L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Vasco Rossi – Un Senso

Un invito alla riflessione consapevole, nell’augurarvi un buon weekend.

 


MARIA MADDALENA – Trailer Ufficiale Italiano

DAL 15 MARZO AL CINEMA


Psicologia alchemica

Padroneggiare l’arte del fuoco e possedere la chiave dell’alchimia significa imparare e scaldare, entusiasmare, accendere, ispirare il materiale che stiamo lavorando, il quale è anche lo stato della nostra natura, in modo da attivarlo a passare a uno strato ulteriore.
S’intende che il laboratorio, il forno, le cucurbite ė gli alambicchi, gli assistenti sono creazioni della fantasia oltre che fenomeni materializzati. Sei tu il laboratorio; sei tu i vasi e la materia sottoposta a cottura. Dunque il fuoco è anche un calore invisibile, un calore psichico che implora di essere alimentato, di avere spazio per respirare e di ricevere costante attenzione amorevole. Come si fa a ottenere il calore capace di prosciugare gli umori flaccidi, le oppressioni plumbee, per distillare qualche preziosa goccia di inebriante chiarezza?

 

james hillman

Il lavoro di Jung sull’alchimia è stato molto importante per la psicologia analitica perché ha aperto nuovi e imprevisti orizzonti. Hillman trae materia e ispirazione dagli studi di Jung e sviluppa in modo originale la sua idea di alchimia legata alla psicanalisi.
L’alchimia è un’arte per marginali, per chi si trova al limite. Un’arte della natura che eleva le temperature della natura, un’attività artigianale alle prese fisicamente con materiali percepibili dai sensi.
Il linguaggio dell’alchimia può rivelarsi l’aiuto più prezioso per la terapia junghiana. Per Hillman il linguaggio alchemico è una modalità di terapia, è terapeutico in sé.
“L’alchimia dispone di un assortimento di recipienti di qualità differenti, di diverse fragilità, visibilità e forma: serpentini per la condensazione, alambicchi a più teste, pellicani, cucurbite, vasche piatte scoperte. Per contenere la nostra materia e per cuocerla possiamo usare il rame oppure il vetro oppure l’argilla.”
La psiche si manifesta sempre in comportamenti ed esperienze specifiche e in immagini sensuose assai precise. Per questo le parole dell’alchimia agevolano e sorreggono. Perché sono concrete e indicano le operazioni che si compiono nella “lavorazione” della psiche. Con l’alchimia si impara a far volatilizzare la vaporosità, a far evaporare gli annebbiamenti, a calcinare le passioni per ridurle a essenze secche. Si impara a condensare e congelare gli stati di nebulosità in modo da ricavarne gocce limpide e cristalline. Si impara a coagulare e a fissare, a dissolvere e a provocare la putrefazione, a mortificare e ad annerire…

James Hillman, Psicologia alchemica, traduzione di Adriana Bottini, Adelphi, 2013.


Teodora, Imperatrice di Bisanzio

Augusta dell’Impero romano d’Oriente, attraente, sagace e molto sensuale,vivace, spiritosa e molto sciolta nei gesti e manierismi. Il tutto accompagnato dai suoi occhi neri inquietanti e bellissimi. Divenne una grande legislatrice e fu responsabile di diverse leggi a garanzia dei diritti delle donne. Risale, infatti, a lei la prima legge sull’aborto conosciuta.

Teodora, imperatrice di  Bisanzio  dal 527 al 548, fu probabilmente la donna più influente e potente nella storia dell’impero. Siamo nel 6 ° secolo: nata circa  tra il 497-510. Morta il 28 giugno 548. Coniugata con  Giustiniano, nel 523 o 525. Imperatrice dal 4 aprile 527.

La fonte principale di informazioni su Teodora è Procopio , che ha scritto su di lei in tre opere: la sua Storia delle Guerre di Giustiniano, De Aedificiis e Anekdota o Storia segreta.

Tutti e tre le opere sono state scritte dopo la morte di Teodora. I primi meriti di Teodora si riscontrano  nella soppressione della rivolta del Nika , ove si mostra  coraggiosa. De Aedificiis è lusinghiero per Teodora. Ma la storia segreta è piuttosto antipatica per Teodora, specialmente per quel che riguarda la sua età infantile . Questo stesso testo descrive suo marito, Giustiniano, come un demone senza testa, e mostra  chiaramente punti d’esagerazione.

Secondo Procopio, il padre di Teodora fu  il custode degli  orsi e degli animali dell’Ippodromo, e sua madre, risposandosi poco dopo la morte del marito, invogliò la figlia   Teodora di appena cinque anni ad intraprendere  la carriera di attrice  che poi  si trasformò in una vita da prostituta e amante di Hecebolus, governatore di Persipolos, che si trova in quella che oggi è conosciuta come la Libia (Africa settentrionale). Potrebbe essere stata una prostituta. Si diceva che avesse così abusato della sua posizione con Hecebolus che l’aveva fatta spogliare delle sue ricchezze (che lui le aveva elargito) e l’aveva cacciata fuori con nient’altro che i vestiti sulla schiena. .

Considerata “Dea dei postriboli” visse amori fugaci, aborti dettati dal bisogno di continuare il mestiere, viaggi con amanti e compagnie teatrali che la condussero nell’Africa settentrionale ad Alessandria d’Egitto, e in Siria ad Antiochia. Altre due metropoli importanti, in cui però accadde qualcosa d’imprevisto. Teodora imparò a conoscere il monachesimo. Alessandria d’Egitto era all’epoca un centro culturale di primaria importanza, punto d’incontro della filosofia greca e del cristianesimo paolino. Ma anche focolaio d’eresie. Le sette religiose più disparate si davano il cambio in questo crogiolo di idee, innovazioni, scoperte, intriso di filosofico misticismo. Uno dei tanti gruppi era quello dei monofisiti: cristiani che riconoscevano in Gesù Cristo una sola natura, quella divina. Nonostante il Concilio di Calcedonia avesse condannato questa dottrina tacciandola d’eresia, la setta era presente soprattutto ad Alessandria e ad Antiochia. In seguito a violente persecuzioni, i maggiori capi monofisiti furono costretti ad abbandonare i loro monasteri siriani e si rifugiarono ad Alessandria mettendosi sotto la protezione del patriarca Timoteo. Lui e Severo di Antiochia erano considerati i leader più importanti della setta. Si ignora attraverso quali vie Teodora fosseentrata in contatto con questi uomini, ma ciò avvenne e l’incontro segnò per sempre la vita della futura imperatrice, che in un primo tempo ne abbracciò l’eresia diventando Monofisita.

Sempre lavorando come attrice, o come filatrice di lana, catturò l’attenzione di Giustiniano, nipote ed erede dell’imperatore Giustino. La moglie di Giustiniano potrebbe anche essere stata una prostituta che lavorava in un bordello; cambiò il suo nome in Euphemia diventando imperatrice.

Teodora divenne prima l’amante di Giustiniano; poi Giustiniano sposò Teodora modificando  la legge che proibisce a un patrizio di sposare un’attrice

In veste di  Imperatrice fu indubbiamente “Signora dell’azione”, quella che nei momenti critici era in grado di prendere decisioni tempestive, ardite, anche crudeli.

teodora

Nonostante le sue umilissime origini, Teodora ebbe profondo  rispetto di suo  marito. Nel 532, quando due fazioni (conosciute come i Blu e i Verdi) minacciarono di porre fine al dominio di Giustiniano, le fu attribuito il merito di avere agito per  Giustiniano,  suoi generali e funzionari, rimanendo  in città e lottando con decisione per reprimere la ribellione.

L’alchimia intellettuale tra Teodora e Giustiniano ebbe un effetto tangibile sulle decisioni politiche dell’impero. Giustiniano scrisse, per esempio, che consultò Teodora quando promulgò una costituzione che includeva riforme intese a porre fine alla corruzione da parte di funzionari pubblici.

Teodora fu artefice  di molteplici   riforme, incluse alcune che hanno esteso i diritti delle donne circa il divorzio e la proprietà, le gravidanze  indesiderate,  diede  alle madri alcuni diritti di tutela sui loro figli e proibì l’uccisione di una moglie che avesse commesso adulterio. Chiuse  bordelli e creò conventi dove le ex prostitute potevano rifugiarsi.

TEODORA E RELIGIONE

Riguardo il tema squisitamente teologico Teodora rimase una monofisita cristiana, e suo marito rimase un cristiano ortodosso.Alcuni commentatori – tra cui Procopio – sostengono che le loro divergenze erano più una finzione che una realtà, presumibilmente per impedire alla chiesa di avere troppo potere.Teodora fu conosciuta come protettrice dei membri della fazione monofisita quando furono  accusati di eresia. Sostenne il moderato Monofisita Severo e, quando fu scomunicato ed esiliato – con l’approvazione di Giustiniano – Teodora lo aiutò a stabilirsi in Egitto. Un altro Monofisita scomunicato, Anthimus, si nascondeva ancora nelle stanze delle donne quando Teodora morì, dodici anni dopo l’ordine di scomunica. A volte lavorava esplicitamente contro il sostegno del marito al cristianesimo calcedonese nella lotta in corso per il predominio di ogni fazione, specialmente ai margini dell’impero.Teodora morì nel 548, probabilmente di cancro.Alla fine della sua vita, si suppone che anche Giustiniano si sia mosso in modo significativo verso il monofisismo, sebbene non abbia intrapreso alcuna azione ufficiale per promuoverlo.

Teodora incontrò un eremita di nome Eutyches che fu costretto all’esilio da Roma per la sua dottrina del monofismo, che sosteneva che Gesù era tutto-Dio e non un uomo che si alzò per diventare divino, che era ciò che Origene e Nestorio insieme a molti altri prima di loro avevano scritto e insegnato. Teodora  cercò negli anni  a venire di premere per la visione monofisica come parte accettata del dogma della chiesa. Teodora era quindi un personaggio importante, centrale, persino, nell’aiutare a riportare i monofisitici in chiesa che erano stati banditi fino a quel momento dai poteri all’interno di Roma – questo è il punto in cui chiesa e stato si mescolavano .

Quello che accadde nella chiesa primitiva fu che quando qualcuno ebbe un’idea che volevano proporre, lo fece in un dibattito pubblico, sperando di ottenere un sostegno condiviso per questo. Se questa opinione fosse stata abbastanza popolare, aveva la possibilità di farsi strada nel canone. Questi incontri erano chiamati “sinodi” e molti gruppi all’interno della chiesa vi partecipavano. I sinodi furono chiamati sia a favore che contro questo concetto relativo alla natura di Gesù come uomo e dio.

Fu nel 451 che fu chiamato il 4 ° Concilio Ecumenico. Questo fu anche definito il Concilio di Calcedonia e fu usato per condannare in passato la monofonia. Teodora in seguito insistette con il patriarca Mennas per convocare il sinodo della Chiesa orientale di Costantinopoli nel 543, che cercò di revocare la condanna del monofismo e l’affermazione della reincarnazione che fu codificata nella legge o dottrina della chiesa nel 451. E così fu un consiglio ha affermato la reincarnazione mentre un altro solo pochi anni inverte la sua posizione. Accadde che tutti iniziarono a credere a ciò che la chiesa aveva detto loro di credere e si è diffuse a macchia d’olio, a quanto pare.

Considerata la divisione orientale e occidentale nella chiesa, per ottenere il tipo di sostegno di cui Teodora aveva bisogno per questa azione, doveva anche portare sotto il suo controllo l’Impero Romano d’Occidente. Lo fece con  astuzia nei suoi sforzi. Belisario fu comandato da Teodora di deporre il Papa regnante Silverio che era stato installato dai Goti. Questo Papa fu l’ex suddiacono Silverius , figlio di Papa Ormisda . In questo modo, Teodora fu in grado di aggregare il potere sia per l’impero di lei che per quello di suo marito, ottenendo anche l’appoggio di una chiesa più grande sotto la sua ala per dare più potere ai suoi sforzi per unificare la chiesa intorno al concetto di un Gesù monofisita .

Alcuni hanno sostenuto che a Teodora non piacesse il concetto di reincarnazione perché aveva il potere di spazzare via la sua capacità di ascendere al livello di una dea cui proferire venerazione.  Teodora  voleva essere adorata e ricordata nel modo in cui gli antichi imperatori e le imperatrici venivano venerati dai tempi dei Cesari.

Bibliografia

Bridge, Anthony. Teodora: ritratto in un paesaggio bizantino . 1978. Ristampa, 1993.

Browning, Robert. Giustiniano e Teodora . 1987.

Diehl, C. Theodora: Imperatrice di Bisanzio. 1972.

Garland, Lynda. Imperatrici bizantine: donne e potere a Bisanzio nel 527 – 1204. 1999.

Holmes, WG L’età di Giustiniano e Teodora. 1912. 2 volumi.

Procopio. La storia segreta. GA Williamson, traduttore. 1966.

Procopio. La storia segreta. Richard Atwater, traduttore. 1927. Ristampa, 1961.

Underhill, Clara. Teodora: la cortigiana di Costantinopoli. 1932.

Evagrio, Storia Ecclesiastica

Procopio di Cesarea, Storia Segreta,

Procopio di Cesarea, Storia delle Guerre

Procopio di Cesarea, Sugli Edifici, Zonara

Giustiniano I, Enciclopedia Treccani

De Kock, Storia di cortigiane celebri

Salvatore Rosati, Storie


Video

Pedagogia pasoliniana

«L’educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica – in altre parole dai fenomeni materiali della sua condizione sociale – rende quel ragazzo corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. A essere educata è la sua carne come forma del suo spirito»

Pasolini

 

 

 


Che fine ha fatto la semplicità?

Sembriamo tutti messi su un palcoscenico,

e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo.

Charles Bukowski

 


Questo sesso che non è un sesso – Luce Irigaray

La sessualità femminile è sempre stata pensata in base a parametri maschili. Cosi l’opposizione tra attività clitoridea “virile” e passività vaginale “femminile” di cui parla Freud—e  tanti altri…—come  tappe o alternative del divenire una donna sessualmente “normale”, sembra un po’ troppo richiesta dalla pratica della sessualità maschile. La clitoride infatti ne viene concepita come un piccolo pene piacevole da masturbare finché non esiste l’angoscia di castrazione (per il maschietto), e la vagina assume valore dall’offrire “alloggio” al sesso maschile quando la mano proibita deve trovare qualcosa che la sostituisca per il piacere. Le zone erogene della donna non sarebbero mai altro che un sesso-clitoride che non regge il confronto con l’organo fallico di valore, o un buco avvolgente che fa da guaina e attrito per il pene durante il coito: un non sesso, o un sesso maschile rovesciato intorno a se stesso per toccarsi.

Della donna e del suo piacere, in una simile concezione del rapporto sessuale, non si dice nulla. A lei toccherebbe la “mancanza”, l’ “atrofia” (del sesso), e “l’invidia del pene” in quanto unico sesso riconosciuto di valore. Lei quindi tenterebbe in tutti i modi di farlo suo: con l’amore, un po’ servile, del padre-marito capace di darglielo, con il desiderio d’un bambino-pene di preferenza maschio, con la scalata ai valori culturali di diritto riservati ancora ai maschi e perciò sempre maschili, ecc. La donna vivrebbe il suo desiderio unicamente come attesa di possedere finalmente un equivalente del sesso maschile.

Ebbene, tutto questo sembra alquanto estraneo al suo godere, a meno che rimanga dentro l’economia fallica dominante. Per esempio, l’autoerotismo della donna è molto diverso da quello del maschio. Costui ha bisogno d’uno strumento per toccarsi: la sua mano il sesso della donna, il linguaggio… E questa auto-affezione richiede un minimo d’attività. La donna, lei, si tocca per se stessa e in se stessa senza che sia necessaria una mediazione, e prima d’ogni possibile spartizione tra attività e passività. La donna “si tocca” in continuazione, senza che per altro glielo si possa proibire, poiché il suo sesso è fatto di due labbra che si baciano continuamente. Così lei, in se stessa, è già due –ma non divisibili in due unità—che si accostano e toccano.

