L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Mary Wollstonecraft ( 1759-1797 )

Donna, fragile fiore! Perché sei stata

condannata ad adornare un mondo

esposto a tali tempestosi elementi?

(“L’oppressione della donna”, M. Wollstonecraft)

Al reverendo Polwhele  dovette proprio sembrare un segno del Cielo, un castigo divino, la morte per parto di Mary Wollstonecraft, femminista, scrittrice e pedagogista, donna ed intellettuale ribelle ad ogni convenzione, dalla vita movimentata e discutibile, che aveva osato rivendicare l’uguaglianza delle donne proponendosi, anche nel suo ultimo romanzo lasciato incompiuto, “L’oppressione della donna”, di… mostrare le ingiustizie subite dalle donne di varie condizioni, ugualmente opprimenti, anche se diverse per via delle differenze nell’educazione, se,  un anno dopo la sua morte, precisò che era morta … d’una morte tale da provare ineluttabilmente la differenza tra i sessi, e da evidenziare il destino delle donne…

Mary, che da ragazza s’era ripromessa di non sposarsi mai,  morì il 30 agosto del 1797 per febbre puerperale,  dieci giorni dopo aver partorito la figlia Mary (Mary Shelley, che sarebbe poi divenuta l’autrice del famoso romanzo di Frankenstein).

Nell’imminenza del lieto evento aveva smesso di  scrivere per prepararvisi in serenità; aveva chiesto di essere aiutata soltanto dalla levatrice,  di non avere maschi intorno a sé,  ed invece fu assistita da un medico negligente che le causò l’infezione fatale.

Si capì appena subito dopo il parto che erano in atto complicazioni, e furono chiamati diversi medici, ma nessuno riuscì a salvarla; morì fra atroci dolori, a soli trentotto anni.

Mary Wollstonecraft era nata a Londra il 27 aprile del 1759 da una famiglia di condizioni economiche modeste;  a diciannove anni, a causa della rovina economica del padre, aveva cominciato a lavorare, dapprima aprendo una scuola insieme alle sue sorelle, poi come istitutrice. Parallelamente aveva iniziato anche a scrivere, riversando da subito nei suoi libri la presa di coscienza delle ingiustizie subite dalla donne, di cui fin da piccola si era resa conto, ribellandosi al padre violento che infliggeva maltrattamenti alla moglie, alle figlie e persino al cane.

Nel 1787 pubblicò il libro “Riflessioni sull’educazione delle figlie”, cominciò a collaborare con la rivista “Analitical Review” e a frequentare il circolo Johnson, che radunava artisti ed intellettuali. Fu in questo periodo fecondo e lieto della sua vita che s’innamorò del poeta Fuseli, sposato; purtroppo l’amore con lui fu impossibile, e a nulla valse nemmeno la scandalosa proposta di Mary alla moglie del poeta di vivere un ménage a tre.

Nel 1792, forte della convinzione che l’educazione fosse fondamentale per la liberazione della donne e che, educandole, lo Stato avrebbe formato delle mogli, delle madri e delle cittadine migliori,   pubblicò  il libro “Rivendicazione dei diritti della donna”, il primo manifesto del femminismo, in cui si pose in coraggiosa difesa di metà degli esseri umani.

Nel dicembre dello stesso anno  lasciò Londra, anche per allontanarsi dal Fuseli,  e si recò a Parigi, nella Francia rivoluzionaria; qui entrò in contatto con i girondini,  intellettuali schierati a favore delle donne, con i quali predispose un progetto per l’istruzione popolare, e conobbe Gilbert Imlay, un ufficiale dell’esercito americano, uomo solido e concreto, anche uomo d’affari, per il quale cominciò a nutrire una profonda passione,  testimoniata nelle lettere scrittegli tra il 1793 e il 1795.

