbiano”) per i collegamenti via radio. Pochi giorni prima era stata lanciata la missione Vostok 5 equipaggiata dal cosmonauta Valeri Bykovski.

Dopo una trentina di giri intorno alla Terra, però, i tecnici si accorsero di una complicazione che poteva rivelarsi fatale. La navicella Vostok si stava allontanando dal pianeta e non avvicinando. Presto sarebbe sfuggita alla attrazione terrestre per perdersi nello spazio. Il centro di controllo sovietico inviò repentinamente le necessarie correzioni per salvare Vostok6 e soprattutto Valentina.

Il 19 giugno Tereshkova atterrò nelle vicinanze di Novosibirsk, dove venne accolta e calorosamente festeggiata dalla folla. Pochi giorni dopo le venne conferita a Mosca un’alta onoreficenza, cioè il titolo di Pilota-cosmonauta dell’Unione Sovietica.

Valentina Tereskova raccontò che «Sotto di me c’era un lago e non la terra ferma. Ci avevano addestrato a questa eventualità ma non sapevo se avrei avuto la forza necessaria per sopravvivere». Il vento, fortunatamente, la spinse via. Ma nell’impatto Valentina sbattè la faccia contro il casco e si provocò un trauma sul naso e venne portata subito in ospedale.

A novembre dello stesso anno sposò Andrijan Grigorjevič Nikolajev (nato il 5 settembre 1929 e morto il 3 luglio 2004), cosmonauta che aveva partecipato alla missione Vostok 3. Il matrimonio venne celebrato a Mosca e usato per fini propagandistici sovietici. Venne assegnato agli illustri sposi un appartamento di lusso sul Kutusovskij Prospekt. Nel 1964 naque la loro figlia Alenka.

Successivamente Tereškova studiò presso l’accademia per ingegneri dell’aeronautica militare sovietica Čukovski. A maggio del 1966 venne eletta a far parte dell’ Alto Soviet dell’Unione Sovietica e a maggio del 1968 divenne presidente del comitato donne dell’Unione Sovietica. Nel 1971 divenne membro del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. A partire dal 1974 fece parte del direttivo dell’Alto Soviet e dal 1976 in poi vicepresidente della commissione per l’educazione, la scienza e la cultura dell’Unione Sovietica.

Nel 1982 ci fu il divorzio da Nikolajev. Si sposò una seconda volta con Juri Šapošnikov del quale è vedova dal 1999.

Nel 1994 venne nominata dal governo russo direttrice del “Centro russo per collaborazione internazionale culturale e scientifica”.


La protesi, la carne e il tempo

Come è nata la strana idea che il corpo sia un oggetto?
l corpo tra essere e avere
Perché nel linguaggio della vita quotidiana i termini “corpo” e “mente” sono più spesso associati al verbo avere che al verbo essere?
Il corpo che sono non è un oggetto fra gli altri anche perché è il luogo da cui percepisco gli oggetti stessi. Il corpo può osservare una cosa da diversi punti di vista ma non può girare intorno a se stesso, appunto perché non è un arnese fra i tanti. Il corpo è la struttura nella quale e tramite cui diventa concreto lo spazio geometrico nel quale la mente è immersa. Dalla elaborazione delle percezioni visive, tattili, olfattive, sonore si origina il pensiero come scambio continuo fra il soggetto e l’ambiente naturale e sociale che gli dà vita e senso.
“Bene pertanto suppongono quanti ritengono che né la mente esiste senza il corpo né che è essa un corpo.
Corpo, certo, non è, ma qualcosa del corpo” (Aristotele), essa è la forma che consente alle parti organiche di percepire il mondo non come un insieme frammentario e casuale di suoni, colori, odori, superfici, bensì come un tutto coerente e sensato. Il corpo è quindi ciò che siamo e tuttavia il corpo di ciascuno è inafferrabile dal proprio sguardo. Gli occhi –infatti- che tutto guardano non possono vedere se stessi, neppure in uno specchio. L’immagine che una superficie lucida riflette non è mai fedele poiché le parti vengono invertite e quindi –è esperienza facile da verificare- ciascuno nello specchio percepisce se stesso in un modo leggermente diverso da come lo vedono gli altri e quindi noi non sapremo come davvero appariamo, quale sia il volto scrutato da chi ci sta vicino. E però la visione vera del mio corpo non l’avrà nessuno se non io stesso. Il corpo che sono, infatti non è il semplice organismo ma è il centro da cui si dipartono i significati, il linguaggio, il tempo, da cui –insomma- prende avvio il mondo intero.

Corpo e corporeità
Con quali argomenti è possibile confutare una visione oggettivistica del corpo?
Discende da ciò che abbiamo detto che io non ho un corpo ma sono corporeità vivente, tanto che se d’improvviso la mia figura cambiasse forma, io non solo non sarei più riconosciuto da alcuno ma non sarei più io, perché è nella profondità temporale del corpo vissuto che si inscrive, pulsa e si dipana la mia storia, ciò che a ragione posso definire io. Pensare il corpo come qualcosa di diverso da me significa lasciare al pensiero solo il nulla, il vuoto sconfinato di ciò che mai sono stato, perché “corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro” (F. Nietzsche). Il corpo quindi sono io. Mentre, infatti, ogni altra cosa è oggetto del mio sguardo, del tatto, del vol-gersi e rivolgersi del corpo verso di essa, il corpo è ciò che rende possibile ogni esperienza e conoscenza. Posso distogliere la mia riflessione dalle cose ma non posso annullare l’attenzione continua verso il mio corpo. Il corpo è anche l’organismo composto da cellule, molecole, tessuti, liquidi, muscoli, motilità ma non è solo questo: è soprattutto corporeità installata nel mondo, capace di conservare i ricordi (gli engrammi) e costantemente diretta verso le cose e gli eventi. È la corporeità a coniugare interiorità, esteriorità e comportamento in una sintesi che oltrepassa il corpo come semplice presenza per farne la struttura che agisce e che pensa l’agire. È anche per questo che l’essere umano è l’animale capace di dare forma a se stesso e al mondo. L’essere un corpo vivente, comprendente, pulsante nel tempo, intessuto di desideri, costituisce il dato fondamentale della vita. Se per noi è possibile conoscere il mondo, è perché siamo una corporeità produttrice di esperienze e di significati e non solo rappresentatrice di dati esterni a noi. La conoscenza, infatti, non somiglia all’esperienza dello spettatore che guarda una pellicola girata indipendentemente da lui e quindi da lui del tutto separata ma si può paragonare alla stessa cinepresa che illuminando la scena la fa essere.

