L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 25

La prima volta che compare nella letteratura inglese un preciso riferimento alla necessità di istruire le ostetriche e in Breviary of health (1547) di Andrew Boardl che spiega come si ottiene dal vescovo il permesso di esercitare la professione: “L’ostetrica deve essere presentata al vescovo da una donna onesta di buona reputazione che deve dare testimonianza della sua serietà, saggezza e discrezione….. e se così facessimo avremmo la metà degli aborti e morirebbero molti meno bambini. Sì, il vescovo deve occuparsi di questo problema”.

Le ostetriche chiedevano di essere messe alla prova e di essere istruite in modo migliore: a questa richiesta cominciarono a rispondere alcuni medici che scrissero libri di testo divenuti famosi. In Italia il più noto di tutti è “La commare o riccoglitrice” di Scipione Mercuri (1538-1616), un domenicano romano di nome Gerolamo che aveva buone conoscenze teoriche di ostetricia, ma che probabilmente non aveva mai assistito a un parto e che sapeva assai poco di controllo delle nascite. In Inghilterra, nel 1671, Jane Sharp diede alla stampa “The Compleat Midwife’s Companion” cui fece seguito pochi anni dopo il “Midwives’ Book on the Whole Art of Midwifery“, scritti per le ostetriche e che ebbero un grandissimo successo. Jane Sharp usò un ingenuo escamotage per non essere accusata di diffondere informazioni sui metodi anticoncezionali e sui farmaci abortigeni: li citò come erbe da evitare, droghe da non assumere, sostanze da tener fuori dalla propria stanza, perché avrebbero potuto impedire a una donna di realizzare il suo sogno di maternità. Solo alla voce “stimolatori mestruali” la Sharp si lasciò un po’ andare ed elencò una serie di emmenagoghi un po’ sospetti, ma l’indicazione di per sé era innocente e solo una mente maliziosa…Non molti anni prima anche Nicholas Culpeper aveva scritto un testo per le ostetriche e anche lui aveva elencato le erbe che possono esercitare azione emmenagoga. Ma Culpeper era sinceramente contrario all’aborto e sapeva che dietro all’emmenagogo si nascondeva spesso un’insidia per la gravidanza: “Non date mai queste sostanze a una gestante – scriveva – se non volete trasformarvi in assassini. L’omicidio sfugge spesso alle punizioni in questo mondo, ma non le può evitare nell’altro”.

Quasi 75 anni dopo che Jane Sharp aveva pubblicato i suoi libri, William Smellie scrisse, sempre per le ostetriche, un trattato destinato a divenire molto popolare “A Treatise on the Theory and Practise of Midwifery, Londra, 1752), nel quale le già scarse informazioni sul controllo delle nascite presenti nei libri della Sharp erano praticamente scomparse. Smellie non citò mai né abortigeni né contraccettivi, e si limitò a segnalare che c’erano “prescrizioni” utili per le mestruazioni ritardate: non si curò nemmeno di accennare a cosa avrebbero dovuto evitare le donne per non danneggiare la propria gravidanza.



Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 19

In realtà, il problema della “competenza” dei medici era, tutto sommato, un colossale equivoco: il medico, l’ho già ricordato, non riceveva praticamente alcuna informazione nei suoi studi universitari in merito alle tecniche contraccettive. Sapeva invece che aborto e contraccezione violavano la morale religiosa e, spesso, anche la legge dello Stato. Questa convinzione era così forte e si radicava talmente nei medici che continuerà a persistere, fino ad epoche recentissime, un “naturale” rifiuto ad occuparsi del controllo delle nascite, considerato complessivamente immorale o pericolosamente vicino alla immoralità. È a questo medico che una parte delle donne si affidava ed è a lui che era costretta a rivolgersi quando si trovava nei guai, pur sapendo che a questi guai lui non avrebbe trovato rimedio.

