L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Teatro

Arroyo – Ancient Egypt – Music of the Age of the Pyramids

Un tuffo nelle sonorità dell’antico Egitto, varcando la soglia spazio-temporale.  Buon ascolto

 


Chiedi: il segreto delle virtù

La narrazione si apre con l’evocazione simbolica dell’origine, il cerchio: la perfezione, la compiutezza, l’unione… sostanza primordiale. Tale figura richiama l’armonia poiché sprovvista di angoli e spigoli, traduce l’indifferenziato in un’uguaglianza di principi. Al centro cui tutto trae origine e a cui tutto torna vi è il Sole, il cui calore è associato all’Amore, alla luce, alla bellezza alla verità. All’inizio risiede il segreto… tale concetto va di pari passo con quello di condivisione: il segreto può essere solo svelato o rivelato. Qualora in terza istanza accettassimo il segreto come conservato finiremmo nel paradosso: sarebbe sì facile imbattersi in un esperimento mentale. La dialettica qui improntata tra fede-mistero-problema ci pone innanzi alle questioni più alte esistenziali e facilmente confuse: siamo inabili a riconoscere quando siamo a cospetto di un segreto mantenuto, o un qualcosa di in-affrontabile o un qualcosa con il quale l’uomo può misurarsi. Il ruolo dell’umano allora si identifica con quello dell’eroe junghiano in misteriosa collocazione e frequente inaccessibilità, luogo sacro dello Zero silenzioso ove il culto d’osservazione minuziosa trasuda dispositivi narrativi. Rituale di conoscenza e percorso di iniziazione alla saggezza, l’unico valido motivo per non soccombere il diventare Eroe, un non-morto-intellettualmente e artefice del preludio d’azione sublime. Fiedere, termine poetico ormai desueto, consiste nella ricerca altrui con lessico dai cardini binari bisogni/desideri … ascolto e mi fermo a riflettere sul modus operandi in linea pragmatica antropologica odierna di tale azione: domandando? Interrogando ? Implorando ? Un’istanza simile ad una preghiera, presente fin dal primo battito all’atto di concepimento e si protrae in esistenza che si in-futura; la costruzione di una cattedrale esistenziale in elevazione d’atto di volontà sfibrando il soma, il non luogo reale le cui fondamenta sono poste a pilastri quali dignità, autonomia e rispettabilità. L’analisi della decadenza immorale irrazionalità vigente sintomaticamnete richiama Dioniso dall’abissale inconscio a contaminare il pelago della vuota finzione dialettica alla luce effimera del sensibile. Utilità di die in die snocciola a prezzo di asservimento ove legge non conosce padrone e garante. L’ars vivendi in armonia mundi diviene dissonante all’irragionevole compagine attuale, amalgamata in lode a giustizia e onestà. Libertà, vocabolo che in questa lirica è autorevolmente assente evoca  pensiero, istruzione, espressione, l’ampiezza delle proprie possibilità e la stabilità della propria posizione, in un’asserzione, insomma, fluida, ma sempre rivolta al bene, al valore della persona. Amore terapeutico in giustizia e onestà diviene balsamo all’insana abitudine vigente del fra-intendimento e analfabetizzazione emotivi cui stiamo divagando le giovani generazioni che agognano una testimonianza concreta e credibile. Fondare la nuova umanità significa volgere creativamente ad Oriente la volontà della riflessione inesauribile tra scienza e mistica, incentrando i temi di Philia e Umanitas coniugati in reciprocità attiva.


Ciao Umberto


Anna Oxa – Processo a me stessa

Una canzone complessa, difficile da capire e apprezzare ai primi ascolti. Ma ciò capita a volte alle migliori creazioni e a i migliori artisti, o forse ci dovremmo accontentare di canzonette orecchiabili ma prive di profondi significati, destinati a diventare un tormentone che poi verrà dimenticato. Non ho capito subito la canzone presentata al Festival di Sanremo ma, sarà la musica, sarà la voce , sarà il carisma di Anna Oxa, mi ha comunque affascinato per cui ho cercato il testo trovando conferma delle mie prime sensazioni. E’ complesso e va interpretato, non posso sapere da quali pensieri della cantate e del autore sia nato, ma posso dire la mia personale interpretazione di queste che credo siano importanti parole .

” Processo a me stessa” già il titolo di per sé è un programma. avere il desiderio di studiarsi,e di essere così consapevoli di sé da farsi il processo da soli, non è certo cosa comune.

Parole sensuali al confine opposto della banalità come :

“Spuntava la primizia dei tuoi seni

come in mare due punte di scoglio

li hai messi nelle mani di chi afferra

concessi come l’uva nella bocca”

Una delle parti del corpo femminile più amate paragonate agli elementi della natura: ” due punte di scoglio nel mare” ….mare , ovvero romanticismo, forza e immensità . “concessi come l’uva nella bocca” ed ecco che arriva il paragone con il cibo, argomento da sempre correlato alla sensualità.

Si passa in fretta ad argomenti più profondi ed intensi

“Tu sei il limite di chi cerca la terra
Tu sei il limite di chi ti tocca”

Che sublime idea. Pensare a chi si accontenta di desideri così definiti terreni, materiali. Costituirne dunque il limite essendo oltre.

“Tu sei l’antipatica e la bella”

Vista così importante , bella ed irraggiungibile ..essere troppo da risultare antipatica seppur bella

“sei quasi nuda ossia vestita quasi
ma spogliata diventi un quesito
per chi ti abbraccia come un suo vestito”

Svestita.., senza i veli delle cose materiali …diventi un quesito..difficile da comprendere ..che idea affascinante!

“e ‘non ho niente’ dici ‘non ho niente’
tutti pensano che non hai niente addosso
dici ‘vero ma quel che posso
il mio sentimento niente addosso’ “

Ci potessimo vestire di sentimenti..che sogno!

“Tu sei il tuo processo ad ogni passo
ad ogni passo come se ballassi.
Tu sei la confessione ad ogni canto
e geme il godimento e gode il pianto”

Essere il proprio processo ad ogni passo….solo chi ha un carisma fortissimo può esserelo , solo chi ha una elevata capità di espressione, arrivare così in alto da riempire lo spazio ad ogni gesto!

“Crediamo di creare i sentimenti
li leghiamo ai piaceri e ai tormenti
li diciamo coi sospiri e coi lamenti
li giuriamo come se non fosse vero
che noi proviamo quello che proviamo.
Li vogliamo assurdi come fantasie
li vogliamo credibili ma li diciamo
con parole incredibili
e gli diamo una ragione col cuore in mano
li vogliamo capire e non li capiamo
e cosi’ li soffochiamo con quelli che
noi crediamo sentimenti.

Ed ecco la capacità del uomo di sminuire le grandi cose etichettandole con nomi e definizioni mentre dovrebbero appartenere ai sensi, al incorporeo, all’irrazionale (li vogliamo credibili ma li diciamo con parole incredibili)

“Il corpo nudo un limite del mondo

si muove come l’acqua con i fianchi

si muove da vicino all’infinito

il tempo come leggere la sabbia

e noi pensiamo ai passi che lasciamo

ma l’orma dell’amore la ignoriamo

ci solleviamo, andiamo via di là

lasciando un vuoto di felicità”

Coclusione sublime , forte e vera. Nella leggenda della lettura del tempo nella sabbia, pensiamo al timbro che in essa lasciamo, quello materiale..l’impronta. Ma non pensiamo all’orma , intoccabile, invisibile, incorporea, del amore.


Luxuria – Canti carnascialeschi e frottole al tempo di Lorenzo de Medici


Ciao Pino


Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy

Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy (parte 1)

Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy (parte 2)

O2

 

Un gruppo di affaristi francesi si trova all’improvviso nei guai; la loro società sta per essere rilevata da un ricco americano, in arrivo dagli Stati Uniti con tutta la sua famiglia per concludere l’operazione. L’unico sistema per evitare questa prospettiva è di riuscire a coinvolgere l’americano in uno scandalo di tali proporzioni da indurlo a rinunciare. Per questo, si affidano alla perversa e affascinante Madame d’O, che con impegno si mette all’opera attirando nei suoi torbidi giochi sadomasochistici non solo il finanziere, ma tutta la sua famiglia, moglie e due figli, facendo addirittura arrivare padre e figlia all’incesto (almeno a quanto si può intuire). Lo scandalo scoppia, e l’obiettivo è raggiunto; consolazione per l’americano e la sua famiglia, è l’aver scoperto, grazie alla solerte madame d’O, nuovi orizzonti della sessualità.

GENERE: Commedia
ANNO: 1984
REGIA: Eric Rochat
SCENEGGIATURA: Eric Rochat
ATTORI: Ruben Blanco, Christian Cid, Manuel de Blas, Carole James, Eduardo Bea, Frank Sussman, Sandra Wey, Rosa Valenty, Tomas Pico’, Alicia Principe
FOTOGRAFIA: Andres Berenguer
MONTAGGIO: Alfonso Santacana
MUSICHE: Stanley Myers
PRODUZIONE: BEDROCK HOLDING IMAGE COMMUNICATION
DISTRIBUZIONE: ARTISTI ASSOCIATI (1985) – DOMOVIDEO
PAESE: Spagna
DURATA: 87 Min
FORMATO: PANORAMICA


Buon Compleanno Aretha Franklin, indiscussa Regina del Soul

Aretha Franklin nasce a Memphis nel 1943, ed è figlia del Reverendo Battista Charles Franklin, importante religioso di Detroit. In casa Franklin entrano ogni tanto Mahalia Jackson, Berry Gordy, Clara Ward e un intimo amico del padre:Martin Luther King. Il Reverendo Franklin è infatti soprannominato “The Million Dollar Voice” per la capacità di intonare sermoni “ipnotici” e gospel. Nel 1960 la giovanissima Aretha è scritturata dalla Columbia, per la quale incide dieci dischi in sei anni, senza alcun successo commerciale. Più fortunata la collaborazione con la Atlantic, che la spinge con più decisione sulla via del rhythm’n’blues. Dal 1967 in poi brani come “I Never Loved A Man (The Way I Love You)”, “Baby I Love You”, “Chain of Fools”, “Think” ottengono un grande successo. La Franklin si segnala anche per la capacità di affrontare con la propria voce, una delle più belle e riconoscibili del mondo della musica, brani diversissimi come “Satisfaction” (Rolling Stones), “I say a little prayer” (Burt Bacharach), nonché una versione di “Respect” che lascia stupefatto lo stesso Otis Redding. A consacrarla come leggenda del r’n’b è tuttavia “(You make me feel like) A natural woman”, di Carole King.
Nel 1979, dopo 19 album con la Atlantic, Aretha passa alla Arista. Gradualmente il sound dei suoi dischi comincia a “ringiovanire” con innesti di fresche “contaminazioni” della nuova black music e non solo: negli anni ’80 il suo grande rilancio passa attraverso collaborazioni o duetti con, tra gli altri, George Benson, Eurhythmics, Rolling Stones, George Michael e Whitney Houston. La “Queen of Soul”, continuamente omaggiata da tributi e riconoscimenti (è la prima donna ad entrare nella Rock’n’Roll Hall of Fame e vince ben 15 Grammies), è anche protagonista di una memorabile versione di “Think” in “Blues Brothers”.
Grazie al sapiente lavoro del produttore Narada Michael Walden, la cantante torna anche nelle top ten, con il brano “Freeway of love” (1984), utilizzato anche per uno spot della Coca-Cola. In ogni caso Aretha non rinnega le origini “gospel” (il suo disco del 1987 ONE LORD, ONE FAITH, ONE BAPTISM è il più venduto nella storia del genere, superando persino quelli di Elvis.
Nel 1998, dopo una lunga lontananza dagli studi di registrazione, incide A ROSE IS STILL A ROSE, per il quale ancora una volta si avvale del contributo di alcuni tra i più quotati produttori contemporanei, tra i quali Jermaine Dupri, Sean “Puffy” Combs, e l’inseparabile Narada.
Nel 2003 viene pubblicato SO DAMN HAPPY, che include la canzone “Wonderful”, vincitrice del Grammy. In seguito all’uscita del disco, pur incidendo di fatto poi un altro album di duetti illustri dal titolo JEWELS IN THE CROWN: ALL-STAR DUETS WITH THE QUEEN (2007), la Franklin lascia – dopo trentadue anni – l’Arista Records e fonda la propria etichetta discografica, l’Aretha Records per la quale incide il suo nuovo album A WOMAN FALLING OUT LOVE, in uscita nel 2008.
A febbraio 2008, durante la 50esima edizione dei Grammy, l’artista viene insignita di un premio alla carriera per aver vinto ben venti “grammofoni d’oro”. A novembre 2010 Aretha viene ricoverata in ospedale: ha infatti dei seri problemi di salute (un tumore al pancreas), per cui le viene impedito di cantare almeno fino a maggio 2011.


Auguri a Mina


Shirley Temple


“La Sottoveste Rossa” al Teatro Belli di Roma…. brivido d’Eros

la sottoveste rossaClelia si lascia sedurre da una voce…. in un teatro vuoto, pronta a tutto! La grazia, sull’onda di Epicuro, Dostoevskij e uno sguardo intriso di psicanalisi rappresentano la pozione adatta e ben coniata da Rosario Galli. Una voce fuori campo avvolge e divampa imperiosa a tratti e vellutata, magistralmente interpretata da Angelo Maggi, stringe emotivamente la protagonista al cui cospetto si schiude l’inaspettato.
Vi invito a gustare questo lavoro teatrale frutto dell’impeccabile regia di Claudio Boccaccini, che ha saputo calibrare le vibrazioni e relative intensità. Patricia Vezzuli sboccia a pieno titolo come donna e veste Clelia a fior di pelle, dimostrando di aver raggiunto una maturità interpretativa di livello ragguardevole indossando pathos ed eros in “La sottoveste rossa”, insieme ad una leggera ed incisiva Martina Menichini.

La Sottoveste Rossa
Teatro Belli
Piazza Sant’Apollonia 11/a 000183 ROMA
Tel 065894875 – botteghino@teatrobelli.it

Dal 29 gennaio al 16 febbraio 2014
Teatro Belli di Antonio Salines
P.zza di Sant’Apollonia 11 – Roma
Tel. 06 58 94 875

Da martedì a sabato: ore 21
Domenica: ore 17.30
Lunedì riposo

Biglietti:
Intero 18€
Ridotto 13€


L’Evoluzione del Concetto di Bellezza Femminile nell’Arte e nella Società


Ana Rossetti – Vieni, entra e coglimi

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Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…

comprimimi discioglimi tormentami…

infiammami programmami rinnovami.

Accelera… rallenta… disorientami.

 

Cuocimi bollimi addentami… covami.

Poi fondimi e confondimi… spaventami…

nuocimi, perdimi e trovami, giovami.

Scovami… ardimi bruciami arroventami.

 

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgominami poi sgomentami…

dissociami divorami… comprovami.

 

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra… riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.


La chiave – Tinto Brass

Goditi “La chiave”

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Come lo fu “Profondo Rosso” per Argento anche “La Chiave” rappresenta per Tinto Brass il suo “punto di non ritorno” cinematografico. Dopo questo film infatti il porcellone Tinto si lancera’ anima e corpo (delle fanciulle ignude pero’) per diventarnee finalmente cantore e autore di genere. E ci voleva questo enorme inaspettato successo di cassetta per capire che “Salon Kitty” (1975) e “Action” (1980) non sarebbero piu’ rimasti abbandonati se stessi. Da un romanzo sporcaccione di Tanizaki (1956) Brass realizza un plumbeo d’autore: decadente, pessimista, inquietante, grottesco, sarcastico, orrorifico dramma tinto di eros e thanatos con la complicita’ galeotta delle scenografie barocche di Paolo Biagetti, dei costumi scostumati di Vera Cozzolino e Michaela Gisotti, della fotografia isolana di Silvano Ippoliti e delle musiche tronfie di Ennio Morricone. Senza dimenticare l’ingaglioffito sarcasmo di Frank Finlay (doppiato egregiamente da un divertito Paolo Bonacelli) e l’indimenticabile fedifraga di Stefania Sandrelli (ignuda tra le calli) che fa in un’ora e quaranta minuti di film cio’ che mai aveva osato fare in vent’anni di onorata carriera: cavalca, ocheggia, ansima, deretaneggia, piscia in calletta e si masturba e, quando ne trova il tempo, “recita” con punte di inquieta sonnolenza. Presentato fuori concorso alla biennale di Venezia e stroncato dai critici di mezzo mondo rilancio’ alla grande la carriera della Sandrelli la quale mai si penti’, e a ragione visti i risultati, della scelta fatta all’epoca.

La vicenda del film si svolge a Venezia, una Venezia del tempo fascista alla vigilia della dichiarazione della seconda guerra mondiale. E’ la storia di un anziano professore inglese, direttore della Biennale d’arte, e della sua giovane moglie Teresa. Ambedue sono alla ricerca del proprio “io” nel loro rapporto sessuale. Un giorno il marito lascia di proposito sul pavimento del suo studio la chiave che apre il cassetto in cui tiene nascosto il diario ove egli narra le sue lussuriose fantasie. Teresa, per caso, trova la chiave, apre il cassetto e si impossessa del diario. Lo legge ed è spinta, a sua volta, a scriverne uno suo in cui anch’essa confessa tutta la sua passione amorosa e gli inganni che essa consuma insieme al giovane fidanzato della figlia. Fra i due coniugi si stabilisce un dialogo ambiguo e perverso tramite i rispettivi diari. La grama vicenda si conclude con la morte improvvisa del marito, vittima dei giochi sessuali cui di continuo si abbandonava.

GENERE: Commedia, Erotico
REGIA: Tinto Brass
SCENEGGIATURA: Tinto Brass
ATTORI:
Stefania Sandrelli, Frank Finlay, Franco Branciaroli, Maria Grazia Bon, Armando Marra, Barbara Cupisti,Gino Cavalieri, Eolo Capritti, Piero Bortoluzzi, Marina Cecchetelli, Arnaldo Momo, Giovanni Michelagnoli,Ricky Tognazzi, Ugo Tognazzi, Gianfranco Bullo, Milly Corinaldi, Maria Pia Colonnello, Luciano Croato,Luciano Gasperi, Edgardo Fugagnoli

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Silvano Ippoliti
MONTAGGIO: Tinto Brass, Fiorenza Muller
MUSICHE: Ennio Morricone
PRODUZIONE: GIOVANNI BERTOLUCCI PER SAN FRANCISCO FILM
DISTRIBUZIONE: GAUMONT
PAESE: Italia 1983
DURATA: 110 Min
FORMATO: Colore PANORAMICO, TELECOLOR
VISTO CENSURA: 18

SOGGETTO:
ROMANZO OMONIMO DI JUNICHIRO TANIZAKI
CRITICA:
“Cadenze veneziane, gorgorigmi del fascismo che decade, catafratti di un bel corpo declinante, scorci nudi di un erotismo che decede. Brutto no, bello nemmeno, ben montato di certo.” (Segnocinema).”Il veneziano Tinto Brass vernicia con maliziosa eleganza un noioso classico della letteratura erotica giapponese, facendone un campionario di rotondità femminili. L’opulenta e gioiosa Stefania Sandrelli non lascia nulla all’immaginazione, sbattendo in faccia allo spettatore tutto il fenomenale bendiddio fornitole da madre natura”. (Massimo Bertarelli, ‘Il Giornale’, 10 novembre 2000)
NOTE:
– I BOZZETTI DEI COSTUMI SONO DI JAKOB JOST.

Cogli la prima mela – Angelo Branduardi

[http://youtu.be/czIePMqeLyg]


Franco Battiato – The age of hermaphrodites


L’arte delle donne – Pittrici nella storia

Talvolta ci si chiede quante donne siano entrate a far parte della Storia dell’arte? La nostra memoria è affollata di così tanti nomi maschili che, nell’immaginario collettivo, c’è sempre la presenza di un uomo con pennello e scalpello intento a realizzare un quadro o una scultura.

E le donne artiste? Per molti secoli restano ‘invisibili’ fra le mura di casa o di un convento, dedite alle arti cosiddette minori quali il ricamo, la tessitura, la miniatura. Nel Medioevo non possono intraprendere alcun tipo di apprendistato nelle botteghe d’arte o artigiane; per cui fino al Cinquecento viene repressa e ignorata ogni loro aspirazione artistica.

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Solo a partire dal XVI secolo alcune pittrici riescono a farsi conoscere al di là dei confini cittadini, mentre le più dotate s’impongono addirittura in ambito europeo. Accade alla primogenita del Tintoretto, Marietta Robusti, che lavora per quindici anni nella bottega paterna dimostrando un’abilità sorprendente al punto da essere invitata dal re spagnolo Filippo II, senza che il padre però le concedesse di recarsi in terra straniera. Viceversa la cremonese Sofonisba Anguissola potè esercitare, alla corte di Spagna, la funzione di ritrattista ufficiale dal 1559 al 1580 perché suo padre glielo consentì, essendo un uomo liberale e grande appassionato di pittura. Nello stesso periodo la miniaturista fiamminga Levina Teerline lavora al servizio dei sovrani inglesi Edoardo VI, Maria Tudor ed Elisabetta I affermandosi come artista di prim’ordine al punto da guadagnare cifre ragguardevoli e superiori a molti famosi pittori (maschi) del suo tempo.

Nel 1562 era sorta a Firenze l’Accademia europea del Disegno, ma solo nel 1616 vi fu ammessa una donna. Si trattava di Artemisia Gentileschi, la maggiore pittrice del Seicento, fra i massimi artisti italiani d’ogni tempo. Tre anni prima del suo ingresso in Accademia, Artemisia aveva già dipinto il suo capolavoro intitolato “Giuditta che decapita Oloferne”, una tela di 159×126 cm. che rievoca il cruento episodio biblico trattato anche da Caravaggio. Il dipinto esprime le straordinarie doti pittoriche di questa giovane donna che venne violentata a diciott’anni da un anziano amico del padre e, durante il processo contro il suo stupratore, dovette subire ogni tipo di umiliazione, compresa la tortura, da una giustizia maschilista e reticente verso le vittime di sesso femminile. Nella fredda violenza del gesto di Giuditta che decapita Oloferne si può cogliere il rancore di tutte le donne violentate nei secoli; per cui Artemisia Gentileschi e i suoi magnifici quadri sono stati spesso assunti a simbolo dal femminismo del XX secolo.

Oltre a Barbara Longhi – figlia del pittore manierista Luca ed eccellente ritrattista di sante e Madonne nel piccolo formato – un caso straordinario di precocità artistica fu quello della bolognese Elisabetta Sirani che, a soli 17 anni, era già considerata un maestro in grado di gestire una sua Scuola d’arte per fanciulle in cui insegnava le più raffinate tecniche della pittura e dell’incisione. Nella sua breve esistenza produrrà più di 200 dipinti e verrà apprezzata nelle maggiori corti europee per la raffinatezza e l’intensità espressiva dei suoi quadri. Un’ulcera perforata la stroncherà giovanissima, nel 1665, a soli 27 anni. Si sospetterà un avvelenamento procurato da una sua cameriera invidiosa, ma l’autopsia evidenziò come fossero state del tutto naturali le cause della sua morte improvvisa e inattesa.Nel corso del Seicento si afferma rapidamente, soprattutto nel nord Europa, una ricca borghesia mercantile che vuole arredare elegantemente le proprie case, richiedendo ai pittori soggetti sempre nuovi o decisamente decorativi. Si diffonde, quindi, il genere della ‘natura morta’ in cui eccellono le pittrici olandesi Clara Peeters, Maria Van Oosterwijck e Rachel Ruysch. Un caso a parte è rappresentato da Maria Sibylla Merian che si specializza nell’illustrazione botanica ed entomologica, al punto da essere inviata dalle autorità olandesi nella colonia del Suriname per illustrare i risultati di una spedizione scientifica. In Italia al nuovo genere si dedica la milanese Fede Galizia, alla quale si deve una natura morta con frutta risalente al 1602, forse la prima della nostra storia artistica. Dotata di eccezionale talento seppe dipingere su tavola opere bellissime e caratterizzate stilisticamente da una luce fredda, tagliente in grado di esaltarne la perfetta armonia compositiva.

Il Settecento italiano fu dominato al femminile dalla veneziana Rosalba Carriera, straordinaria ritrattista nella tecnica del pastello in cui dimostrò grande versatilità e finezza descrittiva nell’introspezione psicologica dei personaggi rappresentati. Fin da giovane conquistò una fama internazionale, dividendo la sua esistenza fra Venezia e Parigi ed ottenendo commissioni da molti principi e sovrani europei. Tornata definitivamente nella sua amatissima città lagunare fu afflitta negli ultimi anni da una grave malattia agli occhi che la condurrà alla cecità irreversibile fino alla morte, avvenuta nel 1757.

In Europa vanno ricordate almeno due pittrici vissute tra il Settecento e l’Ottocento: la svizzera Rosalba Carriera e la francese Marie-Guillemine Benoist. La prima, famosa e carica di riconoscimenti accademici, fece scandalo per alcuni suoi disegni di nudi maschili ritratti dal vero; la seconda, allieva del grande pittore napoleonico David, si battè per l’abolizione della schiavitù anche attraverso dei quadri simbolici, diventati famosi, come ‘Ritratto di negra’.