corpo-2

Dualismo e punti di vista
Come si pone in questo contesto l’opposizione cartesiana fra corpo e mente?
Ogni visione puramente naturalistica, soltanto fisiologica, del corpo allontana quindi dalla comprensione non solo della corporeità ma anche della mente, per la ragione essenziale che non coglie l’unità psicosomatica dell’essere umano. Ciò che la tradizione ha chiamato corpo e anima è in realtà lo stesso processo osservato da due differenti punti di vista. È necessario andare oltre il dualismo di corpo e mente, di materia e vita –il quale ha indotto ad attribuire di volta in volta un peso esclusivo e unilaterale allo spirituale o all’organico– senza però chiudersi in una prospettiva di materialismo elementare. Una visione più unitaria dell’essere umano e del cosmo nel quale egli vive è indispensabile per fondare l’etica o meglio per rifondarla dopo la crisi determinata dal nichilismo e dalle diverse forme del relativismo morale.

L’oggettivazione medica
Come ha contribuito la medicina all’imporsi di questa opposizione?
Uno dei limiti più gravi della medicina contemporanea sta nello studiare il corpo come se fosse una cosa fra le altre, nel dividerlo in parti, sezioni, organi, funzioni, che si presume di poter analizzare, diagnosticare e guarire in modo separato dall’intero. La medicina costruisce così per se stessa una corporeità frammentata, incompresa, oggettivata e non vissuta. Difficilmente, quindi, conosciuta nella sua complessità e nella continuità fra salute e malattia, due momenti che vengono resi assoluti come se fossero invece due stati ed è anche per questo loro atteggiamento che le scienze non hanno a che fare con le relazioni mondane e temporali che costituiscono il corpo ma soltanto con frammenti di tempo/corpo isolati e quindi artificiosi. Una scienza medica costruita sulle schegge dell’umano, sui suoi brandelli invece che sulla interezza del corpo-tempo-mondo, non riesce a capire che non si muore perché ci si ammala ma la malattia è una delle espressioni più evidenti della finitudine e della mortalità dell’umano. L’attenzione estrema alla durata quantitativa dell’esistenza – l’accanimento terapeutico – costituisce l’inevitabile conseguenza della riduzione della corporeità al biologico e della chiusura alla qualità esistenziale del tempo vissuto.
Come un pesce nell’acqua, fin dal suo nascere il corpo umano è collocato e si muove in una continuità inseparabile di anatomia organicistica, di scambi metabolici con l’ambiente naturale e artificiale, di significati mentali e di relazione con gli altri umani, a cominciare dalle figure parentali e allargandosi a gruppi via via più ampi sino a comprendere potenzialmente l’intera specie. L’unità psico-somatica precede qualunque divisione ed è per questo che un dolore intenso e prolungato che il mio corpo subisce causa immediatamente una riduzione dell’intera mia capacità di rapportarmi con gli altri, con gli eventi, con il tempo futuro. Non è lo stomaco a subire degli spasmi ma è l’intera mia esperienza vitale che si restringe insieme ai miei organi.

La morte ridotta a fatto
Se il corpo è un oggetto, cosa diventa la morte?
La morte, questa esperienza mai vissuta e sempre attesa, non è il risultato del semplice degrado degli organi, non è un fatto contingente che un qualche spettacolare sviluppo delle scienze mediche e conservative potrà prima o poi sconfiggere ma è forma essenziale della vita che in quanto tempo non può che sorgere e tramontare, come è necessario che accada a tutte le cose che sono. Uno dei limiti dell’approccio organicistico alla corporeità è l’ignoranza pressoché completa di questa temporalità naturale di cui il corpo è espressione e forma. Il corpo non è nel passato ma è il passato della memoria; il corpo non è nel futuro ma è la tensione verso il tempo che ha da essere; il corpo non è nel presente ma è la pienezza dell’essere qui e ora.

La razionalità disincarnata
Se l’uomo è soprattutto pensiero, c’è da chiedersi chi pensa?
Che ne resta oggi della res cogitans? La separazione del pensiero dal sostrato profondo della fisicità ha prodotto una razionalità disincarnata che è diventata poi ragione calcolante con Cartesio, Hobbes, Leibniz per confluire oggi nell’Intelligenza Artificiale. A questa linea di pensiero, si oppone quella di Pascal, Husserl, Heidegger, Wittgenstein, Merleau-Ponty. Seppur in modi assai diversi, questi ultimi cercano di tener conto della corporeità che ci costituisce, del senso comune che nasce da essa, della immersione fisica nello spazio-tempo in cui la vita umana consiste e che rende parziale ogni approccio puramente astratto e digitale alla mente. La fisicità che siamo non può, infatti, essere trattata come un fenomeno fra i tanti, come qualcosa la cui assenza non modificherebbe di molto l’essere dell’uomo. “Lungi dall’essere il mio corpo per me un semplice frammento dello spazio, non ci sarebbe per me spazio alcuno se io non avessi un corpo” (M. Merleau-Ponty). Il corpo, quindi, è l’elemento primario da cui tutto nasce, del quale è intessuta ogni esperienza e nella cui dissoluzione finisce per l’individuo il tempo e, con esso, ogni possibile significato.

