L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Clarissa Pinkola Estès, Donne che corrono coi lupi….

Questo libro appassionante è consigliato alle donne, ma anche agli uomini che amano “correre con le donne che corrono coi lupi”, non solo l’8 marzo

Il mito della donna selvaggia in “Donne che corrono coi lupi”…..

E’ voce diffusa e in parte vera che la solitudine fa paura, qualcuno asserisce alle donne soprattutto; ma altro giustamente dissente, perché “L’esercizio della solitudine intenzionale”, scrive un’autrice (analista, già direttrice del Carl Gustav Jung Center di Denver, dottore in etnologia e psicologia clinica) “solitudine non è assenza di energia o di azione, (…) piuttosto un dono di provviste selvagge a noi trasmesse dall’anima”…..

Clarissa Pinkola Estès, con “Donne che corrono coi lupi”(Feltrinelli, 1993) indaga quella parte del femminino la cui naturalità è stata repressa al punto da staccare i contatti tra la psiche individuale e l’anima del mondo, addomesticandola, facendola divenire timorosa e non autosufficiente, priva di iniziative e ingabbiata nell’assenza dell’auto-stima. Come richiamare l’anima? “Con la meditazione, o nei ritmi del canto, della scrittura, della pittura, dell’educazione musicale, (..) visioni di grande bellezza, (…), l’immobilità, la quiete.” Così l’anima esce dalla sua dimora, utilizzando l’energia mentale per realizzare uno stato di solitudine utile a ritrovare l’essenza femminile, un essere naturale che possiede “la creatività passionale e un sapere ancestrale”. Attraverso un lavoro di ricerca, l’autrice ha raccolto un’ingente mole di materiale attinto dalle fiabe, dai miti, dai racconti popolari enucleando, su base psicoanalitica, una serie di archetipi…..

Ci si imbatte ne “L’uomo nero nei sogni delle donne” che, insieme ad altre figure simboliche, rappresenta il predatore della psiche femminile e, anche, “sogno iniziatico universale” che spesso denuncia uno stato di reale alienazione, messaggio d’una condizione difficile da cui la sognatrice deve uscire, svegliandosi e cambiando atteggiamento, se vuole che la propria psiche sopravviva. Dunque un segnalato malessere, ciò che a livello conscio la donna non rileva perché le è stata inculcata una cieca obbedienza, e dunque spesso non sa o non ha la forza sufficiente ad accettare il fatto che la disubbidienza, il rifiuto più netto sono in molti casi salvifici. Sviluppare la difesa dagli inganni, rifiutare l’educazione alla passività considerando i fattori culturali e familiari che indeboliscono le donne è la teoria di base di questo insieme di saggi…..

Ma chi è il predatore innato? Ci pare esemplare il capitolo dedicato a “Barbablù”,la cui storia macabra conosciamo, ma soprattutto l’analisi intorno alla chiave che apriva la porta proibita in cui la sposa non doveva entrare, pena la morte (colpevolizzazione e castigo consequenziali alla disubbidienza)…..

Al contrario, “La piccola chiave è l’accesso al segreto che tutte le donne sanno e che pure non sanno”, è chiave d’oro della conoscenza, e quindi della vita. “Barbablù impedisce alla giovane donna di usare quella chiave che la porterebbe alla consapevolezza”, continua Pinkola Estès, ma l’aspetto più interessante dell’autoconoscenza è che “Nei misteri eleusini la chiave era nascosta sotto la lingua, a significare che il nodo (…), l’indizio, la traccia si trovano in un insieme di parole, di domande-chiave”. E allora: “L’uccisione di tutte le mogli curiose da parte di Barbablù è l’uccisione del femminino creativo, (…) potenziale per sviluppare nuovi e interessanti aspetti di ogni genere. Il predatore è particolarmente aggressivo nel tendere imboscate alla natura selvaggia delle donne. (…) cerca di schernire, (…) di tagliare il collegamento della donna con le sue introspezioni, le sue aspirazioni, i suoi obiettivi”. Bisogna conservare l’intuito primordiale della donna madre-interiore, l’archetipo che dà energia, seguire le dieci regole dei lupi per conoscere il territorio della vita: mangiare, riposare, vagabondare, mostrare lealtà, amare i piccoli, cavillare al chiaro di luna, accordare le orecchie, occuparsi delle ossa, fare l’amore, ululare spesso, consiglia l’autrice alla fine delle cinquecento pagine, ognuna delle quali offre realtà ed esperienze diffuse…..

Profondo e originale, con le favole e i miti che ci guidano alla riscoperta della nostra essenza più profonda, questo libro appassionante è consigliato alle donne, ma anche agli uomini che amano “correre con le donne che corrono coi lupi”, non solo l’8 marzo.

3 Risposte

  1. L’ho letto, l’ho sentito, l’ho assaporato, gustato, amato…
    lo considero un vero e proprio libretto d’istruzioni per l’anima.
    Le storie sono tanto antiche quanto attuali, alcune delle quali, pur con le dovute variazioni, mi sono state raccontate da bambina da mia nonna;strega leva-malocchio e madre controvoglia di nove figli, di cui solo sette vivi e cinque partoriti dal suo ventre.
    Continuamente intessuto d’incoraggiamenti e di spinte alla presa di coscienza di sè, utile a tutte quelle donne che si sono smarrite lasciandosi vivere e non vivendo.
    Un saluto
    La Gitana

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    24 maggio 2011 alle 11:49 am

    • Un libro che porto quasi sempre con me… il mio faro.

      Un vero e proprio viaggio per chiunque voglia conoscere l’universo femminile
      grazie per aver lasciato il segno del tuo passaggio

      Iridediluce

      Mi piace

      24 maggio 2011 alle 12:09 pm

    • Gitana… dal momento che hai interiorizzato il testo sarei lieta se ti cimentassi in un tuo personalissimo commento dell’opera

      Ti ringrazio

      Fiorella Iridediluce

      Mi piace

      26 maggio 2011 alle 1:50 pm

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