La pittura del XIX secolo verrà profondamente rinnovata, negli ultimi decenni, dall’impressionismo di cui fecero parte quattro donne: Mary Cassat, Berthe Morisot, Suzanne Valadon ed Eva Gonzales. Della Cassat si parla alla pagina Artista del mese. Berthe Morisot fu una bellissima modella e prima donna ad unirsi al gruppo dei grandi maestri francesi di fine Ottocento. Modella prediletta di Monet, si legò a lui, a Renoir e a Rodin di profonda amicizia, contribuendo all’organizzazione della prima collettiva parigina per sole donne (Salon des Femmes). Più libera e spregiudicata fu Suzanne Valadon, modella e amante di Toulouse-Lautrec, nonché madre di un figlio illegittimo che diventerà il famoso Maurice Utrillo. La sua pittura fu estremamente realistica nell’ambientazione e anticipò i forti contrasti di colore che saranno tipici dell’espressionismo. Nell’ambito del gruppo molto apprezzata fu Eva Gonzales, d’origini spagnole e modella di Manet; tuttavia non fece in tempo a veder riconosciute le sue doti d’artista essendo morta di parto, a trentaquattro anni, nel 1883.

Il primo Novecento si caratterizza per il rinnovamento radicale della pittura attraverso la diffusione delle avanguardie storiche a cui partecipano molte artiste di talento, sebbene abbiano spesso il ruolo marginale di compagne o muse ispiratrici di grandi maestri. Accade a Gabriele Munter (Kandinskji), Marie Laurencin (Apollinaire), Leonora Carrington (Ernst), Frida Kahlo (Rivera), Jeanne Hébuterne (Modigliani). In Russia, viceversa, dopo la Rivoluzione d’ottobre alle artiste delle avanguardie viene riconosciuto un ruolo di primo piano nella pittura e nel design: Nataljia Goncarova, Liubov Popova. Alexandra Exter, Varvara Stepanova furono le più importanti firme della nuova arte che si affermava in Unione Sovietica. Nel periodo tra le due guerre l’arte delle donne si avventura in generi e settori creativi da cui erano state escluse: l’astrattismo di Sonia Delaunay, la fotografia della friulana Tina Modotti, l’art Deco di Tamara de Lempicka che diventa famosa per i ritratti femminili nei quali raffigura donne volitive, moderne e definitivamente emancipate da ogni tutela maschilista. Le sue opere, trascurate per decenni dal mercato artistico, sono ormai introvabili e valgono oggi alcuni milioni di euro.

Molti sono i nomi di artiste contemporanee che andrebbero ricordate; ma si vuole concludere citando simbolicamente, per tutte, una pittrice che il Novecento ha interamente attraversato lavorando senza clamore, ma con l’entusiasmo e la passione di sempre. E’ la signora Felicita Frai, una pittrice nella storia, che ha saputo dipingere l’eterna fanciulla che c’è in ogni donna, trasfigurandovi per sempre nei suoi quadri la bellezza interiore e l’incantevole stupore.


Nina Hagen – african reggae live


Carmen Consoli – Besame Giuda/Lady Marmalade


Franca Rame:

Documenti sullo stupro di Franca Rame dagli archivi di “Repubblica”

 

Rame, Franca. – Attrice italiana (Parabiago 1929 – Milano 2013). Figlia d’arte, debuttò giovanissima nella compagnia girovaga del padre. Passata alla rivista nel1948, incontrò D. Fo, divenuto poi suo marito, nello spettacolo di cabaret Il dito nell’occhio (1953). Dal 1958 è stata protagonista delle numerose commedie scritte da Fo. Si è imposta con una recitazione estrosa ed aggressiva, passando con disinvoltura dalla satira spregiudicata di La signora è da buttare (1967) ai toni sarcastici del Fabulazzo osceno (1981), alla didattica semiseria di Sesso? Grazie, tanto per gradire (1994); come attrice e autrice (sempre in collaborazione con Fo) ha trattato con coraggio e polemica la condizione femminile (Tutta casa, letto e chiesa, 1978; Coppia aperta, 1984; Parliamo di donne, 1991). Dei successivi lavori si ricordano: Il diavolo con le zinne (1997),spettacolo comico grottesco, in cui ha affiancato G. Albertazzi; Marino libero! Marino è innocente! (1998), rivisitazione polemica del caso Sofri; Lu santo jullare Francesco (1999), monologo sulla figura del santo di Assisi. Nel 2009, insieme a D. Fo, ha scritto l’autobiografia Una vita all’improvvisa. Nel 2006 è stata eletta al Senato con la lista Italia dei Valori, esperienza conclusasi nel 2008 che l’attrice ha descritto nel testo In fuga dal Senato, pubblicato postumo nel 2013.


Tina Lagostena Bassi

Lagostena Bassi, Tina (propr. Augusta). – Avvocatessa italiana (Milano 1926 – Roma 2008); nota come “l’avvocato delle donne” per il forte impegno profuso in difesa dei diritti femminili, ha patrocinato in numerosi processi con reati di abuso e stupro combattendo con grande perizia giuridica; si è battuta affinché il reato di stupro e gli abusi sulle donne fossero ascritti nel codice penale italiano tra i reati contro la persona e non più contro la morale.

VITA E ATTIVITÀLaureatasi in giurisprudenza all’univ. di Genova, iniziò la carriera accademica presso la cattedra di diritto penale, seguendo anche la professione forense. Si interessò dei diritti e dei problemi di violenza sulla donne sin dagli anni settanta in concomitanza con il fiorire dei movimenti femministi. Tra i tanti processi, si ricorda la difesa di una delle vittime del massacro del Circeo avvenuto nel sett. 1975. Eletta nel 1994 deputato in Parlamento nelle file di Forza Italia, presiedette la Commissione nazionale per le pari opportunità, firmando anche nel 1996 la legge contro la violenza sessuale. Durante la sua lunga carriera ha sostenuto diverse associazioni (per es.  Telefono rosa) vicine ai problemi delle donne. Dal 1998 ha portato la sua esperienza in televisione partecipando al programmaForum in qualità di giudice d’arbitrato.

OPEREOltre alle numerose pubblicazioni giuridiche ha scritto con E. Moroli, L’avvocato delle donne: dodici storie di ordinaria violenza (1991, da cui è stata tratta la sceneggiatura, a sua firma, della miniserie RAI interpretata da M. Melato).


Erin Brockovich – Forte come la verità

Goditi “Erin Brockovich – Forte come la verità” 

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Con due matrimoni falliti alle spalle e tre bambini ancora piccoli da crescere, Erin Brockovic sente di essere sul punto di arrendersi di fronte alle difficoltà che la assillano. Non ha un lavoro, non può pagare le bollette, e per di più il tribunale le ha dato torto nella causa per un incidente d’auto di cui era rimasta vittima. Disperata, va da Ed, l’avvocato che l’aveva difesa, e lo supplica di darle un lavoro nel suo studio, uno qualunque. Incaricata di archiviare le vecchie pratiche, Erin si imbatte per caso in alcuni referti medici contenuti in un fascicolo di tutt’altro argomento. Incuriosita dalla presenza di quelle carte inserite nella documentazione relativa ad alcune proprietà immobiliari, la ragazza comincia a leggerle, per poi accorgersi del motivo: si tratta di un abile sistema per coprire un gravissimo caso di avvelenamento delle acque. Da tempo gli abitanti di Hinkley, cittadina californiana, si ammalano e muoiono senza sapere il perché. Nell’archivio idrico della contea, Erin trova conferma ai propri sospetti: il cromo esavalente, liquido velenoso usato per evitare la corrosione dei metalli, finiva nell’acqua corrente usata nelle case degli abitanti. Aiutata da Ed e dal suo studio, Erin si reca sul posto, contatta le persone, all’inizio diffidenti e poi convinte dalla sua determinazione. Così Erin raccoglie oltre seicento firme di adesione: tutta gente che si costituisce parte civile contro la ditta PG & E. Con tanta, probante documentazione, il verdetto non può che essere uno: la ditta viene riconosciuta colpevole e condannata a pagare 333 milioni di dollari di risarcimento. Quando tutto è concluso, Ed porta a Erin la parte che le spetta, due milioni di dollari.

GENERE: Drammatico
REGIA: Steven Soderbergh
SCENEGGIATURA: Susannah Grant
ATTORI:
Julia Roberts, Albert Finney, David Brisbin, Dawn Didawick, Conchata Ferrell, Valente Rodriguez, Aaron Eckhart, Jack Gill, Irene Olga Lopez, George Rocky Sullivan, Pat Skipper, Adilah Barnes, Marg Helgenberger, Irina V. Passmoore, Scotty Leavenworth, Gemmenne de la Peña, Erin Brockovich-Ellis,Randy Lowell, Jamie Harrold

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Edward Lachman
MONTAGGIO: Anne V. Coates
MUSICHE: Thomas Newman
PRODUZIONE: DANNY DE VITO, MICHAEL SHAMBERG, STACEY SHER
DISTRIBUZIONE: COLUMBIA TRISTAR FILMS ITALIA (2000)
PAESE: USA 2000
DURATA: 130 Min
FORMATO: Colore

CRITICA:
“La storia è vera. ma la Roberts gigioneggia al di là di ogni umana sopportazione. E Soderbergh le dà corda. Gli americani hanno grigato al miracolo. Contenti loro. C’è anche la vera Erin. Nei panni di una cameriera”. (Paola Piacenza, ‘IO donna’, 22 Aprile 2000)”Ispirato a un autentico caso di cronaca, ‘Erin Brockovich’ comportava diversi rischi (…). Il pericolo è largamente evitato dal bravo Steven Soderbergh grazie a una narrazione spedita e fluida, senza pause declamatorie o lungaggini anzi, piuttosto provvista di humor”. (Roberto Nepoti, ‘la Repubblica’, 16 aprile 2000)”Scritto in spirito femminile e femminista da Susannah Grant, ‘Erin Brockovich’ è un buon prodotto di confezione cui il regista Steven Soderbergh conferisce smalto naturalistico, mettendosi al servizio della luminosa interprete”. (Alessandra Levantesi, ‘La Stampa’, 16 aprile 2000)”Il cinema ha ancora bisogno di eroi. Così gli americani hanno ripreso a far film coi pugni in tasca, scendendo finalmente dalle guerre stellari alle terrestri. Dopo ‘Insider’, che attacca le multinazionali del tabacco, ecco l’altrettanto civile, appassionato e divertente “Erin Brockovich” diretto da quello Steven Soderbergh che dopo aver trattato sesso, bugie e videotape, torna sulle bugie (…) La cosa rara è che ‘Erin Brockovich’ è un film-denuncia, come si facevano in Italia negli Anni 60, ma non gli manca a del professionismo hollywoodiano, tanto che l’aggettivo didascalico si sposa al sostantivo ‘entertainment’ senza far sconti al dramma civile, uno dei tanti cui speriamo di non abituarci. C’è l’optional del divismo, che fa circolare meglio il prodotto. Sorpresa: Julia Roberts che, nel pieno di una stagione di fortunate smorfie sentimentali, qui, opportunamente rinforzata nel seno, si impegna e s’impone come una bravissima attrice drammatica, espressiva, varia, commovente senza retorica e giusta per il neo-realismo hollywoodiano: i suoi occhi vivi t’inseguono fino all’uscita”. (Maurizio Porro, ‘Il Corriere della Sera’, 15 aprile 2000)”Della serie: grande nazione l’America, immuno-dotata di anticorpi per le infezioni del capitalismo. Madre di tutte le malattie, la rapacità. Parte da mattatrice per Julia Roberts, esuberante di curve e di convinzioni etiche, alla ricerca ostinata della Meryl Streep che c’è in lei. Steven Soderbegh si rivela sempre più adatto come grande regista di servizio e ritrova il “new american cinema” anni ’70 di case povere, province di sobborghi industriali, gente ignara e ignorante colpita nella fiducia”. (Silvio Danese, ‘Il Giorno’, 15 aprile 2000)
NOTE:
– PREMI: GOLDEN GLOBE E OSCAR 2001 A JULIA ROBERTS COME MIGLIOR ATTRICE DRAMMATICA.- NOMINATIONS ALL’OSCAR 2001 PER MIGLIOR FILM; MIGLIOR REGISTA A STEVEN SODERBERGH; MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA A ALBERT FINNEY; MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE A SUSANNAH GRANT.

Splendori e miserie delle cortigiane

Lucien de Rubempré, poeta caduto in disgrazia presso il bel mondo parigino dopo aver convissuto un anno con l’attricetta Coralie, è stato ricostruito dal cinico e ricco abate Carlos Herrera, che sta intrigando per fargli avere un titolo nobiliare e mira a farlo sposare con una ragazza di famiglia aristocratica, il secondo passo funzionale al primo: è perciò allarmato quando Lucien s’innamora d’una prostituta, Esther, la quale è a sua volta redenta da quell’amore appassionato. Herrera non esita a rinchiudere la giovane in una scuola di monache, ma davanti al dolore di Lucien deve riunirli, pur facendo loro un chiaro discorso: lei vivrà chiusa in una casa privata guardata a vista da due sue dame fidate, lui la potrà vedere soltanto di nascosto. Herrera è disposto a tutto purché Lucien riesca a raggiungere i traguardi che sogna per lui: entrare a corte come ministro. La protezione e l’astuzia dell’abate gli stanno spianando la strada e stanno mettendo a tacere le malelingue che ricordano ancora l’avventura giovanile di Lucien.
Nel frattempo, però, il perfido banchiere ebreo polacco di Nucingen, vecchio spasimante di Esther, deperisce a vista d’occhio da quando lei è scomparsa; disperato, incurante della moglie e della gente, decide addirittura d’assoldare un investigatore privato. Herrera, che ha già speso una fortuna per il suo pupillo e deve pagare dei debiti, medita di vendergli Esther per una cifra enorme; Lucien è completamente in balìa del demone, incapace di ribellarsi alle sue ingannevoli strategie, dal giorno in cui questi l’aveva distolto dal suicidio. In realtà, sotto la tonaca si nasconde l’evaso Jacques Colin, il quale, dopo aver assassinato in Spagna il vero abate Herrera ed averne assunto le sembianze con una rozza plastica facciale fatta da sé dinanzi al cadavere, si ricostruì una vita con i soldi d’una vecchia bigotta che gli aveva confessato, in punto di morte, d’averli ottenuti con un omicidio. Salvato dal suicidio il giovane poeta, ne aveva fatto il proprio strumento, ed ora, con il genio della corruzione ed una rete di fidati servitori, lo spingeva avanti. Rastignac, amante della signora di Nucingen, era l’unico ad aver visto e riconosciuto il potente protettore di Lucien, e ne era rimasto terrorizzato, perché, in passato, Herrera aveva tentato di adescare anche lui. Adesso Lucien era ammaliato dalle gioie della corte e legato a Herrera da cento patti demoniaci; anche se Esther non riesce a capire l’origine di quell’inerte schiavitù, Herrera sa d’averlo completamente in pugno: oltre ad approfittare della disperazione di Nucingen, Herrera sta preparando il terreno anche per un matrimonio fra Lucien e Clotilde de Krandlien, la brutta 27enne secondogenita dei duchi, invaghita dal giovane a dispetto dei pettegolezzi dei salotti, cinicamente e falsamente ricambiata dal giovane. Lucien desidera quanto Herrera questo matrimonio d’interesse, ed Esther si piega per amore a rimanere un’amante prigioniera; ma per convincere i genitori serve un patrimonio, almeno un milione. Intanto Nucingen sta contattando i migliori agenti di Parigi, in particolare La Peyrade, una vecchia spia politica. Le due reti di spionaggio, quella di Herrera e quella di La Peyrade, tramano l’una contro l’altra: Herrera è più furbo, e Peyrade si rende conto d’essere turlupinato dall’ignoto rivale, ne capisce il gioco, ma ne ignora il nome.
Herrera muove con grande abilità le sue pedine: usa i suoi sguatteri per raggirare i ricchi e perversi signori di Parigi, facendo leva sui crimini, le nefandezze, gli oscuri passati tenuti segreti ma a lui noti; manovra i pezzi grossi che gli servono corrompendo e ricattando; d’altronde, le sue vittime non sono migliori di lui: nascondono tutti una miseria morale proporzionale al loro splendore materiale; Herrera ne è soltanto la sublimazione, il genio titanico di quella civiltà malata, ne è lo spirito. Lucien è un’anima fragile e vanesia di poeta e di bello, che sogna l’amore perfetto ma al tempo stesso non vuole perdere gli ambiziosi obiettivi che gli sono a portata di mano, non vuole rinunciare a nessuna delle due cose, benché siano chiaramente incompatibili, ed Herrera lo tiene in pugno sbandierandogliele entrambe sotto il naso, nelle figure di Clotilde e di Esther.
– Asia ed Europa, le due serve messe da Herrera a guardia di Esther, lavorano per bene il barone, ed Esther stessa si presta al raggiro per amore di Lucien; il barone paga ogni cifra, prima per essere introdotto all’amata e poi per saldarne i presunti debiti (in realtà cambiali fasulle fattele firmare da Herrera). Herrera, che aveva fatto di Esther una virtuosa chiudendola in convento, ora la getta di nuovo fra le cortigiane, e lei, pur di non dover rinunciare al suo Lucien, accetta. Il barone è un patetico stupido: per la prima volta in 66 anni s’è innamorato da star male, ed è inerme nelle grinfie dello spietato abate. Nel frattempo sono arrivate al punto cruciale le schermaglie di spionaggio e controspionaggio fra Herrera e Peyrade (spalleggiato da Corentin e Contenson): Peynade ha scoperto la tresca di Herrera ai danni di Nucingen per scucirgli il patrimonio con cui far spossare Clotilde a Lucien, e decide di ricattarlo: ottenuto un secco rifiuto, manda una lettera anonima al duca di Grandlieu, il quale chiude subito le porte del suo palazzo al pretendente ed incarica un’abile spia, neanche a farlo apposta Corentin, di prenotare informazioni sulla vera origine della fortuna di Lucien. Peynade si finge un gentiluomo inglese e diventa l’amante di Suzanne de Val-Noble, amica di Esther, rovinata dai debiti. Ma Herrera gioca allora l’ultima carta: rapisce la pura Lydie, figlia di Peyrade, e manda Asia a dirgli che l’avvierà alla prostituzione e lo ucciderà se Lucien non sposa Clotilde. Corentin esegue, ignaro, il compito assegnatogli dal duca e decreta così la fine del fidanzamento di Lucien: il giorno dopo Lydie viene ritrovata in pietose condizioni, sottoposta per dieci giorni ad ogni genere di sozzura, e Peyrade fa in tempo a rivederla prima di straziare avvelenato. Corentin giura vendetta sul cadavere dell’amico. A far precipitare gli eventi è Esther, che s’è prestata alla commedia ma deve ora andare a letto anche con il lascivo barone; dopo l’orgia si suicida; Europa ed il servo Paccard non resistono alla tentazione e fuggono con il malloppo accumulato da Esther e che Esther aveva lasciato a Lucien. Nucingen avverte la polizia di quello che crede un assassinio a scopo d’estorsione, e la polizia fa arrestare sia Herrera (che tenta la fuga sui tetti ed uccide Contenson) sia Lucien. Herrera ha però fatto in tempo a redigere un falso testamento in cui Esther lascia a Lucien tutti i propri averi (un patrimonio che ha ereditato morta dallo zio) e le potenti amicizie femminili di Lucien intercedono a suo favore.
– Esperto di prigioni e di processi, Herrera dirama ordini dalla cella ed Asia trama dall’esterno. Herrera tiene testa al giudice Cannisot, negando d’essere l’evaso che parecchi testimoni hanno riconosciuto; una lettera scritta da Esther in punto di morte li scagiona dall’accusa d’omicidio, ma Lucien è debole ed in pochi minuti d’interrogatorio compromette tutto, rivelando la vera identità dell’abate; nonostante ciò, Leontine de Seriay, la più accanita delle sue amanti di mezza età, aggredisce Cannusot e riesce a strappargli i verbali firmati degli interrogatori; d’altronde, tutti i magistrati di rango più elevato sono ormai conquisi alla causa del giovane e Cannusot, difendendo con tanto zelo la giustizia, si gioca soltanto la carriera. Intanto, divorato dal rimorso d’aver vilmente tradito il suo benefattore, Lucien s’impicca nella cella, e la contessa de Suray impazzisce di dolore.
– Jacques Colin, alias Vautrin, alias Tromp-le mort, riesce a risollevarsi con le solite armi della corruzione e del ricatto: in cambio delle lettere scritte a Lucien dalle sue potenti amanti chiede ed ottiene di diventare capo della polizia.

Un mondo infame, dove non esiste altra etica al di fuori dell’intrico, un modo d’apparenze splendenti che nasconde un viscido repellente intrico di bassezze.
FONTE

Honoré de Balzac
Honoré de Balzac (Tours, 20 maggio 1799 – Parigi, 18 agosto 1850) è stato uno scrittore francese, considerato fra i maggiori della sua epoca.
Romanziere, critico, drammaturgo, giornalista e stampatore, è considerato il principale maestro del romanzo realista francese del XIX secolo.
Scrittore prolifico, ha elaborato un’opera monumentale – la Commedia umana – ciclo di numerosi romanzi e racconti che hanno l’obiettivo di descrivere in modo quasi esaustivo la società francese contemporanea all’autore o, come ha detto più volte l’autore stesso, di “fare concorrenza allo stato civile”.
La veridicità di quest’opera colossale ha portato Friedrich Engels a dichiarare di aver imparato più dal “reazionario” Balzac che da tutti gli economisti.
Di grande influenza (da Flaubert a Zola, fino a Proust e a Giono, tanto per restare in Francia), la sua opera è stata anche utilizzata per moltissimi film e telefilm.

Balzac proveniva da una famiglia borghese abbastanza agiata: il padre Bernard-François Balssa, di origine contadina, aveva raggiunto una posizione di rilievo nell’amministrazione dello Stato, e aveva sposato Anne-Charlotte-Laure Sallambier (quando lui aveva 51 e lei 19 anni, dalla quale ebbe poi quattro figli (Honoré, Laure, Laurence e Henri).
Il primogenito studiò in collegio prima a Vendôme (1807-13) e a Tours (1814), poi a Parigi, dove si trasferì con la famiglia nel 1815, nel quartiere di Marais. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, lavorò come scrivano nello studio notarile di tale Jules Janin, quando a vent’anni scoprì la sua vocazione letteraria. In una mansarda del quartiere dell’Arsenale, al numero 9 della rue Lesdiguières, dal 1821 al 1829, dopo aver tentato la strada del teatro con il dramma in versi Cromwell, scrisse opere di narrativa popolare, ispirandosi a Walter Scott, con gli pseudonimi di Horace de Saint-Aubin, Lord R’hoone (anagramma di Honoré) o Viellerglé. Le sue prime prove artistiche non furono molto apprezzate dalla critica, tanto che Balzac si diede ad altre attività: divenne editore, stampatore e infine comprò una fonderia di caratteri da stampa, ma tutte queste imprese si rivelarono fallimentari, indebitandolo pesantemente. Nel 1822 conobbe Louise-Antoinette-Laure Hinner, una donna matura che gli resterà accanto affettivamente fino alla morte. La presenza della donna ebbe molta influenza sull’autore che venne da lei incoraggiato a continuare a scrivere: nel 1829 pubblicò con il proprio nome il suo primo romanzo (Physiologie du mariage), che gli procurò un certo successo. Tra le tante esperienze amorose con dame dell’aristocrazia, la più importante fu con Évelyne Hanska (1803-82), una contessa polacca conosciuta nel 1833, che ebbe un ruolo importante nella stesura di Eugénie Grandet e che egli sposò nel 1850, tre mesi prima di morire. A partire dal 1830 l’attività letteraria di Balzac divenne frenetica, tanto che in sedici anni scrisse circa novanta romanzi (sulla “Revue de Paris”, sulla “Revue des Deux Mondes”, ma anche in volumi e in tirature sempre più numerose, per non contare i continui racconti, aneddoti, caricature e articoli di critica letteraria). I suoi primi successi di pubblico furono La peau de chagrin (La pelle di zigrino, 1831) e, tre anni più tardi, Le Père Goriot (Papà Goriot, 1834).
Charles Baudelaire chiamò la prosa di Balzac “realisme visionnaire”; pare inoltre che il termine “surréalisme”, coniato anch’esso da Baudelaire, sia stato ispirato a quel particolare punto di vista che caratterizza la produzione di Balzac.
Nel 1842 Balzac decise di organizzare la sua opera monumentale in una specie di gerarchia piramidale con il titolo di La Comédie humaine: alla base di essa c’è il gruppo degli “Studi di costume del XIX secolo” diviso in “Scene delle vita privata”, “Scene della vita di provincia”, “Scene della vita parigina, della politica, della vita militare, della vita di campagna”; poi c’è il gruppo degli “Studi filosofici” ed infine quello progettato ma non realizzato degli “Studi analitici”. Si tratta di un grandioso progetto di analisi della vita sociale e privata nella Francia dell’epoca della monarchia borghese di Luigi Filippo d’Orleans.
Accanito frequentatore di salotti, amante appassionato di diverse nobildonne che soddisfacevano il suo snobismo e il bisogno di partecipare alla vita aristocratica, nonché perseguitato dai creditori per le troppe speculazioni sbagliate, Balzac riuscì a realizzare solo per poco tempo il sogno di ricchezza e d’ascesa sociale grazie al rapporto con la contessa polacca Ewelina Rzewuska (detta più frequentemente Évelyne Hanska), vedova di Waclaw Hanski (1791-1841), da Balzac sposata solo il 14 marzo 1850 (lei ne pubblicherà diversi inediti e nel 1877 la prima raccolta di Oeuvres complètes, in 24 volumi).
Honoré de Balzac infatti morì per una peritonite trasformata in cancrena e venne sepolto, con l’orazione funebre tenuta da Victor Hugo, nel cimitero Père Lachaise. I suoi eccessi nel lavoro, oltre al grande consumo di caffè, sembrano aver contribuito a dissolvere rapidamente la sua salma (tanto che già il giorno dopo la morte, la decomposizione veloce, anche a causa della stagione estiva, impedì di fare il calco in gesso per la maschera mortuaria).
Balzac pensava infatti che ogni individuo ha a disposizione una riserva limitata di energia: vivendo intensamente l’uomo brucia la sua vita. Il suo destino sembra ripetere la concreta e drammatica rappresentazione del contenuto di La pelle di zigrino (1831).
Durante la sua vita aveva viaggiato molto, in Ucraina, Polonia, Germania, Russia, Prussia austriaca, Svizzera e in Italia (che appare spesso nei “racconti filosofici”), soprattutto nella provincia francese e nei dintorni di Parigi, puntualmente ripresi nella sua enorme mole di scritti.