Autoerotismo che si sospende con un’effrazione violenta: divaricamento brutale delle due labbra ad opera d’un pene violatore. La donna si trova così deportata, sviata, da quella “auto-affezione” di cui ha bisogno per non perdere il suo piacere nel rapporto sessuale. Se la vagina deve anche ma non soltanto dare il cambio alla mano del maschietto per assicurare un’articolazione tra autoerotismo ed eteroerotismo nel coito l’incontro con l’assolutamente altro significa sempre la morte—come si ordina, nella rappresentazione classica il perpetuarsi dell’autoerotismo per la donna? Costei non sarà lasciata nell’impossibile scelta tra una verginità difensiva, selvaticamente ripiegata su se stessa, e un corpo aperto alla penetrazione che non conosce più, nel “buco” che sarebbe il suo sesso, il piacere di ri-toccarsi? L’attenzione quasi esclusiva—e quanto angosciata…—data  all’erezione nella sessualità occidentale prova a che punto l’immaginario che la comanda sia estraneo al femminile. Non vi si trovano, in gran parte, che imperativi dettati dalla rivalità tra maschi: il più “forte” essendo quello che “gli tira di più”, quello che ha il pene più lungo, più grosso, più duro, o che “piscia più lontano” (vedere i giochi tra maschietti). Oppure dalla attivazione di fantasmi sado-masochistici comandati dalla relazione deIl’uomo con la madre: desiderio di forzare, di penetrare, di far proprio il mistero di quel ventre in cui si è concepiti, il segreto della generazione, dell’ “origine”. Desiderio-bisogno, anche, di rifar correre il sangue per ravvivare un antichissimo rapporto—intrauterino, indubbiamente, ma anche preistorico—con il materno. In questo immaginario sessuale la donna non è che supporto, più o meno compiacente, della messa in atto dei fantasmi dell’uomo. Che vi trovi, per procura, del godimento, è possibile, anzi certo. Ma questo è soprattutto prostituzione masochistica del proprio corpo ad un desiderio che non e il suo; il che la lascia nei confronti dell’uomo in quello stato di dipendenza ben noto. Perché non sa quello che vuole, pronta a subire non importa cosa, e a chiederlo perfino, purché lui la “prenda” come “oggetto” su cui esercitare il proprio piacere. Non dirà dunque quello che desidera, lei. D’altronde non lo sa, o non lo sa più. Come confessa Freud, ciò che riguarda gli inizi della vita sessuale nella bambina è talmente “oscuro”, talmente “cancellato dagli anni” che occorrerebbe scavare molto in profondità per ritrovare, dietro le tracce di questa civiltà, di questa storia, le vestigia d’una civiltà più arcaica da cui trarre qualche indizio di ciò che sarebbe la sessualità della donna. Quell’antichissima civiltà non avrebbe certo il medesimo linguaggio, il medesimo alfabeto. Il desiderio della donna non parlerebbe la medesima lingua di quello dell’uomo, e si trova ricoperto dalla logica che dal tempo dei Greci domina l’Occidente.

In questa logica, la prevalenza dello sguardo e la discriminazione della forma, della forma individualizzata, sono particolarmente estranee all’erotismo femminile. La donna gode più di toccare che di guardare, ed entrare nell’economia scopica dominante significa, per lei, di nuovo, essere assegnata alla passività: lei sarà il bell’oggetto da guardare. E mentre il suo corpo viene così erotizzato, sollecitato ad un doppio movimento di esibizione e di riserva pudica per eccitare le pulsioni del “soggetto”, il suo sesso rappresenta l’orrore del niente da vedere. Difetto in questa sistematica della rappresentazione e del desiderio. “Buco” nel suo obiettivo scopofilo. Che tale niente da vedere debba essere escluso, rigettato dalla scena della rappresentazione si scopre già nella statuaria greca. Il sesso della donna ne è già semplicemente assente: mascherato, ricucito nella sua “fessura”.

Questo sesso che non si dà da vedere non ha nemmeno forma propria. E se la donna gode per l’appunto della incompletezza di forma del suo sesso per cui questo si ri-tocca indefinitamente, il suo godimento è denegato da una civiltà che privilegia il fallomorfismo. Il valore attribuito all’unica forma definibile sbarra quello in gioco nell’autoerotismo femminile. L’uno della forma, dell’individuo, del sesso, del nome proprio, del senso proprio… soppianta, separando e dividendo, il toccarsi di almeno due (labbra) che tiene la donna in contatto con se stessa ma senza discriminazione possibile di ciò che si tocca.

Donde il mistero che lei rappresenta in una cultura che pretende enumerare tutto, contare tutto in unità, tutto catalogare in individualità. Lei non è né una né due. Non si può, a rigore, contarla come una persona né come due. Resiste ad ogni definizione adeguata. D’altronde non ha nome “proprio”. E il suo sesso, che non è un sesso, viene contato come non sesso. Negativo, inverso, rovescio, dell’unico sesso visibile e morfologicamente designabile (benché ciò ponga dei problemi di passaggio dall’erezione alla detumescenza): il pene. Ma lo “spessore” di questa “forma”, il suo assottigliarsi come volume, il suo diventare più grande o più piccola, come anche il diradarsi dei momenti in cui essa come tale si produce, su questo il femminile mantiene il segreto. Senza saperlo. E se le si chiede di alimentare, di rianimare il desiderio dell’uomo, si trascura di sottolineare quel che ciò suppone del valore del desiderio di lei. Che lei per altro non conosce, almeno esplicitamente. Ma la cui forza e continuità sono capaci di rialimentare a lungo tutte le mascherate della “femminilità” che ci si aspetta da lei.

E vero che le rimane il bambino verso il quale trova libero corso il suo desiderio di tatto, di contatto, a meno che non sia già perduto, alienato nel tabù del toccare d’una civiltà ampiamente ossessiva. Se non è così il suo piacere troverà compensi e diversivi alle frustrazioni che troppo spesso incontra nei rapporti sessuali in senso stretto. Cosi la maternità supplisce alle carenze d’una sessualità femminile rimossa. L’uomo e la donna non si carezzerebbero se non per questo tramite che è il bambino? Preferibilmente maschio. L’uomo, identificandosi nel figlio, ritrova il piacere’ delle carezze materne; la donna si ri-tocca vezzeggiando questa parte del suo corpo: il suo bambino-pene-clitoride. Quel che ne deriva per il terzetto amoroso, è risaputo. Ma il divieto edipico sembra una legge alquanto formale e artificiosa—il modo, pur sempre, di perpetuare il discorso autoritario dei padri—quando viene promulgato in una cultura in cui il rapporto sessuale è impraticabile per l’estraneità reciproca del desiderio dell’uomo e di quello della donna. E dove l’uno e l’altra devono ben cercare d’incontrarsi per qualche verso: quello, arcaico, d’un rapporto sensibile con il corpo della madre; quello, presente, della prorogazione attiva o passiva della legge del padre. Comportamenti affettivi regressivi, scambi di parole troppo astratti dal sessuale per non costituire il suo esilio: la madre ed il padre dominano il funzionamento della coppia, ma come ruoli sociali. La divisione del lavoro impedisce loro di fare l’amore. Essi producono o riproducono. Non sapendo bene come trascorrere il tempo libero. Per il poco che ne hanno, che ne vogliono magari avere. Infatti, cosa farne? Cosa inventare che supplisca la risorsa amorosa? Ancora…

Forse tornare sul rimosso rappresentato dall’immaginario femminile? Dunque la donna non ha un sesso. Ne ha almeno due, ma non identificabili in uni. La sua sessualità, sempre almeno doppia, è anche plurale. In effetti, il piacere della donna non deve scegliere tra attività clitoridea e passività vaginale, per esempio. Il piacere della carezza vaginale non deve sostituirsi a quello della carezza clitoridea. Contribuiscono l’uno e l’altro in modo insostituibile, al godimento della donna. Tra altri… La carezza dei seni, il contatto della vulva, il dischiudersi delle labbra, la pressione variante sulla parte posteriore della vagina, lo sfioramento del collo della matrice, ecc. Per evocare soltanto alcuni dei piaceri più specificatamente femminili. Un po’ disconosciuti nella differenza sessuale come la si immagina. O non si immagina: l’altro sesso non essendo che il complemento indispensabile dell’unico sesso.

La donna ha dei sessi un po’ dovunque. Gode un po’ dappertutto. Senza parlare dell’isterizzazione di tutto il corpo, la geografia del suo piacere è ben più diversificata, molteplice nelle sue differenze, complessa, sottile, di quello che ci si immagina… in un immaginario un po’ troppo centrato sul medesimo.

”Lei” è indefinitamente altra in lei stessa. Di qui certamente viene che la si dica bizzarra, incomprensibile, agitata, capricciosa… Per non evocare il suo linguaggio, in cui “lei” parte in tutti i sensi senza che “lui” vi rintracci la coerenza d’alcun senso. Parole contraddittorie, un po’ folli per la logica della ragione, inudibili da chi le ascolta con degli schemi già fatti, un codice tutto pronto. E che anche nel suo dire molteplice – almeno quando osa – la donna si ri-tocca in continuazione. Si scosta di poco da se stessa, d’un chiacchierio, d’una esclamazione, d’una mezza confidenza, d’una frase lasciata sospesa… Quando ci ritorna, è per ripartire da un’altra parte. Da un altro punto di piacere, o di dolore. Bisognerebbe ascoltarla con un altro orecchiocome un altro “senso” sempre dietro a tessersi, ad abbracciarsi con le parole, ma anche a disfarsene per non restarci fissato, rappreso. Perché se “lei” dice questo, già no più identico a quello che vuol dire. Del resto non mai identico a nulla, è semmai contiguo. Tocca. E quando s’allontana troppo da questa prossimità, lei taglia e ricomincia da “zero”: il suo corpo-sesso.

 

Inutile quindi intrappolare le donne nell’esatta definizione di ciò che vogliono dire, di farle ripeter(si) perché sia chiaro, loro sono già altrove rispetto il macchinario discorsivo nel quale pretendevate sorprenderle. Sono tornate in loro stesse. Il che non va inteso nel medesimo modo che tornare in voi stessi. Loro non hanno l’interiorità che avete voi, che forse supponete in loro. In loro stesse vuol dire nell’intimità di quel tatto silenzioso, molteplice, diffuso. E se chiedete loro con insistenza a che cosa pensano, non possono che rispondere: a niente. A tutto. Cosi quello che loro desiderano è precisamente niente, e nello stesso tempo è tutto. Sempre più e altro da quell’uno—di sesso, per esempio—che date loro, o concedete. Il che spesso viene interpretato, e temuto, come una specie di fame insaziabile, una voracità sul punto di divorarvi. Mentre si tratta soprattutto di un’a1tra economia, che scombina la linearità d’un progetto, intacca l’oggetto scopo d’un desiderio, fa esplodere la polarizzazione su un unico godimento, sconcerta la fedeltà ad un solo discorso…

La molteplicità del desiderio e del linguaggio femminili va intesa come frammentazione, resti sparsi di una sessualità violentata? Negata? Domanda alla quale non si può rispondere semplicemente. Il rigetto, l’esclusione d’un immaginario femminile certamente portano la donna la non sentirsi che frammentariamente, nei margini poco strutturati d’una ideologia dominante, come rimasugli o eccessi d’uno specchio investito dal “soggetto” (maschile) per riflettervisí, raddoppiarsi lui stesso. Il ruolo della “femminilità” è per altro prescritto da tale specula(rizza)zione maschile e corrisponde ben poco al desiderio della donna, il quale non si recupera che segretamente, di nascosto, in modo inquieto e colpevole.

Ma se l’immaginario femminile arrivasse a spiegarsi, a mettersi in gioco diversamente che a pezzi, frammenti dispersi, si rappresenterebbe per questo nella forma di un universo? Sarebbe in se stesso volume più che superficie? No. A meno d’intenderlo, ancora una volta, come privilegio del materno sul femminile. D’un materno tra l’altro, fallico. Richiuso sul possesso geloso del proprio prodotto di valore. Rivale dell’uomo nella stima d’un più di produzione. In questa scalata al potere la donna perde la singolarità del proprio godere. Chiudendosi in volume rinuncia al piacere che le viene dalla non sutura delle labbra: madre indubbiamente ma vergine, ruolo che le mitologie le assegnano da tempo. Riconoscendole una certa potenza sociale a condizione di ridurla, lei stessa complice, all’impotenza sessuale.

(Ri)trovarsi per una donna non può quindi significare che la possibilità di non sacrificare nessuno dei suoi piaceri ad un altro, di non identificarsi con nessuno in particolare, di non essere mai semplicemente una. Sorta d’universo in espansione del quale non si potrebbero fissare i limiti senza per questo che sia incoerenza. Né quella perversione polimorfa del bambino nella quale le zone erogene sarebbero in attesa di raggrupparsi sotto il primato del fallo.

La donna resterebbe sempre plurale, ma salva dalla dispersione perché l’a1tro è già in lei e le è auto-eroticamente familiare. Il che non significa che lei se lo appropri, che lo riduca a sua proprietà. Il proprio, la proprietà sono, non c’è dubbio, alquanto estranei al femminile. Almeno sessualmente. Ma non il contiguo. Il cosi vicino che ‘ogni discriminazione d’identità ne diventa impossibile. Quindi ogni forma di proprietà. La donna gode di un così vicino chenon può averlo  aversi. Scambia continuamente se stessa con l’altro senza identificazione possibile dell’uno(-a) o dell’altro(-a). E ciò costituisce un problema in ogni economia corrente. Che il godimento della donna fa irrimediabilmente fallire nei suoi calcoli: perché, col passare in/per l’altro, esso non fa che crescere.

Ma perché la donna avvenga là dove come donna gode, occorre una lunga deviazione attraverso l’analisi dei diversi sistemi d’oppressione che si esercitano su di lei. Pretendere di ricorrere unicamente alla soluzione del piacere rischia di farle perdere ciò che il suo godimento esige, che -è di ripercorrere una certa pratica sociale.

Infatti la donna è tradizionalmente valore d’uso per I’uomo, valore di scambio tra gli uomini. Merce, dunque. Il che la lascia essere custode della materia, il cui prezzo sarà stimato, secondo la misura del loro lavoro e del loro bisogno-desiderio, dai “soggetti”: operai, commercianti, consumatori. Le donne sono segnate fallicamente dai padri, dai mariti, dai prosseneti. E questo stampo decide del loro valore nel commercio sessuale. La donna non sarà mai altro che il luogo d’uno scambio, più o meno rivale, tra uomini, anche per il possesso della terra-madre.

Come può tale oggetto di transazione rivendicare un diritto al piacere senza uscire dal commercio stabilito? Come potrebbe tale merce avere con le .altre merci una relazione diversa dalla gelosia aggressiva sul mercato? Come potrebbe la materia godere di se stessa senza provocare nel consumatore angoscia per la scomparsa del nutrimento? Come non sembrerà illusione, follia, questo scambio in niente che si possa definire in termini “propri” del desiderio della donna, follia troppo facilmente ricopribile da un discorso più sensato e da un sistema di valori apparentemente più tangibili?

Dunque l’evoluzione, per quanto radicale, d’una donna non basta a liberare il desiderio della donna. Nessuna teoria né pratica politiche hanno fino ad ora risolto né preso in sufficiente considerazione questo problema storico, anche se il marxismo ne ha annunciato l’importanza. Ma le donne non costituiscono in senso stretto una classe e la loro dispersione nella pluralità rende complessa la loro lotta politica, e a volte contraddittorie le loro rivendicazioni.

Resta tuttavia la loro condizione di sottosviluppo derivante dalla sottomissione ad (opera di) una cultura che le opprime, le usa, le “monetizza”, senza che loro ne traggano grande profitto. Se non nel quasi monopolio del piacere masochistico, del lavoro domestico e della riproduzione. Poteri da schiavi? Che per altro non sono zero. Poiché, quanto al piacere, il padrone non è necessariamente servito bene. Quindi rovesciare il rapporto, soprattutto nell’economia del sessuale, non appare un obiettivo invidiabile.

Ma se le donne devono preservare e dilatare il loro autoerotismo, la loro omo-sessualità, il rinunciare al godimento eterosessuale non rischia di corrispondere nuovamente a quella amputazione di potenza che tocca loro tradizionalmente? Una nuova reclusione, un nuovo chiostro, eretti con il loro pieno consenso? Scioperare tatticamente, tenersi lontane dagli uomini, il tempo necessario ad imparare a difendere, il proprio desiderio in particolare con la parola, scoprire l’amore delle altre donne al riparo dalla scelta imperiosa dei maschi che le mette in posizione di merci rivali, fabbricarsi uno statuto sociale che si imponga al riconoscimento, guadagnarsi di che vivere per uscire dalla condizione di prostitute… sono queste tappe certamente indispensabili per uscire dalla proletarizzazione sul mercato degli scambi. Ma se il loro progetto mirasse semplicemente a rovesciare l’ordine delle cose—ammesso che sia possibile—continuerebbe sempre la stessa storia. Di fallocratismo. Né il loro sesso né il loro immaginario né il loro linguaggio ci (ri)troverebbero dove aver luogo.

Tratto da Questo sesso che non è un sesso (Milano: Feltrinelli, 1990)

fonte: Pensiero Femminista Radicale


2000 grazie!!!!!!!!!!! da principiante

Grazie a di cuore a tutti coloro che seguendomi ad ogni dove del globo alimentano la fiamma …….

il miglior regalo di compleanno di una donna che nonostante tutto e tutti continua a sorridere alla vita!!!!!!!!