La protesi bionica
Come si può quindi immaginare l’effetto delle tecnologie sulla corporeità?
Il rafforzamento delle capacità fisiche e logiche tramite l’artificializzazione dell’ambiente e del corpo non può distruggere e neppure soltanto ridimensionare questa corporeità naturale e profonda dell’essere umano ma può invece costruire ulteriori strumenti da aggiungere alla serie ininterrotta di protesi con cui la specie affronta da millenni l’ambiente terrestre e vince le sfide per la sopravvivenza. Ed è qui, nel punto di maggiore difficoltà, che diventano ad esempio possibili degli sviluppi positivi per l’Intelligenza Artificiale, gli sviluppi che la ricerca ha percorso negli ultimi decenni e che consistono nella necessità di “aggiungere al “calcolatore-cervello” un “robot-corpo” che si possa immergere nell’ambiente” (G.O. Longo). Un corpo che non venga dal nulla, bell’è fatto e compiuto ma che possa in qualche modo ripercorrere la vicenda evolutiva e temporale della corporeità umana e la costante apertura del singolo al mondo. I calcolatori da soli non avranno mai la capacità di pensare perché non possiedono un corpo proprio. Gli umani da soli non potranno attingere la velocità di calcolo e la ricchezza di memoria del computer; una qualche forma di simbiosi tra computer ed esseri umani sembra quindi la prospettiva più feconda. La bionica, la fusione tra biologia e microelettronica, è il campo aperto nel quale l’evoluzione dell’umano non si arresta e potrebbe proseguire verso esiti che saranno determinati sia dalla disponibilità a sperimentare nuove strade per la specie sia dall’attenzione a non smarrire i suoi caratteri fondamentali, fra i quali la comprensione del mondo in quanto immersione spazio-temporale del corpo è forse l’elemento più specifico.

Il corpo è tempo incarnato
Quali limiti si possono considerare invalicabili?
Sciolto dal corpo che è, l’individuo affiderebbe “la propria immortalità ad un replicante plastico bionico, che nient’altro sarebbe quanto a spirito, coscienza, che una statua di sale inscioglibile nel fiume della vita” (E. Mazzarella) e il cui destino di sofferenza non sarebbe per questo redento. Gli umani, infatti, non sono macchine computazionali ma costituiscono l’unità profonda di pensiero e biologia. Quello che i computer non possono per ragioni strutturali essere in grado di compiere, è probabile che lo facciano invece degli umani capaci di trasformare le macchine in strumenti del proprio corpo senza però perdere ciò che al macchinario li rende irriducibili, integrando invece gli aspetti computazionali della mente con i ben precisi elementi fisici che ci costituiscono e i quali, lungi dall’essere un ostacolo, rappresentano in realtà l’unica concreta possibilità che abbiamo di interagire col reale, per comprenderlo, interpretarlo, dominarlo e agire fecondamente in esso. Il corpo è radicato nel mondo e nel suo divenire al punto da costituire insieme la sua sintesi e una sua parte. Il corpo è quindi irriducibile alla bio-chimica non perché sia libero dalle sue leggi –e come potrebbe?- ma perché corpo e mente umani sono letteralmente intessuti di tempo, come l’acqua lo è di molecole H2O, le foglie di clorofilla, il corpo di un qualsiasi animale lo è di fame e ogni ente è fatto di carbonio. Per il corpo/mente, il tempo rappresenta il costituente di base, la sintesi delle funzioni, il bisogno primario, la radice più antica e la struttura fondamentale. Siamo quindi corpo perché siamo tempo incarnato e consapevole di se stesso.

Approfondire
Eddy Carli, (a cura di), Cervelli che parlano, Bruno Mondadori, Milano, 2000
Federica Facchin, Mente/Corpo. Bibliografia ragionata, Unicopli, Milano, 2004
Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano, 2003
Giuseppe O. Longo, Il nuovo Golem, Laterza, Bari, 1998
Roberto Marchesini, Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 2002
Eugenio Mazzarella, Sacralità e vita. Quale etica per la bioetica?, Guida, Napoli, 1998
Eugenio Mazzarella, Vie d’uscita, Il Melangolo,Genova, 2004
Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano, 2003
Sandro Nannini, L’anima e il corpo, Laterza, Bari, 2002
Vilaynur S. Ramachandran, Che cosa sappiamo della mente, Mondadori, Milano, 2004
F.J. Varela, E. Thompson, E. Rosch, La via di mezzo della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1992.


Marie-Louise von Franz – Splendida intervista alla piu’ fedele ed originale collaboratrice dello psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung.

Marie-Louise von Franz (1915-1998) allieva di Carl Gustav Jung (per il quale cominciò a lavorare nel 1933 come traduttrice e ricercatrice, e con il quale più tardi collaborò più strettamente fino alla morte di lui nel 1961 e alla cura di L’uomo e i suoi simboli, 1964), è stata una delle più importanti esponenti della psicologia analitica del XX secolo. Esponente di spicco della corrente “classica” della psicologia analitica, ha prodotto opere fondamentali sulla comprensione psicologica della favola, dei sogni e del simbolismo alchemico. Ha scritto oltre venti volumi di argomento psicoanalitico, ed è stata una delle più note docenti ed analiste di supervisione del C. G. Jung Institut di Zurigo.