La Comédie humaine

È stata definita “la più grande costruzione letteraria di tutta la storia dell’umanità”, ed è certamente una perfetta rappresentazione di quell’invenzione del XIX secolo che fu il romanzo moderno europeo. Tra tutti i romanzieri francesi il nome di Balzac (con la sua Comédie humaine) è il primo che viene in mente quando si volesse o si dovesse raffigurare il panthéon universale di questa forma di narrazione. È quasi un’associazione automatica che lega l’uomo all’opera e l’opera all’epoca.
Tessuto di ragionamenti interessanti e a volte bizzarri, pervaso da uno spiritualismo fumoso e a tratti come interrotto per proseguire oltre, il suo pensiero corre lungo la penna quasi senza riuscire a seguirne la velocità. Pare che non abbia tempo di riflettere mentre si occupa di costruire e nutrire un mondo che però rappresenta in chiave quasi “sociologica” i posti, i tipi e le persone reali della propria vita.
Così come Gogol’, Balzac è convinto che ciò su cui l’artista non pone il suo sguardo rivela solamente l’aspetto vegetativo della vita, e invece è solo nell’opera d’arte che il reale assume significato.
Complice la pubblicazione a puntate, che impone fidelizzazione del lettore, e comunque il sistema di distribuzione in allegato ai giornali che si andava sperimentando per la prima volta, il romanzo di Balzac ha la tendenza a girare attorno a personaggi forti (come per esempio Goriot, Rastignac, o Eugènie, ormai leggendari), a loro volta circondati da molte comparse che ne amplificano l’energia.
La precisione dei termini, la tessitura delle frasi, la più o meno rara scelta di descrizioni e la ricchezza di parole “enciclopediche”, nonché le molte correzioni mostrano quanto fosse ambizioso e ricercato il progetto che sta dietro al suo lavoro, spesso considerato solo vulcanico e istintivo o biecamente realistico, e invece scoperto dalla critica più recente addirittura come “fantastico” e comunque legato al desiderio di fare moderna “epopea”.
Si dice che descriva l’umanità come la vede, senza consolazioni o incantamenti arbitrari, ma lo slancio stesso della scrittura finisce con il superare la mera realtà.
La Comédie humaine (titolo trovato da Balzac nel 1840) comprende 137 opere che includono 95 romanzi, novelle, saggi realistici, fantastici o filosofici, oltre a racconti e a 25 studi analitici (piano da lui dettagliato nel 1842).


Drummond Carlos de Andrade: Il culo che meraviglia

A bunda, que engraçada

 

A bunda, que engraçada.

Está sempre sorrindo, nunca é trágica.

 

Não lhe importa o que vai

pela frente do corpo. A bunda basta-se.

Existe algo mais? Talvez os seios.

Ora — murmura a bunda — esses garotos

ainda lhes falta muito que estudar.

 

A bunda são duas luas gêmeas

em rotundo meneio. Anda por si

na cadência mimosa, no milagre

de ser duas em uma, plenamente.

 

A bunda se diverte

por conta própria. E ama.

Na cama agita-se. Montanhas

avolumam-se, descem. Ondas batendo

numa praia infinita.

 

Lá vai sorrindo a bunda. Vai feliz

na carícia de ser e balançar

Esferas harmoniosas sobre o caos.

 

A bunda é a bunda

redunda.

 

culo 

 

Il culo, che meraviglia

             

Il culo, che meraviglia.

E’ tutto un sorriso, non é mai tragico.

 

Non gli importa cosa c’é

sul davanti del corpo. Il culo si basta.

Esiste dell’altro? Chissà, forse i seni.

Mah! – sussurra il culo – quei marmocchi

ne hanno ancora di cose da imparare.

 

Il culo sono due lune gemelle

in tondo dondolio. Va da solo

con cadenza elegante, nel miracolo

d’essere due in uno, pienamente.

 

Il culo si diverte

per conto suo. E ama.

A letto si agita. Montagne

s’innalzano, scendono. Onde che battono

su una spiaggia infinita.

 

Eccolo che sorride il culo. E’ felice

nella carezza di essere e ondeggiare.

Sfere armoniose sul caos.

 

Il culo é il culo,

fuori misura.    

 


Artemisia – Passione estrema

Goditi “Artemisia – Passione estrema”

artemisia film
A Roma nel 1610, Artemisia Gentileschi, 17 anni, ha una forte passione per la pittura, ricevuta dal padre Orazio, pittore affermato. Ma Artemisia, in quanto donna, non può seguire i corsi all’Accademia né chiedere di posare a modelli nudi maschili o femminili. Ostinata, Artemisia cerca di dipingere i corpi, certe volte di nascosto, certe altre osservando sé stessa. Un giorno sulla spiaggia incontra Agostino Tassi, sostenitore di tecniche pittoriche avanzate, fiorentino, arrivato a Roma per lavorare con Orazio ad una serie di affreschi religiosi. Artemisia ottiene dal padre il permesso per prendere da Agostino lezioni sull’arte della prospettiva, che lei conosce poco. Dopo alcuni incontri, sulla pittura comincia a prevalere la passione, e un pomeriggio Agostino seduce Artemisia ancora vergine. Il padre lo viene a sapere e accusa Agostino di stupro. Portato davanti al tribunale e costretto a confessare sotto tortura, l’uomo, che tra l’altro è già sposato, ammette la propria colpa e viene condannato a due anni di prigione. Artemisia che, nonostante tutto, è ancora attratta da lui, non si sente più di vivere negli stessi ambienti. Lascia la casa paterna, lascia Roma per andare a Firenze dove, in un altro contesto, ha inizio la sua vera attività artistica.

GENERE: Biografico
REGIA: Agnès Merlet
SCENEGGIATURA: Agnès Merlet, Christine Miller, Patrick Amos
ATTORI:
Valentina Cervi, Michel Serrault, Miki Manojlovic, Luca Zingaretti, Emmanuelle Devos, Frédéric Pierrot,Brigitte Catillon, Maurice Garrel, Yann Trégouët, Jacques Nolot, Silvia De Santis, Renato Carpentieri,Dominique Reymond, Alain Ollivier, Lorenzo Lavia, Sami Bouajila, Edoardo Ruiz

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Benoît Delhomme
MONTAGGIO: Guy Lecorne, Daniele Sordoni
MUSICHE: Krishna Levy
PRODUZIONE: PATRICE HADDAD PER PREMIÈRE HEURE, URANIA FILM, SCHLEMMER FILM – LEO PESCAROLO E GUIDO DE LAURENTIIS PER DANIA FILM
DISTRIBUZIONE: WARNER BROS. ITALIA (1998)
PAESE: Germania, Francia, Italia 1997
DURATA: 99 Min
FORMATO: Colore

CRITICA:
“L’illustrazione di quello che capitò a una giovane donna la quale, andando contro un veto del suo secolo, volle farsi pittrice, è accurata, assai precisa nella ricostruzione degli ambienti, nella scelta dei costumi e nel colore che domina il fotogramma. Tale attendibilità illustrativa costituisce il pregio maggiore di ‘Artemisia’. Ma è un po’ anche il limite del film che, tuttavia, al di là del ridicolo sottotitolo è dei volgari manifesti, non va confuso con i filmoni ‘romantici’ in voga ai tempi di papà. (…) Nonostante l’interpretazione ‘accomodata’ di una tragedia (esule in Inghilterra il padre Orazio, emigrata a Napoli Artemisia) il film, anche per la freschezza di Valentina Cervi che lo interpreta, resta interessante”. (Francesco Bolzoni, ‘Avvenire’, 17 maggio 1998)”(…) Peccato perché, in realtà, Agnes Merlet percepisce suggestioni, spunti ed evocazioni interessanti: l’occhio di Artemisia che domina la scena esplora la realtà all’unisono con lo sguardo della regia, la fotografia coglie la plasticità e i chiaroscuri della luce caravaggesca, la carnalità dei corpi e dei nudi lascia intravedere la maliziosa energia della ricerca della bellezza, il dettaglio domina la ricostruzione dei costumi e delle tecniche pittoriche dell’epoca. Eppure tutto sembra vanificarsi in una rappresentazione cui difettano pathos ed eros, cinematograficamente inerte”. (Fabio Bo, ‘Il Messaggero’, 9 giugno 1998)

Matriarcato. Ginecocrazia. Ovvero la donna al potere.

E’ esistito? Ritornerà? Una freccia di angoscia piantata nell’inconscio del maschio. Se ne parla, si polemizza da millenni sotto la spinta di miti (ma anche di deduzioni storiche) certamente nati nel profondo della sfera emozionale della società patriarcale. La contesa continua ai giorni nostri. Il matriarcato esisterebbe negli Stati Uniti, secondo qualche interpretazione maschile locale evidentemente nata da una situazione fobico-ossessiva che distorce le capacità di giudizio. In realtà la celebre “Momma” americana, (protagonista del fumetto satirico creato dal cartoonist americano Mel Lazarus), che “tenta” di esercitare il potere sui figli adulti senza riuscire a scalfire la sublime indifferenza di questi, calati in una cultura moderno-patriarcale, dimostra l’illusorietà della tesi. Certamente la donna americana ha diritto di protestare, di fare le grandi battaglie femministe o altro ma il potere reale si limita a fare il muro di gomma, con qualche fastidio, come i figli di “Momma”, e a pilotare strumentalmente la società femminile nelle situazioni chiave del momento elettorale.

Niente matriarcato, quindi, visto che il termine significa potere delle madri e potere indica un diritto fondato sulla proprietà delle decisioni politiche, economiche, sociali. Le first-lady degli Usa (le mogli dei presidenti) sorridono con ammirazione-adorazione al loro eroe (che possono anche rimbrottare, col dovuto rispetto), hanno il potere di pubblicizzare le sue crociate più o meno rovinose; le altre fanno le segretarie, le vice di vario tipo e classe, il braccio destro, le cuoche, le pedagoghe, le ricercatrici e altro ma quasi sempre in ruoli secondari… insomma, anche qui, come in tutte le altre parti del mondo, si potrebbe canticchiare, rovesciandolo, il verso della famosa e vecchia canzone, uomo, tutto si fa per te.

E’ sempre esistito, nella storia dell’umanità, questo stato di subordinazione della donna o c’è stato un tempo in cui lei, la madre, ha tenuto in pugno tutti i livelli di potere? Leggende, miti e ricerche storiche (queste ultime spesso viziate dalla soggettivizzazione) portano verso una risposta che propende per la seconda ipotesi. Gli esempi che vengono dalla profondità del tempo e da analisi recenti, sono innegabilmente suggestivi… e questo ci invita a fare una passeggiata a ritroso nella storia.

Cominciamo da uno studio del missionario americano Asher Wright (vissuto fra gli Irochesi Seneca dal 1831 al 1875 osservandone a fondo le consuetudini), il quale ricorda che…

“… per ciò che concerne le loro famiglie al tempo in cui essi abitavano ancora le antiche case lunghe (amministrazioni comunistiche di più famiglie) prevaleva quivi sempre un clan, cosicché le donne prendevano i loro uomini dagli altri clan… Abitualmente la parte femminile dominava la casa… le provviste erano comuni ma guai al disgraziato marito o amante troppo pigro o maldestro nel portare la sua parte alla provvista comune. Qualunque fosse il numero dei figli o delle cose da lui personalmente possedute nella casa, in qualsiasi momento poteva aspettarsi l’ordine di far fagotto e di andarsene. Ed egli non poteva tentare di resistere, la vita gli era resa impossibile, e non poteva far altro che tornare al proprio clan, in altre parole andare a cercare un nuovo matrimonio in un altro clan, cosa che il più spesso accadeva. Le donne erano, nei clan , e del resto dovunque, la grande potenza. All’occasione esse non esitavano a deporre un capo e degradarlo a guerriero comune”.

Ne L’origine della famiglia, il filosofo tedesco Friedrich Engels nota che i resoconti dei viaggiatori e dei missionari, riguardanti la mola eccessiva di lavoro svolto dalle donne tra i

La Venere di Willendorf selvaggi e i barbari, non sono affatto in contraddizione con quanto è stato detto. La divisione del lavoro tra i due sessi è condizionata da cause del tutto diverse dalla posizione della donna nella società. Popoli presso i quali le donne debbono lavorare molto di più di quanto non spetti loro secondo la nostra idea, hanno per il sesso femminile una stima spesso molto più profonda che non i moderni europei.

E infatti ognuno di noi oggi può rendersi conto che la “signora” della società civile, circondata di omaggi apparenti ed estraniata da ogni effettivo lavoro, ha una posizione sociale infinitamente più bassa della donna primitiva, che lavorava duramente ma era considerata presso il suo popolo come una vera signora (lady, frowa, frau hanno il significato di padrona) ed era tale anche per il suo carattere.

Ma torniamo al modello di vita delle tribù irochesi che è quello che si avvicina, dal punto di vista antropologico, al concetto di matriarcato

Dagli studi del gesuita Lafitau, fatti nel 1724, e dai lavori seguenti non risulta che nelle sei nazioni che raggruppano il popolo irochese le donne vengano trattate con particolari riguardi, ma è certo che godono di diritti e poteri di rado eguagliati nella storia nota e provata.

In questa collettività la regola della filiazione passa attraverso le donne e la residenza è matrilocale, cioè sono mariti e figli che vivono in casa della donna – e con tutti i mariti e figli appartenenti alla gens – casa sulla quale governa la “matrona”.

La matrona dirige anche il lavoro agricolo femminile che si svolge in comune sui terreni collettivi di proprietà delle donne della famiglia, distribuisce personalmente il cibo cotto dividendolo fra i nuclei familiari, gli ospiti e i membri del Consiglio.

L’importanza di queste donne è tale che esse fanno parte del Consiglio degli Anziani della Nazione (che ha come unica istanza superiore il Gran Consiglio delle Sei Nazioni Irochesi). La loro opinione è affidata a un maschio ma la voce di questi non può essere ignorata perché la matrona ha – per legge – diritto di veto per quanto riguarda le decisioni su eventuali guerre. Se la donna non ritiene opportuno o giusto il progetto di guerra e gli uomini tendono a ignorare la sua opposizione, ha la possibilità di bloccare ogni operazione bellica semplicemente vietando alla collettività femminile di fornire ai guerrieri le scorte di cibo indispensabili nei lunghi viaggi di spostamento verso il luogo degli scontri e durante le cacce al nemico.

L’antropologa Judith Brown mette in evidenza, in un suo lavoro del 1970, che le matrone irochesi dovevano la loro condizione privilegiata al fatto di controllare l’organizzazione economica della tribù (a loro spettava anche il diritto di ridistribuire il prodotto della caccia del maschio), la qual cosa è possibile, considerata la struttura sociale martrilineare propizia, perché la principale attività produttiva della donna, cioè l’agricoltura con la zappa, non è incompatibile con la possibilità di occuparsi de bambini. La Brown sottolinea inoltre che vi sono soltanto tre tipi di attività economiche che consentono questo “cumulo” di incombenze: la raccolta, l’agricoltura con la zappa e il commercio tradizionale.

Un altro esempio dell’autorità della donna in determinati momenti storici –il termine autorità è certamente più aderente alla realtà dei fatti di quello di potere – ci viene anche dall’epoca in cui visse il Profeta fondatore della religione musulmana.

La collettività femminile si rivela struttura portante della società primitiva nomadi sia israelite che arabe, la tenda (ciuppah) è proprietà assoluta della donna, tanto che questa viene definita “padrona della tenda” o “padrona della casa”. In genere l’uomo non possiede un rifugio e questa consuetudine lo mette qualche volta in situazioni non proprio piacevoli, simile a quella vissuta da Maometto che, dopo aver litigato con tutte le sue mogli, viene cacciato dalla ciuppah senza tanti complimenti e costretto a dormire sotto le stelle come un saccopelista ante-litteram.

La collettività femminile si rivela struttura portante della società primitiva anche in uno studio condotto sugli Hopi, una comunità di indiani Pueblo che dal VI secolo vive nella zona del piccolo Colorado, in Arizona. Quando l’esploratore spagnolo Francisco Colorado li scoprì nel 540, essi vivevano nello stesso tipo di abitazioni usate all’origine della loro storia, divisi in gruppi di circa trecento persone per un totale approssimativo di tremilacinquecento individui. Le notizie più dettagliate sulla vita di questo popolo vengono soprattutto dalle osservazioni fatte sul grande agglomerato di Oraibi, che si è sciolto alla fine del secolo scorso (vedi Uwe Wesel, “Il mito del matriarcato”, Saggiatore 1985).

Riporta Wesel che, come tutti i Pueblo, gli Hopi sono agricoltori e vivono principalmente di mais. Solo di tanto in tanto vanno collettivamente a caccia di conigli. La loro società si fonda sul lignaggio matrilineare e la comunità, che produce e consuma in comune, costituisce la “famiglia allargata” (a residenza matrilocale) formata dalla donna e dal marito, dalle figlie sposate e dai loro mariti, dalle figlie e dai figli non sposati e dai bambini delle figlie. Appare chiaro che la situazione della donna è particolarmente favorevole perché, anche dopo la costituzione della coppia, rimane nell’ambito della propria cerchia familiare. Di conseguenza il legame con il marito non è particolarmente forte mentre è molto sentito il rapporto con la madre, i fratelli e le sorelle.

In questa situazione, il maschio acquisito dal gruppo resta isolato e, in molti casi, vittima di una certa provvisorietà che prende dimensione nel suo licenziamento quando ha esaurito la funzione di inseminatore. I figli, ovviamente, restano alla madre. Tuttavia, prima di ricevere l’eventuale benservito, egli ha l’obbligo di lavorare nei campi della famiglia della moglie, dato che la coltivazione della terra è compito base degli uomini. Le donne si sono riservate il governo della casa, la custodia e l’educazione dei figli, la preparazione del mais. Attività, quest’ultima, piuttosto complicata e faticosa, se fatta individualmente, ma di facile esecuzione con il sistema del lavoro collettivo adottato dalle Hopi.

“La posizione relativamente debole dell’uomo – riferisce Wesel sulla base dei documenti da lui consultati – è dimostrata dalla frequente critica cui il suo lavoro viene spesso sottoposto nella famiglia della donna. Ed è una delle cause delle frequenti separazioni. A Oraibi la percentuale delle separazioni era del 34 per cento. Alice Schlegel, che ha studiato da vicino gli Hopi, afferma che essi sono un caso esemplare per quanto riguarda la posizione favorevole delle donne: in altre parole né il marito né il fratello dominano la donna. Non il fratello, perché quando egli si sposa lascia il proprio nucleo familiare per trasferirsi presso quello della moglie dove, come il marito della propria sorella, è a sua volta trattato da straniero e relativamente isolato. Questo fattore, unito alla forte solidarietà fra le donne (confermata dal lavoro collettivo di macinazione del mais) e all’idea che campi e case appartengono alle donne, ha determinato presso gli Hopi un ordinamento sociale estremamente favorevole al mondo femminile, in atto fin dai tempi remoti”.

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Dagli esempi citati finora vediamo che matrilinearità e matrilocalità producono un sistema matriarcale, ossia una società nella quale il centro, il punto focale, è costituito dalla donna: ma questo non significa che il potere le appartenga, che abbia la possibilità di decidere globalmente sugli orientamenti della vita sociale. Lo dimostra il fatto che soltanto gli uomini possono diventare gli anziani del villaggio e quindi portavoce del villaggio: su questa nomina le donne non hanno alcuna voce in capitolo. Se l’anziano gode di una posizione estremamente autorevole – s’intende che questa autorevolezza non gli permette di rivoluzionare un sistema sociale, organizzativo e produttivo consacrato dall’esperienza empirica – e anche di privilegi legati al culto, più robusta ancora è la funzione del capo-villaggio, in genere giovane e perciò più duraturo, che viene nominato dal suo predecessore. Anche il capo-villaggio concentra la sua attività nella gestione dei vari culti, settore nel quale le donne hanno scarso accesso (vi sono anche dei culti femminili ma vengono tenuti in scarsa considerazione).

Questa divisione di ruoli non mette in condizioni di inferiorità la donna, visto che praticamente il potere economico è nelle sue mani. Ma non va sottovalutata l’importanza che deriva dalla detenzione dell’autorità religiosa, strumento di grande forza suggestiva, e perciò potenziale strumento di potere.

A questo punto, dopo aver riflettuto sui due modelli sociali descritti, lettrici e lettori saranno ancora in preda al dubbio sollevato dalla domanda iniziale: “Il matriarcato è esistito?”.

Gli storici e gli antropologi – quelli seri, s’intende, che si attengono scrupolosamente al metodo scientifico che richiede prove provate con la massima rigorosità – rispondono con un deciso no. Se ci si attiene ai fatti reali rinvenuti nella storia e alla definizione dell’English Oxford Dictionary dà del termine matriarca identificando questa figura nella donna che ha lo status corrispondente a quello del patriarca, in tutti i sensi della parola, non si può certamente sostenere che nella storia vi sia traccia di istituzioni nelle quali la donna abbia detenuto – oltre a quello familiare – il potere sociale, politico e statuale così come lo detiene l’uomo nell’ambito del patriarcato.

Dunque no, il matriarcato non esiste. Anche se i ricercatori e gli antropologi dell’Ottocento (valga per tutti Joahann Jakob Bachofen, lo scienziato tedesco autore, fra l’altro, de Il potere femminile) hanno scritto fiumi di parole per dimostrare il contrario.

Eppure questa idea del matriarcato è un fantasma costantemente presente nella cultura maschile. Appare molto spesso nella letteratura impegnata come nella novellistica o altra letteratura d’evasione. L’idea della donna al potere e del potere della donna sconvolge e terrorizza gli scrittori protocristiani e li porta a scrivere lunghe e deliranti elucubrazioni sui poteri malefici della donna, presa nella sua singolarità, e della società femminile. Perché dunque questa ossessione, questo incubo, ricorrente nei secoli, per una situazione mai esistita? C’è dietro forse l’inconscia paura nei confronti della donna, questo “altro”, questo misterioso, complesso essere che il maschio primitivo si trova accanto. Un essere il quale – senza che l’homo erectus riesca a spiegarsene la ragione – riesce magicamente a far uscire dal suo corpo un’altra creatura vivente fatta a sua immagine e somiglianza, un essere che ad ogni luna perde sangue da una misteriosa ferita eppure non muore. Un essere misterioso come la Grande Madre Terra, anch’essa dotata di una forza inspiegabile e vitale. Un essere che può ridurre l’uomo in una condizione totalmente subalterna?

Un interessante risposta ci viene dall’antropologa Ida Magli.

“L’itinerario affettivo e psicologico seguito da Bachofen, e sulla sua scia dagli altri assertori del matriarcato, è di grande importanza proprio per queste contraddizioni e va analizzato con cura perché dischiude via via a chi lo osserva meravigliosi e significativi orizzonti su ciò che rappresenta la femminilità nell’inconscio maschile: visioni, immagini, desideri, timori, sogni, angosce, speranze dalle quali è scaturita, con una corrispondenza che affascina e sgomenta, l’immensa costruzione culturale, il castello simbolico nel quale la donna è racchiusa a fondamento e garanzia dell’Artefice maschio. Sfilano così, dinanzi agli occhi stupiti e ammirati di chi legge, associazioni illuminanti e straordinarie, quali solo la ferrea razionalità dell’inconscio può suggerire, e si proietta attraverso l’opera di un Bachgofen, di uno Schmidt, di un Briffault, l’immagine femminile che gli uomini accarezzano e

Per Bachofen il numero due è femminile, perché allude al dualismo originario sedimentano dentro di sé e che si rispecchia nella cultura: un’immagine oscura e luminosa, chiara e ambigua, tenera e crudele, protettiva e pericolosa, debole e potente, portatrice di vita e di morte”.

“Si nota chiaramente in questo quadro” afferma ancora Ida Magli in Matriarcato e potere delle donne (Feltrinelli 1982), “come i caratteri della femminilità, nell’attività, fantasmatica dell’uomo, si associno sempre, malgrado la loro apparente grandezza, a elementi negativi, nefasti. Per Bachofen il numero due è femminile, perché allude al dualismo originario, ma esso diventa perfetto soltanto nell’era del padre, della mascolinità, elevandosi alla perfetta armonia del “tre”.

Infatti, continua implacabile la Magli, il principio tellurico religioso è femminile, ma materiale e inferiore, mentre quello superiore, cosmico, si realizza con il principio della luce, che è maschile… la donna è la terra, ma la terra è una forza materiale, mentre l’uomo è il principio spirituale, per cui il diritto materno caratterizza uno stadio dell’umanità la cui concezione religiosa individua nella materia, ossia nella terra, la sede più certa della forza materiale. Il diritto della terra quindi è un diritto sanguinario e feroce che non conosce altra sanzione che la morte; esso caratterizza un’epoca triste, opprimente, selvaggia, l’epoca in cui l’aspetto delle Erinni, immagini femminili della morte, è quello di una schiera grondante di tanto sangue che esse stesse ne sono sazie”.