😀

 


IL POTERE DELLA VAGINA NELLA RIVOLUZIONE SESSUALE DI DIANA TORRES — Talco Web

Il libro Fica Potens, scritto da Diana J. Torres, può essere considerato un manifesto e un inno all’organo genitale femminile, simbolo di ribellione femminista e rivendicazione del corpo contro il sistema capitalistico e patriarcale.

via IL POTERE DELLA VAGINA NELLA RIVOLUZIONE SESSUALE DI DIANA TORRES — Talco Web


Nag Hammadî – L’ambiguità di Sophia

l'arte dei pazzi

Dalì-rose-sanguinanti Salvador Dalì – Rose sanguinanti

Io sono l’onorata e la disprezzata.
Io sono la prostituta e la rispettabile.
Io sono la donna e la vergine.
Io sono la madre e la figlia.
Io sono le membra di mia madre …

Io sono il silenzio tacito e irraggiungibile.
Io sono l’Intelligenza di cui molte cose al mondo serbano memoria.
Io sono la Voce che fa rumore.
Io sono il Logos di cui ci sono tanti echi …

Io sono la sapienza e la non-conoscenza.
Io sono il pudore e la spudoratezza.
Io sono la svergognata e la pudica.
Io sono la potenza impotente.
Io sono la timida che vive tra mille paure.
Io sono l’audace che incute spavento.
Io sono la fragile e sono la caduca,
ma sono anche Colei che mai cadde
giù dal trono della luce …

Io sono la stolta e sono la più saggia.
Assaggiami: io sono…

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Umberto Galimberti – Dizionario dei nuovi vizi – Filosofarti 2017


Uno stralcio di Luce Irigaray

Nella nostra epoca, uomini e donne si incontrano nella vita pubblica, e una politica giusta non può basarsi sull’istituzione familiare in quanto tale, ma su un rapporto di condivisione civile fra generi maschile e femminile. Questa convivenza civile fra uomo e donna permette d’altronde di rifondare la famiglia su parole e diritti corrispondenti a una reale maturità civile da parte della donna come dell’uomo. (…)

Una politica democratica non comincia da una somma di sì, con una folla che elegge che governerà, ma può soltanto basarsi su un due che non si riduce a uno + uno individui astratti, ma un due che esiste tra un uomo e una donna che si incontrano si rispettano della loro irriducibilità.

Ho capito che diciamo cose diverse credendo di dire le stesse cose. (…) aggiungerò soltanto una cosa: l’universale è a due : è donna, è uomo. E si trova infine nell’incontro fra questi due universali, è in quest’incrocio, o in questa culla, naturale e culturale, che l’umanità può nascere e rinascere.

Questa nascita o rinascita è possibile nella fedeltà a noi stessi, donna e uomo, e nell’ascolto dell’altro, con cui condividiamo il compito di generare l’umanità, non solo come figli naturali, ma anche come figli spirituali, come umanità e Storia presenti e futuri.

Luce Irigaray, La democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri


Desiderio

L’origine della parola desiderio è una delle più belle e affascinanti che si possa incontrare attraverso lo studio della meravigliosa disciplina che è l’etimologia.
Questo termine deriva dal latino e risulta composto dalla preposizione de- che in latino ha sempre un’accezione negativa e dal termine sidus che significa, letteralmente, stella.
Desiderare significa, quindi, letteralmente, “mancanza di stelle”, nel senso di “avvertire la mancanza delle stelle”, di quei buoni presagi, dei buoni auspici e quindi per estensione questo verbo ha assunto anche l’accezione corrente, intesa come percezione di una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca appassionata.

Annette Kellerman: la “sirena australiana” che introdusse al nuoto ricreativo le donne americane

Annette Kellerman in una delle sue foto d’epoca più scandalose di nuoto. 

Nell’estate del 1907, una donna australiana di nome Annette Kellerman diede scandalo sulle sabbie della spiaggia di Revere appena a nord di Boston. Tra le bagnanti femminili presenti  che indossavano il costume da bagno standard (camicetta, gonna, calze, scarpe da nuoto ) passeggiava verso l’acqua indossando  un manicotto a manica corta tagliato a due centimetri sopra il ginocchio.

Per questa sua iniziativa da atleta in procinto di affrontare una gara,  la Kellerman fu  tempestivamente arrestata per esposizione indecente. “È stata denunciata come sconsiderata”, riferì il  New York Times sulle sue pagine, “e sono state fatte profezie oscure per il futuro dell’America”.

L’incidente,  si è concluso innanzi ad un giudice che ha licenziato  la Kellerman a condizione di indossare un mantello quando si cammina verso l’acqua; la risonanza del fatto accaduto  solo  pubblicità di cui la Kellerman aveva bisogno per lil suo intento  di sensibilizzare le donne al nuoto  ricreativo.

C 1901

Un tipico costume da bagno di inizio ‘900: restrittivo, ingombrante e certamente non adatto per fare gare. 

Nel 1907, la Kellerman era “la nuotatrice e la tuffatrice più famosa del mondo” dichiarò l’Ohio Chronicle-Telegram. Nata nel 1886 e cresciuta sulle sponde diSydney, la donna conosciuta come “sirena australiana” imparò a nuotare durante l’infanzia nel tentativo di rafforzare le gambe deboli dopo diagnosi di  poliomielite. Dopo aver scoperto di avere una velocità naturale e una grazia nell’acqua,  la Kellerman  iniziò a partecipare a  gare di nuoto – che a quel tempo erano nuove e rare per le donne – dimostrando  balletti in immersione tra i pesci all’Acquario di Melbourne e l’attitudine  per le nuotate a lunga distanza .

Nel 1904, all’età di 18 anni, la Kellerman si recò in Europa, dove nuotò  in molti dei fiumi più noti del continente. Una nuotata di 26 miglia nel Tamigi fu seguita da una gara nella Senna, in cui si  piazzò terza gareggiando contro 17 concorrenti maschi. Dopo aver vinto una gara di 22 miglia nel Danubio, si è diresse verso il canale inglese. Aveva intenzione di  attraversarlo, partendo dall’Inghilterra meridionale e raggiungendo la Francia settentrionale, un’impresa che solo una volta era stata realizzata da Matthew Webb nel 1875 . Rivestito in olio di poro e indossando un abito da gara maschile, la Kellerman nuotò circa tre quarti del tragitto prima di dover ammettere la sconfitta dopo 10 ore, ammettendo  di “aver  avuto la resistenza ma non la forza del bruto”.

La Kellerman  diventò una pioniere delle danze subacque e furono utilizzate nel  nuoto sincronizzato da Weeki Wachee, stella   ed incarnazione acquatiche di Cirque du Soleil. Nel 1905  iniziò a lavorare all’Ippodrome di Londra, che la invitò a mostrare le sue abilità da sirena in un evento privato per il duca e la duchessa di Connaught. Per questo evento, Kellerman non fu autorizzata ad indossare il costume da bagno maschile che  era abituato a indossare in Australia; allora  improvvisò cucendo le calze sul suo costume abituale, creando così il primo costume da bagno un pezzo per le donne.

Kellerman nel suo costume da bagno ad un pezzo  per le donne. (Foto: Bain News Service / Biblioteca del Congresso )

Quando terminò la sua stagione all’Ippodromo, Kellerman si diresse verso gli Stati Uniti. Il suo fuoco, ancora una volta, era stupido, ma lungo il cammino Kellerman prese un’altra missione importante: insegnare alle donne americane a nuotare. Una grande parte di questa ricerca era la questione del costume da bagno. “Le donne americane sono state troppo a lungo svantaggiate nel godere di questo eccellente sport da stili buffi in costumi da bagno che rendono praticabile nuoto quasi impossibile”, ha scritto Kellerman nel suo libro del 1918,  Bellezza fisica, Come tenerlo .

Alcuni mesi prima del suo arresto a Revere Beach,  la Kellerman  scrisse un editoriale dedicato al nuoto , pubblicato dall’Ohio  Chronicle-Telegram . Nell’erticolo offrì delle raccomandazioni su cosa indossare in acqua: “Il miglior costume è un abbigliamento economico e ordinario, che fasci il corpo” scrisse. “Dovrebbe essere senza maniche e non ci dovrebbero essere gonne … sono molto belle e adatte per il mare, ma non per la piscina”.

Alla  conferenza dedicata alle donne,avuto luogo al Colonial Theatre di New York il 23 novembre 1909, la Kellerman ha detto al pubblico che  “se più  ragazze nuotano, ballano e si prendono cura del corpo co l”atletica, invece di correre in matrimonio come l’unica gioia del mondo , ci sarebbero meno divorzi “. Dopo questa dichiarazione, la” sirena australiana “ha tolto il suo abito di velluto nero per rivelare un costume da bagno di un pezzo nero e si tuffò in una piscina per dimostrare la sua agilità acquatica. Una  relazione di Cincinnati Enquirer  nell’edizione della  sera scrisse che “molte donne sono andate via promettendo di imparare a nuotare anche a costo di  se dover rompere il ghiaccio per farlo”.

Rose Pitonof, 1910

La nuotatrice  di campionato Rose Pitonof si presta a modella del coraggioso  costume da bagno stile Kellerman nel 1910. (Foto: Bain News Service / Library of Congress )

Negli ultimi decenni, la Kellerman ha vissuto molte esperienze in campo artistico: è stata Stella cinematografica muto; autrice , ma tutti si concentravano sulla sua attività da nuotatrice. Questo mix di interesse che abbracciava sport atletico e arti non era assolutamente inusuale per quegli anni , infatti un’altra nuotatrice, Rose Pitonof del Massachusetts,nel 1910 fondeva sport   e divertimento e il divertimento con un appeal appassionante. “Il genio medio dell’atletica o delle arti è in grado di essere un fulmine folgorante”, scrisse un reporter di Oakland Tribune nel 1908. “La signorina Kellerman sfugge a questa carica; È dotata di bellezza e stile “.

La Kellerman, in modo totalmente inaspettato , ebbe nel 1905 una proposta di matrimonio, mentre si avvicinava al canale inglese durante una gara ricoperta di grasso di porpora. Un nuotatore  non riuscì a mantenere il passo, e durò solo una mezz’ora nella sua forma splendente prima di abbandonare la gara. Due anni dopo la Kellerman riferì: “Gli dissi che preferivo aspettare fino a quando non l’avessi  visto fuori dall’acqua”, disse la Kellerman nel 1907 . Dopo averlo incontrato ad una  cena data in suo onore, scoprì  che era “di bassa statura, quindi rifiutai la sua offerta lusinghiera”.

Kellerman e compagno di nuoto a distanza CM Daniels nel 1907. (Foto: GG Bain / Library of Congress )

Nel 1910, il dottor Dudley Allen Sargent, direttore al Gymnasium della Harvard University , la definì “la donna perfetta”,  avendo eseguito tutte le misurazioni del suo corpo e concludendo che le sue misure corrispondevano quasi esattamente a quelle della Venere di Milo, la famosa statua antica greca. Gli spettacoli di ballo dell’acqua della Kellerman furono successivamente promossi usando la taglia  da”perfetta donna”, spessofornendo ad un elenco dettagliato delle sue misure. A quanto pare, la circonferenza del polso di una femmina era di scintillante interesse per i teatri edoardiani.

Forse l’aspetto più attraente dell’eredità della Kellerman è stato  il modo in cui ha riconosciuto il desiderio e  mostrato la forza femminile, la fiducia e l’autodeterminazione. La nuotata era la sua soluzione e lei era determinata a convincere le donne americane dei suoi meriti. In una colonna di giornale del 1907  ha anche fornito lezioni di nuoto per i lettori che non vivevano vicino all’acqua, consigliandoli di  “perfezionare i rudimenti del colpo essenziale” mentendo disposti su una sedia “nel proprio boudoir”, estendendo le braccia e le gambe e nuotare  elegantemente fino a stancarsi. 

“Insisto che il nuoto non è solo uno splendido sport per le donne, ma che è lo sport per le donne”, scrisse  in Bellezza Fisica, Come tenerlo. Non solo ha ritenuto che il  nuoto fosse l’unico fattore “a cui, più di ogni altra cosa, devo  il mio sviluppo personale e il successo della vita”,  dichiarò  che il nuoto fosse “più utile e vantaggioso per la carnagione di tutte le lozioni cutanee che sono state mai inventate”.


Citazione

Il linguaggio delle donne

Buon pomeriggio a tutti.

Sono curiosa di conoscere la vostra in merito…


Apprezzi il tuo bikini? Una breve storia dei costumi da bagno delle donne

 

Mentre il caldo estivo colpisce come l’esplosione, uomini e donne in tutto il mondo si affollano nell’acque per trovarvi sollievo, refrigerio  e relax . Stupenda è la sensazione di lasciarsi colpire dalle onde quando l’intensificarsi del  caldo ci lascia senza respiro, invogliandoci ad indossare il nostro amato costume da bagno. È certamente interessante tracciare una breve storia dei costumi da bagno femminili.

 
 La storia del costume da bagno  femminile inizia con un semplice abito noto come “il vestito di compleanno”.  Battute a parte, fino al diciannovesimo secolo, le donne si svestivano poco a riva e si  con abbigliavano con abiti  che  erano al nuoto. Infatti, i costumi da bagno sono stati inventati alla metà del 1800. La loro creazione è stata una necessità; i miglioramenti nei sistemi ferroviari e altri mezzi di trasporto avevano finalmente invogliato al nuoto e andare in spiaggia, per cui nacque una nuova attività ricreativa.

1876 ​​Costumi da bagno


Se vi è capitato di  vedere una foto di donne in costume da bagno nella seconda metà del XIX secolo, la difficoltà a riconoscere i loro abiti come costumi da bagno è davvero imbarazzante! A quei  tempi i costumi si  avvicinavano più  ad un vestito a cintura lungo con  pantaloni.  Esteticamente attraenti, funzione e scopo del costume da bagno era nascondere il corpo di una donna.

Storia del costume da bagno delle donne

Un esempio di costume da bagno ( fine del 1800 )

In quegli anni le donne erano costrette a nascondere i loro corpi per pudore e per questo motivo, la parte superiore del costume da bagno copriva tutta  la figura della donna. Questi vestiti erano fatti di tessuto di flanella pesante  sia opaco che robusto da impedire la risalita “oscena” dall’acqua. In alcune località marittime, le donne nel XIX secolo hanno anche avuto il lusso di poter utilizzare una speciale macchina da bagno:  piccole strutture chiuse corredate  da ruote venivano trascinate in acque poco profonde, in modo da permettere ad  una signora vittoriana di bagnarsi nell’oceano in completa privacy.

Macchine da bagno d'epoca

Costumi da bagno 1800

Costume da bagno vittoriano successivo

Solo alla fine del secolo, quando il nuoto diventò uno sport collegiale e olimpico, ci si rese conto che  la linea di abbigliamento corrente era stata progettata senza la funzionalità in relazione all’attività da svolgere. Quando la passione per lo sport  crebbe, i costumi da bagno diventarono più snelli e meno pesanti, aprendo la strada per gli stili a venire. A questo punto della storia dei costumi da bagno delle donne ha una svolta contemplando anche l’uso di  accessori, come pantofole morbide che  fornivano una protezione aggiuntiva  sule rive con sassolini.

Squadra britannica Swim 1912

La squadra britannica delle donne di nuoto alle Olimpiadi del 1912.

Stile semplificato del costume da bagno delle donne

Costumi da bagno più snella e atletici dagli inizi del 1900.

Nel 1910, i costumi  da bagno delle donne erano meno restrittive e pesanti. Le donne potevano finalnte esporre le loro braccia, i pantaloncini a metà coscia e i gli stilisti usarono  meno tessuto per nascondere la figura di una ragazza. Negli anni ’20  i costumi da bagno diventavano più piccoli,  la richiesta aumentava. Hollywood e Vogue hanno diffuso l’idea di costumi da bagno sexy e glam, una tendenza che persisterà nei decenni a venire.

Storia di costumi da bagno

Questa foto è stata presa nel 1922, le donne erano  controllate  da “poliziotti da bagno” che misurano effettivamente la lunghezza dei loro costumi da bagno.

1938 Costumi da bagno

Costume da bagno a due pezzi 1900

I costumi a due pezzi divennero comuni negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale,  scoprivano l’ombelico di una donna e lasciarono solo un po ‘di interno coscia visibile. Nel 1946, lo stilista francese Louis Reard ha ideato il primo bikini moderno, con utilizzo di minor tessuto significativamente  rispetto ai suoi predecessori. La sua intuizione  ha radici nella guerra: Reard è stato ispirato a denominare la sua creatura  dopo un test atomico statunitense con il nome Bikini Atoll. Il nuovo design era così audace che il progettista dovesse assumere Micheline Bernardini, una showgirl parigina, come modella.

Il primo bikini del mondo

Micheline Bernardini che modella il primo bikini al mondo.