Interessante la sua lunga corrispondenza con il celebre fisico Wolfgang Pauli, uno dei padri della meccanica quantistica, conosciuto nel 1947.

Mentre James Hillman indagò le strutture archetipiche del mito, la Von Franz esplorò maggiormente l’espressione degli archetipi della fiaba, che secondo lei rivelano un significato ben preciso: il Sé, inteso come totalità psichica dell’individuo e come “centro regolatore” della vita psichica.

“Tra i sessantamila sogni che ho analizzato non ce ne sono due uguali. Compaiono motivi simili. È su queste similitudini che Jung basa la sua teoria degli archetipi, secondo cui vi sono delle strutture di base sempre ricorrenti. Si può accertare la presenza comune di certi motivi ricorrenti […] che Jung chiama le strutture archetipiche della psiche che permettono di accedere al livello collettivo della psiche umana, un livello che rimane sano anche in individui psichicamente  disturbati. Il livello collettivo è, per certi versi, il livello istintivo comune a tutti gli uomini e quando si mettono in contatto le persone con questo livello psichico esse si ristabiliscono, in seguito riallacciano i contatti con gli altri e si reinseriscono nella società. Per questo motivo è così importante conoscere queste strutture. Per capirle io ho continuato a studiare le fiabe e l’alchimia”

“Ciò mi ha aiutato molto a comprendere i sogni. Ma l’arte di interpretare i sogni è duplice; bisogna riconoscere le strutture archetipiche, comprenderle e poi vi è ancora tutta un’altra arte: come lo si comunica all’altro? Perché l’altro comprenda pienamente, senza rimanere insabbiato nell’intelletto, perché riesca a comprendere anche con il sentimento il contatto con il proprio profondo”.

“Una funzione dei sogni sembra quella di preparare gli esseri umani ad una nuova fase della loro vita, e nella vita ci sono sempre delle soglie. La pubertà costituisce una soglia di crisi, poi l’ingresso nella vita matrimoniale, la crisi di metà della vita, periodi di crisi e transizione che richiedono un mutamento e un nuovo modo di porsi nei confronti della vita. E vengono preparati dai sogni. La cosa interessante è che al cospetto della morte i sogni preparano ad un adattamento, ad una fine che però non è una fine. Ho raccolto almeno una cinquantina di sogni di moribondi, am nessuno accenna ad una fine, piuttosto ad un groso cambiamento, a un viaggio, una trasformazione, un trasloco e più di frequente ad un sontuoso matrimonio al gran compimento […]” “Ogni terapia è una ingerenza e per quella junghiana si tratta dell’ingerenza minima. Non abbiamo nessuna teoria e non pensiamo in alcun modo che l’essere umano debba diventare normale. Se preferisce restare nevrotico ne ha pienamente il diritto. Viviamo in una democrazia. Conta solo quello che vogliono i sogni […] Noi educhiamo le persone ad ascolare la loro interiorità, non facciamo nulla di più […]” “Essere se stessi e diventare se stessi, realizzare se stessi. Si pensa di solito alla realizzazione dell’io. Jung pensa piuttosto alla realizzazione del proprio profondo, alla realizzione del proprio destino. All’io talvolta ciò con conviene affatto. Ma è quello che si sente che in fondo si dovrebbe intimamente essere. La persona è nevrotica quando non è come Dio ha inteso che fosse. In questo consiste l’individuazione […]“, Marie Louise von Franz


Shirley Temple


“La Sottoveste Rossa” al Teatro Belli di Roma…. brivido d’Eros

la sottoveste rossaClelia si lascia sedurre da una voce…. in un teatro vuoto, pronta a tutto! La grazia, sull’onda di Epicuro, Dostoevskij e uno sguardo intriso di psicanalisi rappresentano la pozione adatta e ben coniata da Rosario Galli. Una voce fuori campo avvolge e divampa imperiosa a tratti e vellutata, magistralmente interpretata da Angelo Maggi, stringe emotivamente la protagonista al cui cospetto si schiude l’inaspettato.
Vi invito a gustare questo lavoro teatrale frutto dell’impeccabile regia di Claudio Boccaccini, che ha saputo calibrare le vibrazioni e relative intensità. Patricia Vezzuli sboccia a pieno titolo come donna e veste Clelia a fior di pelle, dimostrando di aver raggiunto una maturità interpretativa di livello ragguardevole indossando pathos ed eros in “La sottoveste rossa”, insieme ad una leggera ed incisiva Martina Menichini.

La Sottoveste Rossa
Teatro Belli
Piazza Sant’Apollonia 11/a 000183 ROMA
Tel 065894875 – botteghino@teatrobelli.it

Dal 29 gennaio al 16 febbraio 2014
Teatro Belli di Antonio Salines
P.zza di Sant’Apollonia 11 – Roma
Tel. 06 58 94 875

Da martedì a sabato: ore 21
Domenica: ore 17.30
Lunedì riposo

Biglietti:
Intero 18€
Ridotto 13€


Mi ricordo di Anna Frank

 

“Di tanto in tanto – rammenta un altro compagno di sventura, Janny Brandes-Brilleslijper – scambiavamo due parole: per esempio quando spaccavamo batterie. Era un lavoro molto sporco, del quale nessuno capiva il senso. Dovevamo spaccare le batterie con uno scalpello e un martello e poi gettare il catrame in una cesta e la barretta di carbone che tiravi fuori nell’altra cesta. Oltre al fatto che questo lavoro ti faceva diventare terribilmente sporco, a tutti veniva la tosse perché si sprigionava una certa sostanza tossica. Il lato piacevole del lavoro con le batterie era che potevi parlare con gli altri. Le ragazze Frank spaccavano batterie sedute intorno ai lunghi tavoli. Si parlava, si rideva, il dolore lo tenevi dentro di te”.