Nel XVI e nel XVII secolo c’era un detto popolare, in molte parti d’Europa, secondo il quale “la mammana opera nel sangue e nel sangue annegherà”. Si era dunque fatto strada un preciso convincimento: le ostetriche usavano pozioni per regolare la fertilità, erano spesso coinvolte in aborti e infanticidi, di qui a pensare che usassero stregonerie e sortilegi poco ci correva. Si moltiplicavano in effetti i casi di donne che venivano accusate di stregoneria per aver fatto qualcosa che riguardava i bambini e soprattutto per infanticidio. La punizione per questi delitti, molti dei quali non venivano provati, era la morte per rogo o, in Inghilterra, per impiccagione. Del resto questo era il volere di Dio: “non lasciare vivere la donna maliosa” dovrebbe essere, e forse non è, una frase dell’Esodo (22:18). Sulla parola “maliosa” a dir il vero c’è una discussione. Il termine è analogo a strega, ma è possibile che in realtà il riferimento al femminile sia dovuto alla traduzione in greco dei settanta saggi. La parola greca è pharmakis, mentre la parola ebraica è měkaššēp, il cui riferimento al genere femminile sembra provato da altri contesti della Bibbia ma il cui vero significato è “avvelenatore”.

 


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 15

Se all’inizio le accuse cadevano per mancanza di motivazioni accettabili, ben presto divennero circostanziate. Quando non era possibile scoprire qualche motivazione plausibile (come la vendetta, ad esempio, o l’invidia, o la gelosia), si tirò fuori la storia dell’interesse commerciale. Il corpo di un feto non battezzato aveva un valore economico piuttosto alto: il grasso del suo corpo, ad esempio, poteva essere utilizzato per la preparazione di un certo numero di pozioni ed era la base fondamentale di una pomata che le streghe avrebbero dovuto spalmarsi sul corpo per poter volare al settimanale appuntamento con il demonio, il Sabba. È evidente che queste erano le premesse per poter sospettare le ostetriche di stregoneria, un sospetto che diveniva  sempre più frequentemente un’accusa esplicita. La paura di questo oscuro potere delle ostetriche era  così grande che in Inghilterra le licenze concesse nel 1675 vietavano in modo specifico l’esercizio di “witchcraft, charm, sorcery or invocation contrary to the law of either God or the King”.

Poiché erano le ostetriche (e comunque, in genere, le donne con qualche competenza in ostetricia) a occuparsi di anticoncezione e di aborto, era facile far ricadere su di loro ogni sorta di colpa e di comportamento immorale. Si diceva e si scriveva – abitudine che perdurò durante tutto il medioevo – che si sbarazzavano con l’aiuto di droghe delle gravidanze adulterine, e che insegnavano alle altre donne come servirsi di pratiche misteriose per rimanere infeconde. Rapidamente la fantasia popolare era poi passata da queste accuse – che avevano un minimo di credibilità – ad accuse molto diverse e altrettanto fantasiose, come quella di indossare attrezzi falliformi per potersi comportare da uomo con le altre donne. Portate in tribunale, venivano condannate senza la benché minima prova a pene severe: 3 anni di penitenza per avere indossato un fallo; tre anni per chi si concedeva a rapporti omosessuali; due anni per aver avuto rapporti con i propri figli; sette anni di Quaresima per aver copulato con un animale (e pane e acqua e penitenza per il resto della vita).

Le cose si complicavano ancora di più quando le “mammane” sempre sospettate delle cose più incredibili, erano accusate di aver usato poteri occulti per conservare l’amore del marito o dell’amante. Erano noti alcuni metodi evidentemente ispirati alla magia nera: ingoiare il seme dell’uomo; farsi regalare un pesce, introdurlo in vagina per estrarlo solo dopo gli ultimi spasmi di agonia (del pesce); fare acquistare – sempre dal proprio amante – del pane per poi farlo impastare sulla pelle nuda del sedere; aggiungere ai cibi un po’ del proprio sangue mestruale. Tutte queste empie azioni venivano punite con molti anni di penitenza e ancora più punita era la magia con la quale una donna rendeva il proprio amante impotente, per evitare di farlo tornare dalla moglie. Per converso, se una sposa rendeva impotente il marito, la punizione non superava i 40 giorni di pane e acqua, anche troppo per un’epoca in cui ogni atto d’amore era fondamentalmente malvagio, e meno atti d’amore si consumavano, meglio era.