Moda di Swimwear degli anni '60

Le ulteriori evoluzioni   dei costumi da bagno sono state per lo più di natura estetica, infatti  alcuni stilisti hanno affascinato con le loro creazioni. Prendiamo, ad esempio, il pezzo rosso che indossano le stelle come Pamela Anderson e Carmen Electra in  Baywatch . Nel tempo il costume da bagno delle donne si è ampliato fino ad includere una varietà di stili, aprendo la via a nuove industrie . in particolare menzioniamo  la fotografia dei costumi da bagno, che ha avuto il suo inizio a metà del 20 ° secolo e da allora è catapultato in popolarità e portando  in auge la figura della Pin-up.

Di sicuro  non possiamo che apprezzare l’innovazione  che il costume da bagno moderno ha introdotto, alla della storia della  balneazione è mondiale.

Storia della tuta da donna Baywatch


L’illusoria Osmosi del Vuoto

L’OSMOSI DEL VUOTO

Quando una persona ha un vuoto dentro, cerca di colmarlo. Non riesce. Vaga da un palliativo all’altro, a volte per tutta la vita.

Qualcuno, classico figlio della mamma dei cretini, decide di passare il suo vuoto agli altri. Fa l’amicone e piano piano, come un serpente, porge la mela. Suscita gelosie, invidie, discordie, mette la gente contro, fa sempre a chi ce l’ha più lungo, misurando qualsiasi cosa futile riesca a trovare, inclusi i titoli di studio o la provenienza geografica. Fa il troll con chiunque gli stia intorno, ma con discrezione, per non farsi scoprire.
Piano piano cerca di insinuarsi nel suo Eden preferito: la tua autostima. Quella che a lui manca. Lui possiede soltanto un vuoto. Così si adopera per passarlo.  Ruba i tuoi sogni e se non riesce con te, cerca di rubare quelli della tua famiglia, dei tuoi amici.

La verità è che quel vuoto non lo ha passato a nessuno. Lo ha solo duplicato. Il vuoto non rispetta le leggi della fisica: non si trasforma, non si trasferisce. Ma può essere creato.
Basta una fluttuazione quantistica nell’autostima.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

Chi crea vuoti negli altri, in realtà conserva il proprio. Per un po’ non se ne accorgerà e s’illuderà di stare meglio. Poi sentirà il vuoto risorgere come la fenice, anzi, più forte di prima. Lo sentirà urlare, sempre più assordante. Allora ripeterà il suo agire. Alla stregua di un serial killer.
Le persone che creano vuoti nel prossimo sono questo: serial killer dell’autostima altrui.

Il bello del vuoto, però, è che come si può creare, si può anche distruggere.
In quale modo?
Non provare a riempirlo. Guardalo in faccia. Esploralo. Tutto.
Potresti scoprire di essere una bellissima persona.
Potresti anche scoprire di essere una cattivissima persona.
Ma finché avrai paura di guardarlo, quel vuoto continuerà a risorgere come la fenice, a crescere come l’entropia, a nutrirsi della tua paura.
E a tormentarti.
Più continui a creare vuoti negli altri, più fortifichi il tuo. Più lo ignori, più lui scava, più ti rende quella cattiva persona che temi di vederci riflessa dentro.

La mamma dei cretini, infatti, non si limita a generare figli suoi, ma è anche  disponibile per adottare quelli degli altri.

Il vuoto è personale. Non può essere passato a nessuno.
Il vuoto è un bambino che strilla per ricevere attenzione. La tua.
Se lo guardi per bene, sul serio, si vedrà riflesso nei tuoi occhi e si annienterà.
Da solo.


Ricordo di Bruna Weremeenco: nel vortice delle forme geometriche — forme 70′

Nell’opera di Bruna Weremeenco – già dalle prime esperienze fresche d’accademia e del debutto alla Laus, fino alle ultime frutto di esperta abilità – la pittrice scomparsa giorni fa all’età di 88 anni, rivela l’orientamento a stare lontana dai vizi intrinseci delle “sperimentazioni” e degli “aggiornamenti” lessicali. Nella vasta composizione e scomposizione del suo […]

via Ricordo di Bruna Weremeenco: nel vortice delle forme geometriche — forme 70′


Guaritrice — Lunanuvola’s Blog

(“Medicine Woman”, di Molly Remer – poeta, femminista e sacerdotessa contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo.) Colei che guarisce Tendendo all’esterno forti mani duttili polsi tocco purificante mette la tua mano nelle sue e tu la senti… Energia che passa dall’una all’altra canale di grazia e riparazione. Reintegrazione La Donna Medicina ti ricorda di dormire […]

via Guaritrice — Lunanuvola’s Blog


Libertinismo — Il Reazionario

Nella forma del libertinismo si mostra la più completa dissoluzione dei vincoli tradizionali del vivere umano e l’eccesso di un senso di libertà che si attribuisce l’indisciplinatezza come suo contrassegno, se non come merito e impresa. […] L’intera concezione ruota intorno all’idea del pneuma come privilegio aristocratico di un nuovo tipo di uomo non più […]

via Libertinismo — Il Reazionario


Rubens.. religiosità in privato e sensualità in pittura – Alcuni capolavori.. un accenno al tema dei Satiri e la poesia della Szymborska sulle sue donne — IL MONDO DI ORSOSOGNANTE

Breve ricordo del grandissimo Pittore barocco… del ‘600 con un accenno ad uno dei temi da lui amati… i Satiri… e con una poesia della poetessa Premio Nobel Wislawa Szymborska dedicata alle mitiche e formose donne dei suoi dipinti. . . Rubens – Ixion RUBENS I SATIRI… E LA PITTURA SENSUALE a cura di Tony Kospan […]

via Rubens.. religiosità in privato e sensualità in pittura – Alcuni capolavori.. un accenno al tema dei Satiri e la poesia della Szymborska sulle sue donne — IL MONDO DI ORSOSOGNANTE


Orgasmo e piacere: tra fisiologia e soggettività

L’orgasmo è un fenomeno soggettivo  che mostra manifestazioni oggettive (contrazioni) che sono state considerate come conditio sine qua non. La maggior parte dei cambiamenti del corpo durante l’orgasmo sono stati osservati da Masters e Johnson – e definiti risposta sessuale umana  nel corso dei loro studi di laboratorio  con un campione di  382 donne e 312 uomini. I loro studi riguardavano essenzialmente descrizioni fisiologiche.

L’orgasmo è una delle funzioni  inalienabili e inviolabile  del cervello umano,  esperienza durante a quale si impegnano una vasta gamma di transizioni nelle terminazioni fisiche impegnate nell’atto deputato. Particolare interesse è  la progressione del desiderio sessuale e dell’aspirazione, nonché gli aspetti fisiologici e mentali che non sono necessariamente sinergici e che comunque hanno rilevanza non trascurabile in situazioni riguardati il sesso. Le esperienze derivanti dal piacere dell’orgasmo e dalla soddisfazione negli uomini sono state poco studiate, ma le prove  suggeriscono che dipendono dalle influenze psicosociali , così come avviene nelle donne  Uno dei presunti fattori di influenza che contribuiscono al piacere e alla soddisfazione dell’orgasmo è quello associato all’intensità percepita e alla posizione anatomica legata alle sensazioni orgasmiche:

l’orgasmo della masturbazione è stato considerato più fisicamente intenso e localizzato rispetto all’orgasmo coitale, sebbene quest’ultimo provoca più piacere e soddisfazione. Altri autori affermano che il piacere e la soddisfazione orgasmica dipendono più dall’intensità psicologica dell’esperienza orgasmica, se associata ai sentimenti e alle emozioni esperite erimentate .

Alcuni fasi di studio hanno sottolineato l’importanza della qualità del rapporto nelle esperienze maschili dell’orgasmo. McCarthy e Fucito credono che, da una prospettiva teorica e clinica, una sessualità intima e interattiva è ciò che gli uomini e le coppie considerano in primo luogo, dal momento che la sessualità è principalmente un processo interpersonale in cui l’obiettivo finale è quello di stimolare la soddisfazione e la relazione di coppia . Negli uomini più anziani Schiavi ha scoperto che il funzionamento sessuale e la soddisfazione sono stati più influenzati da fattori psicologici, relazionali e psicosessuali che da fattori vascolari, neurologici e ormonali .

Mah e Binik hanno valutato l’esperienza orgasmica nei giovani e hanno scoperto che:

a) la soddisfazione sessuale e orgasmica è stata significativamente maggiore durante il rapporto sessuale della coppia rispetto alla masturbazione solitaria e un rapporto più stretto con le caratteristiche cognitivo-affettive dell’esperienza orgasmica rispetto a quelli sensoriali;

B) l’intimità emotiva era cruciale per l’orgasmo;

C) l’intensità psicologica e affettiva dell’esperienza orgasmica è stata più significativa nel vivere il piacere rispetto  alla posizione anatomica assunta  in riferimento alle  sensazioni orgasmiche;

D) le sensazioni orgasmiche oltre la regione genitale-pelvica erano più piacevoli .

L’intimità relazionale, l’intimità sessuale della coppia e la tendenza a sperimentare un orgasmo erano positivamente correlati alla soddisfazione sessuale nei maschi. Un aspetto importante dell’esperienza orgasmica è quello associato alle rappresentazioni di piacere sessuale, che «hanno un significato specifico per ciascun uomo e devono pertanto essere più definiti», secondo Fink, Carson e De Vellis in «Studio sugli esiti di circoncisione adulta: Effetto su Funzione erettile, sensibilità del pene, attività sessuale e soddisfazione» (Journal of Urology 2002) citata da Richters. Il piacere va oltre l’esperienza orgasmica, che ha richiamato una maggiore attenzione forse a causa dell’esistenza di correlati fisiologici, evidenziati sia negli organi riproduttivi che in quello sessuale. Tuttavia, l’espressione soggettiva dell’orgasmo è più difficile da capire per la sua natura «profondamente personale», associata ai concetti del piacere e della soddisfazione, anche se diversi allo stesso tempo, un’analisi  accurata  richiede competenze combinate di fisiologi, psicologi, endocrinologi nonché  un’attenta valutazione delle rappresentazioni  del cervello e del soggetto stesso.


Squirting o eiaculazione femminile: parliamone

L’eiaculazione femminile non è una leggenda metropolitana e nemmeno un effetto cinematografico inventato a tavolino delle case di produzione del porno. Detta anche squirting o goshing, è una risposta fisiologica ad un’intensa stimolazione clitoridea e vaginale.

Da un punto di vista anatomico lo squirting è stato spiegato da diversi ricercatori: una donna su dieci, possiede ghiandole di Skene attive – che sarebbero il corrispondente della prostata maschile – e attraverso un’intesa stimolazione queste ghiandole produrrebbero nel momento dell’apice del piacere – quindi di spasmo muscolare- la fuoriuscita di un liquido a getto, simile all’eiaculazione maschile.

L’orgasmo femminile non è comunque riconducibile e riducibile  a un’eiaculazione e per quanto molti uomini cerchino dei segnali per capire se la propria compagna ha raggiunto l’orgasmo, non è possibile stabilirlo in modo così preciso e universale.

Il rapporto sessuale è uno scambio, un dialogo, un gioco, un modo creativo di stare insieme.

Per questo motivo, il raggiungimento all’orgasmo della partner, non deve essere letto come una conferma alla propria virilità: va piuttosto inquadrato nella qualità e nel tipo di relazione con l’altra persona e se ci sono dei dubbi, curiosità o perplessità, il primo passo è sicuramente quello di parlarne insieme.


Il profondo Potere & Piacere dell’orgasmo femminile

Alimentato da puro istinto primordiale, il desiderio sessuale è  fisiologico la cui finalità conduce  all’accoppiamento. A differenza di molti mammiferi di sesso femminile, le donne possono godere di immenso piacere nell’attività sessuale. Naturalmente un partner non è indispensabile per raggiungere la soddisfazione sessuale e l’orgasmo, nonostante  possa rivelarsi divertente  condividere esperienze erotiche con qualcuno a cui si tiene profondamente. Se vi piace giocare da sole a stimolarsi, o avete l’assistenza di un amante adorante, l’orgasmo può essere profondamente potente ed estremamente gratificante per una donna.

Orgasmo femminile è una funzione completamente naturale e intrinseco al desiderio – niente di cui vergognarsi o addirittura intimidirsi. L’uso del condizionale in codesta circostanza è d’uopo. Le donne dovrebbero parlare di più e guidare all’insegnamento  di una  sana sessualità agli amici ingenui e ragazze pubescenti, in modo che possano liberamente esplorare i loro corpi in via di sviluppo senza sensi di colpa o imbarazzo. Gli uomini dovrebbero anche essere più istruiti  ed informati circa l’orgasmo femminile in modo che possano condividere e contribuire a facilitare questa  incredibile esperienza con la loro partner . Come tutti i corpi e le preferenze personali sono uniche: diventa  importante per una donna è il comunicare al suo amante ciò che stimola il benessere bene, e il modo migliore per raggiungere orgasmi incredibilmente piacevoli. Gli uomini sovente perdono di vista  il fatto che è che l’orgasmo femminile è un esperienza olistica che coinvolge una mente, corpo ed emozioni. Funziona meglio quando ci si sente amate, sostenute e rispettate.  Per gli uomini, l’orgasmo e l’eiaculazione durano solo pochi secondi. Il culmine di solito è sufficiente per la loro soddisfazione. Al contrario, le donne sono in grado di godere  di orgasmi multipli raggiungendo una prolungata ricerca  gratificante. Una donna,  se correttamente stimolata, può raggiungere  una meravigliosa sensazione di pura estasi, come l’intensità continua fino a culminare nella beatitudine carnale.Infatti a dimostrazione che una donna può generare orgasmi senza limiti per tutto il tempo se opportunamente  sopportata, è stato registrato che una donna ha la possibilità di provare  134 orgasmi in un’ora! La durata media del piacere maschile non può durare per più di un’ora, preliminari esclusi.

Come si fa ancora di iniziare a spiegare come ci si sente durante l’orgasmo? L’esperienza dell’orgasmo è al di là della comprensione consapevole  tanto da essere indefinibile a parole. Può capitare di  avvertire  ronzii o formicolii nella zona clitoridea prima  di qualsiasi contatto fisico. Quando una donna si eccita, anche nella sua mente, il sangue inizia a scorrere alla zona genitale simile a quando un uomo ha un’erezione. Il tocco leggero delle dita , di un vibratore o della lingua  può innescare lo schiacciante piacere sensuale. Una volta stimolata da vibrazioni, attrito e/o pressione, a seconda della sua preferenza, il clitoride pulsa  e diventa ultra sensibile. Con  manipolazione ritmica costante  giunge a  mostrare segni di maggiore euforia e lubrificazione. La sensazione si intensifica l”incedere del battito cardiaco e il respiro accelera fino a  rantoli poco profondi  ed  si espira copiosamente. Può esprimere emozioni incontrollabili mediate l’attorcigliamento  delle dita dei piedi, il tremore delle gambe  e il corpo si contorce con esultanza. Le mani afferrano vigorovamente il braccio dell’amante. Spesso si può urlare o lamentarsi in uno stato euforico di frenetica concitazione. La consistenza  fisiologia del turgire femminile e maschile è cruciale, quanto la costante attenzione a mantenere il ritmo e pressione incrementa al vertice sessuale in un eccesso di indulgenza complice. L’apice del piacere scottante può richiedere da 20 secondi a diversi minuti per raggiungere efficaci  contrazioni muscolari vaginali, le quali diventano più forti e più veloci, come intensa energia che scorre attraverso tutto il corpo. La mente si svuota  completamente  come se tutto l’universo ruotasse intorno.  Si potrebbe sfruttare la potenza sprigionata attraverso questa spettacolare rete di oltre 8.000 fibre nervose concentrate in una piccola goccia di carne, alimentando l’intero pianeta!  Il “fiore femminile sboccia ”, gonfio e palpitante con incredibile forza energetica, che culminano in un crescendo di entusiasmo momentaneo – un brivido travolgente che è veramente un dono di natura per le donne! Non c’è modo di falsificare o incorrere in errore se non in un orgasmo veramente Meraviglioso. Le emozioni senza misura, in genere, vanno in una convulsione sismica,  la  realtà è temporaneamente oscurata in linea a  questo fenomeno epocale. Ci si può sentire sopraffatte da enorme gratitudine, straordinario benessere e letargico relax . Si possono  sperimentare  raffiche di pensiero creativo, in quanto l’orgasmo produce una tempesta di fulmini appassionati nell’emisfero  destro del cervello, lato creativo-pensiero.

La sacralità dell’orgasmo femminile credo rappresenti la potenza della vita prorompente in ogni dove, non luogo , residenza di sensazioni sessuali elevate raggiunte attraverso l’interazione tra mente e corpo …. oltre la norma e all’esterno della zona di comfort per molti,rilasciando le pulsioni primordiali e le reazioni involontarie.


Aforisma del giorno: Lilly Wolfensberger Scherz

Siamo portatrici di un’antica tradizione femminile
siamo creatrici, artiste, donne.
Nel nostro corpo vive il simbolo del serpente
e fluisce in noi come sangue di vita
fluisce come acqua di fertilità
fluisce come la danza di creatività.
Donne, sorelle,
siamo poliedriche, siamo potere Divino:
creiamo con i nostri corpi
con le nostre mani
con la nostra intelligenza
con i nostri cuori.
Siamo cultura, arte, espressione d’amore
siamo la fonte eterna di creazione.
Siamo.

