L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

La moda maschile aristocratica (1670 – 1715)

Possiamo dividere la storia del costume maschile sotto Luigi XIV in tre periodi: il primo (1644-1661) è l’epoca della giovinezza di Luigi XIV; si tratta, essenzialmente, di un periodo di transizione. Il secondo periodo (1661-1670) coincide con l’apogeo del regno; è questo un periodo assai sontuoso, in cui dominano i gusti e i capricci della Signora di Montespan. La Francia è allora l’arbitro dell’eleganza di tutta Europa, e tutte le nazioni (a parte la Spagna) si ispirano alla moda ed al costume francese. Il terzo periodo (1670-1715) vede inizialmente la continuazione del lusso nel guardaroba tipico del secondo periodo, ma, alla fine del regno, sotto l’influenza della Signora di Maintenon, possiamo costatare una tendenza alla semplicità delle linee ed alla sobrietà degli ornamenti.

Di questo terzo periodo vorrei brevemente parlare.

L’abito da uomo è composto essenzialmente di tre pezzi: una giacca (giustacuore), un gilet, e dei pantaloni al ginocchio assai attillati (culotte), che sostituivano le braghe corte e larghe chiamate rhingrave, molto alla moda in Olanda e portate in voga in Francia dal Conte di Rhin, nel primo periodo del regno di Luigi XIV.

La giacca a falde lunghe di questo periodo è oggi chiamata spesso redingote, sebbene quest’ultima foggia (usata tra Settecento e Ottocento) viene inventata in Inghilterra solo all’inizio del XVIII secolo, col nome di “riding-coat”, espressamente per montare a cavallo. Chiamiamo quindi il capospalla di fine Seicento giustacuore (justaucorps), una sorta di redingote attillata ma con una gonna molto ampia e sviluppata, lunga sino al ginocchio. Le spalle sono strette, senza imbottiture, rimontanti la spalla naturale; le maniche, dapprincipio larghe, poi strette anch’esse, presentano al fondo un ampio paramano abbottonato che, verso il 1690, prende dimensioni assai importanti, ed una forma svasata. Erano chiamate manches à bottes (maniche a stivale). Le tasche sono poste sul davanti e molto in basso, inizialmente tagliate in orizzontale, poi in verticale, spesso a coppie da due per falda. La gonna del giustacuore è assai ampia: raggiunge quasi due metri di circonferenza (senza contare i quarti anteriori). Le pieghe della gonna sono sistemate sui lati, a livello delle anche: laddove v’è lo spacco, questo viene chiuso da una fila di bottoni preziosi o ricoperti dello stesso tessuto di fondo. Il punto vita è piuttosto basso ma non così sciancrato come ci suggeriscono invece i figurini di moda dell’epoca, che come sempre tendono a idealizzare la figura.
Il giustacuore viene inizialmente ornato di nastri sulla spalla destra e sulle maniche al centro del braccio, ma a partire dal 1690 tali nastri scompaiono completamente.

L’abbottonatura prevede una fila di bottoni sul lato destro, assai ravvicinati, stile che prese il nome de “alla brandeburgo” (à brandebourgs), mentre le asole erano ornate tutt’attorno da passamanerie chiamate “code dei bottoni”. I bottoni e le asole delle tasche erano ornati anch’essi alla stessa maniera.

Il gilet presenta spesso le maniche, attillate, nascoste sotto quelle del giustacuore. A volte i paramani che si vedono al di sopra delle maniche del giustacuore sono in realtà le maniche svasate del gilet che vengono risvoltate all’esterno, ma è un espediente che non era usato granché.

Nel gilet notiamo le stesse caratteristiche del giustacuore, a parte che il tessuto dei quarti posteriori è spesso di tela grezza, mentre solo il davanti è in seta decorata. I bottoni sono ravvicinati e arrivano fino all’angolo della falda, esattamente come sul giustacuore; il gilet è di poco più corto, e negli anni ’70 viene spesso nascosto interamente dal giustacuore; quando questo comincia a portarsi aperto, anche il gilet si scopre, e si prende gusto a giocare sui contrasti tra differenti tessuti e fantasie. Differentemente da oggi, gilet e giacca si abbottonavano a partire dal basso.