Gli evidenti rapporti tra le persone e la magia nera, la loro capacità di ricorrere a sortilegi e a incantesimi, le facevano giustamente sospettare delle più diaboliche macchinazioni. Si diceva che impalassero con un ramo d’albero il cadavere dei bambini non battezzati per evitare che tornassero a vivere e nuocessero ai familiari; esse stesse, se morivano in gravidanza prima di partorire, venivano impalate e inchiodate a terra con il loro bambino per evitare che tornassero a fare del male ai vivi.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 9

Il Malleus inizia affermando che “la credenza che le streghe esistono è una parte talmente essenziale della fede cattolica che sostenere ostinatamente l’opinione opposta sa manifestamente d’eresia”; un’eco della bolla papale del 1484 di Innocenzo VIII. Poi il Malleus chiarisce le sue intenzioni: “Questo è ciò che proponiamo: i diavoli, con le loro arti, causano alcuni effetti per mezzo della stregoneria, eppure è vero che senza l’assistenza di un mediatore non possono fare niente… noi non sosteniamo che senza questo mediatore non possano fare danno, ma che per suo tramite possano portare infermità e qualunque altra pena e che tutto ciò è reale”. Il ragionamento è fin troppo chiaro: sono gli esseri umani i veri colpevoli delle sventure che vengono attribuite alla malvagità del demonio, ma gli esseri umani sono alla portata dell’Inquisizione e ciò assicura che ci sarà sempre un colpevole da punire. Successivamente  il Malleus si preoccupa di rassicurare gli inquisitori ai quali le streghe “non possono causare ingiuria poiché essi sono i dispensatori della pubblica giustizia”. Essi possono poi usare pratiche e rituali che possono sembrare magici, ma che trovano la loro rispettabilità nel fatto di derivare dalla chiesa e la loro coerenza nel potere di difenderli dalla malvagità delle streghe.

Nel Malleus Maleficarum si parla spesso della capacità delle streghe di indurre una condizione di sterilità, e se ne parla come se questa fosse una delle loro principali attività. È citata spesso, ad esempio, la capacità di far scomparire il pene, usata in alternativa ad un sortilegio che impediva l’eiaculazione e a una serie di malefici rivolti a determinare sterilità e a causare l’aborto nelle donne. Le streghe possono bagnare di sangue mestruale un uovo di gallina e seppellirlo sotto il letto di una donna, che da quel momento patirà dolori insopportabili ogni volta che cercherà di avere un rapporto sessuale. Possono trasformare un feto in una poltiglia maleodorante che verrà poi eliminata dal retto dell’infelice madre tra atroci dolori. Possono trasformare il pene di un uomo in una gelatina fredda come il pene di Satana e così, dove prima c’era l’orgoglio virile, oplà, ora c’è solo una macchia unta e informe, gli uomini non potevano immaginare umiliazione maggiore e ne erano terrorizzati. Credere nelle streghe – e identificarle, e condannarle – divenne  così anche un modo per giustificare i propri insuccessi riproduttivi e sessuali e per non smarrirsi di fronte alle proprie fantasie erotiche. La scelta dello sventurato da indicare come responsabile, tendeva a cadere sempre sulle stesse persone: emarginati sociali, donne anziane e solitarie, ostetriche coinvolte per mestiere nelle fortune e nelle sfortune della vita riproduttiva. Erano le stesse persone dalle quali si attendevano consigli su come non fare figli e su come interrompere le gravidanze, tutte cose che rientravano quasi inevitabilmente tra le attività che la gente comune riteneva proprie della magia nera. E a questo punto non sembrò esistere più alcuna differenza tra il coito interrotto e l’uccisione di un gallo in un quadrivio.