“Le Passanti” – ( Fabrizio De Andrè )


L’Evoluzione del Concetto di Bellezza Femminile nell’Arte e nella Società


Ana Rossetti – Vieni, entra e coglimi

serpente

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…

comprimimi discioglimi tormentami…

infiammami programmami rinnovami.

Accelera… rallenta… disorientami.

 

Cuocimi bollimi addentami… covami.

Poi fondimi e confondimi… spaventami…

nuocimi, perdimi e trovami, giovami.

Scovami… ardimi bruciami arroventami.

 

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgominami poi sgomentami…

dissociami divorami… comprovami.

 

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra… riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.


Le parole del sesso (V.M.18…)

Nell’atto IV scena I della tragedia “The Jew of Malta”, scritta nel 1590 dal  grande drammaturgo inglese Christopher Marlowe (1564-1593), massimo esponente del dramma elisabettiano dopo il sommo William Shakespeare, e scomparso prematuramente a 29 anni di età in circostanze misteriose, il protagonista Barabas “l’ebreo di Malta” esclama ad un certo punto, in italiano: “Cazzo Diabolo!”. Un commentatore dell’epoca, tale Gifford, scrisse in una nota esplicativa al testo per gli spettatori ed i lettori inglesi che cazzo è: “a petty oath, a cant exclamation, generally expressive, among the Italian populace, who have it constantly on their mouth, of defiance and contempt”, cioè, più o meno, “un volgare spergiuro o esclamazione che per gli italiani, che lo usano costantemente, vuole generalmente esprimere disprezzo e dispetto”.

Due secoli e mezzo dopo, Giacomo Leopardi ci offre un autorevole esempio di come la stessa parola possa essere usata come rafforzativo spregiativo in locuzioni negative: “Sono guarito […] in grazia dell’aver fatto a modo mio, cioè non aver usato un cazzo di medicamenti.” (G. Leopardi, Lettere)

E quanta modernità c’è nell’uso del termine fatto da Niccolò Machiavelli (1469-1527), in una lettera indirizzata a tale Ludovico Alemanni, circa cinque secoli fa, nella quale si lamentava del fatto che Ludovico Ariosto non lo avesse ricordato tra i poeti migliori: “Ho letto l’ Orlando furioso dello Ariosto et veramente il poema è bello tutto, et in molti luoghi è mirabile. Se si trova costì, raccomandatemi a lui, et ditegli che io mi dolgo solo che, havendo ricordato tanti poeti, mi habbi lasciato dietro come un cazzo.”

L’allegro e gioviale, nonché geniale, Leonardo da Vinci (1452-1519), amava invece raccontare barzellette e spesso usava un vocabolario scurrile, come dimostra questa “tiritera” trovata tra i suoi appunti, che sarebbe inutile trasmettere in tv perché verrebbe coperta da un unico lunghissimo beep: “Nuovo cazzo, cazzuolo, cazzellone, cazzatello, cazzata, cazzelleria, cazzo inferrigno e cazzo erbato”.

parole-del-sesso

Questi esempi letterari ci ricordano che esiste in italiano (come, del resto, in ogni altra lingua del pianeta) una parte considerevole del vocabolario composta di parole di chiara origine sessuale considerate, probabilmente a ragione, volgari e comunque sconvenienti, ma ciononostante usate frequentemente nel linguaggio informale. Talvolta queste parole vengono usate per il loro esplicito valore semantico, altre volte fungono da “riempitivi” in espressioni ed esclamazioni di vario tipo. Resta il fatto che si tratta di parole registrate in tutti i dizionari ed usate con una frequenza maggiore di quanto l’etichetta tolleri come accettabile (basta guardare un film in TV, magari un poliziesco, dove sempre più spesso i dialoghi fanno uso di un “vocabolario forte”, o ascoltare un po’ di musica leggera, e risparmio al lettore per decenza un lungo elenco di titoli “incriminabili”); sono parole tabù, in alcuni casi, e denigrate come lemmi di serie B (secondo me a torto: le parole hanno tutte la stessa dignità, semmai sono le intenzioni di chi le usa ad essere di serie B), ma questo non gli impedisce di avere alle spalle una lunga storia di usi ed abusi, e spesso presentano etimologie singolari ed estremamente interessanti. E, come avrete intuito, per il vostro affezionato etimologo la tentazione di analizzare queste parole è troppo forte per non buttarcisi a capofitto. Quindi, una volta allontanati i bambini e gli adulti troppo suscettibili, cominciamo la nostra carrellata sul vocabolario “erotico”, cioè relativo ad Eros, dio greco dell’amore.

In principio era il sesso, parola che, a dispetto del metus reverentialis che incute nelle coscienze dei benpensanti, non è altro che l’evoluzione del latino sexus, derivato dal verbo secare “tagliare”, e si riferisce semplicemente alla “divisione” in maschi e femmine.

Quanto all’organo genitale maschile precedentemente citato, la parola cazzo ha un’etimologia incerta. Per qualcuno si tratterebbe del volgare latino *cattia, che indicava un mestolo di metallo; per altri potrebbe derivare dal greco akation “albero maestro della nave”; ma l’ipotesi che soddisfa di più è quella che coinvolge la parola latina captius, dal verbo capere “catturare”, nome che indicava un bastone di legno di forma cilindrica appuntito da un lato per poter essere conficcato nel terreno: a questo bastone si legava una corda che serviva da guinzaglio per le pecore, al fine di evitare che le greggi si disperdessero durante il pascolo. Per analogia di forma, poi, la parola captius, evolutasi in cazzo all’inizio dell’alto Medioevo, avrebbe cominciato a indicare anche il membro maschile. E già che siamo in tema, la parola testicolo deriva dal latino testes “testimone”: fu il poeta satirico romano Aulo Persio Flacco (34-62 d.C.) a indicare con il nome di testes le ghiandole genitali maschili, in quanto le considerava i testimoni della virilità. E le parole riguardanti il maschio, purtroppo, si fermano qui. Quelle che riguardano la femmina, chissà per quale ragione, sono invece molte di più.