La rhingrave (il pantalone a gonna usato per quasi tutto il Seicento) rimane nel guardaroba dell’aristocraticofrancese sino al 1678 circa, rimpiazzato poco per volta dallaculotte corta. Entrambi, del resto, sono invisibili sotto il giustacuore. Le calze, in genere bianche o rosse (ma anche nere, viola o verdi), decorate a mano con fili d’oro e d’argento, arrivano al ginocchio, e qui coprono parte della culotte risvoltandosi sul ginocchio.

I tessuti di giustacuore, gilet e culotte erano spesso assortiti (la Francia prediligeva i colori chiari e brillanti, mentre Inghilterra e nord Italia preferivano tonalità scure), anche se negli anni ’80 e ’90 assistiamo ad un’affermazione dei contrasti tra i tre pezzi, invogliata dalla moda di sbottonare in parte o completamente il giustacuore. La stoffa più usata è la seta e il broccato, a piccoli disegni geometrici; la broderie in oro e/o argento segue le linee dei quarti anteriori e delle asole, delle tasche e dei paramani.

Più avanziamo nei secoli, e più il giustacuore è aperto nella parte alta per lasciar in mostra la cravatta di mussolina o di pizzo (dentelle) che scende piuttosto bassa; essa viene annodata dopo averla avvolta due volte attorno al collo con un nodo semplice o a papillon; spesso sotto il nodo semplice v’è un papillon formato da diversi nastri rigidi di color rosso o marrone.

La cravatta consiste in una lunga fascia ripiegata di lino o cotone, ornata al fondo da un pizzo, oppure di mussola. Una delle varie mode era quella di portare la cravatta “alla steinkerque”: due giri attorno al collo, un nodo semplice, e le due gambe della cravatta infilate in un’asola del giustacuore, dall’interno all’esterno. Questo stile apparentemente dimesso (invero assai ricercato) comportava l’apertura totale del giustacuore e quasi totale del gilet, cosa che lasciava largamente in mostra le larghe pieghe della camicia, magari leggermente aperta sul petto nudo, cosa che faceva si che la cravatta alla steinkerque fosse giudicata piuttosto “sexy”. Del resto era assai di moda il dare di sé un aspetto noncurante, negligé, “stropicciato”.

La camicia non ha subìto grandi variazioni nel taglio, ed essenzialmente rimane quella usata nel Cinquecento: esaminando i patronnage (cartoni da sarto) dell’epoca notiamo che la sua costruzione è improntata al massimo risparmio nel tessuto. Il corpo è composto da due semplici quadrati assai larghi (un metro ciascuno) e lunghi, un colletto rettangolare aperto e non molto alto, delle maniche larghe a sbuffo, con polsini di merletto o pizzo, chiusi da due nastri o cordini. Il tessuto più usato era il lino. Il pizzo di questo periodo non è lo stesso che sarà in voga nel secolo successivo: anziché esser leggero e vaporoso risulta spesso “carnoso”, lavorato in tre dimensioni anziché in due soltanto (a fuselli, a punto Venezia, ad ago veneziano, etc.). Sul merletto, si prediligono i disegni astratti o vagamente floreali.

Le calzature: in questo periodo gli stivali non sono più di moda, e si preferiscono le scarpe, anche per montare a cavallo (gli stivali restano parte della divisa militare, ma non di più). Le scarpe presentano un gran tacco verniciato di rosso (se si è nobili) o lasciato al naturale (per i borghesi), un risvolto alla collo del piede che mostra il tessuto o il cuoio interno (rosso a partire dal 1690), e una chiusura a fibbia posta sul lato o sul collo del piede; qui una lingua di pelle rimonta sul collo del piede formando quella che ancora oggi è detta “oreille” (orecchia). Sappiamo che a Versailles le scarpe erano ornate da un gran nodo fissato con la fibbia: tale fiocco era detto “ali di mulino a vento”. Questa moda durò dal 1660 al 1680. In seguito non si adoperò che la fibbia, ornata di diamanti (spesso veri mischiati a falsi) o perle. In occasione di lutto, la fibbia era disadorna e di color bronzo brunito.