Nata per dare

Simone de Beauvoir scrisse con acume ne Il secondo sesso , riferendosi alla mitologia che narra la creazione della donna

( Pandora per i Greci, Eva per gli Ebrei ) : « Nemmeno la sua nascita è stata autonoma ; Dio non ha scelto spontaneamente di crearla per un fine proprio, autonomo, limitato a lei sola, e per esserne adorato direttamente, in compenso. L’ ha destinata all’ uomo, l’ ha regalata ad Adamo per salvarlo dalla solitudine».

Ella scriveva ancora che il ruolo più caratterizzante per le donne è quello di madre misericordiosa. Ad esempio, nelle vesti della Madonna. « Dovunque la vita è minacciata , lei appare, salva e ristora …(…) La vediamo talora difendere la causa dell’ uomo davanti al Figlio….»

Diceva Gianini Belotti nel suo “pamphlet” del 1973 che il bambino è considerato per quello che sarà. Dalla bambina invece ci si aspetta : « che diventi un oggetto, ed è considerata per quello che darà . Due destini del tutto diversi . Il primo destino implica la possibilità di utilizzare tutte le risorse personali, ambientali ed altrui per realizzarsi, è il lasciapassare per il futuro, è il benestare per l’ egoismo. Il secondo prevede invece la rinuncia alle aspirazioni personali e l’ interiorizzazione delle proprie energie perché gli altri possano attingervi .

Il mondo si regge proprio sulle compresse energie femminili, che sono lì, come un grande serbatoio, a disposizione di coloro che impiegano le proprie per inseguire ambizioni e potenza . »

In uno dei suoi ultimi scritti, vale a dire l’ Introduzione al libro di L. Lipperini, la dottoressa Gianini Belotti ricorda una scena emblematica a cui ha assistito :

« Due bambini e due bambine di poco più di due anni s’ erano infilati in una casetta di legno del loro asilo nido, e attribuendosi la qualifica di mamma, papà e figli, giocavano alla famiglia e cucinavano un finto pranzo. (…) D’ un tratto i due maschietti avevano abbandonato le bambine alle loro faccende domestiche, erano usciti dalla casetta e s’ erano buttati a correre in tondo per la stanza a cavalcioni di una scopa e di uno spazzolone. Due cavalieri lanciati al galoppo nell’ avventura, consapevoli però del loro diritto di tornare a casa per essere doverosamente ristorati dalle loro donne.

Perché quando erano ripassati davanti alla porta spalancata della casetta, uno dei due aveva gridato con quanto fiato aveva in gola : “ Chiamateci quando è pronto ” . Questa richiesta perentoria rivelava i privilegi interiorizzati precocemente dai maschi a partire dall’ osservazione ripetuta delle abitudini quotidiane familiari . (…) L’ organizzazione del lavoro è tuttora concepita su misura di uomini la cui moglie si fa carico di tutti i loro bisogni e necessità, più quelli dei figli, per consentire loro di uscire ogni mattina, accuditi, puliti e nutriti come si deve e darsi da fare a produrre. (…) E’ solo colpa delle donne che accettano di fare le serve, non si ribellano e non propongono soluzioni diverse ? E’ solo colpa degli uomini che non cedono un millimetro dei loro sfacciati privilegi ?

Simone de Beauvoir si interroga perplessa sul fatto che le donne hanno a livello individuale un ‘influenza ed un potere biologico fortissimo sui maschi , ma ciò non sembra contare.

« Quando Ercole fila la lana ai piedi di Onfale – ella ha scritto – , il desiderio lo incatena: perché Onfale non è riuscita a conquistarsi un potere duraturo? Per vendicarsi di Giasone, Medea uccide i figli. Questo selvaggio mito fa pensare che dal legame col figlio la donna avrebbe potuto ricavare un temibile ascendente… (…)La necessità biologica – desiderio sessuale e desiderio di una prole –che sottomette il maschio alla femmina, non ha riscattato socialmente la donna ».