Le connessioni che Bachofen individua fra la mitologia, simbolismo, religioni e immagini femminili della cultura sono così suggestive e racchiudono una tale verità maschile, che basterebbero da sole a testimoniare del fatto che le strutture culturali sono opera del maschio, proiezione esclusiva della sua visione del mondo. Ed è questa verità, al tempo stesso psicologica e culturale per l’inestricabile interazione che esiste fra l’inconscio e cultura, che ha impedito agli antropologi di accorgersi di quanto fossero fantasiose e irreali le loro descrizioni del Regno delle Donne.

Potremmo dire a questo punto, arrivando paradossalmente a conclusioni opposte a quelle della professoressa Magli dopo essere ricorsi alla sua peraltro esatta e affilata analisi, che il matriarcato esiste. Esiste in quanto è nel conscio e nell’inconscio del maschio, dell’intera società maschile. E’ solo idea, idea ossessiva per l’esattezza, ma le idee, consce o inconsce che siano, pilotano il comportamento sociale. Se questa idea, chiusa nell’archivio storico dell’inconscio collettivo maschile, non viene riportata alla luce e analizzata, il matriarcato, o, se si preferisce, la paura del matriarcato, continuerà ad esistere. Continuerà ad esistere quella paura della donna – perché questa idea altro non è – che rende affollati gli studi degli psicanalisti.

Una paura che viene da lontano, dai territori della mitologia dove prendevano corpo terrori, problematiche e simbologie espresse dall’uomo diventato padrone dell’immaginifico.

L’uomo, il maschio storico, teme continuamente di perdere il potere, e questo timore lo esprime attraverso tutti i suoi mezzi i comunicazione, dalla letteratura, all’arte, alla musica. Per questo egli immagina che la dama di Ragnell risponda, quando re Artù le chiede quale sia il desiderio femminile contemporaneamente più sublime e più abbietto:

“Sire, c’è una sola cosa in cima ad ogni nostro pensiero che tu adesso devi conoscere: noi desideriamo sull’uomo, più che su tutte le cose del mondo, avere imperio”.

Questa paura trapela anche dalle pagine dell’Antropologia pragmatica (1798) scritta da quel grande pensatore tedesco che fu Immanuel Kant. Disquisendo sulla sete di potere il filosofo afferma che “per quel che riguarda l’arte di dominare direttamente, come, per esempio, quella della donna per mezzo dell’amore verso di sé che essa ispira nell’uomo, per asservirlo ai propri fini, essa non è compresa sotto questo titolo, perché non comporta nessuna violenza, ma sa dominare i suoi soggetti col proprio fascino. Non che il sesso femminile, nella nostra specie, sia privo dell’inclinazione a dominare quello maschile (il contrario è vero) ma esso per il suo scopo di dominio non si serve del medesimo mezzo di

Donne dell’antica Greciacui si serve l’uomo, cioè non del privilegio della forza (che qui si sottintende nel termine dominare) ma di quello dell’attrattiva, che include in sé un’inclinazione dell’altra parte a lasciarsi dominare”.

Il fantasma alberga anche nella mente del più grande poeta tedesco, Wolfgang von Goethe (1749-1832), che nel primo atto del Faust fa dire a un personaggio:

“Le madri! E’ sempre come se mi colpisse un fulmine. Che cos’è questa parola che non mi piace sentire?”

Ma torniamo ora alla ricerca delle origini dell’idea di matriarcato (che ispira reverenziale timore) verso tempi molto più lontani, all’età della pietra, nella quale l’archeologia è andata a strappare testimonianze che permettono di sostenere abbastanza solidamente la convinzione che ai primordi della storia la dimensione donna abbia avuto nella vita del maschio un ruolo dominante.

In questo periodo lungo circa 25mila anni, troviamo che l’immagine scultorea, sia che provenga da Willendorf, nella Bassa Austria, dove venne trovata la famosa Venere, o dalle caverne di Laussel in Francia, o da altri posti, ha sempre fattezze femminili. Altri reperti con queste indicative caratteristiche sono stati portati alla luce nelle steppe russe, nella valle dell’Indo, nell’Asia centrale e nel bacino Mediterraneo. Rappresentano la più antica forma d’arte e le prove archeologiche più ricorrenti sul mondo antico. Fra questi muti testimoni di pietra la figura maschile appare rarissimamente o è del tutto inesistente.

Queste figurine femminili sono stranamente attraenti.

“Personalmente sono sempre rimasto particolarmente colpito dalla cosiddetta Venere di Willendorf”, scrive Wolfgang Lederer (psichiatra e psicanalista viennese che si è trasferito negli Stati Uniti nel 1983), in Ginofobia (Feltrinelli 1973). “In effetti non era proprio una tipica bellezza, neanche per la Vienna fra le due guerre, dove le rotondità erano più apprezzate che nell’America odierna. Nessuna delle gaie signore amanti della buona tavola… aveva la stessa massa adiposa o se ne avvicinava anche lontanamente. Ma nessuna di loro aveva la medesima compostezza. Nell’inclinazione della testa, dalla accuratamente pettinata, nelle braccia graziose gentilmente ripiegata sugli smisurati seni penduli mi sembrava di scorgere un’espressione di sereno orgoglio; nei rotoli increspati di grasso sopra la pancia e i fianchi, nelle natiche e cosce enormi, una forte determinazione; in quell’atteggiamento completamente assorto, un grande senso di sicurezza”.

“Fra tutte le statue che ho visto”, osserva Lederer, “mi è sembrata l’unica capace di stare in qualunque luogo: imperturbabile, distaccata. Non ha bisogno di volto: tutto quello che conta in questo mondo non sembra stare attorno, ma dentro di lei”.

Di queste statuette ne esistono diverse e sono analoghe. Hanno in comune la nudità, le elaborate pettinature, gli ornamenti, l’enfatizzazione delle dimensioni delle fonti della vita ossia il seno e la zona pubico-genitale. Alle volte si ricorre alla stilizzazione, come nelle Cicladi e in Anatolia, con la quale la figura femminile viene sintetizzata in un basamento rialzato scolpito nel marmo. Ma comunque tutte le immagini, siano stilizzate siano realistiche al massimo, esprimono con estrema potenza la stessa interiorità e autosufficienza.

Queste donne erano dee, afferma con sicurezza lo studioso, e per un arco di tempo cinque volte più lungo di un’epoca storica – e molto più a lungo di qualsiasi altra divinità – sono state le sole ad essere venerate.

E’ da notare, per capire l’idea di potenza femminile che viene introiettata dal maschio, che in genere queste figure non hanno piedi: sono di terra e piantate nella terra, fermate nell’atto di sorgere: è la nascita dalla grande matrice, matrici a loro volta. Questi simulacri venivano adorati nelle caverne naturali o nelle fessure della terra, o in caverne costruite dall’uomo che erano templi bui ottenuti ammassando le une sulle altre enormi lastre di pietra (caverne, buio, anfratti sono chiari simbolismi con i quali il maschio primitivo esprime la sua tremante reverenza nei confronti del mistero della nascita, quel mistero custodito nel corpo di questa sua compagna che ha un potere tanto più grande del suo).

Il potere di generare, di nutrire, di popolare il mondo identifica la donna con la terra, con la quale ha in comune sia il potere di generare sia l’imprevedibilità catastrofica che fa parte del ciclo di momenti evolutivi ma che l’uomo definisce con il termine crudeltà. La Terra dunque, con tutta la sua potenza, è il femminile, l’origine, il principio dell’umanità, la Grande Dea dalla quale discende ogni cosa.

Certo questa è una costruzione maschile, come afferma Ida Magli (e con lei Simone di Beauvoir ed altre autrici di indubbio valore). Ma a questo punto sorge una legittima domanda: perché l’uomo non ha messo sé – già in quei lontani tempi – al centro dell’universo nel ruolo del Grande Dio fecondo, custode dei grandi misteri?


Édith Piaf, il Passerotto di Parigi

Édith Piaf, pseudonimo di Édith Giovanna Gassion (Parigi, 19 dicembre 1915 – Grasse, 11 ottobre 1963), è stata una cantante francese.

È stata una grande interprete del filone realista (chanteuse réaliste). Nota anche come “Passerotto”, come veniva amorevolmente chiamata (passerotto infatti nell’argot di Parigi si dice piaf), ha deliziato le folle tra gli anni trenta e sessanta.

La sua voce, caratterizzata da mille sfumature, era in grado di passare improvvisamente da toni aspri e aggressivi a toni dolcissimi; inoltre sapeva far percepire in modo unico la gioia con il suono della sua voce. È la cantante che con le sue canzoni ha anticipato il senso di ribellione tipico dell’inquietudine che contraddistinse diversi intellettuali della rive gauche del tempo come: Juliette Greco, Roger Vadim, Boris Vian, Albert Camus ecc. In molti casi era lei stessa l’autrice dei testi delle canzoni che tanto magistralmente interpretava.

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La vita di Édith Piaf fu sfortunata e costellata da una miriade di fatti negativi: incidenti stradali, coma epatici, interventi chirurgici, delirium tremens e anche un tentativo di suicidio. In una delle sue ultime apparizioni pubbliche la si ricorda piccola e ricurva, con le mani deformate dall’artrite, e con radi capelli; solo la sua voce era inalterata e splendida come sempre.

Un asteroide scoperto nel 1982 porta il suo nome: 3772 Piaf.

Nacque col nome di Édith Giovanna Gassion da una famiglia di umili origini: il padre Louis faceva l’artista di circo e la madre, Annetta Maillard, chiamata Lina Marsa, nativa di Livorno, era una cantante di strada. Appunto per strada (davanti al numero 72 di rue de Belleville) pare abbia partorito Édith, aiutata da un poliziotto. Il lavoro dei genitori non permetteva loro di allevare un figlio per cui la piccola visse inizialmente la sua infanzia dalla nonna materna, a cui non importava assolutamente della piccola Édith, poi portata dal padre dalla nonna paterna, una prostituta che comunque si prese molta cura di lei.

Édith inizia a cantare per strada per rimediare qualche moneta e dar da mangiare a se stessa e al padre, che nel frattempo le si era riavvicinato; canta La Marsigliese con quella sua voce già piena di rabbia e ruvidezza ma che inizia a prendere forma. Costituisce poi un duo con Simone Berteaut esibendosi per le strade e anche nelle caserme.

A 17 anni ha una figlia dal muratore Louis Dupont, Marcelle, ma la bimba morirà a causa di una meningite a soli due anni; già duramente provata dalla vita, incontra l’impresario Louis Leplée (che morirà qualche anno dopo misteriosamente) e, dopo un’audizione al “Le Gerny’s”, piccolo locale dove si faceva cabaret, debutta nel 1935. Molti i personaggi famosi che accorrono per ascoltare la sua voce: uno fra tutti, Maurice Chevalier.

A questo punto Édith ottiene un contratto con la casa discografica Polydor. Leplée le cambia il nome in Piaf, ed ha così inizio il suo successo. Ma è nel 1937 che ha inizio la sua ascesa che la porta ad ottenere un contratto con il teatro ABC.

Dopo la morte di Leplée, molti furono i suoi impresari: Raymond Asso, Michel Emer, Paul Meurisse, Norbert Glanzberg, Lou Barrier; qualcuno di loro le fu vicino non solo professionalmente, ma anche sentimentalmente. La fama di Édith Piaf continuava a crescere: conosce Jean Cocteau, che si ispirerà a lei per un lavoro teatrale, Le bel indifférent.

Durante la seconda guerra mondiale Piaf era contro l’invasione tedesca e si esibì nei campi militari e nei campi di concentramento per prigionieri di guerra. È in quel periodo (1944) che conosce e si innamora di Yves Montand, canta con lui al Moulin Rouge, ma appena lo chansonnier inizia a diventare famoso i due si lasciano. Nel 1945 cambia casa discografica ed entra a far parte della Pathé. Nel 1946 scrive le parole della canzone che, nel dopoguerra, diventerà per i francesi l’inno del ritorno alla vita: La vie en rose, che interpreta in collaborazione con Les compagnons de rodrigue.

Il titolo di questa leggendaria canzone è talmente legato alla figura di Édith Piaf, che il regista Olivier Dahan, autore della pellicola, vincitore del premio Oscar, sulla tormentata vita della cantante (interpretata da Marion Cotillard), acconsente a modificare, per la versione italiana, il titolo del film da La môme a La vie en rose. Il tutto appena prima dell’uscita del film (2007) che è uscito in Francia ed è riportato negli archivi con il nome originale.

Édith Piaf realizzò una tournée nel 1946 negli Stati Uniti esibendosi alla Constitution Hall; ritornò un anno dopo, sempre con i suoi fedeli Compagnons de la chanson, per cantare alla Play House e al Versailles di New York, dove ad applaudirla tra il pubblico vi erano, tra gli altri, Marlene Dietrich, Charles Boyer e Orson Welles.

Nel 1948 conosce il pugile Marcel Cerdan ed è la prima volta che Édith si innamora di qualcuno che non faccia parte del mondo della musica: sono felici e innamorati ma la felicità dura poco; infatti, mentre sta volando da lei per raggiungerla negli Stati Uniti, l’aereo cade e Cerdan muore. Completamente distrutta dalla morte del compagno, Piaf inizia a bere e a far uso di droghe. Dedica una canzone al suo amore perduto, la splendida Hymne à l’amour che la porta al successo a livello mondiale e che lei stessa compone assieme a Marguerite Monnot (con cui scriverà nel 1959 anche il testo di Milord).

Piaf continua a deliziare i francesi con molte altre canzoni destinate a diventare dei classici come Le vagabond, Les amants, Les histoires du coeur, La foule, Non, je ne regrette rien, ecc.

Non si sa quanti soldi riesca a guadagnare, ma è certo che non la si è mai vista sfoggiare ricchezza; in effetti, continua ad essere una donna minuta che canta l’amore e che ha bisogno di amore come dell’aria che respira; la sua casa e i suoi camerini sono frequentati da diversi uomini che contribuirà a lanciare come artisti nel mondo della canzone francese e mondiale. Alcuni nomi: Gilbert Bécaud, Charles Aznavour, Leo Ferré, Eddie Constantine; alcuni stringeranno con lei un sodalizio artistico e umano per più tempo, mentre altri se ne andranno prima; tutti però le lasceranno delle bellissime canzoni: fra gli altri, Georges Moustaki scriverà per lei la musica della famosa canzone Milord, Charles Aznavour Jezebel.

Nel 1952 sposa il compositore Jacques Pills, ma il matrimonio dura solo pochi giorni. Siamo nel 1955, Piaf ha quarant’anni e approda finalmente all’Olympia, il tempio parigino della musica; poi, riparte per l’America per esibirsi alla Carnegie Hall di New York, dove la saluteranno ben sette minuti di applausi in standing ovation. Verrà invitata comunque ad esibirsi ancora all’Olympia e le repliche dureranno quattro mesi, cioè fino alla primavera del 1961.

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In quell’anno sposò Theophanis Lamboukas, in arte Théo Sarapo, che lei aveva lanciato nel mondo della canzone e con cui aveva inciso la canzone A quoi ça sert l’amour. Dopo una broncopolmonite, Piaf andò col marito nel sud della Francia a Grasse per passarvi la convalescenza, ma una ricaduta le fu fatale. Si spense l’11 ottobre del 1963 durante un triste e vano viaggio di ritorno verso Parigi. Le cause del decesso furono attribuite a una cirrosi epatica, sviluppatasi a causa del massiccio uso di droga che prendeva Édith, i medici più volte l’avevano avvertita ma lei se n’era sempre fregata. Il suo esile corpo (dimostrava molto più dei suoi 48 anni) venne caricato sul sedile posteriore della macchina dal marito Theo che, per esaudire il suo ultimo desiderio, la riportò nella capitale francese.

Al suo funerale presero parte migliaia di persone. Il suo corpo riposa nel cimitero parigino delle celebrità Père Lachaise: l’elogio funebre venne scritto da Jean Cocteau che però morì d’infarto poche ore dopo aver appreso la notizia della morte della cantante. Nella tomba della “Famille GAISSION-PIAF” riposano con lei anche il padre Louis Alphonse Gaission, la figlia Marcelle ed il marito Théophanis Lamboukas. Sulla tomba c’è scritto: “Madame LAMBOUKAS dite EDITH PIAF 1915 – 1963”.

La città di Parigi le ha dedicato una piazza e recentemente anche una statua, nel 20.mo arrondissement.


Quills – La penna dello scandalo

Goditi “Quills – La penna dello scandalo” on line

 

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Francia XVIII secolo. La Rivoluzione Francese ha mandato alla ghigliottina gran parte della nobiltà; il “piccolo” Napoleone siede sul grande trono di Francia, ma oltre ad occuparsi della politica e dell’economia del paese si preoccupa anche della sua morale.
L’ultima “fatica letteraria” del Marchese De Sade circola clandestinamente ovunque e con grande successo di pubblico. Le poche pagine lette di “Justine” mandano l’Imperatore su tutte le furie: dal momento che rinchiuderlo nel manicomio di Charenton non è stato sufficiente a fermare la sua indecente prosa, si rende necessaria una nuova e definitiva cura. Il dottor Royer-Collard viene incaricato di trovare un rimedio opportuno.
Il marchese è in effetti da lungo tempo rinchiuso in una stanza del manicomio. Tra agi e ricca mobilia scrive senza sosta seguendo il consiglio del giovane abate Coulmier, che ritiene questo il solo modo per ripulire l’anima dalle immonde sozzure che la mente del marchese riesce ad immaginare. Ma il pubblico, fuori da quegli alti cancelli non aspetta altro che leggere le avventure dei “sadici” personaggi e la giovane lavandaia del manicomio Madeleine, la più entusiasta ammiratrice, si trasforma in un’intraprendente e estremamente collaborativa “agente letteraria” ante litteram.

Partendo da un episodio vero – il dottore inviato da Napoleone per una cura definitiva – l’autore teatrale e sceneggiatore del film Doug Wright, ha creato una storia basata più sullo spirito di Sade, sulla sua “cupa e velenosa estetica”, che non sui fatti della sua vita.
“Quills” è nella sua totalità una “licenza poetica”, come afferma lo stesso Wright: “Ho messo in bocca al compianto Marchese delle parole, componendo delle storie nel suo stile anziché razziando dai suoi romanzi”.

La vita del Marchese che ha realmente passato 30 anni in prigione per crimini come lo stupro e la pornografia, si trasforma con Wright e la regia di Philip Kaufman in una storia di follia e amore a tratti esilarante e a tratti persino commovente. Si sviluppa sotto gli occhi dello spettatore una battaglia tra la carnalità e l’amore e tra la spietatezza della censura e le imprevedibili conseguenze della libera espressione.
Nella frenesia creatrice del Marchese, che arriva ad utilizzare ossa di pollo e vino pur di scrivere le sensuali avventure delle sue eroine, si legge un desiderio di rivalsa, un incessante combattimento per affermare la propria vitalità. Un ritratto complesso e contraddittorio di una personalità difficile da dominare perché brillante e blasfema, apparentemente sensibile ma anche piena di impulsi malvagi. E Geoffrey Rush ne è il magnifico interprete: in equilibrio tra tutte le contraddizioni e gli eccessi del personaggio, riesce a restare sempre credibile e affascinante mentre combatte strenuamente la rigida e nascostamente perversa personalità del dottore (Michael Caine), o tenta di attirare a sé la giovane Madeleine (Kate Winslet) o conquistare l’abate Coulmier (Joaquin Pheonix) con discorsi imbevuti di doppi sensi di cui l’incontenibile Sade sembra essere grande e irraggiungibile maestro.

Verità storiche e leggende:
Nelle sue memorie Napoleone menziona di aver scorso “il più abominevole libro che una immaginazione depravata abbia mai concepito” riferendosi a “Justine”.

Si dice che a Charenton Sade si sia innamorato di una lavandaia di nome Magdeleine che frequentava regolarmente il suo appartamento e che lui le insegnò a leggere e a scrivere.

L’abate Coulmier, in realtà gobbo e alto un metro e trenta, permise al Marchese di occuparsi del teatro di Charenton che come parte della terapia metteva in scena delle pièces interpretate dai pazienti; alcune di queste pièces furono scritte dallo stesso Sade seppur con toni più austeri e sobri dei suoi romanzi.

Il dottor Royer-Collard arrivò a Charenton nel 1806: conservatore e moralista organizzò un raid della polizia in cui venne confiscata la maggior parte del lavoro di Sade.

Il Marchese morì a Charenton il 3 dicembre 1814; nonostante le sue esplicite istruzioni, venne sepolto nel cimitero di Charenton. I suoi scritti rimasero ufficialmente proibiti in Francia fino a tutti gli anni sessanta.

Anno: 2000
Paese: USA, UK, Germania 
Genere: drammatico / storico 
Durata: 119 minuti
Regia: Philip Kaufman

Cast: 
*Geoffrey Rush: Marchese de Sade
*Kate Winslet: Madeleine ‘Maddy’ LeClerc
*Joaquin Phoenix: Abbé de Coulmier
*Michael Caine: Dr. Royer-Collard
*Billie Whitelaw: Madame LeClerc
*Patrick Malahide: Delbené
*Amelia Warner: Simone
*Jane Menelaus: Renee Pelagie
*Stephen Moyer: Prouix 


Taoismo : Le sacerdotesse giapponesi e il Tao del sesso

Tao ha dato vita a tutto ciò che esiste, ma non può né essere visto né percepito; è al contempo ovunque ed in nessun posto. La sua totalità non può essere recepita dalla ragione, anzi, solo svuotando la mente e sprofondando in uno stato di silenzio e consapevolezza interiore, è possibile cogliere il Tao.  L’unione sessuale, pertanto, è importante nella prospettiva in cui acuisce la capacità di percepire attraverso i sensi e contiene i processi razionali. Inoltre, poiché per dare origine alla creazione, il Tao, si è dovuto dividere nel principio femminile (Yin) e in quello maschile (Yang), il rapporto sessuale, allude al ritorno trascendentale all’Unità primigenia. Perciò è comprensibile che le indicazioni in fatto di sesso facciano parte integrante della dottrina del Tao, di cui occorre seguire i principi per arrivare a padroneggiare completamente la propria condizione umana.

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Una vita dedita tecniche mistiche e spirituali. L’atto sessuale diviene un mezzo per reperire energie vitali. Uno stile di vita, atto esclusivamente della ricerca dell’Elisir dell’immortalità, onde poter trasformare l’essere della sacerdotessa  in sostanza eterea ed eterna.  Nel corpo che non invecchia , non soffre e non si piega al moderno stile di vita.

Alcuni sostengono che esistono sacerdoti millenari. In questo essa è consona con uno dei principali interessi della tradizione giapponese, il prolungamento della vita e la ricerca del corpo di gloria: così il seme umano diviene un Elisir di eterna giovinezza genera e rigenera, ovvero il che liquido che berrà e che la renderà immortale.

Il principio fondamentale del Tao del sesso è rappresentato dalla necessità, per l’uomo, di trattenere il proprio seme. Il controllo dell’eiaculazione si può ottenere e affinare attraverso svariate tecniche, spesso complementari tra loro, esposte dai testi taoisti.

La tradizione taoista infatti afferma l’esistenza di un conflitto tra i due sessi, generalmente rappresentato come opposizione naturale e gioco dinamico tra l’Yin e Yang, che si esprime concretamente nei rapporti sessuali. In questo conflitto, l’uomo è la parte più debole della coppia, perché, a differenza della donna, disperde energia con l’orgasmo, eliminando, ad ogni eiaculazione, milioni di spermatozoi, ognuno potenzialmente in grado di generare un nuovo essere umano.

Secondo il taoismo, la produzione di un seme (Yin) così potente richiede circa un terzo del fabbisogno energetico quotidiano e fiacca soprattutto il sistema ghiandolare e immunitario, debilitando il soggetto e rendendolo più vulnerabile. Il maschio si trova perciò in una situazione di svantaggio nei confronti della donna, la quale gode invece di un’energia Yin considerata inesauribile, e può arrivare a nutrire nei suoi confronti un inconsapevole risentimento. Questa teoria sembrerebbe ùr luce, almeno in parte, sul perché gli uomini abbiano sempre cercato di reprimere e relegare in posizione subalterna le donne.

Attraverso le sue tecniche per la ritenzione dello sperma, dunque, il Tao del sesso si propone di correggere questa disparità, al fine di creare un rapporto più equilibrato e disteso tra i due sessi e quindi una società più armonica. Evitando l’eiaculazione, il percorso dell’energia dal basso verso l’alto non s’interrompe e consente quindi il dischiudersi di quei canali che dagli organi genitali arrivano alla testa e poi scendono fino all’ombelico lungo la parte anteriore del corpo. In questo modo, grazie al processo di espansione, attraversa gli organi vitali e riequilibra i centri energetici. Tuttavia, perché ciò si verifichi, i taoisti consigliano di evitare la sessualità non illuminata dall’amore, perché produce squilibrio tra le forze fisiche, mentali e spirituali e ostacola il vero sviluppo interiore.

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Esoterismo taoista una dimensione operativa ed empirica (Alchimia esteriore, che fa uso di sostanze materiali) ma essa si colloca in secondo piano rispetto al alchimia interiore, che utilizza le “essenze” delle sostanze, e col tempo si fa sempre più spirituale. Poichè  i processi alchemici si svolgono nel corpo dell’adepto, la trasmutazione dei metalli corrispondono al perfezionamento e alla realizzazione dell’uomo. Secondo la filosofia taoista, tutto ciò che esiste partecipa della natura dei due principi fondamentali, lo yin e lo yang, combinati in varia misura in tutte le sostanze. A poco a poco, lo yang viene identificato come perfezione assoluta ed il corpo della donna/sacerdotessa diviene calice della vita.

Una ricerca della perfezione ricca di contraddizioni di ossimori ma estremamente affascinante, che ancora una volta sottolinea la sacralità dell’unione fra uomo e donna e del potere che da essa viene sprigionato. Glorificando l’unione ed elevandola ad atto sacro.