Lilly Wolfensberger Scherz

aquila

 


Sull’orgasmo femminile e sulla ricerca per piacere in generale. Spunti di riflessione.

L’orgasmo femminile, celato dal velo del mistero, rimane ancora un enorme argomento tabù:  non se ne parla abbastanza.

Alla cultura pop piace  affrontare tale tema  con la solita  routine discriminando vagine – condannando  il piacere femminile  abitualmente  rispetto a quello dei maschi, e nudità femminile è spesso bollato  più offensivo della violenza .

Ma la questione più preoccupante è rappresentata dal fatto che  il pensiero delle  ragazze  e dei ragazzi mancano di educazione sessuale efficace.

 Un avvio  del discorso educativo potrebbe frenare questa cultura volta al vuoto, dilagante e inutile, che tende ad usare i due pesi e due misure in campo sessuale.  Ridefinire il modo in cui consideriamo sesso con insegnamenti sull’universo misterioso del piacere a tutto tondo diventa  necessità urgente.
Con la diffusione e l’accessibilità di internet gli adolescenti sono direttamente influenzati dalla pornografia, e imitare ciò che vedono sullo schermo sta diventando una prassi normale. Ovviamente non c’è alcun modo per misurare esattamente quanto questa fetta di utenza telematica stia  emulando la plasticità feroci indotta dai film porno che guardano nei mainstream, e nonostante tutto  con questa possibilità dobbiamo riconsiderare quello che stanno guardando.

Ovviamente i ragazzi ignorano  la differenza tra fantasia e realtà e la maggior parte gli esseri umani dovrebbero avere dimestichezza esperenziale in modo da discernere  il confine tra  porno e  sesso. Pornhub  e similia in ogni caso, ci mostra una richiesta specifica: potrebbe essere il momento di riflettere e improntare una coscienziosa, sana anche appositamente curata e meditata  educazione sessuale   progressiva e globale?


Cos’è esser donna?

Cos’è esser donna?Com’è sentire
il vuoto fra le gambe
e curiosità nella gonna, al vento estivo,
e impudenza nelle natiche.

Un uomo non può far altro che vivere
col suo strano fagotto fra le gambe. “Da che parte
preferisce che stia?”, mi domandava il sarto
misurandomi i calzoni senza un sorriso.

Com’è una voce integra, che non si spezza?
Com’è vestirsi e spogliarsi
fra languidi scivolii e carezze,
come vestendosi di olio di oliva,
spalmarsi il corpo di molle stoffe,
di qualcosa che è seta, brusio e un nulla di rosa o d’azzurro?
Un uomo si veste con rudi gesti
di strappo sempre più aspro,
angolosi ed ossuti, che staffilano l’aria.
E gli si impiglia il vento nelle ciglia.

Com’è sentirsi donna?
Quand’è il tuo corpo stesso a sognarti.
Le vestigia di donna sul mio corpo maschio
e le tracce dell’uomo sopra il tuo
ci annunciano l’inferno
che a noi si prepara
e la nostra reciproca morte.

Yehuda Amichai

Poesie (Crocetti, 2001), trad. it. A. Rathaus


Donne pronte a entrare nella Storia

di Sara Vicidomini

Ellen Johnson Sirleaf, è stata la prima donna capo di Stato di un Paese africano. Nel 2011, ha ricevuto il premio Nobel per la pace in ragione del suo impegno nella lotta per i diritti delle donne.

Si sposò a 17 anni con un uomo violento, a 23 era già madre di quattro figli. Riuscì a divorziare e a studiare, e intraprese una lunga e difficile carriera politica per la quale ha patito il carcere e l’esilio.

“Donne, siete pronte a entrare nella Storia?” è stato il grido con il quale ha esordito nel suo primo discorso dopo l’elezione, convinta che non sarebbe mai arrivata fin lì se non avesse imparato sulla sua pelle a resistere e superare le discriminazioni.

Da quando è diventata presidente del suo Paese, è riuscita a traghettare la Liberia lontano dalle guerre civili. La chiave della sua azione politica è stata quella di fare affidamento sulle donne nella convinzione che, siano loro le uniche a poter garantire a Paesi afflitti da miseria e guerra un futuro di ricchezza e pace.

Come ho riscontrato quest’anno, infatti, nel brano “Quando il genio è donna” per secoli si è pensato che le donne fossero incapaci di dedicarsi a qualsiasi attività di carattere intellettuale. Più di tutte lo dimostra Ipazia di Alessandria che per le sue numerose conoscenze fu giudicata secondo la leggenda una specie di mostro e per questo fu uccisa da monaci cristiani. Dopo molti secoli ci fu la milanese Maria Gaetana Agnesi che fu nominata da papa Benedetto XIV professore di Matematica e Filosofia naturale all’università di Bologna senza però aver mai potuto insegnare. Per essere prese in considerazione le donne scienziate dovevano pubblicare col nome maschile le loro opere.

Come dimostra la vicenda di Trotula De Ruggiero, medico e autrice di importanti trattati di ginecologia, che firmava le sue opere col suo nome, ma poi nelle trascrizioni successive lo vide cambiato nel maschile “Trottus”.

Tutto questo ha avvantaggiato uomini più famosi, spesso padri, mariti o fratelli.

Un ruolo importante le scienziate lo hanno avuto nel progetto internazionale “La carte du ciel” (la mappa delle stelle) e nel progetto “Manhattan”, programma segreto per la costruzione delle bombe atomiche.

Oggi sono 12 le donne cui è stato riconosciuto un Nobel. Tra le ultime c’è Rita Levi Montalcini forse la più grande scienziata italiana, premiata dal re Gustav di Svezia nel 1986.

Il segreto, ha spiegato la Montalcini, è tutto in una frase di Primo Levi: “Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla Terra”.

La prima fu, invece, la scienziata polacca Marie Curie (nata nel 1867 a Varsavia si trasferì a Parigi, dove conobbe e sposò lo scienziato Pierre Curie) che scoprì il radio, elemento chimico presente nei minerali di uranio, e studiò la radioattività, ottenendo due premi Nobel ( nel 1903, con il marito, per la fisica e nel 1911, da sola, per la chimica). Pierre e Marie non vollero mai brevettare il metodo con cui ottennero questo elemento, affinchè tutta l’umanità potesse usufruirne. Rimasta vedova Marie continuò gli studi e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale organizzò un servizio radiologico per l’esercito e si recò di persona al fronte. Morì nel 1934 per le radiazioni cui il suo fisico era stato per lungo tempo esposto.

 


Bangles – Walk like an Egyptian

the-bangles

Una delle prime girl-band a formarsi nel panorama musicale internazionale,  4 ragazze scatenate all’inizio degli anni ’80 formarono le Bangles, una band rock di Los Angeles che, grazie all’avvenenza delle componenti e alla musica allegra e divertente, ci mettono molto poco a scalare le classifiche. Sin dal loro primo lavoro infatti, intitolato The Bangles, entrano subito in classifica, seppure nelle posizioni basse, per ben30 settimane consecutive. Le ragazze però hanno talento, ed il picco della loro carriera arriva tra il 1984 e il 1986, quando, tra le altre, fanno uscire questa stupenda Walk Like An Egyptian, una delle poche canzone anni ’80 che ancora oggi i giovani ballano. Leggendo un po’ ironicamente le immagini con cui la cultura egizia ci è stata tramandata nei secoli, le Bangles compongono una canzone che li prende in giro, immaginando come sarebbe se tutto il mondo camminasse come vediamo nei disegni, e cioè lateralmente. Anche nel video vengono riprese persone nella vita di tutti i giorni mentre camminano come gli egiziani, compresi i fotomontaggi (che per gli anni ’80 erano fatti benissimo) della principessa Diana, di Gheddafi, e di un’improbabile Statua della Libertà che compiono il tipico movimento con la mano. La canzone intanto, oltre a far divertire, scala senza fatica le classifiche, arrivando prima in America ed in mezzo mondo (solo quinta in Italia) e facendogli guadagnare il Brit Award agli MTV Music Awards del 1987. Il singolo può vantare numerose cover, tra cui anche una di un ironico cantante egiziano, e l’utilizzo come colonna sonora nel film Asterix & Obelix: Missione Cleopatra.


La Dea egizia Bastet

Bast

Bast (nota anche  come “Bastet” in tempi più tardi ) rappresenta una delle più popolari dee  del Pantheon  dell’antico Egitto: la Dea  gatto appunto, associata al gatto domestico nel  Nuovo Regno personificava la giocosità, la grazia, l’affetto, e l’astuzia di un gatto così come la feroce potenza di una leonessa. I testi più antichi descrivono Bastet come la figlia del Dio del sole Ra, creata insieme alla sua gemella malvagia la dea Sekhmet, tali documenti raccontano che fu proprio per l’intervento di Ra che la forza distruttrice di Sekhmet si placò divenendo, insieme a Bastet, l’equilibrio delle forze della natura.

in tutto l’Egitto ,  il suo centro di culto era il suo tempio a Bubastis nel Basso Egitto (che è oggi in rovina), città antica che fu la capitale  durante il periodo tardo, e alcuni  faraoni onorarono la   dea nei loro regni.

Bast

Il suo nome potrebbe essere tradotto come “la   Divoratrice”.  Gli elementi fonetici “Bas” sono riportati su di   un vaso di olio, la “t” è la desinenza femminile che non viene utilizzata quando si scrive la parola “divorare”. Il vaso di olio richiama l’associazione con il profumo: tale collegamento  viene confermato  dal fatto che la dea era  la madre di Nefertum (che appunto era il dio del profumo). Così il suo nome evoca  la sua  dolcezza  e preziosità, sotto la sua pelle pulsava  il cuore di una  predatrice. Baast ritratta con l’ankh (che rappresenta il soffio di vita) o la bacchetta di papiro ( Basso Egitto), impugnava   a volte uno scettro (che indica la forza) ed era spesso accompagnata da una cucciolata di gattini.

Fu amata così tanto da divenire per gli egiziani la dea protettrice della famiglia, dei bambini, delle donne, della danza, del sorgere del sole e divinità che forniva la protezione contro le forze maligne e le malattieBast in the Late Period copyright Einsamer Schutze

Testimonianze di templi dedicati al culto della dea gatto si trovano in tutto l’Egitto, ma la città sacra di Bastet  è Bubastis, località vicino all’attuale città di Zagazig, dove il 31 ottobre di ogni anno si svolgeva un’importante festa in suo onore del quale si trova traccia nel testo dello storico greco Erodoto (Storie – libro II cap. 60).

I gatti erano sacri a Bast, e  danneggiarne uno era considerato un crimine contro di lei e quindi segno funesto. I suoi sacerdoti allevavano gatti sacri nel suo tempio, considerati incarnazioni della dea. Quando morivano venivano mummificati e potevano essere presentati alla dea come offerta. Gli antichi egizi conferivano grande valore ai gatti perché credevano proteggessero i raccolti e rallentassero la diffusione delle malattie uccidendo i parassiti. Di conseguenza, Bast era ritenuta  una dea protettrice.  Pitture tombali suggeriscono che gli egiziani cacciassero con i loro gatti  ( a quanto pare addestrati per recuperare la preda) e  li allevassero anche  come animali domestici cari. Il culto della Dea   Bast era  popolare. Durante l’ Antico Regno fu considerata  figlia di Atum a Heliopolis (a causa della sua unione con Tefnut ), tuttavia, si pensa fosse generalmente  figlia di Ra (o versione successiva Amun ). Lei (come Sekhmet ) era anche la moglie di Ptah e madre di Nefertum e il leone dio Maahes (Mihos) (che potrebbe essere stata  altra manifestazione  di Nefertum).

Bastet with her kittens copyright Captmondo

Come la figlia di Ra era una delle dee note come “occhio di Ra” , una feroce protettrice che ha quasi distrutto il genere umano, ma con l’inganno della la birra tinta con color sangue, fu indotta al sonno che  le procurò una sbornia, e la carneficina fu scongiurata. Insieme ad  altre dee  era conosciuta come “l’occhio di Ra”, in particolare Sekhmet, Hathor , Tefnut , Dado , Wadjete, Mut . Il suo legame con Sekhmet era il più affine. Non solo entrambe le dee assumevano la forma di una leonessa, erano entrambi considerate come la sposa di Ptah e la madre di Nefertum e durante la festa di Hathor (che celebra la liberazione dell’uomo dall’adirato “Occhio di Ra”) l’immagine di Sekhmet rappresentava Alto Egitto mentre l’immagine di Bast rappresentava il  Basso Egitto .

Bast copyright Guillaume Blanchard

Bastet era molto legata ad Hathor ed era  spesso raffigurata in possesso di un sistro (il sacro sonaglio di Hathor) e Dendera (la sede del centro di culto di Hathor nell’Alto Egitto)  nota anche come il “Bubasti del sud”. Questa associazione è chiaramente arcaica in quanto le  due dee appaiono insieme nel tempio nella  valle di Chefren a Giza . Hathor rappresenta l’Alto Egitto e Bast rappresenta Basso Egitto. Uno dei suoi epiteti è stato “la signora di Asheru”. Asheru era il lago sacro nel tempio di Mut a Karnak, e a Bast è stato dato l’appellativo a causa della sua relazione con Mut, che di tanto in tanto ha preso la forma di un gatto o di un leone. All’interno del tempio di Mut ci sono una serie di raffigurazioni del faraone che festeggia con  una corsa rituale in compagnia di Bast. In questo tempio a Bast è stato dato l’appellativo di “Sekhet-Neter” – il “Campo divino” (Egitto).

Bast-Wadjet copyright Sully

E ‘stata anche identificata  con la dea dalla testa di leone pakhet di Speos Artemidos (grotta di Artemide) nei pressi di Beni Hassan. La grotta è stato denominata così perché Bast (e il suo aspetto pakhet) è stata adottata dai Greci come dea  Artemide, la cacciatrice. Tuttavia, le due dee non erano così simili : Artemide era nubile mentre Bast era associata al divertimento e alla sessualità. Tuttavia, la connessione con Tefnut e Bast di aspetto potenzialmente belligerante probabilmente ha contribuito a questo apparentemente strana connessione. Dopo tutto, anche il più piccolo gatto di casa è un abile cacciatore. I greci attribuivano a  Bast  un fratello gemello, così come Artemide aveva suo fratello Apollo. I riferimenti ad   Apollo Heru-sa-Aset ( Horus, figlio di Iside ), ha come diretta conseguenza la relazione del nome di Bast all’ “anima di Iside ” (ba-Aset) mutandone il suo nome  in una forma di questa dea diventata poi sì popolare. In  Bast era una dea  lunare.

Una leggenda racconta che Bastet, morsa da uno scorpione, fu guarita da Ra:
“Ra infuriato, provocò una siccità, quando si fu calmato, mandò Thot a cercare Bastet in Nubia, dove lei si era nascosta sotto forma della dea leonessa Sekhmet. Navigando il Nilo, Bastet si era bagnata nel fiume in una città sacra a Iside, trasformandosi di nuovo in gatta entrando a Bubastis, la città dei gatti, fu trovata da Thot … per molti secoli gli egiziani hanno ripercorso il suo viaggio in venerazione dei gatti e della dea Bastet”.

La gatta era assimilata alla luna: come nei gatti le pupille nel buio della notte subiscono grandi variazioni così venivano paragonati ai cicli lunari.

Scrive in proposito Edward Topsell (Topsell’s Histories of Beasts):
“Gli Egizi hanno osservato negli occhi di una gatta le varie fasi lunari perché con la sua luna piena splendono di più mentre la loro luminosità diminuisce con la luna calante e il gatto maschio muta l’aspetto dei suoi occhi in relazione al sole, infatti quando il sole sorge la sua pupilla si allunga, verso mezzogiorno si arrotonda e la sera non si vede affatto e sembra che l’intero occhio sia omogeneo”.

Alcuni versi tratti dai geroglifici del tempio di Dendera confermano il legame di Bastet con Iside, si legge:
“Quando la vide, sua madre Nut le disse, sii leggera per tua madre, Tu sei più vecchia di tua madre perchè il tuo nome è stato Iside” .

Nella VI dinastia, il faraone Pepi I fece costruire nel suo santuario una cappella dedicata a Bastet, e anche la grande regina Hatshepsut fece scavare un santuario in onore della dea gatto nei pressi di Beni Hassan.

Il gatto quindi venne ritenuto sacro al sole e ad Osiride, la gatta invece consacrata alla luna e ad Iside.Un brano tratto dal “Le settantacinque lodi di RA” 1700 a.C. recita:
“Lode a te, o Ra, glorioso dio-leone, tu sei il grande gatto, il vendicatore degli dei e il giudice delle parole, il presidente dei sovrani e il governatore del sacro cerchio, tu sei il corpo del grande gatto”.