E poi osserva anch’ essa, come la dottoressa Gianini Belotti, che essa è preparata dall’ infanzia al compito di donarsi agli altri : « La verità – ella dice – è che gli uomini trovano nelle loro compagne più complicità di quante non ne trovi normalmente l’ oppressore nell’ oppresso; e si sentono autorizzati, in malafede, a dichiarare che essa ha voluto il destino che loro le hanno imposto.

Abbiamo visto che in realtà tutta l’ educazione della donna congiura per sbarrarle la strada della ribellione e dell’ avventura ; tutta la società – a cominciare dai rispettivi genitori – la inganna esaltando l’ alto valore dell’ amore, della devozione, del dono di sé . »

Se la donna , secondo queste premesse, è “nata per dare”, si terrà in massima considerazione la sua principale capacità : quella di generare. L’ essere più esaltato e venerato non è forse la madre ? Dappertutto, in ogni luogo e in ogni tempo, la donna si è servita come poteva di questo enorme potere, di cui però è stata spesso “scippata” .

Giustamente – ricorda L. Lipperini : « Simone de Beauvoir scriveva che la maternità , l’ aspetto “più temibile” della donna, va necessariamente trasfigurata e asservita . »

L’ autrice de Il secondo sesso, infatti, vede come esempio di asservimento la figura di Maria, madre di Dio, quando dice : « Si nega a Maria il concetto di sposa, al fine di esaltare più puramente in lei la Donna – Madre. Ma solo accettando la funzione inferiore che le è assegnata, ella ascender{ alla gloria : “Sono la serva del Signore”.

Per la prima volta nella storia dell’ umanità, la Madre s’ inginocchia davanti al figlio; riconosce liberamente la propria inferiorità. Nel culto di Maria si avvera la suprema vittoria del maschio ; la femmina acquista una riabilitazione nel compimento della propria disfatta. Ishtar, Astarte, Cibele erano crudeli, capricciose, lascive, potenti ; fonti insieme di vita e di morte ; partorendo gli uomini ne facevano degli schiavi. Ma nel cristianesimo la vita e la morte stanno nelle mani di Dio. (…) Osteggiata, calpestata quando voleva dominare e finché non ebbe esplicitamente abdicato, (la donna) potrà essere onorata come suddita .»

Un illuminante articolo ( apparso ne “Il Corriere della Sera” del 22/02/2008) di Dacia Maraini riflette su come nella nostra cultura occidentale si è perpetuato il dominio maschile sull’ atto del generare.

Ella riporta un brano tratto da una antica tragedia greca risalente al458 a.C., che l’ autore, Eschilo, fa pronunciare al dio Apollo :

« Non è la madre che crea/ il figlio, come si pensa. / Ella è solo nutrice e niente altro, della creatura paterna/ …Soltanto chi getta il seme nella terra fertile è da considerarsi genitore./ La madre coltiva, ospite all’ ospite, il germoglio, / quando non l’ abbia disperso un demone . »

E poi commenta : «Questa frase (…) segna un punto di svolta che ha marcato la storia della maternità in Occidente. Presso i Pelasgi del II millennio, popolo antenato dei greci, chi creava il mondo era la dea Eurinome, nel cui uovo erano compresi tutti i mari, le montagne, i fiumi, le foreste del mondo. Solo lei poteva fare maturare quell’ uovo, romperne il guscio e spargere i beni di cui avrebbero vissuto gli esseri umani.

Apollo, il nuovo dio della democrazia ateniese, invece sancisce un principio che avrà conseguenze disastrose per le donne dei millenni a venire ; non è la madre che crea il figlio. Il suo ventre è da considerarsi solo un vaso che custodisce il seme paterno. Ecco come nasce una società dei Padri.