Amore mio, obbedisco a un impulso del cuore e, prima di andare a letto,  ti auguro  la buonanotte, più teneramente di quanto domani potrei fare in poche  frettolose righe. ..Trattami con la dolcezza che solo in te ho trovato, ed io, la tua “ragazzina”, cercherò di moderare l’irruenza che spesso ti ha fatto dispiacere. Sì, sarò brava, e finché tu m’amerai mai più potrò sprofondare nell’acuta tristezza che mi rendeva così penosa la vita! ( Neuilly-sur-Seine, 1793)

La passione   inizialmente fu ricambiata:

Nel ricordo il mio  cuore è avvinto a te… Le tue labbra mi sembrano più morbide che mai, e poggiando contro la tua guancia la mia… mi scordo del mondo. Fuori del quadro non ho lasciato il rosso ardente, il colore dell’amore, e l’immaginazione deve avermi infiammato pure le guance, perché mi bruciano, mentre scovo una dolcissima lacrima nei miei occhi… Bisogna proprio che te lo confessi apertamente che dopo averti confidato queste cose mi sento più tranquilla? Non so come, ma quando tu non ci sei mi sento più sicura del tuo affetto di quando sei con me. Sì, credo che tu mi ami… (Parigi, dicembre 1793).

Con Imlay  sognò una vita insieme, da vivere romanticamente in una fattoria in America, insieme alla loro figlia:

Non puoi immaginare con quale gioia pregusti il giorno in cui potremo vivere insieme, e tu sorrideresti ascoltando quanti progetti  ho ora nella testa, adesso che, finalmente, nel tuo cuore il mio ha trovato la pace! ( Neuilly-sur-Seine, 1793).

Il sogno di Mary non si realizzò; subito dopo la nascita della loro figlia Fanny, lui l’abbandonò.

Per la delusione e il tradimento, disperata, tentò il suicidio ingerendo del laudano; subito dopo Imlay, per liberarsi di lei, la mandò in Svezia con l’incarico di provvedere ad alcuni affari, insieme alla figlia, che Mary andava educando secondo i suoi moderni principi, e ad una governante.

In riconquistata fiducia ed ottimismo, rinfrancata dal contatto con la bella natura svedese, e sostenuta dall’affetto di persone care che l’aiutarono a dimenticare gli orrori della Francia (aveva assistito anche alla decapitazione di Luigi XVI), scrisse le  “Lettere scritte durante  una breve permanenza in Svezia, Norvegia e Danimarca”.

Tornata a Parigi scoprì che Imlay aveva un’altra donna, e tentò nuovamente il suicidio. Ripresasi, rifiutò l’ offerta dell’uomo di provvedere al mantenimento suo e della figlia (Le continue tue affermazioni  che farai il possibile per provvedere al mio benessere, che per te è solo pecuniario, mi sembra una deplorevole mancanza di tatto. Non è un benessere così volgare che voglio…Volevo solo il tuo cuore…Quando io sarò morta solo il rispetto per te stesso ti faranno aver cura della nostra bambina…Adieu!…, Londra, 1795) e tornò in Inghilterra dove, nel gennaio del 1796,  già famosa per il suo libro “I diritti delle donne”, ritrovò il filosofo e saggista William Godwin, figura di spicco tra i letterati radicali, uomo di levatura umana ed intellettuale ben diversa da quella del  suo precedente compagno, che aveva già conosciuto nel 1791 e con il quale allora, però,  non s’era trovata in sintonia; nell’agosto dello stesso anno Mary cominciò a scrivere il romanzo “L’oppressione della donna”.

Nel 1797, creando scandalo perché già incinta, Mary sposò William Godwin; il 10 settembre dello stesso anno morì. Dopo la sua morte Godwin adottò la piccola Fanny e scrisse la biografia della moglie.

Interrotto nell’imminenza del lieto evento, “L’oppressione della donna”, libro della Wollstonecraft in due volumi, non concluso,  mancante di certe parti, che, nelle intenzioni dell’autrice, secondo quanto riferito da Godwin, il quale ne modificò certi passaggi  per rendere maggiormente comprensibile il pensiero della moglie,  avrebbe dovuto  avere un terzo volume,  è un  romanzo prevalentemente biografico,  in cui sono riconoscibili Imlay e Godwin in Venables e Darnford, e la stessa Mary nel personaggio della borghese Mary, ma è anche un documento della condizione femminile del ‘700.