Uno dei numerosi vocaboli per indicare l’organo genitale femminile, fica, deriverebbe dal greco sycon, che valeva “fico”, ma anche “vulva”. La traduzione latina era appunto ficus “fico”, frutto che una volta aperto ricorderebbe l’organo femminile. Qualcun altro ha voluto vedere anche un collegamento con il verbo ficcare, che tuttavia non convince del tutto. Quanto al seno della donna, mi limito ad analizzare i due nomi più diffusi: tetta, con la sua variante dialettale zizza, deriva dal latino titta “capezzolo”, mentre il pur simile zinna deriva invece dal longobardo zinna “merlo di muraglia” e quindi “sporgenza”. Altra parola molto diffusa in tutta l’area romanza, ma che presenta una etimologia alquanto incerta, è culo. Secondo alcuni l’etimo sarebbe da ricercare in una radice indoeuropea che significa “cavità”, da cui deriverebbe anchecunnus “vulva” (cfr. spagnolo coño, catalano cony, di uguale significato), secondo altri ci sarebbe analogia con il greco koílos “vuoto, concavo”, da cui kólon “intestino crasso”. Secondo una suggestiva ipotesi etimologica, anchecoelum “cielo” deriverebbe da koílos, ricordando la forma della cavità celeste. Questa stessa forma spiegherebbe anche perché il fondo di un recipiente di vetro si chiama culo.

Da che mondo è mondo, il comportamento sessuale della femmina è sempre stato sotto lo stretto controllo e il severo giudizio da parte del maschio. La donna oculata nelle sue scelte sessuali è casta, pura, fedele e degna di trovare marito. Per indicare quella più “esuberante” nei suoi costumi sessuali, invece, esiste una mole imbarazzante di epiteti. “Or ti conosco io tutta/ o barattiera svergognata putta”, sembrerebbero versi tratti da un sonetto lussurioso di Pietro Aretino, e invece sono stati vergati dal professor Giosuè Carducci. Putta è forma arcaica perputtana, lemma che ritroviamo in tutta l’area neolatina (cfr. spagnolo e catalano puta, francese putaine, etc.), ma che presenta una grande varietà di ipotesi di etimologia. Per esempio il latino putta “ragazza” diventerebbe puttana attraverso il francese, con influsso di putidus “laido, puzzolente”. Ma Puta, letteralmente “potatura” in latino, era anche il nome di una dea minore dell’agricoltura: durante le celebrazioni in suo nome avveniva la potatura degli alberi mentre le sacerdotesse si dedicavano ad estemporanei baccanali. Un’altra ipotesi, sicuramente più fantasiosa, ricorre al verbo putare“pensare, considerare” e ricorda che quando i romani conquistarono la Grecia, culturalmente superiore, utilizzarono gli schiavi greci come precettori per i loro figli. Le femmine, invece, furono usate come concubine, ma i padroni si accorsero presto che quelle donne erano, oltre che ben edotte nell’arte amorosa, anche abili conversatrici e conoscitrici di scienze come la matematica, l’astronomia e la filosofia, conquistandosi così la fama di putae, cioè “pensatrici”.

Ci sono, ovviamente, nomi un po’ più forbiti. Meretrice, che vale letteralmente “colei che merita un compenso per le sue prestazioni”, da meretrix “meritevole” a sua volta dal verbo merere “meritare”. Prostituta è “colei che fa commercio di ciò che è strettamente legato alla libertà e alla dignità umana”, dal latino prostituere “porre davanti a sé, esporre” composto di pro e statuere.

Ma la maggior parte dei nomi non è, evidentemente, materiale per fini dicitori. Esiste, per esempio, zoccola, che non è il femminile di zoccolo, derivato dal latino *socculus “piccolo calzare”, bensì deriva da sorex “sorcio” e indica il grosso topo di fogna, ma anche la donna grossolana e spregevole per i suoi costumi sessuali. Sorprendente è l’etimo di troia, che non ha nulla a che fare con la famosa Elena di Troia (dei cui comportamenti non voglio giudicare), bensì allude al famoso espediente usato da Ulisse, cioè il cavallo di Troia, ripieno di uomini. In latino volgare troia indicava la scrofa, ed era anche il nome di un piatto a base di carne di maiale ripieno di cacciagione (porcus troianus).  C’è, infine, mignotta, parola di origine francese che deriva da mignon “piccolo”, ma anche “grazioso”, e che indica la ragazza giovane e carina che si vende agli uomini. Sull’argomento, tuttavia, ci sono anche altre ipotesi, come conferma questo gustoso brano di Festa Campanile: “A Roma mignotta non suona come una parola vezzeggiativa, ma nemmeno denigratoria. Non è un termine sprezzante, è un qualificativo: si chiama mignotta chi vende la propria cosina, come si dice panettiere chi vende il pane e lattaio chi vende il latte. La gente istruita e quelli che hanno un certo spirito tra i popolani la intendono derivante da mater ignota, come si scriveva nel registro in cui erano segnati i trovatelli e si abbreviava così: m. ignota. Ciò che ha una certa verosimiglianza, dato che tra le prostitute abbondano le figlie di nessuna.” (P. Festa Campanile, La strega innamorata, Bompiani,  1985).


Giovanna di Castiglia, la Regina Pazza

Giovanna di Castiglia

La storia di Giovanna di Castiglia è senz’altro una delle storie più drammatiche della storia medievale.