Persino la religione cristiana, che è stata rivoluzionaria nel riconoscere un’ anima anche alle donne, si è tenuta, per quanto riguarda la gerarchia, ai principi apollinei : nella Santa Trinità non appare la figura materna. E quando Dio decide di diventare padre, forma prima l’ uomo a sua immagine e somiglianza, poi prende una costola di Adamo e da quella fa nascere la donna. Insomma capovolge la realtà per sancire una gerarchia inamovibile.

Tutta la nostra cultura viene da questi grandi e originari avvenimenti simbolici. Poi, il laicismo, le rivoluzioni, l’ illuminismo, i movimenti di emancipazione hanno cercato di rompere il dogma, riconoscendo alle donne la partecipazione al processo di riproduzione. Ma sempre sotto il controllo dei Padri e dentro le leggi stabilite da loro. Il diritto alla riproduzione non si è mai trasformato in libertà di riproduzione.

E la rete millenaria dei divieti è profonda e radicata anche quando non viene scritta. Da lì derivano il culto della verginità, la proibizione degli anticoncezionali, l’ aborto clandestino, l’ignoranza indotta e tante altre disperanti piaghe della storia femminile.

Se c’ è una cosa su cui le donne hanno competenza è la maternità : un processo che avviene nel loro corpo, di cui conoscono le pene e le gioie profonde, i tempi e le trasformazioni, il peso e le responsabilità. Ma di questa competenza sono state espropriate e ogni movimento di riappropriazione viene visto come un attentato alla morale. »

Anche il raffinato giurista Stefano Rodotà, esprimendosi sui diritti fondamentali della persona, osserva che lo Stato è : «abituato da sempre a legiferare sul corpo della donna come ‘luogo pubblico’. »

Nell’ attuale momento storico uno degli organismi che più pretende di indirizzare leggi e di stabilire norme in materia è l’ assemblea dei vescovi italiani, su cui il giornalista Michele Serra (riporto da un quotidiano del 25 marzo 2009) ha emesso giudizi taglienti e su cui, a suo dire , getta un “colpo d’ occhio antropologico”.

Egli vede dunque : « un consesso di soli maschi e di soli anziani. Il sunto perfetto di ciò che rimproveriamo di continuo alla politica e al potere : mantenere a debita distanza le donne e i giovani, con l’ evidente aggravante che qui le donne sono istituzionalmente escluse dal sacerdozio, e un giovane per diventare vescovo deve prima smettere di essere giovane.»

E osserva che una siffatta composizione del potere esclude a priori “ metà dei viventi ( le femmine ).”

Sono innumerevoli gli esempi su come la donna è stata messa in un angolo, o addirittura espropriata, al momento della nascita dei suoi figli. Il cognome sancisce l’ appartenenza dei nuovi nati al padre e alla famiglia del padre; le genealogia ebraica è senza donne ( vedi la tesi ) ; il diritto di famiglia in quasi tutti i paesi musulmani prevede che in caso di separazione i figli vengano tolti alla madre ed affidati al padre ( o, se assente, al nonno) .

Una vera e propria persecuzione, nel corso dei secoli, si è espressa mediante la considerazione legale dell’ aborto come reato.

Limitandoci al nostro Paese, ed agli ultimi anni, basterà fare riferimento alla recente legge sulla procreazione assistita, ed agli attacchi continui, reiterati, quotidiani, che il diritto all’ aborto volontario deve affrontare.

Qualche anno fa sono state promulgate le norme sulla procreazione assistita. Ora, una delle regole fondamentali della democrazia recita : “ Nessuna tassazione, nessuna imposizione di legge senza rappresentanza”. Questo principio fu stabilito nella seconda met{ del 1700 dai delegati delle colonie inglesi d’ America, allorché la madrepatria pretendeva di imporre inique tassazioni e condizioni di commercio sfavorevoli a coloro che si erano stabiliti sul suolo americano. Dunque, quale rappresentanza hanno avuto le donne nel Parlamento italiano, dove poco più del 10 % degli eletti erano donne ? Ciò significa che un organo legislativo composto per il 90 % circa da uomini ha avuto il “coraggio” di votare una legge che, si è detto, “passa per il corpo delle donne”, di approvare alcuni articoli che è doveroso definire vessatori, crudeli e prepotenti, che sacrificano in toto il diritto alla salute e alla dignità di persona delle donne. Si è domandato a tal proposito Corrado Augias, : « Se una donna ha cambiato idea dopo che per sua richiesta sono stati creati degli embrioni, la legge le impone di farseli impiantare. E se rifiuta, che succede ? La legano al letto, la narcotizzano, la mettono in prigione ? » .