Allora la donna “perbene” era relegata ai soli ruoli di moglie e madre, ma veniva anche fatta “oggetto di scambio” (prostituzione legale la definiva la Wollstonecraft) tra padre e marito con il matrimonio, e molto diffusa, anche se illecita, tra le donne di scarsi mezzi di sussistenza  era la prostituzione. Notevole per quei tempi fu, perciò, la denuncia della Wollstonecraft  delle ingiustizie subite dalle donne (costrette a subire leggi emanate dagli uomini a favore degli uomini e che rendevano possibili agli uomini tiranneggiare in questo modo le donne,  impossibilitate ad essere padrone di sé stesse,  dei propri beni materiali, sottoposte ad una doppia morale sicché ciò che era adatto ad un uomo non era valido per  la donna, e viceversa) e la sua esortazione  alla necessità dell’istruzione (la curiosità, ben poco esercitata dal pensiero o dall’informazione, di rado si muove sul lago stagnante dell’ignoranza)e alla liberazione dal bisogno, poiché l’indigenza costringe a preoccuparsi solo della sopravvivenza e non del miglioramento (La mente è necessariamente imprigionata nel proprio piccolo spazio e,  sempre impegnata del tutto impegnata a difenderlo).

Fondamentali anche le sue asserzioni sull’uguaglianza politica e sociale fra i due sessi, l’individuazione del legame fra dipendenza morale e dipendenza economica e, dunque la necessaria conseguente acquisizione dell’autonomia economica della donna in conquista di una piena padronanza di sé per non essere più assoggettata all’uomo, ma anche le critiche mosse al sistema,   alla denuncia della disparità fra i ricchi e i poveri, (finché i ricchi non daranno più che una parte delle loro ricchezze, e finché non avranno tempo e attenzioni per i bisogni degli infelici, che essi non parlino di carità. Che essi aprano i loro cuori più che le loro borse)…, della condizione infelice  dei bimbi abbandonati, dell’inefficienza del sistema ospedaliero (ogni cosa sembrava funzionare secondo i comodi dei medici e dei loro allievi, che venivano a fare esperimenti sui poveri, a beneficio dei ricchi) e delle cattive condizioni  in cui nei manicomi (la Vollstonecraft aveva visitato un manicomio nel febbraio del 1797) versavano gli infelici ( Che cosa è mai la visione di una colonna caduta, di un arco in rovina, della più squisita opera di cui l’uomo è artefice, in confronto a questo memento vivente  della fragilità, della instabilità della ragione), e persino il pronunciamento a favore del divorzio non solo, come contemplato al suo tempo,  in caso di crudeltà fisica o adulterio del marito, ma come libera scelta(la condizione di sposa è, parlando generalmente, quella in cui la donna può maggiormente essere utile; ma sono ben lontano dal credere che le donne, una volta sposate, debbano considerare indissolubile il legame, specialmente se non vi sono figli a compensarle del sacrificio dei propri sentimenti, nel caso in cui il marito non meriti né amore né stima…non si possono porre troppi ostacoli sulla strada del divorzio, se si vuole mantenere la santità del matrimonio).

Romanzo di denuncia sociale, anticipatore dei grandi romanzi sociali dell’800, sorprendentemente moderno per il conflitto fra sensibilità individuale e confronto con la realtà, “L’oppressione della donna” è anche la testimonianza personale della vita di una donna in grande anticipo sui tempi, orgogliosa, coraggiosa,  ribelle alle convenzioni (M’inculcò, con gran calore, il rispetto di me stessa, ed una orgogliosa convinzione d’essere nel giusto, indipendentemente dalla censura, o dall’applauso, del mondo)bisognosa, come ogni donna, di ogni tempo,  dell’appagamento nell’amore (e ciò è avvalorato dalle varie esperienze sentimentali), ma anche fermamente convinta di voler essere padrona del proprio destino,  affermandosi in piena libertà ed autonomia.

Era questo il sogno di Mary Wollstonecraft!

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