Giovanna folle per amore o Giovanna donna emancipata ed intelligente schiacciata dal dovere di stato e da regole morali e sociali che non riusciva ad accettare?

La controversia divide gli storici  da sempre ed i suoi stessi biografi contemporanei dettero spesso versioni diverse e contrastanti dei suoi comportamenti.

Ma  il percorso esistenziale di Giovanna va senz’altro inserito sia nella sua epoca, ma soprattutto nella regole e negli scopi politici della sua famiglia.

Giovanna nasce nel 1479 a Toledo da isabella di Castiglia e da Ferdinando di Aragona  regnanti di spagna.

Dico regnanti perché, avvenimento raro per quei tempi, isabelle e Ferdinando pur unificando la spagna in un unico regno, mantennero per patto matrimoniali, i poteri uguali e divisi nei rispettivi regni: Castiglia e Aragona.

Anche la nascita a Toledo è già premonitrice di un percorso legato ad un  ineluttabile percorso politico.

Isabella, figura forte che dominerà figli e marito per tutta la vita, usava partorire i suoi figli in città sempre diverse della spagna, giungendo gravida agli ultimi mesi in groppa ad una mula.

Oggi la chiameremo strategia di comunicazione o valorizzazione di immagine.

Ma Isabella sapeva che farsi vedere da tutti i suoi sudditi sempre, ma in particolar modo al momento del parto dei principi avrebbe rafforzato la nuova monarchia.

Giovanna fu la terza di cinque figli: tutti destinati dalla nascita a ricoprire posti strategici negli stati dell’ Europa.

Tutti divennero re e regine, basti pensare alla sorella di Giovanna, Caterina che divenne dopo la vedovanza dal principe Arturo moglie di Enrico VIII d’Inghilterra.

L’infanzia di Giovanna fu l’infanzia solitaria ed infelice dei piccoli principi sacrificati nel loro bisogno d’amore, come tutti i bambini, al dovere della ragion di stato.

Era una bambina silenziosa e poco socievole, divenne un adolescente ribelle problematica con un grosso e spesso espresso conflitto con la figura della grande madre.

Fu indubbiamente nell’adolescenza che cominciarono a manifestarsi segnali di quel disturbo alimentare, oggi definito bulimia ed anoressia che la accompagnerà tutta la vita.

Ma nel 1496 Giovanna viene data in sposa a Filippo detto il bello, figlio di Massimiliano d’Asburgo, e questo evento sconvolgerà definitivamente la vite della principessa di Castiglia.

Il matrimonio nato come alleanza strategica di due potenti regni diventa da subito rapporto di amore e di forte passione. Giovanna è innamoratissima del bel marito e lei vissuta nella bigotta corte spagnola è sconvolta dalla passione dei sensi.

Giovanna ha 19 anni, il bello 23.

La corte fiamminga appare nuova e sconcertante alla giovane spagnola che non si farà mai accettare dalla nobiltà.

Ma lei ha occhi solo per il suo Filippo e lui le basta.

In 10 anni Giovanna partorisce 6 figli, tra i quali quel Carlo che diventerà Carlo v sul cui impero non tramontava mai il sole

Ma se l’amore è eterno per alcuni. non lo è per altri.

E se eterno lo fu per Giovanna non lo fu altrettanto per Filippo.

Il giovane principe, che le cronache descrivono come degno del suo soprannome, cominciò presto ad avere giovani ed innominate amanti, a frequentare da solo o con amici osterie e a dedicarsi ad ogni piacere.

Non era cosa che Giovanna, principessa di Castiglia potesse accettare di buon grado.

Le scenate si ripetevano eclatanti anche nelle occasioni ufficiali.

Giovanna urlava, tirava oggetti, si buttava per terra, non mangiava per giorni.

Filippo rispondeva a volte con indifferenza, a volte, sempre raccontano gli storici contemporanei, alzando le mani sull’infelice creatura.

La leggenda della follia d’amore di Giovanna cominciò a correre per l’Europa ed arrivò fino alla severa corte spagnola preoccupando isabella e Ferdinando che vedevano in tutto ciò una destabilizzazione del loro disegno.

Giovanna, isabella gravemente malata di tumore all’utero, era infatti stata designata erede della Castiglia.

I reali invitarono la coppia, Giovanna e Filippo, in spagna, al fine di conoscere possedimenti e di farsi riconoscere dal popolo.

Giovanna accettò di malincuore temendo un tranello per non farla tornare in fiandra assieme all’amato.

Filippo ambizioso vide nel viaggio e nelle stranezze di Giovanna, l’ipotesi di divenire unico re di spagna.

Nel corso della visita la situazione psicologica della principessa precipitò: le scenate di gelosia e i digiuni seguiti da abbuffate notturne si moltiplicarono.

Ormai era per tutti “la loca”.

Morta Isabella Ferdinando reggente a nome di Giovanna della Castiglia, le impedisce di seguire Filippo nel viaggio di ritorno in fiandra e la rinchiude nel castello della Mata di Medina.

E’ il colpo di grazia.

Nel 1506 Filippo muore probabilmente di complicanze virali.

Giovanna si rifiuta di far seppellire il marito che viene imbalsamato e conservato vicino a lei.

La ormai regina di Castiglia parla per ore con il cadavere, lo accarezza, lo bacia: nessuna donna glielo potrà più strappare. finalmente Filippo è suo, solo suo.

Quando è costretta ad abbandonare Burgos, dove è prigioniera del padre, per un epidemia di peste, costringe il seguito a portarsi dietro il cadavere di Filippo.

Ferdinando stanco di tanta follia e consapevole del pericolo per l’unità spagnola di questa sovrana la rinchiude nella fortezza di Tordesillas.