Già questo dimostra quale obbrobrio sia la legge 40, ove le donne vengono considerati contenitori, obbligati per giunta. La legge, proibendo la possibilità di analisi pre-impianto, arriva ad imporre loro l’ impianto nell’ utero di un embrione malato. Manca del tutto la considerazione per eventuali problemi di salute che sconsiglino l’ impianto di tre embrioni contemporaneamente ; e questo fatto obbliga le donne a ripetere cicli di stimolazione ormonale, molto pericolosi per la loro salute.

Ma se tanti uomini politici di ogni schieramento non si sono fatti scrupolo di votare tale legge, è certo molto più difficile per le donne accettare questi divieti fondamentalisti, che dovranno vivere sulla loro pelle. Si costituì dunque il Comitato “Donne per il sì”, trasversale ai partiti, anzi composto per buona parte da donne di centro-destra che votavano contro i loro partiti. Tra di esse la ministra Prestigiacomo, che per fortuna non dimenticava di essere donna prima che esponente della maggioranza, e poi Boniver, Stefania Craxi e tante altre. Molte mogli di noti politici dichiararono che avrebbero votato diversamente dai loro mariti : erano le mogli di Rutelli, di Berlusconi, di La Russa, ed altre.

La legge 40 ha introdotto una rottura nella legislazione vigente, che non ha mai considerato persona un feto, il quale diventa titolare di diritti giuridici solo nel momento in cui si è separato dal corpo della madre ed è un individuo autonomo.

Al contrario, le norme di questa legge rendono un embrione titolare di diritti, che inevitabilmente entrano in contrasto con chi è già un essere umano, in particolare la donna che dovrebbe ospitarlo.

Ma vogliamo una buona volta renderci conto che, per diventare individuo, esso ha bisogno che una donna lo accolga nel suo corpo, ed è tramite il suo corpo che si sviluppa ? E la donna lo deve volere, mi pare ; almeno così afferma la Carta dei diritti umani fondamentali, fondata sul pieno possesso della propria persona.

E’ allo stesso modo molto chiara la sentenza della Corte Costituzionale, in data 1975, che recita : « Non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’ embrione, che persona deve ancora diventare. »

Ormai sono passati più di trenta anni dalla promulgazione in Italia della legge 194 , che consentiva l’ aborto. All’ epoca ( ricorda Miriam Mafai il 14-3- 2008 su “Repubblica” ) si ritenne giusto differire dalla norma secondo cui, in ogni tipo di intervento medico, c’ è la possibilità di ricorrere a un ospedale pubblico o a una struttura privata. La legge infatti rende legale l’ interruzione di gravidanza solo in una struttura pubblica, dopo il passaggio e la certificazione nel consultorio. Che cosa è accaduto da allora ? Quello che ha osservato anche la Commissione Pari Opportunità del Consiglio d’ Europa : che spesso, « nei Paesi dove l’ aborto è legale, le condizioni non sono tali da garantire alle donne l’ effettivo esercizio del diritto». Le cause : « la mancanza di dottori disposti a praticare l’ i.v.g. ( interruzione volontaria di gravidanza ) ; i ripetuti controlli medici richiesti ; i lunghi tempi di attesa ».