Per poter comprendere questo cammino mi sento di consigliarvi un libro, che NON parla di queste tecniche , ma che esplora profondamente il mondo delle donne giapponesi e delle sacerdotesse. Forse avvicinando ci ad un mondo un modo d’essere e di vivere completamente diverso dal nostro. “La virtù femminile” di Setouchi Harumi.

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LA SUPERIORITA’ SESSUALE DELLA DONNA

Secondo i taoisti, la superiorità della donna in campo sessuale ha dei motivi biologici: i suoi organi sessuali devono essere in grado di svolgere compiti assai gravosi come la gravidanza, il parto e l’allattamento. Ma anche la donna perde energia attraverso i suoi organi genitali, e lo fa non con l’orgasmo bensì con le mestruazioni. Il sistema sessuale femminile è composto di quattro parti – la vagina, l’utero, le ovaie ed i seni in relazione tra di loro.

Si tratta di una relazione evidente durante la gravidanza, il parto e l’allattamento, eventi durante i quali le mestruazioni si interrompono. Nella gravidanza, il sangue che altrimenti sarebbe andato perduto va invece a nutrire il feto. Dopo la nascita, lo stesso sangue si trasforma in latte. Le mestruazioni riprendono soltanto dopo l’allattamento.

Attraverso un particolare metodo denominato “Esercizio del Daino” (lo stesso che, in un’altra forma, consente di controllare anche l’eiaculazione maschile), è possibile stimolare gli organi sessuali femminili e bloccare le mestruazioni. Quando lo si pratica, il corpo reagisce come se ci fosse un bambino a poppare regolarmente, e il sangue affluisce al seno, invece che nell’utero, ridando energia a tutto il corpo. Per millenni questo metodo è stato usato – non solo per la pianificazione familiare, ma anche per conservare un aspetto giovanile – da molte donne che sono così riuscite a mantenere la loro bellezza anche dopo aver dato alla luce vari figli.

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La tecnica in questione, come le altre tecniche sessuali taoiste, è piuttosto complessa e va spiegata con molta precisione. Perciò, a chi fosse interessato alla sua applicazione consigliamo quantomeno di leggerla attentamente su “Il Tao del sesso” del dottor Stephen Chang (Edizioni Mediterranee), insieme a numerose altre tecniche per la coppia.

Su “Tao Yoga dell’amore” del maestro tailandese Mantak Chia (Mediterranee), invece, si possono trovare soprattutto delle tecniche che consentono di sviluppare la potenza sessuale maschile, oltre a dettagliati esercizi da eseguire in coppia (possibilmente con la supervisione di una guida esperta) per trasformare l’energia sessuale. Chia spiega che, durante l’eccitazione sessuale, il ching, l’essenza gonadica accumulata negli organi genitali, si espande rapidamente fino ad affluire ai centri superiori del cuore, del cervello e delle ghiandole.

Evitando l’eiaculazione, questo viaggio dell’energia verso l’alto non s’interrompe, e consente quindi l’aprirsi di canali che dagli organi genitali arrivano alla testa lungo la colonna vertebrale e poi, lungo la parte anteriore del corpo, scendono fino all’ombelico. Così, l’energia sessuale in espansione attraversa tutti gli organi vitali ed armonizza i chakra. Tuttavia, perché ciò si verifichi, i taoisti consigliano di evitare la sessualità non illuminata dall’amore, perché produce squilibrio tra le forze fisiche, mentali e spirituali ed ostacola il vero sviluppo interiore.


Joan Baez – Don’t cry for me, Argentina


Stéphane Mallarmé – Prosa dei folli

Pros des Focus

Du “Mysticis Umbraculis”

 

Elle dormait: son doigt tremblait, sans améthyste

Et nu, sous sa chemise: après un soupir triste,

Il s’arrêta, levant au nombril la batiste.

 

Et son ventre, sembla de la neige où serait,

Cependant qu’un rayon redore la forêt,

Tombé le nid moussu d’un gai chardonneret.

 

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Prosa dei folli

Da “Mysticis Umbraculis”

 

Ella dormiva : il suo dito tremava, senza ametista

e nudo, sotto la sua camicia, dopo un sospiro triste

si fermò, alzando all’ombelico la batista.

 

E il suo ventre sembrò neve dove fosse,

mentre un raggio indora la foresta,

caduto il nido muschioso di un gaio cardellino.


Jane Birkin – Je t’aime moi non plus – 1969


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L’uomo, giunto al termine della civilizzazione, dovrà ritornare alla nudità: non alla nudità inconsapevole del selvaggio, ma a quella conscia e riconosciuta dell’uomo maturo, il cui corpo sarà l’espressione armoniosa della sua vita spirituale. Isadora Duncan, Lettere dalla danza, 1928 (postumo)

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Renata di Francia Valois Orléans 1510 – Montargis 1575

Renata di Valois Orléans, secondogenita di Luigi XII di Francia e di Anna di Bretagna, rimase presto orfana di madre (1514) e padre (1515). Fu educata alla corte del re Francesco I ed ebbe come precettore Jacques Lefèvre d’Etaples, che le fece conoscere le dottrine protestanti in un quadro di filosofia umanistica. La sua cultura generale si fondava sullo studio della filosofia, della storia, delle matematiche, dell’astrologia, della lingua greca e latina e, come afferma un biografo, volle anche «penetrare nelle questioni di teologia, secondo l’uso e l’abuso delle femmine del suo paese, che amano di farla da dottoresse, anche della religione». Alcuni la dipinsero come «una pallida stella nel firmamento che luccica alla corte dei Valois». Negli anni giovanili ella fu attorniata da «una consorteria di femmine, ristretta nel numero, composta non solo da Margherita di Navarra, ma anche da Anna Bolena, dalla zia Filiberta di Savoia, dalla regina Claudia, da madame d’Etrangues».

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Nel 1528 venne suggellata l’unione tra Renata ed Ercole d’Este, figlio di Alfonso I e Lucrezia Borgia. Altri illustri pretendenti ne avevano chiesta la mano: Carlo, erede al trono d’Asburgo, Enrico VIII d’Inghilterra, il figlio dell’Elettore del Brandeburgo. Cerimonie fastose si tennero in occasione delle nozze a Parigi e a Ferrara. Il seguito francese di Renata era numeroso: Madame de Soubise, quattordici damigelle, tre segretari, un elemosiniere, un medico, uno speziale, chierici, valletti, cuochi e servitori. In dote Renata portò il ducato di Chartres, la contea di Gisors e i possedimenti attorno al castello di Montargis. Il distacco dalla terra natale non fu indolore per lei, che restò molto devota alla casa dei Valois. Renata ed Ercole ebbero cinque figli: Anna (1531); Alfonso (1533), designato successore del padre; Lucrezia (1535), che sposerà il duca di Urbino; Eleonora (1537), musa del poeta Torquato Tasso; Luigi (1539), cardinale d’Este.
Dopo la notte dei placards del 18 ottobre 1534, molti protestanti fuggirono anche verso l’Italia, fra i quali Clément Marot, poeta, giunto nel 1535 alla corte di Ferrara, il quale nel 1528 aveva dedicato a Renata il “Chant nuptial du mariage de Madame Renée”. Il poeta entrò, inizialmente, anche nelle grazie del duca Ercole II, il quale lo volle come compagno di un viaggio a Roma, per l’ottenimento di un’investitura. Marot divenne poi segretario di Renata e venne compensato con duecento lire annue. Egli si trattenne a corte fino al mese di aprile 1536. Nel frattempo Ercole II maturò una certa insofferenza nei confronti di Madame de Soubise. Nelle sue lettere egli si lamentò del modo di fare della dama, secondo lui responsabile di incoraggiare interessi contrari a quelli della corte ferrarese. Il duca sottopose così a controllo la corrispondenza della moglie indirizzata in Francia. A partire dal 1534 si crearono dei dissapori. Nel 1536 la Soubise rientrò in Francia, seguita dal vescovo di Limoges.
Renata era rinomata per la sua benevolenza nei confronti dei visitatori francesi. Si presentò a corte anche Calvino, fuggito da Ginevra, il quale soggiornò presso Ferrara a partire dal 1536 e divenne una guida spirituale per Renata. Scrive Theodore de Bèze: «Appena ebbe pubblicato l’Istituzione, Calvino fu preso dal desiderio di andare a vedere la duchessa di Ferrara… principessa di cui si vantava allora la pietà…». Dopo la partenza da Ferrara Calvino e Renata proseguirono la loro relazione sul piano epistolare.
Finché Renata interloquì con i savants interessati alle lettere ed alle arti, Ercole II condivise i suoi gusti, essendo anche lui cultore dell’antichità e delle lettere. A corte si era costituita un’accademia e, scrisse il Baruffaldi, tra le “Notizie delle accademie ferraresi”, nel 1787, essa «fece onore alle lettere, ma ne fece molto meno al clero cattolico».
Il cenacolo si riuniva nella Villa di Consandolo, presso Argenta, e vi partecipavano Celio Secondo Curione (che permise alla duchessa di studiare il “Commentarium in Mattheum”, del pastore Heinrich Bullinger), dotti tedeschi, ex agostiniani come don Gabriele da Bergamo e don Stefano da Mantova, Pier Paolo Vergerio (che fu anche presso la corte di Vittoria Colonna, Eleonora Gonzaga e Margherita di Navarra); Giulio Della Rovere (pastore a Poschiavo); Isabella Bresegna (convertìtasi alla religione protestante); Paolo Gaddi (pastore della chiesa cremonese, esule dal 1550 al 1552), Celio Calcagnini, Lilio Giraldi, Bartolomeo Riccio, Marcello Palingenio, Marcantonio Flaminio, Pier Martire Vermigli, Bernardino Ochino, Lavinia della Rovere, Olimpia Morata (compagna di studi delle figlie di Renata, Anna e Lucrezia); Antonio Pagano e Ambrogio Cavalli, tesoriere della duchessa dal 1547 al 1554. La duchessa prese le difese del Cavalli, di Cornelio Donzellino, di Ludovico Domenichi, Fanino Fanini e Baldo Lupatino, condannati dal clero cattolico, e dei valdesi, senza riscuotere molto successo. Ufficialmente la duchessa con la famiglia partecipò all’incontro con Paolo III, che si recò a Ferrara nel 1543.
Ercole II divenne insofferente alle frequentazioni e all’impegno spirituale della moglie e scrisse al re Enrico II di Francia il 27 marzo 1554, preoccupato per la salvaguardia della cristianità della consorte, «sedotta da qualche furfante luterano». Il re inviò a Ferrara Matthieu Ory, dottore in Teologia, priore dei domenicani a Parigi e inquisitore generale. Calvino, a sua volta, le fece rendere visita da François Morel, nella speranza di aiutarla. Il 7 settembre del 1554, dopo averle sottratto la tutela delle figlie, condotte in convento, Ercole la fece rinchiudere nelle stanze del cavallo al castello e la indusse a cedere. Renata, per timore di perdere ciò a cui teneva, in primis il legame con le figlie, si rassegnò. Dopo dieci giorni di riflessione, si confessò e si comunicò secondo il rito cattolico. Per altri cinque anni Renata rimase a corte. Dal febbraio 1555 il duca Ercole II divenne il gerente degli affari di Renata. Nel 1560, dopo la morte del marito avvenuta nell’ottobre del 1559, Renata tornò in Francia, in un clima reso confuso e pesante dalle guerre di religione. Ella rimase legata alla figlia Anna, sposatasi con Francesco di Guisa (combattente sul fronte avverso) e apprezzata da Caterina de’ Medici, con la quale avrebbe intessuto relazioni diplomatiche. Inoltre coltivò l’amicizia di Jeanne d’Albret, figlia di Margherita di Navarra. Renata fu presente agli Stati Generali d’Orléans al colloquio di Poissy, nel settembre 1561, in occasione del quale cattolici e protestanti cercarono di accordarsi e di stabilire una tregua. La nobildonna viaggiò fino alla Linguadoca e al Delfinato per prodigarsi in favore dei bisognosi e dei perseguitati. Nel castello di Montargis trovarono rifugio cattolici e protestanti, non sempre d’ accordo, il che costrinse Renata ad emettere delle ordinanze per governare i conflitti. Ella edificò una chiesa, dove si celebrò la “cena del Signore” secondo il rito riformato. Durante la guerra civile Montargis subì l’assedio in seguito all’attacco a Bourges e a Orléans, da parte delle truppe reali che inseguivano gli ugonotti.
Il 22 marzo 1568 venne stipulato il trattato di pace di Lonjumeau. Montargis veniva considerato «un nido di eretici». Il 26 settembre 1569 a Renata fu imposto di mandare via 460 persone dal castello. Nel 1572 nei giorni in cui si celebravano le nozze del re di Navarra con Margherita di Valois a Parigi, alle quali Renata assistette, si consumò la strage di San Bartolomeo. La vita di Renata non fu messa a repentaglio, trovandosi a dimorare lontano dai luoghi dove avvenne la carneficina. Per giunta, durante la notte tra il 23 ed il 24 agosto, le sue stanze furono tenute d’occhio dalle guardie di suo genero, il duca di Nemours e nel fare rientro a Montargis venne accompagnata da un ambasciatore ferrarese e da una scorta, che lei in parte ricompensò. La figlia Anna d’Este scrisse alla madre: «Mi dispiace dirvi una cosa che vi sdegnerà…ma il re emetterà un editto, perché vuole che tutti nel suo regno si rechino alla messa». Il 12 giugno 1575 Renata di Francia si spense. Il lascito spirituale di Renata è contenuto in un testamento, ispirato dalla sua profonda fede. La minuta del documento, scritta per mano del signor M.De Beaumont corretta da Renata stessa, è conservata presso gli archivi di Torino, tra le carte dei principi de Genevois e di Nemours.


Fonti, risorse bibliografiche, siti

Documenti riportati nelle sue biografie conservati presso Archivio di Stato di Modena, Torino (54 volumi in due serie contenenti libri dei conti di Renata, lettere di Ercole e Renata), Firenze (mediceo); Archivio segreto vaticano in Italia, Fonds de Béthune, de Giagnières, Clarairambaut, Dupuy, francesi (lettere di Renata). Biblioteche preziose: a Ginevra, a Zurigo, a San Pietroburgo, a Simancas, a Roma.

Fontana B., Renata di Francia, duchessa di Ferrara sui documenti dell’archivio estense, mediceo, Gonzaga e dell’archivio segreto vaticano, volume I-II, Forzani & C., Roma 1889

Rodacanachi, Renée de France, duchesse de Ferrare, Ollendorf, Paris 1896

Bouchard G., Renata di Francia, duchessa di Ferrara. Tesi di laurea conservata presso Facoltà valdese di Teologia, Roma 1942

Puaux A., La huguenote Renée de France, Paris, 1997

Lenzi A., Clément Marot e la corte di Renata di Francia a Ferrara, Coop. Libraria Universitaria, Bologna 1971

Belligni E., Evangelismo, riforma ginevrina e nicodemismo. L’esperienza religiosa di Renata di Francia, Brenner ediz., Rende 2008

Calvino G., Lealtà in tensione, un carteggio protestante tra Ferrara e l’Europa, a cura di L.De Chirico e D.Walker, Alfa &Omega, Caltanisetta 2009

Stolfi V., Alcuni documenti, lettere e biografie su e di Renata di Francia, duchessa di Ferrara. Armonie e dissonanze a causa di interessi religiosi, politici e familiari ai tempi della Riforma, Tesi di laurea conservata presso Facoltà valdese di Teologia, Roma 2010


In favore del pudore

di Alexander Lowen

Comunemente si pensa che i vestiti servano a proteggerci dagli elementi della natura. Sebbene tale protezione sia ovviamente necessaria in climi artici, non si spiega l’uso dei vestiti nelle regioni tropicali o nelle case riscaldate. Gli abiti, però, svolgono altre due funzioni importanti: attirano l’attenzione sull’individualità della persona e, allo stesso tempo, ne nascondono il nucleo più segreto della personalità.

Per comprendere il complesso ruolo che i vestiti giocano nella nostra vita dobbiamo analizzare due tendenze antitetiche: l’esibizione del corpo da una parte e il pudore del corpo dall’altra. Il desiderio di attirare attenzione sul corpo e di mostrarne il fascino riflette un impulso esibizionistico che è presente in tutte le persone. Tra i primitivi si riscontra una tendenza pressoché universale a decorare il corpo con pitture, ornamenti, ghirlande e così via. Questa inclinazione a mostrare il corpo è comune a molti animali e all’uomo. Negli animali è strettamente correlata all’impulso sessuale e segue uno schema istintuale. La natura ha dotato molti animali, specialmente i maschi, di espedienti decorativi finalizzati all’esibizione. Tra gli esseri umani, l’esibizione è un’attività più conscia, che si avvale di numerosi elementi esterni per valorizzare le attrattive dell’individuo. Gli psicologi e gli antropologi generalmente concordano nel ritenere che la funzione primaria degli a- biti sia quella di far mostra di sé.

Un antico status symbol

Il mostrarsi enfatizza l’unicità e la superiorità dell’individuo rispetto al resto del gruppo. Spesso si tramuta in esibizione, come per esempio nella danza o nello sport, ma nella vita di ogni giorno, vestiti o accessori decorativi assumono una rilevanza maggiore. In tutte le società primitive, il capo dominante o il leader tribale presenta decorazioni più elaborate dei suoi sudditi o seguaci. Nelle società civilizzate, organizzate su base classista, lo status e il livello sociale sono rivelati dalla co- stosità e dall’elaborazione del vestito. Gli abiti regali dei monarchi e le ornate vesti dei cortigiani li distinguevano dagli uomini comuni. Le differenziazioni nel vestire tendono a scomparire nelle so- cietà democratiche, dove vengono rimpiazzate dalla moda quale indicatore di status. Essere vestiti alla moda è, in un certo senso, indice di superiorità sociale, poiché spesso richiede una maggiore disponibilità di tempo e denaro rispetto a quanto una persona media possa permettersi in fatto di abbigliamento. Gli abiti servono quindi a marcare le differenze tra le persone sul piano sociale e sessuale.

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La nudità elimina le diversità sociali perché riduce tutte le persone al comune livello corporeo o animale con cui sono venute al mondo. La nudità spoglia l’individuo delle sue pretese egoiche e, talvolta, delle sue difese egoiche. La punizione ha spesso preso la forma della pubblica esposizione del corpo nudo. Le persone che vengono fatte sfilare nude per le strade sotto gli sguardi di altre che sono invece vestite, provano una profonda umiliazione. Ma se tutti sono svestiti, i sentimenti di vergogna e imbarazzo tendono a scomparire e, spesso, si prova un senso di liberazione e di libertà. La necessità di mantenere u- n’apparenza o di supportare un’immagine egoica è una restrizione che inibisce la gioia e la spontaneità del corpo. Nell’intimità delle nostre case, siamo tutti ben felici di spogliarci, liberandoci così di questo fardello egoico.

Pudore e intimità

Negli esseri umani la tendenza a esibire e mostrare il corpo va di pari passo con un senso di pudore al riguardo, che proviene da una consapevolezza dell’ego nei confronti del corpo. L’uomo è co- sciente del proprio corpo, specialmente della sua natura sessuale, in un modo diverso dai bambini o dagli animali. L’uomo ha sviluppato un ego che considera il corpo come un oggetto ed è cosciente della sua funzione sessuale. Negli animali o nei bambini questo non accade, poiché sono total- mente identificati con il corpo. Nell’uomo il pudore è un’espressione di tale coscienza di sé, unsegno di personalità e di individualità. Coprire una parte del corpo, in particolar modo l’area genitale, denota un senso di intimità (privacy) che è poi il fondamento del pudore. Tra i primitivi, spesso l’area genitale è 1’unica parte del corpo ad essere coperta. Nelle Isole Trobriand, come osservò Malinowski, quando una ragazza inizia ad avere rapporti sessuali indossa una gonna di fibre che, come la foglia di palma o il peri- zoma dell’uomo, segnala il senso di intimità (privacy) circa gli organi sessuali. Noi esprimiamo lo stesso atteggiamento quando, parlando, ci riferiamo ai genitali in termini di “parti intime”. L’intimità è collegata alla personalità, che maschera i sentimenti più profondi di una persona e le consente di nascondere alcune espressioni corporee considerate intime. Gli organi genitali vengono coperti perché le loro reazioni sono le meno soggette al controllo volontario. Possiamo masche- rare certi sentimenti o impedire loro di comparire sul nostro viso, ma possiamo essere traditi da u- n’eccitazione sessuale che non può essere controllata. Nell’uomo, l’orgoglio richiede che gli organi sessuali vengano sottratti allo sguardo pubblico, proprio in virtù del senso di intimità. Orgoglio, intimità e genitalità adulta vanno di pari passo. All’opposto troviamo comportamenti in- fantili o relativi all’infanzia dove non esistono né orgoglio, né intimità, né, tanto meno, soddisfazione sessuale. L’orgoglio naturale è un’espressione del grado di autopercezione e di autostima di un persona. Denota la capacità di un individuo di contenere i propri sentimenti e ne indica, perciò, la capacità di reggere una forte carica sessuale. La mancanza di orgoglio è sinonimo di carenza di autostima, autocontrollo e forti sentimenti. Conseguentemente, l’individuo privo di orgoglio non è in grado di sostenere una forte carica sessuale e il suo sfogo non potrà fornirgli il piacere o la soddisfazione che dovrebbe. L’orgoglio non può essere disgiunto da un senso di intimità o da un senso di pudore.

Nudismo ed eccitazione sessuale

La nudità elimina l’intimità e riduce l’orgoglio. Contrariamente a quanto previsto dall’immaginario comune, la nudità sociale ha un effetto riduttivo sulla sensazione sessuale. In un suo interessante studio dal titolo The Psychology of Clothes (La psicologia degli abiti), J.C.Flugel scrive: “La nudità tende a far diminuire la sessualità (cioè gli impulsi più direttamente genitali della sessualità). La vasta esperienza degli Amici della Natura (un’organizzazione nudista) sembrerebbe confermare l’esattezza di tale affermazione e il motivo principale è probabilmente da ricercare nel fatto che l’aumentato piacere dell’esibizionismo e dell’erotismo suscitato dal mostrare pelle e muscoli ha assorbito una certa quantità di energia sessuale che avrebbe altrimenti trovato un canale di sfogo puramente genitale”.

Ritengo che la spiegazione di Flugel abbia una certa validità. Quando la sensazione erotica viene estesa a tutto il corpo, l’attenzione per i genitali diminuisce. La situazione dei nudisti assomiglia molto a quella dei bambini nei quali la sessualità è diffusa in forma di erotismo epidermico in cui manca la forte carica genitale che richiede una scarica. In altre parole, la nudità è un’esperienza regressiva che riporta ai piaceri dell’infanzia a spese della più forte eccitazione genitale adulta. Questa regressione psicologica è responsabile in gran parte del calo di sensazioni sessuali nelle riunioni nudiste. Essendo regrediti al livello infantile, i nudisti abbandonano la loro maturità sessuale.

La forza del piacere

La sessualità adulta è una funzione combinata dell’io e del corpo. L’io aumenta così l’eccitazione sessuale: convogliando le sensazioni erotiche sull’apparato genitale, indirizzando queste sensazioni verso un individuo specifico, contenendo l’eccitazione e consentendole in tal modo di crescere fino a un picco massimo. L’io è come il braccio che tende l’arco preparando il volo della freccia: più forte è il braccio maggiore è la tensione che può sopportare e più lontano riuscirà a scagliare la freccia. L’io debole lascia andare più facilmente, ma dato che l’accumulo di tensione è minore, an- che il piacere della scarica risulta essere minimo.

Visto che sia la tendenza a mostrarsi sia il senso di pudore sono manifestazioni dell’Io, esse operano congiuntamente per il raggiungimento della meta egoica della soddisfazione sessuale, vale a dire l’orgasmo. Gli abiti, quindi, possono essere considerati un meccanismo di sollecitazione sessuale e il pudore favorisce questo intento perché, nascondendo il premio, ne aumenta la desiderabilità. Il bambino non conosce il pudore perché non ha scopi genitali. L’individuo sessualmente maturo, conscio del proprio corpo, è necessariamente pudico. Il pudore, tuttavia, non va confuso con la pruderie o con la vergogna.

La distinzione tra pudore e vergogna equivale alla differenza che passa tra il rivendicare la propria privacy e il timore di autoesporsi. Una persona modesta non ha paura di mostrarsi: sa scegliere quando o dove esprimere i propri sentimenti e li manifesta in situazioni appropriate. La persona che prova vergogna non è in grado di manifestare i propri sentimenti neppure quando la situazione richiede che lo faccia. Costoro non si ‘aprono’ nemmeno in privato o nell’intimità di una situazione terapeutica. La vergogna è patologica, mentre il pudore è normale. La pruderie può essere definita come vergogna del proprio corpo.

Stiamo assistendo a una progressiva riduzione della vergogna per il corpo che abbiamo ereditato dall’epoca vittoriana. La rivoluzione sessuale degli ultimi cinquant’anni porterà in modo naturale ad un’accettazione dell’esposizione del corpo ancora maggiore.

La misura necessaria

La domanda che sorge spontanea è: quali sono i limiti di tale esposizione? In alcuni locali notturni di S. Francisco si possono trovare cameriere in topless, ed è facilmente immaginabile che tra non molto, se l’attuale tendenza continua, in alcuni night club circoleranno cameriere completamente nude. Esistono riviste o film in cui il corpo nudo o quasi completamente nudo viene esposto senza alcun senso di pudore. Una tale evoluzione, a mio parere, non gioca a favore della salute mentale. Le ragazze così esposte vengono degradate, dato che vengono private del loro senso di intimità. L’effetto di una tale mancanza di considerazione per il pudore è la riduzione del rispetto per il cor- po e la diminuzione dell’eccitazione e del mistero del sesso.