Gli Egizi chiamarono il gatto Myou, conferendogli da prima un ruolo di porta fortuna, riconoscendogli una natura amabile e disponibile, lo introdussero successivamente nella vita quotidiana di tutte le famiglie, con il compito di proteggere le provviste alimentari dai roditori e serpenti velenosi.

Si sono trovate decorazioni tombali che provano che i gatti venivano portati dagli egiziani nelle paludi per recuperare le anatre cacciate, ma l’amore per questi felini si spinge oltre portando alcuni genitori a dare il nome dei gatti (Myoun… Mit… Mirt… Miut) alle proprie figlie femmine. E’ stata ritrovata a Deir el Bahri nel tempio del re Mentuhotep una mummia di una bambina di 5 anni dal nome Mirt.

Immagini dei gatti comparvero anche su oggetti di vita quotidiana, gioielli, braccialetti d’oro, amuleti e anelli ma il gatto fu anche rappresentato in moltissime statue in bronzo destinate per lo più a scopi funerari.

La gran parte delle statuette aveva le orecchie forate con orecchini d’oro o d’argento e occhi intarsiati di pietre semi preziose.

Dei gatti Erodoto scrive: “E quando scoppia un incendio, ai gatti succede qualcosa di veramente strano, gli Egiziani lo circondano tutt’intorno pensando più ai gatti che a domarlo, ma gli animali scivolano sotto o saltano sugli uomini e si gettano tra le fiamme. Quando questo succede, in Egitto è lutto nazionale, gli abitanti di una casa dove un gatto è morto di morte naturale si radono le sopracciglia, i gatti vengono portati in edifici sacri dove vengono imbalsamati e seppelliti nella città di Bubasti.”

Da scavi archeologici nelle rovine di Tell Basta (nome attuale di Bubastis) è stato ritrovato un grandissimo cimitero di gatti mummificati, infatti questi felini subivano lo stesso processo di imbalsamazione delle mummie reali, poi bendati con gli arti distesi e seppelliti con vicino ciotole per il latte e oggetti che ne garantivano la sopravvivenza nell’aldilà.

Il gatto di colore nero era il prediletto perché associato al colore della notte e al colore nero del limo portatore di fertilità e rinascita dopo le inondazione del Nilo.

Infine anche nell’Islam si trova traccia del gatto:
Si narra che Maometto, intento a leggere con un braccio allungato sul tavolo, fu avvicinato da un gatto che gli si sdraiò sulla manica della sua tunica, arrivata l’ora della preghiera Maometto guardando dormire beatamente il gatto non volle svegliarlo credendo che il felino stesse, nel suo sonno, comunicando con Dio (Allah). Preferì quindi tagliarsi la manica della tunica per andare a pregare. Al ritorno dalla preghiera il gatto, riconoscente gli fece tante fusa e Maometto commosso gli riservò un posto in paradiso ponendogli per 3 volte le mani sulla schiena gli donò la capacità di cadere sempre sulle zampe senza farsi male.


Buone Feste


Lady in Black – Gregorian


Schopenhauer. La metafisica dell’amore sessuale

La volontà umana, quale oggettivazione della volontà intesa nel senso cosmico, si manifesta nella maniera più profonda e radicale nella sfera della sessualità, nella quale è volontà di vivere e di conservarsi sia come specie, sia come individui: «Le parti genitali, molto più di qualsiasi altro organo del corpo, sono soggette alla volontà sola e sottratte alla conoscenza: la volontà vi manifesta anzi la propria indipendenza dalla conoscenza. […] Ne risulta che i genitali costituiscono il vero punto focale della volontà, e quindi il polo opposto al cervello, che rappresenta l’intelligenza, ossia l’altra faccia del mondo, il mondo come rappresentazione». Schopenhauer insiste molto e ripetutamente su questo concetto chiave, sia nell’opera, sia nei Supplementi, fra i quali uno dei più popolari è la Metafisica dell’amore sessuale.

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

La scelta sessuale

La profonda serietà, con la quale noi uomini esaminiamo accuratamente ogni parte del corpo di una donna — e quest’ultima, per parte sua, fa lo stesso con noi —, la scrupolosità critica, con la quale studiamo una donna che incomincia a piacerci, la caparbietà della nostra scelta, l’apprensione, con la quale lo sposo osserva la sposa, le precauzioni, che egli prende per non essere ingannato e il grande valore che egli attribuisce a ogni perfezione o imperfezione delle principali parti del corpo, tutto ciò è pienamente commisurato all’importanza del fine. Infatti, il bambino che nascerà dovrà portare per tutta la vita una parte del corpo di quel genere: se, per esempio, la donna è anche solo un po’ storta, questo difetto potrà facilmente provocare nel figlio una gobba, e così in ogni altro caso. Non si ha naturalmente coscienza di tutto questo: anzi, ciascuno di noi crede di essere tanto difficile nella scelta solo negli interessi della propria voluttà, che invece non è assolutamente coinvolta nella decisione, mentre quella scelta, data la nostra particolare corporatura, è tale da corrispondere esattamente all’interesse della specie, il cui compito segreto è quello di mantenere il più possibile puro il tipo. L’individuo lavora qui, senza saperlo, in vista di un fine superiore, in vista della specie: ecco perché attribuisce tanta importanza a cose che, come tali, potrebbero, anzi dovrebbero essergli indifferenti.

(A. Schopenhauer, Metafisica della sessualità)


IL Sesso nel Medioevo

Il Medioevo è da sempre considerato un’età buia, caratterizzata dal bigottismo e dalla repressione, conseguenze di una forte religiosità, criticata ampiamente in età  illuministica e moderna. Sembra dunque chiaro, in quest’ottica, che il sesso sia un argomento tabù e che tutte le pratiche sessuali siano considerate non solo immorali ma anche peccaminose e in qualche modo influenzate dal demonio. Ma è davvero così?


Il nome della Memoria: Madre

Oggi 8 Maggio vi propongo una lectio magistralis di Massimo Recalcati: un invito alla riflessione sul ruolo della donna in questa compagine culturale.

Auguri donna, madre in potenza e cultrice di Vita


TheCoevasIo. Fisiologica lettura, passatempo per audaci antidiluviani lettori

io
Protagonista di questo romanzo è (l’)Io. Una donna che vuole a tutti i costi scardinare la sua ingenuità psicologica, allenandosi a potenziare le forze che governano i suoi impulsi, divenendo agente attivo delle sue pulsioni distruttive. Attraverso un viaggio onirico trova la strada per agire e liberare sé stessa dall’angoscia e dalla castrazione emotiva per essere stata simbolicamente cacciata dal Paradiso Terrestre. (L’)Io non vuole più essere un piccolo ingranaggio nella società e si spinge oltre per dire – Basta a tutti quei legami egoistici che non considerano l’altrui sensibilità, emotività, desideri, affetti e aspirazioni. Basta ai sensi di colpa.
Si comincia con la sua consapevolezza; misteri non svelati ma scoperti, segreti non rivelati ma pubblicati, tradimenti dove il “tradimento” è il vero Paradiso Terrestre. Il passato, l’infanzia, l’adolescenza, la scoperta del sesso, suo unico naturale e consolatorio amico trasformato in porcheria da primitive menti familiari. Iniziatrice di una nuova Sua èra, dove nulla sarà più come prima capovolgerà la conoscenza del bene in conoscenza profonda del male. La Crudeltà, dèa ispiratrice del suo percorso, proditoriamente assomma e trascende tutte quelle dei cosiddetti villain appartenenti alla storia e alla letteratura.
A questo punto inizia la vera storia, dove realtà e inconscio si mescolano laddove il suo agire sarà giustificato dalla metafora del sogno.
Nel capitolo intitolato Dark waters si assiste a una revisione prima del mito di Ulisse e poi di quelli di Eschilo e di Oreste. Filo rosso è l’acqua, elemento portatore di vita e morte. Il tema predominante è la famiglia, dove si assiste all’uccisione della madre (colei che le ha portato via la figura tanto amata del padre) e del suo amante.
Nel capitolo Black soul blues l’elemento è la terra, intesa come custode di segreti innominabili e pertanto da tenere occultati.
(l’)Io userà la forza e il potere delle parole e dei giudizi, che la fede religiosa usa per colpevolizzare e rendere succubi deboli menti, allo scopo di eliminare un servo della chiesa.
In Surfin’ bird l’elemento è il fuoco, inteso in tutta la sua forza distruttiva e purificatrice. Reduce della guerra del Vietnam, dove trovatasi a combattere come mercenaria, è prigioniera dei Vietcong. Torturata, ha subito abusi atroci e subdoli finalizzati a toglierle il respiro ampio della dignità. La scena si sposta negli States, ove, autostoppista improvvisata, si recherà verso un luogo dove attuerà l’“Attentato”.
Labyrinth infine, è un ritorno a sè ambientato nel cervello della protagonista, dove vi è una lotta tra virus e batteri contro la vita stessa di Io. La scena si sposta all’interno di un ospedale dove è ricoverata vittima di un male tanto incurabile quanto sconosciuto. È tale male solo all’interno della sua mente? In questo luogo trova la cura adatta a lei tramite il principio mors tua vita mea. La cieca distruzione dell’altro, il malato che contagia, avviene fantasticamente insufflando gas venefico nelle condutture dell’aria condizionata. L’elemento è l’aria, che, per ironia della sorte, è portatrice di vita.
Segue poi un’autoanalisi in The rose tattoo, dove l’antieroina, la razionale, la donna con un preciso ruolo, prende le distanze dalla parte gemella e dal suo operato, snocciolandolo come non l’appartenesse, fino ad arrivare all’imprevisto finale, dove si consuma il delitto più grave: quello contro sé stessa.
Il tradimento perfetto sarà compiuto?

<p><a href=”https://vimeo.com/47269444″>Extremo IO</a> from <a href=”https://vimeo.com/iridediluce”>Iridediluce</a&gt; on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>


Renato Zero & M. Nava – Crescendo


Platone e l’Eros

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Il desiderio erotico, da Platone in poi, è inscritto nel segno di una mancanza che è figlia di una colpa. L’androgino sfida gli Dèi e, per tutta risposta, viene diviso a metà e costretto a volgere la sguardo verso il segno della ferita. Da allora ogni metà desidera ricongiungersi alla parte perduta di sé. Dunque la conoscenza, e la coscienza che ne è fondamento, sono fonte di una vergogna che è avvertita in quanto colpa; ma di che cosa esattamente?Forse gli uomini soffrono l’incomprensibile abbandono degli Dèi, il loro inarrivabile silenzio e non possono che raccontarsi che è colpa loro, che qualcosa devono pur aver fatto…e in effetti qualcosa hanno fatto; si sono sottratti al controllo Dèi loro antichi padroni diventando Dèi di sé stessi (diremmo perciò che gli uomini hanno abbandonato gli Dèi ma che descrivono la cosa dicendo di essere stati abbandonati per una qualche primigenia colpa). La frattura divide l’Io da sé stesso e lo rende schiavo (d’amore) della sua metà fuggita, quella metà che più che essere un altro mortale, è il suo Dio, la sua follia (mania), cioè la sua modalità d’essere prima dell’avvento tragico dell’individuo (sempre uno, diviso).Se de-siderare significa smettere di contemplare le stelle, allora il desiderio s’insinua laddove c’è una Spaltung tra l’uomo e il divino facendosi al contempo dolorosa rottura e possibilità del suo sanamento. Eros getta un ponte tra mondi che, lungi dal potersi fondere, possono solo farsi interpreti l’uno dell’altro (sexus-nexus) connettendosi in un senso, sebbene provvisorio, caduco. È in virtù di questa mediazione erotica che l’atto sessuale (la petite mort di Bataille) e, se si vuole, quello linguistico, sospende momentaneamente la discontinuità dell’esistenza e con essa la separatezza e l’incomunicabilità. Ma se nell’avvinghiarci al corpo dell’altro scongiuriamo il pericolo di essere morti (perché e finché il piacere ci protegge), sciogliendoci dall’intreccio ci riscopriamo improvvisamente esposti, mutilati, mortali. Dunque: la coscienza individuale è la colpa, la separatezza è la pena, l’unione erotica è l’espiazione (mai definitiva). Il desiderio, che è desiderio di ciò di cui è mancanza (Eros figlio di Penia), è memore di un vissuto originario che esperiva l’unità, l’armonia cosmica tra l’uomo e i suoi Dèi, l’assenza di discontinuità nel mondo, il vissuto dell’alterità come determinazione dell’identità. Il desiderio ricorda e vagheggia il tempo in cui “tutto era Uno”(di cui l’androgino è la cifra).


Maleficent

Guarda il film “Maleficent” on line

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C’era una volta, la disputa fra bene e male, una strega malvagia e una principessa dall’aspetto angelico, una maledizione atta a distruggere il potere dell’amore.

C’era una volta, una favola capace di far sognare bambini e bambine MA una favola simile a tante altre favole, priva di originalità e magia ma forte delle reminiscenze del passato.
C’era una volta
e per fortuna non c’è più.
Ciò che ho visto al cinema si è rivelato un capolavoro della Disney, un inno al vero amore che non ricadesse nel banale.
E’ stato un viaggio nell’intimo di una donna che per secoli ha vestito le parti della strega malvagia, priva di umanità e sentimento.
Ho apprezzato questo distacco dalla favola popolare, un distacco che ha dato vita ad un’avventura nuova, letta in chiave moderna; non si è parlato di bene o male, di angeli e demoni ma si è descritto l’inno all’amore, a quell’amore tradito che genera ostilità e dolore ma che, nel toccare il fondo di una vendetta disumana, riaffiora a nuova luce e genera vita.
Meravigliosa l’ambientazione: cascate argentate, folletti e fate, alberi maestosi resi guardiani di una magia silenziosa, che la mano umana non dovesse e potesse distruggere. Meravigliosa l’analisi psicologica della strega: la solitudine di un’infanzia che l’ha resa forte e prudente ma con gli occhi ancora colmi di speranza.
E in tutto questo dove si nasconde l’amore?
Ci allontaniamo dall’amore fra uomo e donna, l’amore coniugale, l’amore “di 2 sposi o presunti tali” e ci avviciniamo al VERO AMORE, quello di una madre per la figlia, perchè si è madre anche se il figlio non lo generi dal tuo grembo, si è madre se si è spesa la propria vita a custodire, accudire, proteggere un’altra creatura, assistendola nel percorso lungo della crescita.
Ed ecco che il vero bacio non ricade nel banale ma esplode nelle labbra di Angelina Jolie posate sulla fronte della sua “Bestiolina adorata”.
Si mescolano le parti e i nodi si sciolgono: colui che ha speso la propria vita alla ricerca della fama, tradendo e ferendo, fa la fine che merita, soccombe all’avidità e all’orgoglio. LUI, nè padre nè marito nè amante. E LEI, la fata oscura, la strega alata, ritrova la sua favola e il suo lieto fine, circondata da quell’amore che gli era stato sottratto, da quelle promesse che nessuno aveva mai mantenuto, da quella dignità che altri avevano violato.

MALEFICENT

“L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere, l’amore deve trovare la forza di diventare certezza dentro di sè, allora non è più trascinato ma trascina.” H. Hesse


Ciao Pino


Maria Gaetana Agnesi, matematica e linguista italiana.

