L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

De Sade: “Justine”

Protagonista della vicenda, la Justine del titolo, una fanciulla virtuosa che si imbatte, di disgrazia in disgrazia, in ogni specie di individui degenerati e perversi (libertini, finanzieri e ladri, profittatori e falsari, medici e criminali, nobili e religiosi), i quali non solo la rendono giocattolo di ogni loro scelleratezza, ma cercano addirittura di persuaderla, con argomenti filosofici, dell’inutilità della virtù. La virtù di Justine non cede mai, anzi, resiste intrepida e causa tutte le sue disavventure, in una spirale senza fine. Ogni volta che essa reagisce con la virtù a una situazione avversa o a una proposta di furto o delitto, le capita una sventura maggiore e viene continuamente seviziata e stuprata (anche da chi lei ha aiutato). È la stessa Justine a raccontare la sua storia alla sorella Juliette (le due sono state separate dopo il fallimento della loro famiglia), che invece si è lasciata andare al vizio sin da giovincella e per questo ha trionfato nella vita, passando di vizio in vizio e di omicidio in omicidio, fino al punto di divenire contessa di Lorsange. L’intero romanzo è pervaso da un cinismo grottesco e ghignante volto a sovvertire il canone classico secondo cui alla fine il bene e la virtù trionfano sempre sul male e sul vizio. Più debole la seconda parte, più orientata a denigrare le abitudini di vita dei religiosi secondando la nota e arcidiffusa polemica anticlericale di parte libertina, con l’insistita (ed esibita) descrizione delle orge dei monaci del convento di Sainte-Marie, dediti ovviamente a pratiche contro natura nei confronti di giovani adepte e recluse (l’unica cosa interessante è che Justine, vedendo protratta la sua permanenza nel convento, diventa “decana” ed esperta di questi turpi vizi). Agghiacciante il finale, in cui la povera Justine, ormai al riparo da ogni pericolo proveniente dagli uomini, viene incenerita da un fulmine, quasi come se fosse la provvidenza a pareggiare i conti.

Spietato e crudo, De Sade, “Justine” èun classico, che non può mancare nella libreria di ognuno. Però dirlo mi sembra un pò superficiale perchè non è proprio un libro per tutti!! 
Nel senso che, di 300 pagine, più della metà riportano la descrizione delle pratiche afflitte alle donne. 
Se qualcuno mi chiedesse di descriverlo in 3 parole direi crudo, tetro, cattivo. 
Ma più lo leggevo e più la distorta filosofia di questo eccellente scrittore il quale scrisse questo ed altri libri in carcere, mi spingeva a continuare, andare avanti.Un’opera schietta, senza troppi sofismi, ma diretta e precisa. Una sorta di schiaffo al perbenismo del tempo, in favore di un inneggiamento a libertinaggio sfrenato e alle passioni, perversioni e piaceri dell’animo umano. Un viaggio che dura una vita, a cavallo tra la virtù e il male.

L’ho amato questo testo. Consiglio vivamente, se non odiate letture pesanti!

2 Risposte

  1. ire

    ciao:) ho letto questo libro e sono convinta che sia una critica al lìbertinaggio. Al contrario, le recensioni sul web, come questa, e la stessa biografia dell’autore sembrano dire il contrario…mi sono sbagliata?

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    7 giugno 2013 alle 2:55 pm

    • De Sade è un autore classico… sicuramente parla ancora oggi come ai suoi contemporanei, scomodo ma efficace

      Grazie
      Sorrisi
      😀

      Mi piace

      7 giugno 2013 alle 10:02 pm

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