L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Papiri erotici e pornai: l’erotismo femminile nell’antichità

Nel mondo mediterraneo antico il concetto di sessualità al femminile ebbe un’attenzione assai differente rispetto a quella riservatale in tempi moderni. Oggigiorno i paesi di tradizioni giudaico-cristiane, così come quelli musulmani, collocano la sessualità, specie quella femminile, tra i tabù, privandola di qualsiasi accento riconducibile a esperienze di piacere e riducendola ad un atto volto alla sola procreazione, in cui la donna riveste un ruolo puramente passivo.

Tale visione ha contribuito a far percepire la sessualità al di fuori del matrimonio, specie nei paesi di tradizione cristiano-cattolica, come un atto impuro se eterosessuale, e perfino abnorme quando questo diventa omosessuale, salvo il caso della recente apertura ai matrimoni gay anche nella cattolicissima Spagna.

Tornando indietro nel tempo vediamo, ad esempio, che la sfera dell’eros nell’antico Egitto, a fronte della scarsità di documenti iconografici significativi, ci ha però trasmesso svariati testi. Tra questi vi è il cosiddetto “papiro erotico di Torino” risalente alla XX Dinastia (1186-1069 a.C.), da Deir el-Medina, conservato attualmente al Museo Egizio del capoluogo piemontese. Questo documento, suddiviso in due parti, una satirica e l’altra erotica, descrive, nella seconda, il convegno amoroso tra un contadino barbuto ed una cortigiana, unendo la dovizia di particolari ad un notevole senso dello humour. Vi si narra dei preparativi da parte della donna che indugia nel farsi bella per l’incontro, cospargendosi di unguenti e cosmetici e indossando una parrucca decorata di fiori. Questa immagine di donna libera interprete dei costumi sessuali, dà la misura dell’emancipazione raggiunta dalla donna egiziana, di gran lunga la più libera tra le coeve del mondo antico.

Già dal periodo protostorico, tra le civiltà mesopotamiche (circa 3000 a.C.), la sessualità godeva di un posto d’onore, accomunata alla sfera del divino ed ai cicli della natura, ai riti della fecondità e della fertilità, com’era naturale tra popolazioni la cui sopravvivenza dipendeva dalle pratiche agricole stagionali sempre saldamente legate a fenomeni di culto. Si praticava il rituale detto “ierogamia”, le nozze sacre in cui il re-sacerdote, rappresentante terreno della divinità, si univa con una sacerdotessa simbolo della divinità femminile. E’ opinione diffusa che da questa remota tradizione abbia tratto origine il fenomeno della cosiddetta prostituzione sacra, la “ierodulia”. Erodoto ci racconta come, a Babilonia, vi fosse l’usanza che portava ogni donna, almeno una volta nella vita, a prostituirsi presso il tempio dedicato alla dea Ishtar. La medesima pratica la ritroviamo poi, in connessione con la dea Astarte, nella civiltà fenicio-punica che le erigeva templi spesso collocati in cima ad alti promontori davanti al mare, come nel caso della Sella del Diavolo sul golfo di Cagliari, attualmente oggetto di scavi archeologici. Astarte era la protettrice dei marinai, i quali certamente non disdegnavano di renderle “gradito” omaggio rivolgendo le loro attenzioni alle sacerdotesse e contribuendo così ad ingrassare le casse del tempio. La donna quindi, nel suo ruolo di ierodula, il termine greco che individua la prostituta sacra, rivestiva un’importanza centrale che oggigiorno la nostra civiltà, e in generale il mondo di formazione giudaico-cristiana e musulmana, non sono in grado di leggere.