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Maria Gaetana Agnesi nasce a Milano il 16 maggio 1718 in una famiglia facoltosa di commercianti della seta. Contrariamente a quanto è stato scritto in passato, il padre Pietro (1690 ca-1752) non era professore di matematica a Bologna, bensì un “uomo nuovo” della ricca borghesia milanese, che in quegli anni investiva le ricchezze familiari nel tentativo di elevare il proprio casato al rango patrizio mediante un generoso mecenatismo per arti, scienza e poesia. Un salotto di intellettuali italiani e stranieri presso il proprio palazzo e l’investimento nell’istruzione dei figli facevano parte della sua strategia di ascesa sociale.
In tale contesto, le figlie Maria Gaetana e Maria Teresa (1720-1795) vengono avviate fin da giovanissime allo studio delle lingue, la prima, al canto ed al clavicembalo, la seconda. Iniziano ben presto ad esibirsi per gli ospiti del padre.
Il salotto di palazzo Agnesi raccoglieva parecchi esponenti dell’illuminismo cattolico lombardo legati al movimento di riforma portato avanti da Antonio Ludovico Muratori (1672-1750) e appoggiato da papa Benedetto XIV durante il suo pontificato (1740-1758). Impegnati in una campagna per un nuovo rigore morale e per la partecipazione attiva dei fedeli alla società civile, questi ecclesiastici si proponevano di armonizzare ragione e fede anche attraverso l’introduzione delle nuove teorie scientifiche, come il sistema newtoniano e il calcolo infinitesimale.
La giovane Maria Gaetana si forma in questo ambiente. Prosegue la sua educazione con i migliori istitutori privati leggendo gli autori classici e testi di filosofia, di etica e di fisica. Nel 1738 pubblica una raccolta di 191 Propositiones philosophicae, presumibilmente un sommario, dove il sapere fisico-matematico giocava un ruolo di tutto rilievo delle ricerche filosofiche intraprese fino ad allora con il conte Carlo Belloni (cui le Propositiones sono dedicate), con Padre Francesco Manara, professore di Fisica sperimentale all’Università di Pavia, e Padre Michele Casati. In questo testo le scienze vengono presentate secondo una prospettiva apologetica dove solo le matematiche consentono una “conoscenza certa” e una “contemplazione intellettuale” infusa di spirito religioso. Con la pubblicazione delle Propositiones, che attestavano una discreta conoscenza di matematica, aumenta la notorietà di Maria Gaetana Agnesi; ospiti illustri dall’Italia e dall’Europa si recano presso il palazzo paterno per incontrarla.
Nello stesso periodo si accentua altresì la vena mistica della giovane, che si dedica sempre più alla meditazione ed alla vita spirituale. Nel 1739 manifesta la volontà di abbandonare l’attività mondana e la frequentazione dei salotti per prendere i voti: di fronte alle resistenze paterne la giovane acconsente ad un compromesso che le permetta di vivere un’esistenza ritirata senza entrare in convento, ma prestando opera di assistenza presso il reparto femminile dell’Ospedale Maggiore di Milano.
E’ del 1740 l’incontro con il monaco Ramiro Rampinelli (1697-1759), docente di matematica a Padova e formatosi a Bologna. Già dal 1735 l’Agnesi si era dedicata allo studio del manuale di calcolo differenziale del marchese Guillaume François de L’Hôpital (1661-1704) con l’intenzione di scriverne un commento ad uso didattico. Sotto la guida di Rampinelli affronta i lavori di Charles-Réné Reyneau (1656-1728), di Guido Grandi (1671-1742) e di Gabriele Manfredi (1681-1761), mentre entra in contatto con i matematici italiani che si occupavano allora del calcolo infinitesimale, in special modo con il conte Jacopo Riccati (1676-1754). Nel 1748 pubblica in due volumi le Instituzioni analitiche per uso della gioventù italiana: come indica il titolo, l’intento dell’autrice è divulgativo e didattico, in linea con quelle che erano le impostazioni di base del movimento del cattolicesimo illuminato di cui faceva parte. La lingua adottata quindi è l’italiano, in rottura con la tradizione manualistica dell’epoca in latino; lo stile è semplice e chiaro. Decide poi di trattare i principi dell’algebra, della geometria analitica e del calcolo infinitesimale in termini puramente geometrici, senza includere le applicazioni di tali discipline alla meccanica ed alla fisica sperimentale; un’interpretazione, questa, determinata forse dalla convinzione di una superiorità filosofica delle matematiche rispetto alle altre scienze.
Socia di varie accademie scientifiche, nel 1748 viene aggregata all’Accademia delle scienze di Bologna. Papa Benedetto XIV le fa assegnare nel 1750 l’incarico di lettrice onoraria di matematica all’Università di Bologna, che negli stessi anni vede tra i suoi docenti donne celebri come Laura Bassi; Agnesi accetta, ma non svolgerà mai il suo incarico.
Nel 1752, alla morte del padre abbandona, infatti, l’attività scientifica per dedicarsi alle opere caritatevoli ed al raccoglimento spirituale: pochi anni dopo lascia il palazzo di famiglia e si trasferisce presso le stanze dell’Ospedale Maggiore. Su richiesta dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Pozzobonelli (1696-1783), assume nel 1771 la direzione del reparto femminile del Pio Albergo Trivulzio. Il suo impegno si manifesta anche nel suo incarico di consigliera di materie teologiche dello stesso arcivescovo, che nel 1768 la nomina “priora della dottrina cristiana”, incarico legato all’opera di catechizzazione del popolo. Muore nel 1799.

 


Ana Rossetti – Incoffessabile

E’ tanto adorabile introdurrmi nel suo
letto, mentre la mia mano vagante
riposa, trascurata, tra le sue gambe,
e sguainando la colonna tersa – il suo cimiero
rosso e sugoso avrà il sapore delle fragole,
piccante- presenziare all’inaspettata
espressione della sua anatomia che non sa
usare, mostrargli la l’arrossata incastranatura
all’indeciso dito, somminestrandogliela
audacemente con perfide e precise dosi.
E’ adorabile pervertire un ragazzo, estrarrgli
dal ventre vaginale quella ruggente tenerezza
tanto simile al rantolo finale di un agonizzante,
che è impossibile non condurlo a sfinirsi mentre eiacula.

ana


Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy

Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy (parte 1)

Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy (parte 2)

O2

 

Un gruppo di affaristi francesi si trova all’improvviso nei guai; la loro società sta per essere rilevata da un ricco americano, in arrivo dagli Stati Uniti con tutta la sua famiglia per concludere l’operazione. L’unico sistema per evitare questa prospettiva è di riuscire a coinvolgere l’americano in uno scandalo di tali proporzioni da indurlo a rinunciare. Per questo, si affidano alla perversa e affascinante Madame d’O, che con impegno si mette all’opera attirando nei suoi torbidi giochi sadomasochistici non solo il finanziere, ma tutta la sua famiglia, moglie e due figli, facendo addirittura arrivare padre e figlia all’incesto (almeno a quanto si può intuire). Lo scandalo scoppia, e l’obiettivo è raggiunto; consolazione per l’americano e la sua famiglia, è l’aver scoperto, grazie alla solerte madame d’O, nuovi orizzonti della sessualità.

GENERE: Commedia
ANNO: 1984
REGIA: Eric Rochat
SCENEGGIATURA: Eric Rochat
ATTORI: Ruben Blanco, Christian Cid, Manuel de Blas, Carole James, Eduardo Bea, Frank Sussman, Sandra Wey, Rosa Valenty, Tomas Pico’, Alicia Principe
FOTOGRAFIA: Andres Berenguer
MONTAGGIO: Alfonso Santacana
MUSICHE: Stanley Myers
PRODUZIONE: BEDROCK HOLDING IMAGE COMMUNICATION
DISTRIBUZIONE: ARTISTI ASSOCIATI (1985) – DOMOVIDEO
PAESE: Spagna
DURATA: 87 Min
FORMATO: PANORAMICA


Buon Compleanno Aretha Franklin, indiscussa Regina del Soul

Aretha Franklin nasce a Memphis nel 1943, ed è figlia del Reverendo Battista Charles Franklin, importante religioso di Detroit. In casa Franklin entrano ogni tanto Mahalia Jackson, Berry Gordy, Clara Ward e un intimo amico del padre:Martin Luther King. Il Reverendo Franklin è infatti soprannominato “The Million Dollar Voice” per la capacità di intonare sermoni “ipnotici” e gospel. Nel 1960 la giovanissima Aretha è scritturata dalla Columbia, per la quale incide dieci dischi in sei anni, senza alcun successo commerciale. Più fortunata la collaborazione con la Atlantic, che la spinge con più decisione sulla via del rhythm’n’blues. Dal 1967 in poi brani come “I Never Loved A Man (The Way I Love You)”, “Baby I Love You”, “Chain of Fools”, “Think” ottengono un grande successo. La Franklin si segnala anche per la capacità di affrontare con la propria voce, una delle più belle e riconoscibili del mondo della musica, brani diversissimi come “Satisfaction” (Rolling Stones), “I say a little prayer” (Burt Bacharach), nonché una versione di “Respect” che lascia stupefatto lo stesso Otis Redding. A consacrarla come leggenda del r’n’b è tuttavia “(You make me feel like) A natural woman”, di Carole King.
Nel 1979, dopo 19 album con la Atlantic, Aretha passa alla Arista. Gradualmente il sound dei suoi dischi comincia a “ringiovanire” con innesti di fresche “contaminazioni” della nuova black music e non solo: negli anni ’80 il suo grande rilancio passa attraverso collaborazioni o duetti con, tra gli altri, George Benson, Eurhythmics, Rolling Stones, George Michael e Whitney Houston. La “Queen of Soul”, continuamente omaggiata da tributi e riconoscimenti (è la prima donna ad entrare nella Rock’n’Roll Hall of Fame e vince ben 15 Grammies), è anche protagonista di una memorabile versione di “Think” in “Blues Brothers”.
Grazie al sapiente lavoro del produttore Narada Michael Walden, la cantante torna anche nelle top ten, con il brano “Freeway of love” (1984), utilizzato anche per uno spot della Coca-Cola. In ogni caso Aretha non rinnega le origini “gospel” (il suo disco del 1987 ONE LORD, ONE FAITH, ONE BAPTISM è il più venduto nella storia del genere, superando persino quelli di Elvis.
Nel 1998, dopo una lunga lontananza dagli studi di registrazione, incide A ROSE IS STILL A ROSE, per il quale ancora una volta si avvale del contributo di alcuni tra i più quotati produttori contemporanei, tra i quali Jermaine Dupri, Sean “Puffy” Combs, e l’inseparabile Narada.
Nel 2003 viene pubblicato SO DAMN HAPPY, che include la canzone “Wonderful”, vincitrice del Grammy. In seguito all’uscita del disco, pur incidendo di fatto poi un altro album di duetti illustri dal titolo JEWELS IN THE CROWN: ALL-STAR DUETS WITH THE QUEEN (2007), la Franklin lascia – dopo trentadue anni – l’Arista Records e fonda la propria etichetta discografica, l’Aretha Records per la quale incide il suo nuovo album A WOMAN FALLING OUT LOVE, in uscita nel 2008.
A febbraio 2008, durante la 50esima edizione dei Grammy, l’artista viene insignita di un premio alla carriera per aver vinto ben venti “grammofoni d’oro”. A novembre 2010 Aretha viene ricoverata in ospedale: ha infatti dei seri problemi di salute (un tumore al pancreas), per cui le viene impedito di cantare almeno fino a maggio 2011.


Auguri a Mina


Buon compleanno a Valentina Vladimirovna Tereškova

Valentina Vladimirovna Tereškova (in russo Валентина Владимировна Терешкова) (Maslennikowo, 6 marzo 1937) è una ex cosmonauta e politica sovietica. Nata nei pressi di Jaroslavl sul fiume Volga è stata la prima donna nello spazio e fino alla prima missione di Svetlana Savitskaja (successivamente la prima donna ad eseguire un’EVA svoltasi nel 1982) contemporaneamente l’unica.

Valentina Vladimirovna Tereškova

Valentina Vladimirovna Tereškova

Figlia di un guidatore di trattori caduto durante la Seconda guerra mondiale ha avuto un’infanzia difficile. Da giovane lavorava in una fabbrica produttrice di pneumatici e successivamente in un’impresa produttrice di fili. Per sette anni ha svolto la professione di sarta e stiratrice all’interno di quest’impresa. Oltre al lavoro ha frequentato corsi serali per diventare tecnica, diploma che conseguì nel 1960.

Già a partire dal 1955 Tereškova divenne un’appassionata paracadutista. Grande ammiratrice di Jurij Gagarin si candidò più volte per frequentare la scuola per aspiranti cosmonauti. Nel 1962 riuscì a partecipare all’esame di assunzione, che superò con bravura, e ad iniziare il suo addestramento per diventare donna cosmonauta.

A bordo di Vostok 6, Valentina Tereškova il 16 giugno 1963 venne lanciata dal cosmodromo di Baikonur per una missione nello spazio durata quasi tre giorni interi. La missione effettuò 49 orbite terrestri. Quale comandante di una navicella spaziale scelse il nomignolo di Чайка (Čaika-“gabbiano”) per i collegamenti via radio. Pochi giorni prima era stata lanciata la missione Vostok 5 equipaggiata dal cosmonauta Valeri Bykovski.

Dopo una trentina di giri intorno alla Terra, però, i tecnici si accorsero di una complicazione che poteva rivelarsi fatale. La navicella Vostok si stava allontanando dal pianeta e non avvicinando. Presto sarebbe sfuggita alla attrazione terrestre per perdersi nello spazio. Il centro di controllo sovietico inviò repentinamente le necessarie correzioni per salvare Vostok6 e soprattutto Valentina.

Il 19 giugno Tereshkova atterrò nelle vicinanze di Novosibirsk, dove venne accolta e calorosamente festeggiata dalla folla. Pochi giorni dopo le venne conferita a Mosca un’alta onoreficenza, cioè il titolo di Pilota-cosmonauta dell’Unione Sovietica.

Valentina Tereskova raccontò che «Sotto di me c’era un lago e non la terra ferma. Ci avevano addestrato a questa eventualità ma non sapevo se avrei avuto la forza necessaria per sopravvivere». Il vento, fortunatamente, la spinse via. Ma nell’impatto Valentina sbattè la faccia contro il casco e si provocò un trauma sul naso e venne portata subito in ospedale.

A novembre dello stesso anno sposò Andrijan Grigorjevič Nikolajev (nato il 5 settembre 1929 e morto il 3 luglio 2004), cosmonauta che aveva partecipato alla missione Vostok 3. Il matrimonio venne celebrato a Mosca e usato per fini propagandistici sovietici. Venne assegnato agli illustri sposi un appartamento di lusso sul Kutusovskij Prospekt. Nel 1964 naque la loro figlia Alenka.

Successivamente Tereškova studiò presso l’accademia per ingegneri dell’aeronautica militare sovietica Čukovski. A maggio del 1966 venne eletta a far parte dell’ Alto Soviet dell’Unione Sovietica e a maggio del 1968 divenne presidente del comitato donne dell’Unione Sovietica. Nel 1971 divenne membro del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. A partire dal 1974 fece parte del direttivo dell’Alto Soviet e dal 1976 in poi vicepresidente della commissione per l’educazione, la scienza e la cultura dell’Unione Sovietica.

Nel 1982 ci fu il divorzio da Nikolajev. Si sposò una seconda volta con Juri Šapošnikov del quale è vedova dal 1999.

Nel 1994 venne nominata dal governo russo direttrice del “Centro russo per collaborazione internazionale culturale e scientifica”.


La protesi, la carne e il tempo

Come è nata la strana idea che il corpo sia un oggetto?
l corpo tra essere e avere
Perché nel linguaggio della vita quotidiana i termini “corpo” e “mente” sono più spesso associati al verbo avere che al verbo essere?
Il corpo che sono non è un oggetto fra gli altri anche perché è il luogo da cui percepisco gli oggetti stessi. Il corpo può osservare una cosa da diversi punti di vista ma non può girare intorno a se stesso, appunto perché non è un arnese fra i tanti. Il corpo è la struttura nella quale e tramite cui diventa concreto lo spazio geometrico nel quale la mente è immersa. Dalla elaborazione delle percezioni visive, tattili, olfattive, sonore si origina il pensiero come scambio continuo fra il soggetto e l’ambiente naturale e sociale che gli dà vita e senso.
“Bene pertanto suppongono quanti ritengono che né la mente esiste senza il corpo né che è essa un corpo.
Corpo, certo, non è, ma qualcosa del corpo” (Aristotele), essa è la forma che consente alle parti organiche di percepire il mondo non come un insieme frammentario e casuale di suoni, colori, odori, superfici, bensì come un tutto coerente e sensato. Il corpo è quindi ciò che siamo e tuttavia il corpo di ciascuno è inafferrabile dal proprio sguardo. Gli occhi –infatti- che tutto guardano non possono vedere se stessi, neppure in uno specchio. L’immagine che una superficie lucida riflette non è mai fedele poiché le parti vengono invertite e quindi –è esperienza facile da verificare- ciascuno nello specchio percepisce se stesso in un modo leggermente diverso da come lo vedono gli altri e quindi noi non sapremo come davvero appariamo, quale sia il volto scrutato da chi ci sta vicino. E però la visione vera del mio corpo non l’avrà nessuno se non io stesso. Il corpo che sono, infatti non è il semplice organismo ma è il centro da cui si dipartono i significati, il linguaggio, il tempo, da cui –insomma- prende avvio il mondo intero.