Il cappello: inzialmente piuttosto largo, a tesa piatta, diviene poco a poco di dimensioni più piccole, e i bordi vengono piegati a fantasia, spesso ornati di galloni e nastri. Le piume da cappello (panache), che sotto Luigi XIII avevano letteralmente invaso le steste dei gentiluomini, si riducono qui ad essere due, una per lato, tanto grandi da coprire quasi interamente il feltro, e lasciandone visibile solo la parte frontale. Verso il 1680 i bordi del cappello si rialzano, ondulandosi, e l’impiego di piume si fa più discreto. È in questo periodo che fa la sua comparsa il tricorno, destinato a diventare il simbolo dell’eleganza del secolo successivo. Alla fine del Seicento è ancora piuttosto ridotto di dimensioni, dapprincipio ornato di galloni e poi di piccole piumette, verso la fine del regno.

Il cappello non si portava invero quasi mai calzato sul capo: era più frequente vedere il gentiluomo portarlo sottobraccio, di modo da non rovinare la parrucca.
I barbieri-parrucchieri francesi erano certo i più rinomati in tutt’Europa, e tutte le corti facevano a gara per procurarsi questi costosissimi prodotti, in veri capelli arricciati e montati su una base di tela fine (sotto Luigi XIII si applicavano ancora ad una calotta pesante), intrecciati con fili di seta e così resi crespi. Il modello più comune era quello “a criniera”, più tardi soprannominato “in-folio”, i cui riccioli ordinati cascavano sulle spalle e sulla schiena.Verso il 1690 le parrucche cominciarono a formare due punte (simili a corna) sulla sommità del capo, che potevano svilupparsi in verticale o in orizzontale (il giovane Re Sole preferiva quest’ultime). Le parrucche erano così pesanti che ci si faceva radere la testa, dacché spesso raggiungevano il chilo. I colori più usati sono quelli naturali: castano scuro e castano-biondo. La moda di incipriare la parrucca viene lanciata da Luigi XIV durante gli ultimi anni del suo regno, ma la foggia delle parrucche rimane inalterata, sebbene si comincino a fabbricarne di biondo cenere, sale e pepe, e grigio chiaro.

In molti ritratti d’epoca si notano gentiluomini con parrucche immense e rigogliose; si tenga conto che le fogge erano diverse a seconda dell’occasione, e che nemmeno Luigi XIV portava tutto il giorno la parrucca grande (da cerimonia), ma usava prevalentemente modelli più corti e discreti che difficilmente possiamo vedere nei ritratti dell’epoca. In queste pitture i soggetti indossano spesso abiti che poco o nulla avevano a che fare con ciò che indossavano nella vita reale (e con ciò che abbiamo descritto fino ad ora); i pittori tentavano invece di dare ai loro soggetti un’aura teatrale, che impressionasse, di ispirazione classicista riletta coi canoni del barocco.
Barba e baffi erano visti come un’eccentricità, o un tratto tipico di chi seguiva ancora la vecchia moda. Alla fine del Seicento il volto dell’uomo appare glabro e rasato di fresco, pesantemente truccato (rossetto – fino a 12 sfumature! –, guance color porpora, polvere di riso o biacca opaca per il volto, qualche neo artificiale, matita rossa attorno agli occhi: è chiaro che l’intenzione è quella di piacere, non di apparire naturali).

Una Risposta

  1. Ho salvato La moda maschile aristocratica (1670 – 1715) Fiorella Corbi (Iridediluce) tra i preferiti!

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    23 novembre 2011 alle 12:51 pm

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