L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Donne di piacere

“Donne di piacere” di Valeria Palumbo

Dalla schiava che salvò Roma alla contessa che fece l’Italia

donnepiacere

Donne colte, donne povere, donne spietate, donne che nella leggenda e nella storia sono riuscite a ricavare un piccolo grande spazio per sé e per le loro imprese, in un mondo universalmente governato da uomini.

Valeria Palumbo scava tra le notizie e i frammenti di storie che, nonostante i secoli, sono giunte fino ad oggi, modificate, mistificate, comunque testimonianza di eventi “straordinari” le cui protagoniste, al di là del senso comune e del costume diffuso, erano donne spesso di “malaffare”, donne i cui nomi si sussurravano per strada e non certo tra le labbra delle signore “per bene”.

Donne quindi non proprio socialmente “presentabili”, ma per certo anticonformiste che non accettarono il ruolo subalterno imposto da una società che le voleva sempre e comunque in secondo piano rispetto alla controparte maschile. Apparentemente celate dietro la fragile facciata imposta dal sesso forte al sesso debole, studiano, si raffinano, sviluppano cultura, intelletto e conoscenze per mettersi alla pari e diventare compagne fidate, consigliere, muse ispiratrici, all’occasione arma segreta vincente. Accettano le regole del mondo maschile e imparano a giocare a loro vantaggio. Mai davvero libere ma altrettanto mai davvero schiave.

Tra la carrellata di volti proposti spicca il nome di Veronica Franco (Venezia 1546-1591), cortigiana veneziana che visse nella seconda metà del Cinquecento, distinguendosi non solo per le arti amatorie, ma principalmente per il carattere indomito e la singolare sensibilità poetica. Ricordata dalle fonti come uno dei rari esempi di donna letterata del tempo – spesso associata alla contemporanea Gaspara Stampa – scrisse soprattutto rime, rifacendosi come modello ispiratore alla poesia petrarchistica. Della sua vita avventurosa e conturbante è rimasta notevole notizia, soprattutto grazie ad un vivace quanto non lusinghiero alterco con Maffio Venier e a causa delle infondate accuse di pratiche stregonesche da parte del Tribunale del Santo Uffizio. Ma Veronica Franco, nonostante le alterne vicende personali cade sempre in piedi, uscendo vincitrice addirittura dall’infamante processo, dimostrando alle donne del suo tempo come volontà di ferro e coraggio leonino possano restituire al genere femminile quella dignità troppe volte negata nei secoli passati.
Nel libro di Valeria Palumbo il cammeo dedicato alla poetessa cortigiana si infittisce di notizie biografiche, di nozioni sulla sua famiglia, sulle sue frequentazioni, sui suoi salotti, addirittura sul suo “onorario”. Come con le altre figure presentate, anche nel caso della Franco diventa immediatamente percepibile un sentimento di cameratismo tra l’autrice e la cortigiana, in una visione della storia che per rendere giustizia alle imprese altrettanto nobili di donne comuni al pari di valorosi condottieri, in realtà poco spesso le ha dipinte da vere protagoniste.

Donne di piacere sì, ma non certo il loro; piuttosto una ricerca interminabile del potere e del rispetto, generalmente trovando il primo, raramente incontrando il secondo. Si parla di nobildonne che fecero e disfecero persino papi, figure femminili che accettarono la spersonalizzazione per diventare arma sessuale al soldo di un mondo maschile. Chissà, in fondo, se almeno con soddisfazione – se non felicità – personale.

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