Corpo e corporeità
Con quali argomenti è possibile confutare una visione oggettivistica del corpo?
Discende da ciò che abbiamo detto che io non ho un corpo ma sono corporeità vivente, tanto che se d’improvviso la mia figura cambiasse forma, io non solo non sarei più riconosciuto da alcuno ma non sarei più io, perché è nella profondità temporale del corpo vissuto che si inscrive, pulsa e si dipana la mia storia, ciò che a ragione posso definire io. Pensare il corpo come qualcosa di diverso da me significa lasciare al pensiero solo il nulla, il vuoto sconfinato di ciò che mai sono stato, perché “corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro” (F. Nietzsche). Il corpo quindi sono io. Mentre, infatti, ogni altra cosa è oggetto del mio sguardo, del tatto, del vol-gersi e rivolgersi del corpo verso di essa, il corpo è ciò che rende possibile ogni esperienza e conoscenza. Posso distogliere la mia riflessione dalle cose ma non posso annullare l’attenzione continua verso il mio corpo. Il corpo è anche l’organismo composto da cellule, molecole, tessuti, liquidi, muscoli, motilità ma non è solo questo: è soprattutto corporeità installata nel mondo, capace di conservare i ricordi (gli engrammi) e costantemente diretta verso le cose e gli eventi. È la corporeità a coniugare interiorità, esteriorità e comportamento in una sintesi che oltrepassa il corpo come semplice presenza per farne la struttura che agisce e che pensa l’agire. È anche per questo che l’essere umano è l’animale capace di dare forma a se stesso e al mondo. L’essere un corpo vivente, comprendente, pulsante nel tempo, intessuto di desideri, costituisce il dato fondamentale della vita. Se per noi è possibile conoscere il mondo, è perché siamo una corporeità produttrice di esperienze e di significati e non solo rappresentatrice di dati esterni a noi. La conoscenza, infatti, non somiglia all’esperienza dello spettatore che guarda una pellicola girata indipendentemente da lui e quindi da lui del tutto separata ma si può paragonare alla stessa cinepresa che illuminando la scena la fa essere.

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Dualismo e punti di vista
Come si pone in questo contesto l’opposizione cartesiana fra corpo e mente?
Ogni visione puramente naturalistica, soltanto fisiologica, del corpo allontana quindi dalla comprensione non solo della corporeità ma anche della mente, per la ragione essenziale che non coglie l’unità psicosomatica dell’essere umano. Ciò che la tradizione ha chiamato corpo e anima è in realtà lo stesso processo osservato da due differenti punti di vista. È necessario andare oltre il dualismo di corpo e mente, di materia e vita –il quale ha indotto ad attribuire di volta in volta un peso esclusivo e unilaterale allo spirituale o all’organico– senza però chiudersi in una prospettiva di materialismo elementare. Una visione più unitaria dell’essere umano e del cosmo nel quale egli vive è indispensabile per fondare l’etica o meglio per rifondarla dopo la crisi determinata dal nichilismo e dalle diverse forme del relativismo morale.

L’oggettivazione medica
Come ha contribuito la medicina all’imporsi di questa opposizione?
Uno dei limiti più gravi della medicina contemporanea sta nello studiare il corpo come se fosse una cosa fra le altre, nel dividerlo in parti, sezioni, organi, funzioni, che si presume di poter analizzare, diagnosticare e guarire in modo separato dall’intero. La medicina costruisce così per se stessa una corporeità frammentata, incompresa, oggettivata e non vissuta. Difficilmente, quindi, conosciuta nella sua complessità e nella continuità fra salute e malattia, due momenti che vengono resi assoluti come se fossero invece due stati ed è anche per questo loro atteggiamento che le scienze non hanno a che fare con le relazioni mondane e temporali che costituiscono il corpo ma soltanto con frammenti di tempo/corpo isolati e quindi artificiosi. Una scienza medica costruita sulle schegge dell’umano, sui suoi brandelli invece che sulla interezza del corpo-tempo-mondo, non riesce a capire che non si muore perché ci si ammala ma la malattia è una delle espressioni più evidenti della finitudine e della mortalità dell’umano. L’attenzione estrema alla durata quantitativa dell’esistenza – l’accanimento terapeutico – costituisce l’inevitabile conseguenza della riduzione della corporeità al biologico e della chiusura alla qualità esistenziale del tempo vissuto.
Come un pesce nell’acqua, fin dal suo nascere il corpo umano è collocato e si muove in una continuità inseparabile di anatomia organicistica, di scambi metabolici con l’ambiente naturale e artificiale, di significati mentali e di relazione con gli altri umani, a cominciare dalle figure parentali e allargandosi a gruppi via via più ampi sino a comprendere potenzialmente l’intera specie. L’unità psico-somatica precede qualunque divisione ed è per questo che un dolore intenso e prolungato che il mio corpo subisce causa immediatamente una riduzione dell’intera mia capacità di rapportarmi con gli altri, con gli eventi, con il tempo futuro. Non è lo stomaco a subire degli spasmi ma è l’intera mia esperienza vitale che si restringe insieme ai miei organi.

La morte ridotta a fatto
Se il corpo è un oggetto, cosa diventa la morte?
La morte, questa esperienza mai vissuta e sempre attesa, non è il risultato del semplice degrado degli organi, non è un fatto contingente che un qualche spettacolare sviluppo delle scienze mediche e conservative potrà prima o poi sconfiggere ma è forma essenziale della vita che in quanto tempo non può che sorgere e tramontare, come è necessario che accada a tutte le cose che sono. Uno dei limiti dell’approccio organicistico alla corporeità è l’ignoranza pressoché completa di questa temporalità naturale di cui il corpo è espressione e forma. Il corpo non è nel passato ma è il passato della memoria; il corpo non è nel futuro ma è la tensione verso il tempo che ha da essere; il corpo non è nel presente ma è la pienezza dell’essere qui e ora.

La razionalità disincarnata
Se l’uomo è soprattutto pensiero, c’è da chiedersi chi pensa?
Che ne resta oggi della res cogitans? La separazione del pensiero dal sostrato profondo della fisicità ha prodotto una razionalità disincarnata che è diventata poi ragione calcolante con Cartesio, Hobbes, Leibniz per confluire oggi nell’Intelligenza Artificiale. A questa linea di pensiero, si oppone quella di Pascal, Husserl, Heidegger, Wittgenstein, Merleau-Ponty. Seppur in modi assai diversi, questi ultimi cercano di tener conto della corporeità che ci costituisce, del senso comune che nasce da essa, della immersione fisica nello spazio-tempo in cui la vita umana consiste e che rende parziale ogni approccio puramente astratto e digitale alla mente. La fisicità che siamo non può, infatti, essere trattata come un fenomeno fra i tanti, come qualcosa la cui assenza non modificherebbe di molto l’essere dell’uomo. “Lungi dall’essere il mio corpo per me un semplice frammento dello spazio, non ci sarebbe per me spazio alcuno se io non avessi un corpo” (M. Merleau-Ponty). Il corpo, quindi, è l’elemento primario da cui tutto nasce, del quale è intessuta ogni esperienza e nella cui dissoluzione finisce per l’individuo il tempo e, con esso, ogni possibile significato.

La protesi bionica
Come si può quindi immaginare l’effetto delle tecnologie sulla corporeità?
Il rafforzamento delle capacità fisiche e logiche tramite l’artificializzazione dell’ambiente e del corpo non può distruggere e neppure soltanto ridimensionare questa corporeità naturale e profonda dell’essere umano ma può invece costruire ulteriori strumenti da aggiungere alla serie ininterrotta di protesi con cui la specie affronta da millenni l’ambiente terrestre e vince le sfide per la sopravvivenza. Ed è qui, nel punto di maggiore difficoltà, che diventano ad esempio possibili degli sviluppi positivi per l’Intelligenza Artificiale, gli sviluppi che la ricerca ha percorso negli ultimi decenni e che consistono nella necessità di “aggiungere al “calcolatore-cervello” un “robot-corpo” che si possa immergere nell’ambiente” (G.O. Longo). Un corpo che non venga dal nulla, bell’è fatto e compiuto ma che possa in qualche modo ripercorrere la vicenda evolutiva e temporale della corporeità umana e la costante apertura del singolo al mondo. I calcolatori da soli non avranno mai la capacità di pensare perché non possiedono un corpo proprio. Gli umani da soli non potranno attingere la velocità di calcolo e la ricchezza di memoria del computer; una qualche forma di simbiosi tra computer ed esseri umani sembra quindi la prospettiva più feconda. La bionica, la fusione tra biologia e microelettronica, è il campo aperto nel quale l’evoluzione dell’umano non si arresta e potrebbe proseguire verso esiti che saranno determinati sia dalla disponibilità a sperimentare nuove strade per la specie sia dall’attenzione a non smarrire i suoi caratteri fondamentali, fra i quali la comprensione del mondo in quanto immersione spazio-temporale del corpo è forse l’elemento più specifico.

Il corpo è tempo incarnato
Quali limiti si possono considerare invalicabili?
Sciolto dal corpo che è, l’individuo affiderebbe “la propria immortalità ad un replicante plastico bionico, che nient’altro sarebbe quanto a spirito, coscienza, che una statua di sale inscioglibile nel fiume della vita” (E. Mazzarella) e il cui destino di sofferenza non sarebbe per questo redento. Gli umani, infatti, non sono macchine computazionali ma costituiscono l’unità profonda di pensiero e biologia. Quello che i computer non possono per ragioni strutturali essere in grado di compiere, è probabile che lo facciano invece degli umani capaci di trasformare le macchine in strumenti del proprio corpo senza però perdere ciò che al macchinario li rende irriducibili, integrando invece gli aspetti computazionali della mente con i ben precisi elementi fisici che ci costituiscono e i quali, lungi dall’essere un ostacolo, rappresentano in realtà l’unica concreta possibilità che abbiamo di interagire col reale, per comprenderlo, interpretarlo, dominarlo e agire fecondamente in esso. Il corpo è radicato nel mondo e nel suo divenire al punto da costituire insieme la sua sintesi e una sua parte. Il corpo è quindi irriducibile alla bio-chimica non perché sia libero dalle sue leggi –e come potrebbe?- ma perché corpo e mente umani sono letteralmente intessuti di tempo, come l’acqua lo è di molecole H2O, le foglie di clorofilla, il corpo di un qualsiasi animale lo è di fame e ogni ente è fatto di carbonio. Per il corpo/mente, il tempo rappresenta il costituente di base, la sintesi delle funzioni, il bisogno primario, la radice più antica e la struttura fondamentale. Siamo quindi corpo perché siamo tempo incarnato e consapevole di se stesso.

Approfondire
Eddy Carli, (a cura di), Cervelli che parlano, Bruno Mondadori, Milano, 2000
Federica Facchin, Mente/Corpo. Bibliografia ragionata, Unicopli, Milano, 2004
Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano, 2003
Giuseppe O. Longo, Il nuovo Golem, Laterza, Bari, 1998
Roberto Marchesini, Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 2002
Eugenio Mazzarella, Sacralità e vita. Quale etica per la bioetica?, Guida, Napoli, 1998
Eugenio Mazzarella, Vie d’uscita, Il Melangolo,Genova, 2004
Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano, 2003
Sandro Nannini, L’anima e il corpo, Laterza, Bari, 2002
Vilaynur S. Ramachandran, Che cosa sappiamo della mente, Mondadori, Milano, 2004
F.J. Varela, E. Thompson, E. Rosch, La via di mezzo della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1992.


Marie-Louise von Franz – Splendida intervista alla piu’ fedele ed originale collaboratrice dello psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung.

Marie-Louise von Franz (1915-1998) allieva di Carl Gustav Jung (per il quale cominciò a lavorare nel 1933 come traduttrice e ricercatrice, e con il quale più tardi collaborò più strettamente fino alla morte di lui nel 1961 e alla cura di L’uomo e i suoi simboli, 1964), è stata una delle più importanti esponenti della psicologia analitica del XX secolo. Esponente di spicco della corrente “classica” della psicologia analitica, ha prodotto opere fondamentali sulla comprensione psicologica della favola, dei sogni e del simbolismo alchemico. Ha scritto oltre venti volumi di argomento psicoanalitico, ed è stata una delle più note docenti ed analiste di supervisione del C. G. Jung Institut di Zurigo.

Interessante la sua lunga corrispondenza con il celebre fisico Wolfgang Pauli, uno dei padri della meccanica quantistica, conosciuto nel 1947.

Mentre James Hillman indagò le strutture archetipiche del mito, la Von Franz esplorò maggiormente l’espressione degli archetipi della fiaba, che secondo lei rivelano un significato ben preciso: il Sé, inteso come totalità psichica dell’individuo e come “centro regolatore” della vita psichica.

“Tra i sessantamila sogni che ho analizzato non ce ne sono due uguali. Compaiono motivi simili. È su queste similitudini che Jung basa la sua teoria degli archetipi, secondo cui vi sono delle strutture di base sempre ricorrenti. Si può accertare la presenza comune di certi motivi ricorrenti […] che Jung chiama le strutture archetipiche della psiche che permettono di accedere al livello collettivo della psiche umana, un livello che rimane sano anche in individui psichicamente  disturbati. Il livello collettivo è, per certi versi, il livello istintivo comune a tutti gli uomini e quando si mettono in contatto le persone con questo livello psichico esse si ristabiliscono, in seguito riallacciano i contatti con gli altri e si reinseriscono nella società. Per questo motivo è così importante conoscere queste strutture. Per capirle io ho continuato a studiare le fiabe e l’alchimia”

“Ciò mi ha aiutato molto a comprendere i sogni. Ma l’arte di interpretare i sogni è duplice; bisogna riconoscere le strutture archetipiche, comprenderle e poi vi è ancora tutta un’altra arte: come lo si comunica all’altro? Perché l’altro comprenda pienamente, senza rimanere insabbiato nell’intelletto, perché riesca a comprendere anche con il sentimento il contatto con il proprio profondo”.

“Una funzione dei sogni sembra quella di preparare gli esseri umani ad una nuova fase della loro vita, e nella vita ci sono sempre delle soglie. La pubertà costituisce una soglia di crisi, poi l’ingresso nella vita matrimoniale, la crisi di metà della vita, periodi di crisi e transizione che richiedono un mutamento e un nuovo modo di porsi nei confronti della vita. E vengono preparati dai sogni. La cosa interessante è che al cospetto della morte i sogni preparano ad un adattamento, ad una fine che però non è una fine. Ho raccolto almeno una cinquantina di sogni di moribondi, am nessuno accenna ad una fine, piuttosto ad un groso cambiamento, a un viaggio, una trasformazione, un trasloco e più di frequente ad un sontuoso matrimonio al gran compimento […]” “Ogni terapia è una ingerenza e per quella junghiana si tratta dell’ingerenza minima. Non abbiamo nessuna teoria e non pensiamo in alcun modo che l’essere umano debba diventare normale. Se preferisce restare nevrotico ne ha pienamente il diritto. Viviamo in una democrazia. Conta solo quello che vogliono i sogni […] Noi educhiamo le persone ad ascolare la loro interiorità, non facciamo nulla di più […]” “Essere se stessi e diventare se stessi, realizzare se stessi. Si pensa di solito alla realizzazione dell’io. Jung pensa piuttosto alla realizzazione del proprio profondo, alla realizzione del proprio destino. All’io talvolta ciò con conviene affatto. Ma è quello che si sente che in fondo si dovrebbe intimamente essere. La persona è nevrotica quando non è come Dio ha inteso che fosse. In questo consiste l’individuazione […]“, Marie Louise von Franz


“La Sottoveste Rossa” al Teatro Belli di Roma…. brivido d’Eros

la sottoveste rossaClelia si lascia sedurre da una voce…. in un teatro vuoto, pronta a tutto! La grazia, sull’onda di Epicuro, Dostoevskij e uno sguardo intriso di psicanalisi rappresentano la pozione adatta e ben coniata da Rosario Galli. Una voce fuori campo avvolge e divampa imperiosa a tratti e vellutata, magistralmente interpretata da Angelo Maggi, stringe emotivamente la protagonista al cui cospetto si schiude l’inaspettato.
Vi invito a gustare questo lavoro teatrale frutto dell’impeccabile regia di Claudio Boccaccini, che ha saputo calibrare le vibrazioni e relative intensità. Patricia Vezzuli sboccia a pieno titolo come donna e veste Clelia a fior di pelle, dimostrando di aver raggiunto una maturità interpretativa di livello ragguardevole indossando pathos ed eros in “La sottoveste rossa”, insieme ad una leggera ed incisiva Martina Menichini.

La Sottoveste Rossa
Teatro Belli
Piazza Sant’Apollonia 11/a 000183 ROMA
Tel 065894875 – botteghino@teatrobelli.it

Dal 29 gennaio al 16 febbraio 2014
Teatro Belli di Antonio Salines
P.zza di Sant’Apollonia 11 – Roma
Tel. 06 58 94 875

Da martedì a sabato: ore 21
Domenica: ore 17.30
Lunedì riposo

Biglietti:
Intero 18€
Ridotto 13€


Mi ricordo di Anna Frank

 

“Di tanto in tanto – rammenta un altro compagno di sventura, Janny Brandes-Brilleslijper – scambiavamo due parole: per esempio quando spaccavamo batterie. Era un lavoro molto sporco, del quale nessuno capiva il senso. Dovevamo spaccare le batterie con uno scalpello e un martello e poi gettare il catrame in una cesta e la barretta di carbone che tiravi fuori nell’altra cesta. Oltre al fatto che questo lavoro ti faceva diventare terribilmente sporco, a tutti veniva la tosse perché si sprigionava una certa sostanza tossica. Il lato piacevole del lavoro con le batterie era che potevi parlare con gli altri. Le ragazze Frank spaccavano batterie sedute intorno ai lunghi tavoli. Si parlava, si rideva, il dolore lo tenevi dentro di te”.