La magia dell’amore

Esiste un semplice principio che, io credo, spieghi il comportamento degli organismi: la ricerca di eccitazione e di piacere. L’eccitazione è vita, la mancanza di eccitazione è noia e morte. Fin da Adamo ed Eva, l’eccitazione vitale si è incentrata sul mistero del sesso. I vestiti intensificano il mistero perché coprono la ri- sposta biologica con l’aura della personalità (persona = maschera) e la adornano con le caratteristiche uniche dell’Io individuale. Il sesso si eleva da risposta generica a risposta individuale. E questa è la base dell’amore: da essa deriva il romanticismo, l’elisir che trasforma l’esistenza comune in in- canto ed estasi. Questa trasformazione non avviene nel mondo animale, dove il sesso è una fun- zione puramente biologica.

La qualità tipicamente umana che eleva il sesso dal livello animale è il senso di riverente meravi- glia che deriva dalla consapevolezza della resa dell’individualità e della fusione del sé con l’universale. Il mistero di tale consapevolezza risiede nella dialettica per cui il sé individuale emerge dall’universale per mezzo di un atto d’amore (l’amore materno) e ritorna all’universale attraverso un altro atto d’amore (l’amore sessuale).

Questo duplice aspetto della consapevolezza umana, il senso del sé e il sentimento di unità con 1’universale, viene riflesso nelle due tendenze antitetiche del far mostra di sé e del pudore. L’esi- bizionismo pone l’accento sul sé dell’individuo, il pudore esprime la percezione che il sé indivi- duale è un aspetto dell’universale. Un sé privo di pudore è una cosa, un oggetto, un albero sradica- to che ha perso la sua connessione vitale con la terra ed è diventato un pezzo di legno. Come si può comparare la vitalità di un pezzo di legno con quella di un albero vivo?

Il mistero della vita

La perdita di pudore dei nostri tempi è la manifestazione di una tendenza culturale, di quell’atteggiamento scientifico che tende a cancellare il mistero da tutti gli aspetti della vita. Senza mistero il corpo perde la sua individualità e diventa un oggetto commerciale da sfruttare come qualsiasi altro articolo di scambio. Allo stesso modo, la vitalità che risiede nel corpo umano va persa. Un risulta-

to sorprendente dell’attuale tendenza a esporre il corpo femminile sulle riviste e nei film è la mancanza di romanticismo e carica vitale nella loro trama. Esiste un’eccitazione nella nudità. Noi traiamo un piacere elementare dall’esposizione della pelle al sole, all’aria e all’acqua. Nelle giuste condizioni, questa esposizione ci fa vibrare di vitalità; percepiamo più acutamente le radici biologiche della nostra natura e ricaviamo un’identificazione con il corpo che non è possibile avere quando siamo completamente vestiti. Tuttavia il piacere della nu- dità pubblica è ottenuto tramite una regressione allo stadio del bambino la cui innocenza assomiglia molto allo stato di esistenza nel Giardino dell’Eden, prima che 1’uomo diventasse cosciente della sua individualità. Come ogni fenomeno regressivo, anche questo può trovare una collocazio- ne nella vita matura. È possibile mantenere un senso di pudore alle riunioni nudiste dove la nudità è socialmente approvata, come nell’antica usanza del bagno comune presente in molti Paesi. Tut- tavia, se separata dal senso di pudore, la nudità pubblica riduce l’uomo al livello di una creatura campestre. Un tale sviluppo porterebbe alla perdita del mistero e del romanticismo presenti nella vita e costringerebbe le persone ad adottare misure disperate per ritrovare la gioia e l’eccitazione nella loro esistenza.

Da: Newsletter of The International Institute for Bioenergetic Analysis, Vol. 5, Number 1, Winter 1994. A cura di Luciano Marchino e Marta Pozzi.


Il ruolo della donna nella società e nell’arte

Il ruolo della donna nella società e nell’arte.


Freud: Passioni segrete

Goditi “Freud: Passioni segrete” on line

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I rapporti tra Freud e il cinema furono piuttosto controversi. Diciamo pure che il padre fondatore della psicoanalisi provava una decisa avversione nei confronti dell’arte più rappresentativa del XX secolo. Suscitò clamore il telegramma con cui nel 1925 rifiutava il compenso di 100.000 dollari offerto dal produttore Samuel Goodwin in cambio della collaborazione a un film che doveva rievocare le principali vicende amorose della storia (come quella tra Antonio e Cleopatra). Più possibilista, e forse venale, il presidente della Società Psicoanalitica Internazionale Karl Abraham, il quale accolse invece la proposta del produttore tedesco Hans Neumann di realizzare un film di divulgazione sulla psicoanalisi girato da Wilhelm Pabst.

Lo stesso Abraham, amico e sodale di Freud nonché analista di Melanie Klein, tentò inutilmente di convincerlo. “Suppongo, caro Professore, che lei non manifesterà per questo progetto una simpatia smisurata, ma sarà obbligato a riconoscere la costrizione che motivi di ordine pratico fanno pesare su di noi”, scriveva. “Non ho bisogno di dirle che questo progetto è conforme allo spirito del nostro tempo e che sarà sicuramente messo in atto: se non con noi, lo sarà sicuramente con persone incompetenti. A Berlino abbiamo un gran numero di psicoanalisti ‘selvaggi’ che si precipiteranno avidamente sull’offerta, nel caso la rifiutassimo”. Dalle parole di Abraham traggo un riferimento malevolo a Georg Groddeck (che si definiva appunto uno psicoanalista selvaggio), ben più brillante e – facile dedurlo – meno attaccato di lui alla vil pecunia.

Freud ripeté la propria contrarietà in una lettera indirizzata a un altro importante psicoanalista dell’epoca, Sándor Ferenczi. “La riduzione cinematografica sembra inevitabile, così come i capelli alla maschietta, ma io non me li faccio fare e personalmente non voglio avere nulla a che spartire con storie di questo genere”. L’idea di vedere nonno Sigismondo pettinato come Betty Boop fa sorridere. “La mia obiezione principale”, proseguiva”, “rimane quella che non è possibile fare delle nostre astrazioni una presentazione dinamica che si rispetti un po’. Non daremo comunque la nostra approvazione a qualcosa di insipido”.

Chi aveva ragione: il dogmatico Freud o il più disponibile Abraham? Come la psicoanalisi insegna, non è possibile dare una risposta. Dipende dai punti di vista. Storicamente, il cinema ha contribuito a diffondere le tematiche proprie della psicoanalisi pur spesso banalizzandole. In ogni caso, nonno Sigismondo non avrebbe apprezzato il biopic che John Huston gli dedicò nel 1962. A cominciare dal titolo: Freud: The Secret Passion. Si potrebbe definire come una specie di detective story (in cui il colpevole è l’Inconscio, ovvio) che si sviluppa tra il 1885 e il 1890: anni in cui il giovane Sigmund segue le lezioni di Charcot allaSalpêtrièreapprende la tecnica dell’ipnosi per il trattamento dell’isteria, quindi inizia a collaborare con il medico viennese Josef Breuer. Fu proprio questa collaborazione a imprimere un corso nuovo alle sue idee, l’abbandono del metodo ipnotico e la formulazione delle prime ipotesi sulla struttura della mente. La ricostruzione storica è fedele, sebbene macchinosa ed eccessivamente didascalica (tralasciando, non per caso, il tema della sessualità infantile). Piuttosto ridicola appare invece l’atmosfera oscura e misteriosa in cui si muovono i personaggi, che sembrano dei santoni dediti a pratiche pseudomagiche.

La sceneggiatura iniziale fu redatta nientemeno che da Jean-Paul Sartre, ma prevedeva un film della durata di otto ore che i produttori bocciarono immediatamente. Fu John Huston stesso a sfrondare la trama (si fa per dire, 140’ ridotti poi ulteriormente a 120’), a ben pensarci l’identico trattamento che gli americani hanno riservato alla psicoanalisi. Così Freud “diventa un certo tipo di genio malato e infervorato che coglie le risposte giuste nel limbo dell’ispirazione” (parola di regista). Ne veste tuttavia in modo credibile i panni Montgomery Clift, già minato nella salute fisica e dalla depressione, in una delle sue ultime apparizioni.

GENERE: Biografico
REGIA: John Huston
SCENEGGIATURA: John Huston, Wolfgang Reinhardt, Charles Kaufman
ATTORI:
Montgomery Clift, Susannah York, Larry Parks, Fernand Ledoux, Susan Kohner, David Kossof, Alexander Mango, David McCallum, Eric Potman, Rosalie Crutchley, Joseph Fürst, Eileen Herbie, Leonard Sachs

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Douglas Slocombe
MONTAGGIO: Ralph Kemplen
MUSICHE: Henk Badings, Jerry Goldsmith
PRODUZIONE: HUSTON, WOLFGANG REINHARDT PER L’UNIVERSAL
DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL
PAESE: USA 1962
DURATA: 120 Min
FORMATO: B/N
VISTO CENSURA: 18

CRITICA:
“Fra i film biografici questo è senza dubbio una dei più seri, ache se l’autore sacrifica qua e là il rigore storico allo spettacolo e cade (ma forse se lo era imposto) in uno schematismo scientifico non del tutto persuasivo. Fa difetto comunque all’opera l’ambientazione storica anch’essa sacrificata allo sconcertante personaggio che campeggia senza essere approfondito più del dovuto. Di buon livello l’interpretazione di Montgomery Clift che riscatta con la sua prestazione la teatrale impostazione dell’opera.” (Segnalazioni cinematografiche, vol. LIV, 1963)
NOTE:
– CONSULENTE MEDICO: DAVID STAFFORD-CLARK – PROLOGO ED EPILOGO LETTI DA JOHN HUSTON- DURATA DELL’ EDIZIONE AMERICANA:140′.- SARTRE SCRISSE UNA SCENEGGIATURA CHE HUSTON NON ACCETTO’ RITENENDOLA TROPPO AMPIA. L’EDIZIONE DEFINITIVA DEL FILM FU COMUNQUE TAGLIATA DI CIRCA UN TERZO E IL RISULTATO FINALE FU POCO COERENTE E POCO RIUSCITO.

L’orgasmo, chi è costui?- Sesso.. tanto per gradire!

L’ORGASMO CHI E’ COSTUI?

Spesso tra l’orgasmo atteso e quello sperimentato esiste uno scarto che mobilita interrogativi, dubbi che si ripercuotono poi nelle relazioni intime. La carenza di modelli rispetto ad un’educazione sessuale ci richiama alla necessità della condivisione di ciò che sappiamo e di ciò che ignoriamo.

La parola orgasmo è di origine greca:con orgasmos  si definisce “qualcosa di concitato, forte, energico”.

A livello biologico è un riflesso, una reazione fisiologica che scatta a seguito di una stimolazione adeguata.

I francesi chiamano l’esperienza orgasmica “piccola morte” poiché, come dice U.Galimberti farsi attraversare da Eros, vivere un’esperienza erotica che non sia solo sfioramento di corpi in superficie, significa sperimentare “un dissolvimento dell’Io”, tanto desiderato quanto temuto.

La sessualità adulta, S. Freud è stato chiaro, si esprime come sessualità genitale ed è connessa alla maturità psico-affettiva dell’individuo; la capacità di instaurare relazioni intime caratterizzate dal riconoscimento di due “soggettività” e non dall’uso strumentale dell’altro ne è l’espressione più piena.

W. Reich (1942), allievo ribelle di S.Freud si è addentrato ulteriormente nel mondo pulsionale ed ha fatto della teoria dell’orgasmo un pilastro del suo sistema di pensiero.

La sua tesi è che esiste un’energia naturale la cui espressione più evidente nell’organismo umano è la sessualità genitale che culmina nella funzione dell’orgasmo.

Per Reich,l’orgasmo appunto è quell’esperienza che trascina il singolo organismo nella comunione con la pulsione primoridiale della vita, la sua funzione infatti è chiamata “funzione primordiale della vita”. L’esperienza dell’orgasmo supera la coscienza dell’io e della propriocenzione della sensibilità corporea per affondare nel sentimento oceanico di una comunione con le correnti vitali più profonde, con il ritmo stesso della vita.

Egli ha poi aggiunto che la sanità psichica dell’individuo dipende direttamente dall’equilibrio sessuale, dal pieno dispiegamento della potenza orgastica e che la repressione della sessualità infantile è la vera origine della nevrosi e dei traumi caratteriali.

In effetti per molti individui non è facile sperimentare una sessualità appagante proprio a seguito di pregresse esperienze traumatiche vissute nell’infanzia. Anche per chi vive una malattia nelle sue diverse implicazioni psichiche e fisiche o per chi è attraversato da forti preoccupazioni ed ansia è difficile farsi attraversare dall’ Eros.

Stati d’ansia, quadri depressivi, sensi di colpa sono infatti molto spesso correlati ad un calo del desiderio sessuale.

Le vicissitudini del desiderio, la curva orgasmica ossia la risposta sessuale nelle sue distinte fasi sono poi differenti per l’uomo e per la donna.

La donna sperimenta con l’orgasmo contrazioni ritmiche dei muscoli pelvici; il clitoride ne è sempre coinvolto sia in forma diretta o indiretta.

Nell’uomo invece l’orgasmo consiste in due fasi: la prima implica contrazioni degli organi riproduttivi interni ed è quella in cui l’uomo che si conosce può fermarsi, accelerare, rallentare il ritmo del rapporto; nella seconda i muscoli alla base del pene si contraggono e vi è la fuoriuscita del seme non più controllabile.(Jenny Hare)

Nella donna poi la sessualità è particolarmente influenzata dal contesto, dall’intimità, dai sentimenti e dalla relazione di fiducia con il partner.

Molte donne dichiarano di non aver mai sperimentato l’orgasmo ma non per tutte questo è vissuto in modo problematico. Certo è che esistono condizionamenti sociali tali per cui per la donna l’abbandonarsi è più difficile, vi è un uso meno disinvolto delle fantasie erotiche e pure dell’autoerotismo. Teniamo pure ben presente che l’espressione della sessualità femminile è particolarmente condizionata da variabili soggettive, dall’affettività ed dal coinvolgimento emotivo: un partner amorevole indubbiamente è un prezioso aiuto.

Sempre la donna poi, a differenza dell’uomo, se adeguatamente stimolata ed in particolari situazioni di intimità, può anche sperimentare orgasmi multipli questo perché, a differenza dell’uomo, “non ha un periodo refrattario” ossia quello che non permette alcun tipo di risposta sessuale neppure a fronte di sollecitazioni dunque.

Ad ogni modo  quello che è fondamentale tener presente è che non c’è attitudine più anti-erotica di quella legata al “io voglio…a tutti i costi”.

Rischia di essere un’operazione pericolosa per il ben-essere di una coppia quella di mettere al centro della relazione il raggiungimento dell’orgasmo anziché  il piacere di stare insieme e lo scambiarsi reciprocamente vissuti, sensazioni, bisogni.

Il creare un contesto accogliente, il  prendersi un tempo  senza la fretta di passare dalla fase dei preliminari a quella della penetrazione, sono solo alcuni degli ingredienti che predispongono ad un incontro erotico appagante.

Prima di occuparci dell’orgasmo dovremmo poi chiederci quanto spazio -tempo riserviamo nella nostra vita al piacere. Quanto tempo dedichiamo alla cura, all’igiene, a valorizzare il nostro corpo, non per aderire ai modelli omologanti che provengono dall’esterno quanto per rispettare quello che la via tantrica definisce il nostro “Tempio sacro”?(Zadra, 1998, 1999)

Parlare di piacere implica sintonizzarsi sulla dimensione sensoriale, per molti la più dimenticata a vantaggio dell’azione e del pensiero.

Abbiamo perso la capacità di “sentire”. I nostri sensi: dalla vista, all’udito, all’olfatto, al gusto e ovviamente al tatto sono intorpiditi, a volte persino anestetizzati fino a faticare a trovare “il senso” della vita.

Recuperare tutto questo, ri-alfabetizzarsi è la via per entrare maggiormente in contatto con la propria corporeità e  quella altrui per tornare a sentirsi pienamente vivi.

Senza questa premessa la ricerca dell’orgasmo rischia di trasformarsi in un pensiero osssessivo all’interno di un’ attitudine finalizzata alla prestazione, la più anti-erotica delle predisposizione a qualsiasi incontro amoroso.

La via tantrica di tradizione antichissima lo sa bene: al centro bisogna porre il ben-essere, l’appagamento, il soddisfacimento e non la prestazione.

Un’attitudine meditativa, l’attenzione al respiro, al sentire, la liberazione del suono della voce e del movimento favoriscono l’esperienza sessuale e l’orgasmo ma tutto ciò richiede disciplina e dedizione.

Ciascuno di noi ha fatto esperienza di un’educazione psico-affettiva e sessuale, prima in famiglia, poi a scuola carente perché essa ha enfatizzato il pensiero e l’azione a discapito del sentire; il dovere anziché il piacere, la mente a discapito del corpo; l’inibizione della vitalità anziché la sua espressione.

C. Naranjo nel suo bel libro “la civiltà, un male curabile”(2007) a riguardo così si esprime: “Ecco, dunque, quale potrebbe essere il primo impegno di un ipotetico governo saggio e libero verso i propri cittadini: salvaguardare il loroozio, che è il tempo liberato dalla compulsione di guadagnarsi da vivere “con il sudore della fronte”, un tempo sabbatico per vivere, convivere, per essere, per crescere.


Milva – Lili Marleen (1990)

milva


I libri sono per loro natura strumenti democratici e critici: sono molti, spesso si contraddicono, consentono di scegliere e di ragionare. Anche per questo sono sempre stati avversati dal pensiero teocratico, censurati, proibiti, non di rado bruciati sul rogo insieme ai loro autori. [Corrado Augias]

Lo scaffale iridato

libri


Ipotesi di passaggio da società matriarcali a patriarcali

Varie studiose e studiosi hanno ipotizzato ragioni e tempi in cui il patriarcato ha preso il sopravvento rispetto a società che vengono definite matriarcali, matrifocali e matrilineari.

Riassumo qui alcune delle tesi più recenti.

L’archeologa Marija Gimbutas (1921-1994) nelle sue varie pubblicazioni postula che le antiche società in Europa non erano né dominate dagli uomini né erano primitive e che il patriarcato si manifestò come risultato di una “collisione di culture” che diede il via alla diffusione di modelli androcentrici.

Vecchia Europa è il termine che Gimbutas crea per identificare le strutture sociali e simboliche delle popolazioni del Neolitico indicando società ugualitarie, matrilineari, non dominatrici e aventi in comune modelli economici, di vita rituale e sociale.

Coniò il termine “cultura Kurgan” facendo riferimento alle comunità pastorali documentate nelle zone della regione tra il Volga, gli Urali e il Mar Caspio intorno al V millennio a.c. Queste erano derivate da un lungo processo di convergenza di diverse popolazioni delle steppe e condividevano tradizioni comuni.

Gimbutas ipotizza nel libro “The civilization of the Goddess” che l’addomesticamento del cavallo (quindi la possibilità di cavalcare i cavalli che viene fatta risalire intorno al 5000 a.c. nelle aree tra l’Ucraina dell’est e il nord del Kazahistan) abbia contribuito a intensificare atteggiamenti bellicosi e di aggressività territoriali di quelle tribù nomadi.

Descrive come la progressiva collisione tra due sistemi sociali, di linguaggio e ideologie diverse risultò nella disintegrazione delle società della Vecchia Europa portando alla dispersione del linguaggio Proto-Indo-Europeo (PIE) e alla creazione di società ibride che a partire dalle steppe del Volga si espansero verso le coste del Mar Nero nel bacino danubiano a partire dal 4500 a.c. per poi arrivare in Europa verso il 3000 a.c.

Identifica tre ondate di incursioni che introdussero aspetti sociali, ideologici e tecnologici sconosciuti alle popolazioni neolitiche dell’Europa. Questi aspetti includevano strutture sociali patriarcali, la metallurgia del bronzo, le armi, l’addomesticamento del cavallo, l’economia pastorale, l’adorazione di dei del cielo, ceramiche decorate con frammenti di conchiglie e decorate con impressioni di simboli solari, atteggiamenti aggressivi.

Gimbutas ritiene che una volta che il processo di sconvolgimento iniziò si ebbero innumerevoli casi di tradizioni della Vecchia Europa che vennero incorporate in quelle delle società ibride ed elementi indigeni e alieni coesistettero per molto tempo.

La collisione di culture produsse storie, canti, miti, rituali e credenze in cui furono introdotti nuovi elementi che legittimavano l’imposizione del potere maschile oltre ai loro status di dominazione e a privilegi.

Furono cambiamenti drammatici a livello sociale.

Heide Goettner-Abendroth, fondatrice dei moderni Studi Matriarcali, definisce questo lungo processo di trasformazione “l’ascesa del patriarcato”. Esso ebbe luogo in tutto il mondo in un periodo d 6-7.000 anni e ancora continua. Definisce “la universalità della dominazione e del patriarcato un mito, un mero pilastro della ideologia patriarcale” e illustra  alcune ipotetiche tesi emerse da vari autori riguardo l’ascesa del patriarcato e che a suo avviso in realtà sono risultati dello stesso e non cause originali:

Paternità biologica. GoettnerAbendroth afferma che il riconoscimento della paternità biologica non può essere un elemento in quanto devono esserci delle pre-condizioni come l’isolamento di donne dal loro clan di origine e lo sconfinamento in relazioni monogamiche.

Utilizzo dell’aratro. Come è possibile che l’introduzione di un singola innovazione tecnica che dipende dalle maggiori capacità fisiche maschili abbia portato all’ascesa del patriacato? Non esistono prove etnologiche che le donne nelle società matriarcali fossero definite il sesso debole e inoltre in molte società matriarcali anche moderne ci sono uomini che si occupano di lavori pesanti senza per questo aver innescato tendenze patriarcali. Né il fatto di cavalcare il cavallo né l’allevamento di bestiame o il possedere grandi greggi o mandrie possono aver costituito la base del potere dei i primi patriarchi: in società matriarcali molti avrebbero resistito all’accumulazione di proprietà da parte di pochi.

Divisione del lavoro. Questa tesi prevede che le società matriarcali siano state più “primitive” e quella patriarcale sia un’evoluzione di quella precedente (1). Esistono in realtà molte società matriarcali del Neolitico (dal 10000 a.c.) come i primi centri urbani in Anatolia, Palestina e Europa del sud con alti livelli di divisione del lavoro e alta differenziazione sociale, superiore a quella delle truppe guerriere che li hanno conquistati.

Aggressivi e cattivi. Che la natura dell’uomo sia aggressiva e cattiva sarebbe dimostrata dal fatto che essi hanno inventato la società patriarcale della guerra e della dominazione. Gli uomini erano marginalizzati nelle culture matriarcali e quindi si sono ribellati e le hanno ‘detronizzate’. Goettner-Abendroth afferma che questa visione deriva proprio dagli uomini occidentali che si sentono marginali se non sono al centro dell’attenzione delle loro madri, della vita delle donne e della società. Non ci sono evidenze storiche o etnologiche di questo fenomeno.

Goettner-Abendroth (2)  ritiene che di per sé le società nomadi pastorali non crearono una cultura originale e indipendente bensì che esse derivavano da una antica struttura matriarcale come ad es. i Tuareg che vivono in modo matrilineare o matrilocale in tende o altre popolazioni pastorali della Siberia e Mongolia.

Afferma che i processi di trasformazione dal matriarcato al patriarcato seguirono rotte diverse nei diversi continenti. Ad esempio la distruzione della cultura Irochese e di altre culture indigene nord americane avvenne a causa delle invasioni degli Europei e delle loro armi, molto superiori. Nel caso di altre culture fa riferimento alla colonizzazione, all’evangelizzazione cristiana, all’industrializzazione e al turismo di massa nel cosi detto “Terzo Mondo” come esempio di destabilizzazione e in alcuni casi di distruzione delle culture indigene.

In altri casi come in Europa, Goettner-Abendroth afferma che si è trattato di “migrazioni catastrofiche”, probabilmente generate da catastrofi naturali come processi di desertificazione, alluvioni, o aree che progressivamente subivano una glaciazione – quindi grandi cambiamenti climatici.

James De Meo (3), autore di On the origins and Diffusion of Patrism : The Saharian Connection (1981) e Pulse of the Planet (2002), ritiene che l’origine del patriarcato sia inestricabilmente connessa a questioni più ampie e relative alla violenza, ai conflitti e alle guerre. Allinea il concetto di “marchio di Caino” all’“istinto di morte” psicoanalitico e alla nozione cattolica di “peccato originale” ed evidenzia come questi siano in netto contrasto con le ricerche che mostrano che la natura umana è di base pacifica, cooperativa e amorevole.

Le sue ricerche partono dalle teorie sessuo-economiche e dalle scoperte sociali di Wilhem Reich che nei suoi scritti tratta di varie forme di neurosi e di caratteri violenti classificati nelle strutture che Reich definisce “corazze caratteriali”. Reich afferma che la struttura patriarcale e autoritaria della famiglia genera degli adulti “corazzati” che ‘hanno nel tempo sostenuto i roghi delle streghe e poi hanno marciato per Hitler e Stalin’.

Sulla base dei suoi scritti e quelli di altri come Neill, Precott, Terrier e LeBoyer, James De Meo ha elaborato una valutazione inter-culturale di una grande numero di dati antropologici ed etnografici che dimostrano che “le culture con il più alto livello di violenza sociale sono caratterizzate da trattamenti abusivi e duri dei piccoli e dei bambini, dalla repressione sessuale degli adolescenti e di quelli non sposati, da matrimoni compensatori e da strutture gerarchiche che squalificano le donne oltre che dall’ autoritarismo religioso”.