Al di là della normale funzione riproduttiva – o del puro piacere carnale per quella edonistica – nelle civiltà classiche la sessualità era vettore di precise funzioni educative, anche strettamente legate a relazioni tra membri di uno stesso sesso. Pratiche ampiamente diffuse, con l’eccezione dell’ambiente etrusco in cui gli appartenenti ai due diversi sessi vivevano esistenze nettamente distinte tra loro. Non si può dimenticare tiaso di Saffo, una sorta di comunità di tipo religioso fondata dalla poetessa nell’isola di Lesbo, in onore della dea Afrodite. Il tiaso della celebre poetessa era allora assai rinomato nell’educazione delle fanciulle di buona famiglia e faceva da pendant alle associazioni maschili nelle quali i fanciulli venivano istruiti alla poesia, alla musica ma anche all’atletica ed alle arti militari. La permanenza all’interno di tali comunità era una sorta di iniziazione alla vita adulta: l’educazione delle fanciulle nel tiaso era finalizzata al matrimonio, insieme al canto venivano insegnate loro la danza, la ricerca del bello, la raffinatezza e anche l’amore. Quelle fanciulle praticavano tra loro e con la stessa Saffo, l’omoerotismo e, oggi, conserviamo altissimi esempi di poesia da lei ispirati all’amore per una fanciulla di nome Attis. Come s’è detto, era un rapporto accettato serenamente e, anzi, oggetto d’incoraggiamento poichè benedetto dalle divinità e considerato come una fase propedeutica all’amore eterosessuale del matrimonio. L’omoerotismo, praticato anche nelle analoghe congregazioni di genere maschile, anche in questo caso era pienamente approvato.

“Abbiamo le etére per il piacere, le concubine per la soddisfazione quotidiana del corpo, le mogli per darci figli legittimi e per avere una custodia fedele della casa”: questa l’orazione pseudodemostenica “Contro Neera”, che definisce le diverse condizioni dell’eros femminile ad Atene in età classica. Al vertice della considerazione sociale era posta la sposa con la quale l’uomo aveva contratto matrimonio. Lo scopo del matrimonio era la procreazione di figli legittimi, che potessero cioè ereditare e conservare il patrimonio di famiglia. Il marito poteva nutrire grande rispetto per la sposa, in quanto madre dei suoi figli e organizzatrice dell’oìkos, la casa di famiglia, ma raramente ciò rappresentava un autentico sentimento di amore per una donna che in genere non aveva scelto di persona e che poteva non avere mai conosciuto prima delle nozze. Le concubine, “pòrnai” per usare il termine greco, erano le prostitute che, nell‘Atene di Solone, rappresentavano un vero e proprio monopolio di Stato al cui esercizio erano dedicati specifici spazi urbani. Le “etére”, infine, erano cortigiane raffinate e colte, spesso molto influenti, gradite da uomini politici e pensatori e tali caratteri contrastavano alquanto con la condizione femminile in generale, cui era negato l’accesso alla cultura e vita pubblica.

L’erotismo femminile nel mondo romano non differiva di molto. La moglie, aveva il compito di custodire il focolare domestico e di dare al marito figli legittimi dopo un matrimonio che, in genere, veniva contratto prima ancora del raggiungimento dell’età fertile, contrariamente alle usanze elleniche. Non può sorprendere che le convivenze forzate tra persone reciprocamente indesiderate e con enormi gap generazionali conducessero in genere verso rapporti extraconiugali, da ambo le parti, ma più certo più tollerati per la parte maschile. La sessualità era quindi, almeno per la donna comune di buona famiglia, alquanto repressa e certamente sottovalutata oltre che subordinata a quella dell’uomo.

La prostituzione, maschile e femminile, era naturalmente diffusa anche nell’antica Roma, ma forse in forma meno “istituzionale” rispetto alla condizione greca. E tra l’altro, se è vero che sull’omosessualità maschile abbiamo maggiori testimonianze anche ad alti livelli sociali, si pensi all’imperatore Adriano che soffrì tanto per la morte del suo giovane amante Antinoo, cui dedicò delicati versi d’amore, la stessa cosa non può dirsi per l’omosessualità femminile che non deve però ritenersi assente, malgrado il silenzio delle fonti scritte ed iconografiche. Il ritrovamento di numerosi lupanari nei centri della romanità testimonia l’ordinarietà di una pratica assai diffusa e ben conosciuta, le cui “professioniste” erano obbligate ad iscriversi in elenchi ufficiali e sottoporsi a controlli sanitari, tenuti ad indossare abiti di colore giallo ed a versare una tassa allo Stato che non riconosceva loro i pieni diritti civili.

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