Giovanna ci rimarrà 46 anni.

A conferma della sua follia rifiuterà per 46 anni la confessione e i sacramenti.

Suo figlio Carlo v che quasi non l’ha conosciuta è ormai imperatore, altri suoi figli e figlie sono sui troni di Europa. sua nipote maria, detta la sanguinaria, è regina d’Inghilterra.

Muore vestita di stracci, irriconoscibile, nel1515.

Sulla sua tomba si recherà solo il nipote Filippo II°.

Le sue ultime lettere denunciano il pensiero chiaro, consapevole e doloroso di una donna che era vissuta in un epoca troppo distante dalla sua sensibilità e dalle sue potenzialità intellettive.

Oggi Giovanna sarebbe stata definita una sindrome bipolare con alterazioni del comportamento alimentare: quello che viene definito il fuoco sacro, la patologia dei geni


Rolling Stones – She’s A Rainbow


La chiave – Tinto Brass

Goditi “La chiave”

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Come lo fu “Profondo Rosso” per Argento anche “La Chiave” rappresenta per Tinto Brass il suo “punto di non ritorno” cinematografico. Dopo questo film infatti il porcellone Tinto si lancera’ anima e corpo (delle fanciulle ignude pero’) per diventarnee finalmente cantore e autore di genere. E ci voleva questo enorme inaspettato successo di cassetta per capire che “Salon Kitty” (1975) e “Action” (1980) non sarebbero piu’ rimasti abbandonati se stessi. Da un romanzo sporcaccione di Tanizaki (1956) Brass realizza un plumbeo d’autore: decadente, pessimista, inquietante, grottesco, sarcastico, orrorifico dramma tinto di eros e thanatos con la complicita’ galeotta delle scenografie barocche di Paolo Biagetti, dei costumi scostumati di Vera Cozzolino e Michaela Gisotti, della fotografia isolana di Silvano Ippoliti e delle musiche tronfie di Ennio Morricone. Senza dimenticare l’ingaglioffito sarcasmo di Frank Finlay (doppiato egregiamente da un divertito Paolo Bonacelli) e l’indimenticabile fedifraga di Stefania Sandrelli (ignuda tra le calli) che fa in un’ora e quaranta minuti di film cio’ che mai aveva osato fare in vent’anni di onorata carriera: cavalca, ocheggia, ansima, deretaneggia, piscia in calletta e si masturba e, quando ne trova il tempo, “recita” con punte di inquieta sonnolenza. Presentato fuori concorso alla biennale di Venezia e stroncato dai critici di mezzo mondo rilancio’ alla grande la carriera della Sandrelli la quale mai si penti’, e a ragione visti i risultati, della scelta fatta all’epoca.

La vicenda del film si svolge a Venezia, una Venezia del tempo fascista alla vigilia della dichiarazione della seconda guerra mondiale. E’ la storia di un anziano professore inglese, direttore della Biennale d’arte, e della sua giovane moglie Teresa. Ambedue sono alla ricerca del proprio “io” nel loro rapporto sessuale. Un giorno il marito lascia di proposito sul pavimento del suo studio la chiave che apre il cassetto in cui tiene nascosto il diario ove egli narra le sue lussuriose fantasie. Teresa, per caso, trova la chiave, apre il cassetto e si impossessa del diario. Lo legge ed è spinta, a sua volta, a scriverne uno suo in cui anch’essa confessa tutta la sua passione amorosa e gli inganni che essa consuma insieme al giovane fidanzato della figlia. Fra i due coniugi si stabilisce un dialogo ambiguo e perverso tramite i rispettivi diari. La grama vicenda si conclude con la morte improvvisa del marito, vittima dei giochi sessuali cui di continuo si abbandonava.

GENERE: Commedia, Erotico
REGIA: Tinto Brass
SCENEGGIATURA: Tinto Brass
ATTORI:
Stefania Sandrelli, Frank Finlay, Franco Branciaroli, Maria Grazia Bon, Armando Marra, Barbara Cupisti,Gino Cavalieri, Eolo Capritti, Piero Bortoluzzi, Marina Cecchetelli, Arnaldo Momo, Giovanni Michelagnoli,Ricky Tognazzi, Ugo Tognazzi, Gianfranco Bullo, Milly Corinaldi, Maria Pia Colonnello, Luciano Croato,Luciano Gasperi, Edgardo Fugagnoli

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Silvano Ippoliti
MONTAGGIO: Tinto Brass, Fiorenza Muller
MUSICHE: Ennio Morricone
PRODUZIONE: GIOVANNI BERTOLUCCI PER SAN FRANCISCO FILM
DISTRIBUZIONE: GAUMONT
PAESE: Italia 1983
DURATA: 110 Min
FORMATO: Colore PANORAMICO, TELECOLOR
VISTO CENSURA: 18

SOGGETTO:
ROMANZO OMONIMO DI JUNICHIRO TANIZAKI
CRITICA:
“Cadenze veneziane, gorgorigmi del fascismo che decade, catafratti di un bel corpo declinante, scorci nudi di un erotismo che decede. Brutto no, bello nemmeno, ben montato di certo.” (Segnocinema).”Il veneziano Tinto Brass vernicia con maliziosa eleganza un noioso classico della letteratura erotica giapponese, facendone un campionario di rotondità femminili. L’opulenta e gioiosa Stefania Sandrelli non lascia nulla all’immaginazione, sbattendo in faccia allo spettatore tutto il fenomenale bendiddio fornitole da madre natura”. (Massimo Bertarelli, ‘Il Giornale’, 10 novembre 2000)
NOTE:
– I BOZZETTI DEI COSTUMI SONO DI JAKOB JOST.