Ha elaborato una “Mappa del Comportamento del mondo” che comparata con una mappa climatica identifica le regioni a più intenso comportamento patriarcale – area denominata da De Meo come zona “Saharasia” dove si concentrano manifestazione estreme (Talebani o Wahabiti). Secondo De Meo le zone con condizioni climatiche estreme o regioni desertiche o di ghiacci o zone dove si verificano carestie,  hanno forgiato nel passato come nel presente comportamenti sociali violenti.

Peggy Reeves Sanday, scrittrice di vari libri tra cui Female Power and Male Dominance; Women at the Center; Life in Modern Matriarchy , è una antropologa e insegna al dipartimento di Antropologia dell’University of Pennsylvania. Sanday ha elaborato un’interessante definizione di matriarcato basata sui suoi studi che a partire dal 1981 per di più di 20 anni ha condotto presso i Minangkabau (uno dei più grandi gruppi etnici matrilineari – circa 4 milioni di persone – che ancora esistono nella parte occidentale dell’isola di Sumatra – Indonesia).

Nel XX secolo gli antropologi dichiararono che il matriarcato non era esistito e che la dominazione maschile era universale.

Sanday sulla base dei suoi lunghi studi sui Minangkabau ha ridefinito il termine Matriarcato spostando il focus da una questione di “regno” (potere politico) a quello di archetipo.

Per matriarcato non intende il governo delle donne, ma un simbolismo materno dominante che definisce e guida il pensiero, le cerimonie e le pratiche. A questo i Minangkabau si riferiscono come adat matriarchaat (usi e costumi matriarcali).

Il suo lavoro è ispirato dalla radice greca arché (4) nel significato di archetipi dell’origine, della fonte, della fondazione. Le stesse donne minangkabau parlano di adat matriarchaat in relazione alla vita e alla dimensione cerimoniale. Secondo Sanday, il sistema matriarcale non esiste isolato da quello patriarcale: “oscurando o denigrando il contributo che le donne e i sistemi matri-centrici hanno dato alla cultura umana, come evidenziano le scienze sociali androcentriche, si oscurano le alternative che possono portare speranza invece che disperazione, pace invece che guerra, uguaglianza invece che dominio (5).

Ci sollecita a porre attenzione alle prospettive delle scienze sociali occidentali che possono essere sia androcentriche, ma anche ginocentriche ed evidenzia che per alcune femministe il “governo delle donne” è un prerequisito allo status di sistema sociale alternativo al patriarcato.

Christina Biaggi, artista e editrice dell’interessante The rule of Mars (2006), illustra una serie di scenari che possono spiegare la bellicosità delle popolazioni Kurgan favorendo così l’instaurarsi di sistemi patriarcali:

Primo scenario: i Kurgan erano discendenti di gruppi pastorali che a causa dell’ambiente e degli stili di vita, davano importanza al ruolo maschile nella loro società e onoravano il Dio del Cielo. Le alluvioni del Mar nero associate all’utilizzo del cavallo li portano a fare incursioni nelle terre dei vicini per poi conquistarli

Secondo scenario: gli antenati dei Kurgan erano tribù di raccoglitori/trici e cacciatori/trici che praticavano una rudimentale agricoltura nelle are intorno al Mar Nero. Le alluvioni gli spinsero verso Nord nelle steppe aride dove diventarono pastori e in seguito monoteisti. Addomesticarono il cavallo e scoprirono la forgiatura del bronzo. Forse mostravano già tratti di sistemi gerarchi nella loro società e forse scarsità di risorse forzarono atti di conquista verso altre popolazioni

Indipendentemente dallo scenario che si sceglie, Biaggi afferma che i drammatici mutamenti climatici dell’area del Mar Nero portarono a una profonda crisi e verso la trasformazione patriarcale dell’Europa sud orientale. 

Sara Morace in “Origine Donna. Dal matrismo al patriarcato, Prospettiva ed., 1997.” illustra le strutture sociali di cooperazione di tipo matristico e non patriarcale  dal 10.000 al 4.000 a.c.,  in cui la superiorità sociale della donna si basava sul suo ruolo di guida del clan e non su imposizioni, come suggerisce il verbo archeo (comandare) contenuto nella parola matriarcato. Morace sostiene che, secondo un’interpretazione marxista, un’agricoltura su larga scala, con lo sfruttamento degli animali, favorì l’accumulo di beni. Dall’assenza di proprietà (i beni vengono prodotti collettivamente e distribuiti nel clan quindi in una economia di tipo cooperativo) si passa alla prima forma di proprietà privata: il surplus dei beni , degli animali, e anche dei figli. La famiglia patriarcale viene fatta risalire alla necessità dei padri di rivendicare i figli come alleati nell’accumulo e nella difesa delle proprietà.

Morace ritiene che il passaggio dalle società pacifiche matriste a quelle patriarcali ha coinciso con conflitti tra popolazioni per il possesso di terre e animali. In un’epoca segnata dalla violenza le donne si sono viste strappare il prestigio e la libertà, e hanno scelto spesso di far parte di una società sì patriarcale, ma che garantiva loro l’incolumità personale. In quel periodo le divinità femminili sono state sostituite da quelle maschili.

Donne che si sono ribellate a questa organizzazione sociale sarebbe confluite in gruppi ancora improntati alla cooperazione matrista e miti oltre che ritrovamenti riguardanti le Amazzoni ne sono la testimonianza.
Morace conclude affermando che il sistema patriarcale, basato sul potere maschile e sul controllo del corpo femminile è ancora vivo, nutrito della cultura misogina che esso ha elaborato.

NOTE

(1) Per le teorie evoluzioniste vedere Ancient Law  (1861) Sir Henry Maine, The origin of Civilization and the Primitive Condition of Man (1870) John Lubbock ,  Frierich Engels , From Savagery to Civilisation ( 1946) J.D.G: Clark, Social Evolution  (1951) V. Gordon Childe e  Elman Service in Primitive Social Organization.

(2) The rule of Mars pag 30 o http://www.hagia.de

(3) http://www.orgonelab.org

(4) arche ha due significati: (1) origine, inizio, fondamento, fonte di azioni, dal primo, dal vecchio, principio iniziale (2) sovranità.

(5) Sanday The rule of Mars

La polarizzazione patriarcale del mondo odierno e la consapevolezza che i valori in cui viviamo immerse non possono venir considerati come scontati.

E’ necessario analizzare le ragioni che hanno portato all’instaurarsi di forma sociali patriarcali ma anche attivare la consapevolezza di quali ruoli i valori patriarcali giocano nella nostra società e dentro di noi per lavorare verso il riscatto di quei valori matriarcali che possono creare reali possibilità di cambiamento.


Artemisia Gentileschi

La parola che più ricorre nella storia di Artemisia Gentileschi è passione: quel sentimento dirompente che accompagna ogni persona nel perseguimento dei propri sogni, tanto più ammirevole ed esemplare quanto più ostacolato da difficoltà e sofferenze.

Una donna pittrice. Nulla di strano se fosse stata un’artista dei nostri tempi, ma Artemisia nacque a Roma nel 1593, in un periodo in cui la pittura era ancora considerata una professione “da uomini”. Poche donne, come Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana, erano riuscite ad emergere dal contesto familiare nel quale, normalmente, l’interesse per l’arte si coltivava ad un livello per lo più dilettantistico; alle donne, infatti, veniva negato l’accesso alla sfera del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale.

La fortuna di Artemisia fu quella di nascere in una famiglia di artisti affermati, primo fra tutti il padre Orazio Gentileschi, suo maestro e fervido esponente del caravaggismo romano. Fu lui ad introdurre la figlia nel vivo ambiente culturale che caratterizzava Roma a quei tempi: tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, Caravaggio lavorava nella Basilica di Santa Maria del Popolo e nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, Guido Reni e Domenichino gestivano un cantiere a S.Gregorio Magno, i Carracci ultimavano gli affreschi della Galleria Farnese.

A soli 17 anni Artemisia dipinse la sua prima grande opera, Susanna e i vecchioni (1610),dimostrando già uno spiccato talento nella personale rielaborazione di modelli classici, unita ad un’indagine naturalistica nella resa del corpo nudo della fanciulla e del moto avvitante dei due uomini da cui ella si ritrae. Le doti artistiche della giovane pittrice venivano così esaltate dal padre Orazio in una lettera inviata alla granduchessa di Toscana Cristina di Lorena, nel 1612: «questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere.» (fonte: “Artemisia Gentileschi. La pittura della passione”, a cura di Tiziana Agnati e Francesca Torres, Edizioni Selene, Milano, 2008)

Tra i tanti artisti che collaboravano con la famiglia Gentileschi, Orazio scelse Agostino Tassi, pittore di vedute e paesaggi, affinché insegnasse alla figlia ad usare la prospettiva nei suoi dipinti.

Proprio alla figura del Tassi è legato l’episodio più doloroso della vita di Artemisia: nel maggio del 1611 la giovane subì uno stupro da parte del maestro. L’aggressore venne denunciato solo un anno dopo da Orazio, oltre che per la violenza compiuta, per non aver potuto riparare all’atto con un matrimonio, essendo il Tassi già sposato. Il processo si svolse pubblicamente a Roma, e fu in questa occasione che Artemisia dimostrò grande coraggio nel rispondere all’umiliazione subìta, accettando la peggiore delle torture per un pittore, lo schiacciamento dei pollici, pur di provare la veridicità della sua testimonianza.

La conclusione del processo, con una debole condanna nei confronti del Tassi, non scoraggiò Artemisia dal proseguire la sua attività artistica e intellettuale; dapprima la giovane preferì allontanarsi da Roma, per raggiungere Firenze. Forse per smorzare la fama generata dal triste episodio romano, iniziò a firmare i suoi dipinti con il cognome Lomi (ripreso dal nonno paterno: Orazio, per distinguersi dal fratello Aurelio, anch’egli pittore, aveva acquisito il cognome della madre), e fiorirono per lei numerose committenze e occasioni di collaborazione con grandi artisti fiorentini. A Firenze Artemisia fu la prima donna ad essere ammessa all’Accademia del Disegno, godendo dell’approvazione e del plauso dei colleghi pittori.

A questo periodo risale l’Allegoria dell’inclinazione (1615-16), giovane donna scarmigliata e nuda, dipinta nel palazzo di Michelangelo Buonarroti il giovane, che voleva così omaggiare la propensione naturale verso le arti del famoso prozio.

Altre figure femminili fiere e volitive sono protagoniste dei dipinti fiorentini, come Minerva, la Maddalena, Santa Caterina e soprattutto Giuditta. La vicenda dell’eroina biblica, infatti, ricorre in più dipinti di Artemisia e di suo padre.

Giuditta che decapita Oloferne – 162La versione più famosa è Giuditta che decapita Oloferne(1612-13) conservata nella Galleria Nazionale di Capodimonte a Napoli; la scena appare compressa all’interno della tela, fattore che ne aumenta la drammaticità. La violenza dell’atto viene mitigata dalla distensione che traspare dal volto di Giuditta; di grande effetto ottico è la limitata scelta di colori contrastanti: rosso scarlatto, blu elettrico e il bianco del lino, sporcato di sangue. Il prototipo a cui Artemisia avrebbe fatto riferimento è l’omonima tela di Caravaggio, da cui avrebbe ripreso l’impianto luministico e l’efferatezza della scena. Senz’altro la drammatica esperienza dello stupro avrà influito sull’impatto emotivo del dipinto.

Artemisia, nonostante il matrimonio con il fiorentino Pierantonio Stiattesi, rivendicò sempre la sua indipendenza di donna e di artista. Da Firenze tornò a Roma nel 1620, decisa ad accudire da sola le sue figlie. A questo secondo periodo romano risale una nuova versione del tema di Giuditta in cui la scena viene ripresa da una distanza maggiore, i toni di colore risultano abbassati e la violenza espressiva fortemente accentuata nell’accanimento della fanciulla che infligge il colpo di spada, lasciando trasparire l’orrore del volto al vedere zampillare il sangue di Oloferne.

Un’altra importante fase della carriera di Artemisia si svolse a Napoli, dove la pittrice giunse intorno al 1630, a seguito di una breve permanenza a Venezia, dove letterati ed artisti avevano potuto ammirarne le grandi doti. Nella città partenopea Artemisia ricevette committenze dai Vicerè e si dedicò all’arte sacra dipingendo, tra gli altri, episodi della vita di San Gennaro, per la cattedrale di Pozzuoli. Durante il periodo napoletano, non mancarono committenze insistenti anche da altre parti d’Italia e dall’estero; il soggiorno più importante si svolse a Londra, dove l’artista rimase dal 1638 al 1642, alla corte di Carlo I, presso il quale Orazio Gentileschi già lavorava da qualche tempo (qui morì nel 1639). Nell’ultimo periodo della sua vita, ancora a Napoli, Artemisia lavorò soprattutto per il collezionista Antonio Ruffo di Sicilia, fino alla morte, sopraggiunta nel 1653.

La figura di Artemisia Gentileschi, dopo la fama raggiunta in vita, rimase nella penombra fino al secondo dopoguerra; la conoscenza che si aveva di lei era legata per lo più alle vicende biografiche, in particolare al processo per stupro, più che alle reali doti artistiche della pittrice. Una delle letture più gettonate è stata quella in chiave femminista che, negli anni Settanta, ha eletto Artemisia quale simbolo della volontà delle donne di combattere contro il potere maschile. Ma questo punto di vista ha finito per essere inevitabilmente parziale e riduttivo rispetto al profilo umano, intellettuale ed artistico di questa grande donna.


Milva canta Battiato: Io chi sono?

Milva – Io chi sono?
di F.Battiato/M.Sgalambro – F. Battiato

io sono. Io chi sono? 
Il cielo è primordialmente puro ed immutabile
Mentre le nubi sono temporanee
Le comuni apparenze scompaiono 
Con l’esaurirsi di tutti i fenomeni 
Tutto è illusorio privo di sostanza
Tutto è vacuità 

E siamo qui ancora vivi di nuovo qui
Da tempo immemorabile 
Qui non si impara niente sempre gli stessi errori
Inevitabilmente gli stessi orrori da sempre come sempre

Però in una stanza vuota la luce si unisce allo spazio
Sono una cosa sola inseparabili 
La luce si unisce allo spazio in una cosa sola

Io sono. Io chi sono?

La luce si unisce allo spazio in una cosa sola indivisibili

Io sono. Io chi sono?


Questione di genere e movimenti femminili / femministi

Non è facile spiegare che cosa è il GENERE, quale funzione potrebbe avere nel movimento per “un altro mondo possibile”, quali siano le implicazioni politiche del suo riconoscimento e della sua utilizzazione.

In analisi grammaticale si dice genere femminile e genere maschile e queste formule vengono spesso riprese da alcuni settori del femminismo. In realtà quando si dice (per esempio) “genere femminile” ci si colloca inconsapevolmente o consapevolmente all’interno di un complesso dibattito teorico. In modo particolare si prende una posizione che, nel dibattito teorico, viene chiamata ESSENZIALISTA, per cui il genere sarebbe l’immediata espressione culturale del sesso, come se il sesso fosse la struttura della sovrastruttura genere. Esiste un sesso femminile e quindi un genere femminile: il genere femminile è la forma culturale specifica con cui in una certa epoca si presenta il sesso femminile.

La posizione essenzialista  crea un determinismo biologico , uomini e donne sono espressione della loro sessualità, per cui c’è una struttura sesso sulla quale si colloca una sovrastruttura genere e quindi una visione sostanzialmente statica delle relazioni di genere.

Un femminismo che si fondi su una visione statica non può essere che un femminismo idealizzante dell’esistente, quindi un femminismo che cercherà di valorizzare il femminile rispetto al maschile. L’ipotesi di femminismo che io propongo invece è una critica del femminile e del maschile che non sono proiezioni immediate del sesso ma hanno dentro elementi culturali, relazioni di potere che quindi rendono il genere qualcosa di diverso dal sesso.

Posizioni meno semplicistiche preferiscono usare le formule sesso femminile e sesso maschile, dire “DIFFERENZA SESSUALE ” e non “differenza di genere”, perché in questo modo si allude al puro fatto biologico, all’esistenza di due corpi diversi. E poi utilizzare il termine il genere nei suoi significati complessi e diversificati. Si può dire con certezza che una lesbica è di sesso femminile, sul fatto che sia anche di genere femminile il dibattito è aperto. “Le lesbiche non sono donne”, ha scritto una delle più geniali teoriche del lesbismo, Monique Wittig.

Le lesbiche sono donne – ribattono altre – perché subiscono la ferita narcisistica della castrazione, a cui reagiscono con il diniego. Ma non si tratta solo di una questione di preferenza sessuale. Considerare il genere dinamico e variabile, storico e locale significa prendere atto che gli uomini e le donne sono per natura animali di cultura, che si può essere donne in un’infinita varietà di modi.

Che cosa è il genere allora ? Il genere è prima di tutto un PARAMETRO scientifico di lettura delle relazioni umane. Come gli esseri umani stanno tra loro in rapporti di classe, così stanno tra loro in rapporti di genere.

Il genere è un fenomeno ideologico, è cioè il modo in cui una società, un gruppo umano, una comunità vivono l’appartenenza all’uno e all’altro sesso. Ma è anche un fenomeno materiale, cioè è il complesso delle implicazioni sociali della differenza sessuale in quella società, in quel gruppo umano, in quella comunità.

L’assenza del parametro di genere nelle analisi della realtà limita fortemente il carattere scientifico di qualsiasi lavoro. Le prospettive della sociologia e dell’economia politica, per esempio mutano radicalmente se nell’osservazione è incluso o non è incluso il genere. Una teoria delle classi non potrebbe prescindere dal ruolo che tradizionalmente hanno svolto le donne nella formazione dell’esercito di riserva, nel lavoro precario o nelle occupazioni che socializzano i compiti femminili. Allo stesso modo non potrebbe prescindere dall’esistenza di compiti di riproduzione, assolti soprattutto dalle donne e non retribuiti o retribuiti con quel che occorre a riprodursi a sua volta.

Sono state soprattutto le intellettuali organiche del sesso femminile, cioè le femministe, a indagare sul genere, così come sono stati gli intellettuali organici delle classi subalterne a indagare sulla classe. E questo perché evidentemente il genere non è solo un astratto parametro scientifico: eanche un PRINCIPIO D’ORDINE. I rapporti di genere sono rapporti di potere, che si manifestano in forme diversificate e complesse e per questo è spesso difficile individuarli e sottoporli a critica. I rapporti di potere tra sesso maschile e femminile costituiscono un sistema che il femminismo chiama PATRIARCATO. Il patriarcato sta al genere come il capitalismo sta alla classe, è cioè uno specifico sistema di genere, come il capitalismo è uno specifico sistema di classe.

Il patriarcato nel senso letterale del termine è ovviamente scomparso da tempo, almeno in questa parte del mondo. Esso si riferisce infatti a un’organizzazione della famiglia in cui l’autorità e le principali funzioni sono nelle mani dell’uomo più anziano e l’eredità è trasmessa ai soli discendenti maschi, con preferenza per i primogeniti.

Tuttavia il fatto che il patriarcato sia esistito per migliaia di anni(sia pure in forme assai diverse tra loro) e sia stato probabilmente preceduto dalla dominanza, che è un fenomeno pre-umano, ha lasciato tracce profonde, ma visibili solo se si assume il genere come parametro e se ne intende la natura di rapporto di potere.

Quel che opprime le donne è prima di tutto un complesso di strutture. Una donna può nella sua vita non subire mai l’oppressione diretta di un uomo, ma subire lo stesso l’oppressione patriarcale, così come una persona può anche non avere un padrone, ma subire l’emarginazione, l’espropriazione, il disagio delle strutture capitalistiche. Non trovare casa per i costi troppo alti degli affitti, non potersi curare per mancanza di posti in ospedale, non avere lavoro ecc. sono effetti di un rapporto di potere fondato sulla classe, anche se poi non c’è un padrone con il cronometro e lo scudiscio.

La strutture patriarcali sono ancora oggi alla base di ogni società, sia pure in modi assai diversificati. Non è mai esistito il MATRIARCATO, sono esistiti la matrilinearità e forme di patriarcato in cui le donne sono state più libere. Le strutture patriarcali agiscono in profondità e condizionano profondamente la vita delle donne e degli uomini. Sono note e discusse all’infinito nel femminismo le teorie della PSICOANALISI sulla catastrofe psicologica che produrrebbe nella bambina la scoperta di essere priva del PENE, sul rancore verso la madre e la scarsa stima di sé che ne deriverebbe, sull’invidia per la preziosa appendice come costante di ogni desiderio femminile di affermazione…

Freud non era matto, aveva solo intercettato attraverso i suoi esperimenti clinici la presenza di una ferita narcisistica legata alla scoperta della differenza di sesso. Il limite della sua interpretazione consiste nell’aver attribuito quella ferita alla biologia e di averne ignorato l’aspetto culturale: la ferita è legata alla scoperta che non essere uomo (cioè non avere il pene) significa valere di meno; l’invidia del pene è l’invidia del ruolo sociale di chi ha il pene, cioè dell’uomo, dell’individuo di sesso maschile. Lacan, uno psicoanalista francese, ha distinto poi il pene dal fallo, che è il pene sociale: quel che le donne invidiano è il FALLO (cioè il potere, l’autonomia, la parola…), poi il pene diviene il feticcio del fallo.

Queste strutture continuano ad agire con l’atteggiamento dei genitori che investono più sui figli maschi che sulle figlie femmine e dalla combinazione tra la ferita narcisistica della castrazione e le ridotte aspettative hanno origine alcune caratteristiche femminili di scarsa fiducia in se stesse, senso eccessivo del limite, bisogno di sostegni maschili ecc. Si può discutere se le cose oggi stiano per le donne ancora così, ma se sono almeno in parte cambiate questo vale per un’area abbastanza limitata del mondo.

Il patriarcato, o addirittura la dominanza, agisce nella VIOLENZA contro le donne, che è presente dappertutto e costituisce la trama sottostante la civilizzazione. La violenza familiare nelle sue forme peggiori e in quelle più innocue; la violenza sessuale con cui gli uomini spesso puniscono la libertà delle donne; i furti, gli scippi, le aggressioni di cui sono autori, nel 90% dei casi, uomini e vittime, nella grande maggioranza dei casi, donne sono l’espressione di un rapporto di cui le leggi riescono solo molto parzialmente a modificare le dinamiche.

Struttura patriarcale è la logica per cui alla violenza contro le donne si reagisce con il paradosso della reclusione delle vittime, invece che con l’educazione e il controllo degli aggressori potenziali. Sono strutture patriarcali quelle che determinano la DIVISIONE DEL LAVORO tra donne e uomini: dappertutto le donne lavorano molto più degli uomini, perché devono farsi carico sia del lavoro per lo stipendio o il salario, sia del lavoro domestico e di cura, sia del lavoro di produzione, sia del lavoro di riproduzione. Questo fenomeno è caratteristico di tutte o quasi le società umane e non solo di quelle in cui le donne hanno conquistato l’EMANCIPAZIONE. Ne è la prova che tra le donne che hanno gli orari di lavoro , compreso il lavoro di cura e riproduzione, più lunghi sono al

primo posto le keniote e al secondo le italiane, con orari di lavoro che hanno punte massime anche di ottanta ore la settimana. Per l’azione delle strutture patriarcali le donne sono piccola minoranza nelle assemblee elettive (almeno che non vengano messe in atto specifiche misure antidiscriminatorie), detengono una porzione infinitesimale della proprietà, hanno ruoli ancora secondari nella cultura, malgrado i veri e propri balzi in avanti fatti nel corso del XX secolo.

Le ragioni per cui le donne sono ancora SECONDO SESSO anche nelle civiltà occidentali sono complesse e preferisco in proposito rispondere a domande, se mi verranno fatte. Anticipo però un’importante osservazione: il doppio lavoro femminile non basta da solo a spiegare le difficoltà delle donne soprattutto in alcuni settori della sfera pubblica. Non spiega per esempio perché le donne sono nel PRC il 17% poco più o poco meno. Basta guardare il movimento, il volontariato e altre espressioni dell’impegno sociale per rendersi conto di quanto le donne siano oggi attive al di là della sfera privata e nel mondo in genere.

Il discorso sulle strutture patriarcali potrebbe continuare ancora a lungo non solo per quel che riguarda la loro ampiezza e profondità nella stessa civiltà occidentale, ma anche sulla grande varietà dei modi. Sono espressione di strutture patriarcali sia il burqa, sia l’inflazione di corpi femminili nudi; sia la lapidazione delle adultere, sia la prostituzione coatta. Naturalmente non si può fare di ogni erba un fascio ed è evidente che siamo di fronte a forme di patriarcato assai diverse, per cui non avrebbe senso tracciare un segno di equivalenza.

Strutture patriarcali attraversano (per esempio) anche le organizzazioni e i partiti della sinistra, anche il movimento, anche i luoghi politici che frequentiamo e in cui siamo attive. Certe assemblee del PUNTO ROSSO (per esempio) con venti uomini alla presidenza e il novanta per cento di interventi maschili ne sono stati l’espressione visibile e indiscutibile. Oggi le cose sono un po’ cambiate, perché dopo anni di sberleffi e proteste gli organizzatori hanno cominciato a sospettare che forse esiste un problema. Dubito però che abbiano capito quale.

Il movimento politico che ha lottato e lotta contro le strutture patriarcali si chiama FEMMINISMO. Per quanto ovviamente si possano trovare degli antecedenti in tutta la storia della specie umana, il fenomeno politico vero e proprio nasce quando nasce la politica nel senso moderno del termine, cioè con la rivoluzione del 1789. Come altri movimenti di liberazione della storia contemporanea, il femminismo è un movimento reale, legato all’attivizzazione politica di ampi settori di donne; è un complesso di discorsi, di miti, di teorie che ne trascrivono e bisogni e le aspettative; è un insieme di strutture organizzative con logiche proprie diverse da quelle di altri soggetti di liberazione. Il femminismo si articola in FEMMINISMI, perché le donne sono diverse tra loro per collocazione di classe, per appartenenza a civiltà e culture diverse, per preferenze sessuali, per scelte politiche, così come sotto la categoria movimento operaio raccogliamo molte realtà diverse possiamo usare femminismo come categoria unificante.

Malgrado l’esigenza di mantenere sempre fermo l’uso del plurale, il movimento in quanto tale ha mostrato alcune costanti non sempre facili da individuare e interpretare:

A. Il femminismo nasce e rinasce sempre a sinistra, anche se il termine sinistra deve essere inteso in questo caso in senso molto lato. Nasce cioè nel seno di tendenze democratiche, progressiste o rivoluzionarie. Il femminismo di destra, che pure esiste, è invariabilmente il prodotto di un falling- out, di una ricaduta di femminismi nati altrove sul complesso della società: accade spesso che quel che appariva trasgressivo e scandaloso ieri, appaia ovvio e normale oggi e la società nel suo complesso vi si adegui. Il femminismo di destra vede anche singole donne in conflitto con il senso comune del proprio ambiente, perché in qualche modo influenzate dai discorsi e dalle pratiche femministe, ma anche in questo caso si tratta di un fenomeno di ricaduta.

Il femminismo è nato e rinato al fianco della rivoluzione francese, delle rivoluzioni nazionali europee della prima metà del XIX secolo, del movimento abolizionista della schiavitù nell’America del nord, del movimento operaio, del Sessantotto. All’interno di questi fenomeni si è creato lo spazio materiale e culturale di una politicizzazione delle donne e poi di una presa di coscienza di genere. Il femminismo nasce a sinistra perché il carattere distintivo rispetto alla destra è la messa in discussione dell’ordine gerarchico.

B. Il femminismo usa in genere la forma di lotta della pressione conflittuale. Si colloca cioè all’interno o al fianco o nei pressi del fenomeno su cui intende esercitare un’influenza, ne critica la misoginia, ne mette in luce le contraddizioni ecc. , ma ne utilizza anche il linguaggio e le categorie di pensiero. Così per esempio il femminismo al fianco della rivoluzione del 1789 parla di égalité, formula la dichiarazione dei diritti delle donne, crea club femminili, teorizza la libertà dell’ individuo- donna. Il femminismo che si sviluppa nel movimento per l’abolizione della schiavitù, parla del rapporto uomo-donna come di schiavismo, rimprovera agli uomini la contraddizione tra la lotta di cui sono protagonisti e la permanenza della schiavitù delle loro mogli e figlie, ecc.

Il femminismo nato alla metà degli anni Sessanta negli Stati Uniti ha subito l’ascendente intellettuale e politico delle rivoluzioni dei popoli oppressi e delle lotte degli afroamericani e ne porta tracce evidenti nel linguaggio: liberazione, autodeterminazione, differenza sono categorie legate a un immaginario politico nazionalista. Luce Irigaray, una delle teoriche del differenzialismo, per indicare la separazione dalla madre operata dalla legge del padre usa i termini esilio – estradizione – espatrio.

C. Il femminismo si è fatto interprete di un insieme di rivendicazioni, diverse secondo il tempo, i luoghi, il settore di donne a cui di volta in volta ha fatto riferimento. Ha rivendicato per le donne la maggiore età e la fine delle tutele maschili, la possibilità di ereditare e possedere beni, di amministrare, di fissare il proprio domicilio, di accedere all’istruzione e a tutti i lavori, di avere parità di salario e di diritti, di poter votare ed essere elette, di poter disporre del proprio corpo ecc. Le lotte degli anni Settanta in Italia hanno avuto come effetto la legge che depenalizza l’ABORTO nei primi tre mesi di gravidanza, la diffusione della contraccezione (sia pure con alcuni limiti), un nuovo diritto di famiglia, la fine di fenomeni aberranti come il cosiddetto DELITTO D’ONORE e soprattutto una maggiore libertà sessuale.

La permanenza di CAPITALISMO e PATRIARCATO ha poi dato a queste stesse conquiste spesso un senso diverso da quello della libertà autentica, ma ha comunque prodotto cambiamenti positivi nel costume e nell’identità femminile.

D. Il femminismo è dalle sue origini e ancora oggi un fenomeno politicamente debole, cioè frammentario, intermittente, marginale. Ci sono stati lunghi periodi della storia in cui si è inabissato, diventando assolutamente invisibile. Questo è accaduto (per esempio) tra gli anni Venti e la metà degli anni Sessanta: nel periodo di latenza è stato considerato una corrente superata dalla storia e legata all’esigenza di battere pregiudizi ed esclusioni ormai superati.

Anche nei suoi momenti migliori si presenta come una realtà scarsamente organizzata, fatta di piccoli o piccolissimi gruppi poco comunicanti, di comunità chiuse, di circoli culturali o di attività di solidarietà importanti, ma che raramente riescono ad avere accesso alla politica autentica.

Nel complesso dei fenomeni a cui abbiamo dato il nome di GLOBALIZZAZIONE, il genere è stato un elemento determinante dei meccanismi di inclusione e di esclusione. Negli ultimi decenni del XX secolo si è determinata un’immissione senza precedenti di donne nel lavoro socializzato, ma la domanda femminile di autonomia economica è stata utilizzata per rendere più flessibile e precario anche il lavoro degli uomini, per escludere dalle garanzie e dalla sicurezza.

La femminilizzazione del lavoro e delle migrazioni mostra abbastanza chiaramente la funzione del genere nella ridefinizione degli ordini gerarchici. Nel SUD del mondo, nelle assunzioni sono state preferite le donne, come in tutte le economie che si affacciano al mercato mondiale e in cui prevalgono le lavorazioni ad alto tasso di manodopera. Al NORD sono state preferite le donne perché i nuovi lavori sono in maggioranza precari e a tempo parziale e perché in questa parte del mondo le economie tendono a diventare economie di servizi.

La più forte presenza di donne nel mercato del lavoro, come già era accaduto con il capitalismo di Manchester, da una parte rende più frammentaria e difficile la loro esistenza, dall’altra incrina o spezza vecchie strutture patriarcali e millenarie oppressioni, agisce sulle identità maschile e femminile, indebolisce la relazione di potere tra uomini e donne.

La vicenda del XX secolo mostra però che gli esiti della complessa vicenda delle RELAZIONI DI POTERE non sono né unilaterali né obbligati. Il capitalismo agisce infatti in due direzioni opposte. Esso tende a distruggere le vecchie relazioni di potere e a ridurre tutti i rapporti umani a rapporti tra detentori di capitale (nelle varie forme in cui il possesso di ricchezze può manifestarsi in una società) e forza lavoro libera di vendersi o di crepare.

Nello stesso tempo tuttavia ha anche bisogno di una strategia sociale di DIVISIONE e GERARCHIZZAZIONE della forza lavoro, che si sono appunto realizzate attraverso il genere e l’appartenenza razziale o nazionale. Negli Stati Uniti (per esempio) non sono mai esistiti partiti operai di massa come in Europa, perché il proletariato è stato profondamente diviso secondo una gerarchia razziale e di ondate migratorie. In Europa ai gradini più bassi del lavoro dipendente si colloca la FORZA LAVORO MIGRANTE, con tendenziali forme di gerarchizzazione interna secondo criteri simili a quelli che hanno agito e agiscono negli Stati Uniti.

Anche il genere resta un elemento di gerarchizzazione, visto che le donne occupano i livelli inferiori del lavoro dipendente, hanno salari più bassi attraverso una serie di meccanismi che aggirano le leggi sulla parità salariale, rappresentano la parte più precaria e flessibile del lavoro salariato.

Il risvolto più pericoloso della globalizzazione è tuttavia un altro. La crisi del movimento operaio e delle speranze laiche di liberazione produce dappertutto un’ascesa degli INTEGRALISMI e delle destre, che mette a rischio grave le conquiste e le libertà delle donne. Questo avviene sia nei paesi che considerano l’Occidente un nemico e reagiscono al NEO-COLONIALISMO IMPERIALE con il recupero di tradizioni fortemente patriarcali e di identità culturali regressive, sia nell’Occidente stesso in cui le forze sociali della conservazione e/o della restaurazione sociale si appoggiano (nella ricerca di un difficile consenso negli strati popolari) su Chiese e burocrazie ecclesiastiche.

In ITALIA la legge sulla cosiddetta PMA, cioè sulla fecondazione assistita, è un esempio del rapporto tra un governo di destra e un clero (quello cattolico) che non si è mai rassegnato alla laicità dello Stato italiano che considera il luogo privilegiato del suo potere temporale.

Agli inizi del XXI secolo le donne e le intellettuali organiche dei loro movimenti politici si trovano alle prese con i problemi di sempre, sia pure in forme diverse dal passato e in forme diverse secondo le culture e le aree del mondo in cui lottano. Ci si trova ad affrontare marginalità ed esclusione in tutte le aree della sfera pubblica in cui siano in gioco potere e poteri, collocazione sociale nel complesso subalterna, esigenza di difendere ancora e di nuovo la libertà delle scelte sessuali e procreative, persistenza e spesso anche rigurgiti di violenza misogina, acuirsi del conflitto per la contraddizione tra un nuovo desiderio di autonomia delle donne e il rafforzarsi di istituzioni patriarcali a difesa dell’ordine costituito.


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La stupidita’ e’ spesso ornamento della bellezza; e’ la stupidita’ quella che da’ agli occhi la limpidezza opaca degli stagni nerastri, la calma oleosa dei mari tropicali. Baudelaire

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Ciao Margherita

La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l’universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l’insegnamento calato dall’alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede…

Margherita Hack
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Note sull’origine del patriarcato: Britton Johnston

Anzitutto, presupponiamo che ci sia stato un tempo in cui la civiltà sia stata non-patriarcale. Questo è lontano dall’essere provato, sebbene ci sia qualche indicazione che le cose potrebbero essere state così. Ma come avrebbe luogo la transizione dalla cultura non-patriarcale a quella patriarcale?

Si sostiene che, poiché gli uomini sono più aggressivi e forti fisicamente delle donne, essi hanno naturalmente vinto la competizione con le donne per una posizione privilegiata entro la cultura.

Molta parte della dottrina femminista sostiene che non vi sia nulla di quello che un uomo può fare che una donna non possa fare a sua volta. Le donne stanno entrando nell’esercito – anche in fanteria. Esse stanno accostandosi a sport tradizionalmente maschili come la lotta, perfino in competizione diretta con i maschi. Donne maratonete stanno cominciando ad affermare di essere in grado di battere gli uomini in maratone di estrema lunghezza, di cinquanta miglia o più. È improbabile che le donne raggiungano mai una perfetta uguaglianza agli uomini in forza fisica, ma la distanza si sta accorciando nella misura in cui sempre più donne praticano sport competitivi.

La dottrina femminista sostiene altresì che l’aggressività non è necessariamente l’unica forma di forza umana. Sappiamo che la solidarietà umana, per esempio, deve dipendere da qualcosa di più elevato dell’aggressività, e che gli umani cooperando tra loro possono conseguire risultati migliori di quelli ottenuti da singoli individui, per quanto aggressivi questi possano essere. La stile relazionale delle donne tende a produrre una solidarietà sociale maggiore di quella realizzata dallo stile aggressivo maschile. Pertanto sembra probabile che in una “guerra tra i sessi” le donne debbano avere un vantaggio sugli uomini.

La dottrina femminista nega che le donne siano il “sesso debole”, evidenziando come vi siano molte forme di forza diverse da quella fisica e dall’aggressività. Le donne possono impiegare molte forme alternative di forza e di solidarietà in modo più efficace degli uomini.

Si assume che proprio perché sono gli uomini più delle donne a ricevere dal patriarcato un beneficio culturale, allora sono gli uomini che devono aver ideato e rafforzato il patriarcato stesso.

L’immagine del maschio al primo stadio della civilizzazione che emerge da questo modello è molto impressionante. Egli sarebbe stato in grado di immaginare un nuovo sistema sociale che lo avrebbe avvantaggiato sulle donne che gli stavano intorno. Sarebbe stato in grado di organizzare insieme agli altri uomini della sua società una specie di cospirazione contro metà della sua comunità. Sarebbe stato in grado di impiegare la sua forza fisica contro la superiore capacità di solidarietà sociale delle donne. Sarebbe stato in grado di inventare un sistema religioso atto a fondare e preservare i suoi privilegi di contro alla forza dell’esperienza e dell’ottica femminile. Era forte, inventivo, geniale e ben organizzato. Era anche abbastanza malvagio da voler opprimere le donne che avevano portato in seno lui e i suoi figli. Se non fosse per la sua estrema malvagità, si sarebbe tentati di concludere che il patriarcato è un buon sistema, visto che affida la responsabilità della cultura ad una creatura così evidentemente superiore. Sembra di poter concludere che molta della teoria palesemente antipatriarcale sull’origine del patriarcato sia basata su presupposti patriarcali.

Prendiamo due principi della dottrina femminista e poniamo che siano veritieri: anzitutto, le donne non sono il “sesso debole”, e il patriarcato è un sistema intrinsecamente violento che ostacola la pace e la completezza del genere umano. In altre parole, l’uguaglianza e la giustizia tra i sessi è l’origine e il destino della nostra specie. Ma in qualche punto dello sviluppo vi è stata una “caduta”, ed un’espulsione dal “Giardino dell’Eden”.

Ma questa caduta non potrebbe essere stata realizzata da uno dei due sessi contro l’altro, dato che nessuno dei due è più “debole” dell’altro. Deve quindi esserci stato qualche inganno o illusione che è penetrato nella cultura umana e ha fatto sì che i due sessi abbiano collaborato al fallimento della giustizia.

Ma perché le donne avrebbero dovuto collaborare alla loro stessa oppressione? Veniamo qui ad un punto che suggerisce quel “biasimo della vittima” che è un vecchio espediente degli oppressori per giustificare i loro privilegi. Ma questa non è l’unica conclusione disponibile. L’origine del patriarcato potrebbe essere un caso di crisi culturale sfociante nella scelta del male minore. Per salvare la vita di un paziente con un arto in cancrena, un chirurgo glielo amputerà. Allora non è possibile che il sistema patriarcale emerga come scelta della cultura nel suo insieme – uomini e donne – al fine di scongiurare una crisi che potrebbe distruggere completamente la cultura stessa? Questa ipotesi sembra più coerente con la comprensione femminista della essenziale eguaglianza di forze delle donne nella società umana. Ed è anche più coerente con l’evidenza archeologica.

La domanda naturalmente riguarda quale tipo di crisi possa aver convinto le donne a rinunciare alla loro posizione sociale e ad abbracciare un sistema patriarcale che le avrebbe crudelmente oppresse.

Sappiamo che l’origine del patriarcato sembra risalire ad un certo stadio in tutte le primitive società agricole. Pare che in ogni parte del mondo ove sia sorta l’agricoltura, si sia inevitabilmente instaurato un sistema patriarcale. I tre esempi principali sono il Vicino Oriente antico, la Cina antica e il Mesoamerica. In ciascun caso, l’agricoltura sorse senza alcun influsso dall’esterno; in ciascun caso sembra che l’inizio della pratica agricola sia stato seguito da un periodo di culto di una dea della fertilità (con o senza un equivalente maschile) e da una società caratterizzata da una approssimativa eguaglianza tra i sessi: ma questo breve periodo di quasi matriarcato fu seguito dall’emergere di una cultura guerriera dominata dai maschi.

Alcune studiose, come Gerda Lerner, Marija Gimbuta e Rianne Eisler hanno tentato di spiegare la nascita del patriarcato come la conseguenza di un’invasione delle pacifiche comunità agricole da parte di culture patriarcali guerriere dotate delle superiori armi dell’età del ferro. Ma questa ipotesi non è in grado di risolvere due importanti questioni. Anzitutto, in che modo gli invasori dell’età del ferro erano diventati patriarcali? E in secondo luogo, come si può spiegare il fatto che il patriarcato sorse anche in Mesoamerica, dove la civiltà aveva a malapena superato il livello dell’età della pietra?

Allora, che cosa è stata questa crisi? È chiaro che la risposta può essere solo speculativa, dal momento che disponiamo solo di pochi manufatti e di nessun documento. Ma la prima indicazione, o piuttosto il principio guida per la nostra speculazione, viene dalla teoria mimetica di René Girard. Non è necessario che io riassuma qui la teoria di Girard: basterà sottolineare come la teoria di Girard possa suggerire una soluzione al problema della natura della crisi che è risolta dal patriarcato: la crisi mimetica. Se Girard ha ragione, la più grande minaccia alla sopravvivenza umana ha poco a che fare con la scarsità di calorie a disposizione. Il nostro problema più grave è quello del controllo della nostra propria violenza. La mia proposta è che la nascita del patriarcato nelle società agricole primitive sia da intendere come risposta ad una nuova e pericolosa forma di crisi mimetica che si verifica nelle società agricole.

È probabile che la stessa agricoltura abbia avuto origine nella crisi mimetica. La semina e il raccolto di vegetali era in origine una pratica religiosa, che solo gradualmente andò orientandosi principalmente ad una produzione materiale intesa a soddisfare bisogni nutrizionali. Fu durante questo processo di transizione dal religioso al materiale, o forse dopo, che la cultura agricola divenne patriarcale.

Sappiamo che le culture agricole primitive praticano un culto della fertilità, soprattutto (ma non esclusivamente) nella forma di una dea della fertilità che viene rappresentata con un esagerato sviluppo dei suoi organi procreativi. Questo è vero tanto nel Mesoamerica quanto nel Medio Oriente. La fertilità della terra è associata al sacrificio, probabilmente perché la si vede come un produrre cibo che è una sorta di sostituto del cannibalismo, un grano sacro che estende il beneficio religioso del sacrificio. Dato che i feticci delle dee madri sono le prime manifestazioni antropomorfiche di questo principio della fertilità, sembra probabile che le vittime sacrificali per il rito della fertilità siano state donne. I loro corpi sono associati alla produzione di vita e di pace, così sacrificare una donna e seppellirla in modo che il suo corpo possa far crescere un raccolto di pace sembra una deduzione naturale nella prospettiva della magia simpatica.

Successivamente, di nuovo mediante una deduzione religiosa, la donna come datrice di vita è associata alla donna come vittima sacrificale. La penetrazione della donna, che la feconda, viene associata all’aratura del terreno che crea fertilità, e specialmente alla penetrazione del corpo della vittima sacrificale (femminile) con la lama sacrificale. Il maschio acquisisce il ruolo di sacerdote o sacro carnefice/eroe. L’atto sessuale diventa un rito di sacrificio.

Questi sviluppi avvengono in risposta alla crisi religioso-mimetica che colpisce tutte le culture umane. Ma la crisi affronta nuovi pericoli in risposta alla natura pesantemente sbilanciata nel rapporto tra i sessi che la nuova religione presenta. La cultura vede che tutta la pace, l’armonia, la fertilità, ecc. emergono dal principio femminile. Questo tende a turbare la delicata bilancia tra il principio maschile e quello femminile nella cultura. Il femminile minaccia di schiacciare la cultura, generando una nuova crisi mimetica.

Quello che intendo come “principio femminile” è precisamente l’insieme delle caratteristiche della femminilità che vengono esaltate nell’antropologia femminista – affettività, attenzione, confidenza, cura materna, empatia, e altre ancora. Queste caratteristiche sono bensì essenziali per la crescita e la vita umane, ma nello stesso tempo di per sé costituiscono una minaccia culturale – la minaccia dell’indifferenziazione. Queste qualità “femminili” tendono a cancellare confini e differenze. Come ha mostrato Girard, quando la differenza comincia a svanire, si sviluppa una crisi mimetica che trapassa in violenza indifferenziata. La violenza indifferenziata può distruggere completamente la comunità. La “medicina” contro la crisi mimetica è il mantenimento della differenza mediante una violenza attentamente manipolata e mirata – con l’essere femminile stesso come vittima sacrificata.

Pertanto il principio “femminile” deve essere bilanciato da un principio maschile artificialmente esagerato – aggressività e differenziazione – al fine di scongiurare la crisi mimetica. Per la cultura il patriarcato diventa il mezzo per sopravvivere.

Se noi esaminiamo i miti fondativi di queste culture patriarcali primitive, possiamo trovare quello che potrebbe essere realmente una manifestazione di questo processo. Marduk, il dio/sacro carnefice/eroe patriarcale babilonese uccide sua madre Tiamat e forma il cosmo dal suo corpo; similmente Tlaloc, il dio della pioggia patriarcale degli Aztechi, inizia la fondazione del mondo uccidendo sua madre non appena è stato partorito


Cenerentola e il Principe Feticista.

Come sono belli i tuoi piedi
nei sandali, figlia di principe!

(Cantico dei cantici 7,1)

Esiste l’espressione: “Fare le scarpe a qualcuno”, che significa “prevalere su qualcuno, essergli superiore”. 
Nel vocacolario è scritto: “fare le scarpe a qualcuno: fargli del male nascondendosi sotto una falsa apparenza di amico”. 
Il senso latente è che chi è superiore a qualcuno gli fa del male, lo evira, come il Padre dell’orda primordiale evirava i giovani maschi che gli erano inferiori di forze. “Fargli le scarpe” equivale ad avere il controllo sul suo piede – pene. 
A questo proposito mi sono ricordato di quello che racconta James G.Frazer in Il ramo d’oro, raccontandoci del rito da consumarsi, presso alcuni selvaggi, quando si crede che un uomo abbia perso la sua anima: “…certi Indiani riprendono l’anima smarrita di un uomo per mezzo delle scarpe e gliela restituiscono facendogliele calzare” (Boringhieri, Torino 1973, vol.I, p.292). 
Sembrerebbe che i primitivi associno inconsciamente piede = pene con anima, poiché questa si trova nelle scarpe, come il piede.

Un altro punto: Freud ci ha mostrato come la scarpa sia un simbolo genitale femminile (“Simbolismo del sogno”, in Opere, B.Boringhieri, Torino 1989, vol.VIII p.329). L’espressione “fare le scarpe a qualcuno” condensa, quindi, anche un altro significato: renderlo femmina. 
Infatti, Freud e Abraham ci hanno mostrato come il bambino creda che il maschio, durante il rapporto sessuale, eviri la femmina del suo pene e così facendo le infligge una ferita che la rende tale. L’atto sessuale viene interpretato, nella psiche infantile, come un atto di sopraffazione – evirazione che il maschio perpetra sulla femmina (S.Freud, «Una nevrosi infantile», in op.cit., vol.VII, p.552); K. Avraham, «Complesso Femminile di Evirazione», in Opere, B.Boringhieri, Torino 1975 e 1995, vol .I, pp.113 — 114). 
Chi “fa le scarpe a qualcuno” lo evira, lo rende inferiore, e tramuta il suo pene in “scarpa”, ovvero, in genitale femminile. 
La fiaba di Cenerentola, che perde la sua scarpa mentre fugge a mezzanotte, ci racconta della stessa fantasia infantile di deflorazione – evirazione femminile. 
Non è un caso che Cenerentola perda la sua scarpa in mezzo a una danza, che come ogni movimento ritmico simboleggia l’eccitazione che si accompagna al rapporto sessuale (S. Freud, “Simbolismo nel sogno”, in op.cit, p. 329), e scendendo a precipizio su una scalinata (su salire e scendere le scale, vedi ibidem). Ovvero, al punto saliente dell’eccitazione sessuale, ella perde la scarpa = genitale = verginità. Inoltre, proprio allo scoccare della mezzanotte. Il pulsare delle lancette dell’orologio è stato equiparato da Freud al pulsare della clitoride (“Comunicazione di un caso di paranoia in contrasto con la teoria psicoanalitica”, 1915, in op.cit., vol VIII, p. 166). Quindi, l’ora che scade, il tempo che arriva, equivalgono alla scarica libidica dell’orgasmo genitale.

lurlodimunch

La “Fiaba” è un genere letterario che possiede sempre almeno due piani di lettura: quello che potremmo definire “essoterico” e cioè evidente a tutti, la storia, sempre  a contenuto fantastico e magico (e in questo si differenzia dalla “Favola”, a contenuto realistico e allegorico-morale), e quello che invece definiremo “esoterico”, “iniziatico”. Un piano di lettura più profondo, che va affrontato con un approccio antropologico, psicologico e talora psicanalitico. Operazione, quindi, che comporta un bagaglio culturale estraneo a quelli che ne sono i fruitori d’elezione, e cioè i fanciulli, che ne colgono semplicemente l’aspetto magico, fantastico e, a volte, moraleggiante.

Nella cultura occidentale prevale oggi l’interpretazione antropologica dei formalisti russi, primo fra tutti Vladimir Jakovlevič Propp, che in un suo testo fondamentale “Le radici storiche dei racconti di fate” identifica la “sorgente” della fiaba nei riti di iniziazione degli antichi popoli animisti.

Ma non è su questo aspetto che intendiamo soffermarci:…

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Si deve ammettere che hanno ragione i poeti di scrivere di persone che amano senza sapere, o che sono incerte se amano, o che pensano di odiare quando effettivamente amano. Sembra, quindi, che le informazioni ricevute dalla nostra coscienza che cercano la vita erotica siano particolarmente soggette all’incompletezza, lacunose o false. (Sigmund Freud)

Dipinto di Serge Marshennikov

 

(Dipinto di Serge Marshennikov)


Libertà sessuale oltre i generi: ancora Gerda Wegener

grazie Mimmo Gerratana