In Italia il caso è tragico, perché da anni è iniziata una dura offensiva contro la 194, « una vera e propria crociata contro l’ aborto legale adottata dalle gerarchie vaticane _ scriveva nel dicembre 2008 in un articolo Maria Novella De Luca – che negli ultimi anni ha reso sempre più difficile l’ interruzione volontaria di gravidanza nelle strutture pubbliche ».

Ne febbraio e nel marzo 2008 l’ UDI ( Unione delle donne italiane) ha indetto una serie di cortei per protestare contro il boicottaggio messo in atto verso questa legge.

Il fatto è che la Chiesa ha stabilito negli ultimi anni, non si capisce bene come e perché, dei cosiddetti “principi non negoziabili” , su cui insiste con protervia tenacia. Ossessivamente , in occasione della “Giornata per la vita” ma ormai in modo quasi quotidiano, in mezzo a tutte le morti possibili, tra tutte le uccisioni del mondo, si cita solo “l’ aborto”. Negli USA queste campagna martellante ha colpito talmente alcune menti deboli , o deviate, da farle progettare ed eseguire omicidi di medici che mettono in pratica la volontà delle donne di ricorrere all’ i.v.g.

Secondo gli ultimi dati, nel nostro Paese più del 70 % dei ginecologi del sistema sanitario si dichiarano obiettori ;e lo sono il 50% degli anestesisti e il 42% del personale paramedico, i quali si rifiutano di prestare qualsiasi assistenza durante un aborto. « In quasi tutta l’ Italia – aggiunge la giornalista De Luca – i governatori delle Regioni fedeli al Vaticano e alla destra, Lombardia e Lazio in testa (…) hanno imposto la chiusura di decine di reparti dove si facevano interruzioni di gravidanza. Abortire nelle strutture pubbliche in Italia è tornato ad essere un percorso umiliante, solitario, brutale a volte »”.

Un’ altra violenta battaglia riguarda la pillola Ru486, o farmaco abortivo, che già in Francia subì una campagna di attacco intensivo, fino a bloccarne la commercializzazione. Finché il ministro Claude Evin la fece tornare sul mercato sostenendo : « Quella medicina è proprietà morale delle donne ».

In Francia più di metà delle donne usa ormai la pillola abortiva invece di ricorrere all’ operazione, mentre qui in Italia i tentativi di introdurla nell’ uno o l’ altro ospedale sono stati ostacolati con tutti i mezzi.

Nel 2005, infatti, all’ ospedale Sant’ Anna di Torino si avviò una sperimentazione del farmaco, ma l’ allora ministro della sanità Francesco Storace , comportandosi in pratica come braccio armato del Vaticano, riuscì a bloccare la procedura inviando gli ispettori ministeriali ed addirittura promuovendo indagini sull’ operato dei sanitari. Il ministro intervenne di forza anche quando fu la Regione Toscana ad utilizzare il farmaco abortivo, acquistandolo direttamente dalla casa produttrice.

Soltanto da pochi giorni finalmente, dopo mille polemiche ed infiniti tentativi di bloccare l’ aborto farmacologico, il 30 luglio 2009 l’ Agenzia italiana del farmaco ha dato il via libera al suo utilizzo negli ospedali italiani.

Adesso effettuare sabotaggi al diritto di aborto diventa più difficile, e le donne hanno a disposizione un mezzo meno invasivo e traumatico e privo dei tanti rischi , quali l’ anestesia, di una operazione chirurgica.

La reazione dei vescovi è stata immediata, e durissima, con i soliti toni minacciosi e l’ ingiunzione ai rappresentanti di uno Stato, che dovrebbe essere laico, di obbedire a dettami religiosi. Si annuncia già il tentativo di porre in atto ostacoli di ogni tipo, prospettando il ricovero obbligatorio per tre giorni in ospedale ( che altrove nessuno ritiene necessario e che causerà problemi, stante la carenza di posti letto ), addirittura si parla di sottoporre le donne a test psicologici preventivi. Continueranno la demonizzazione delle donne, la presenza di tanti medici obiettori, la scomunica sempre minacciata per le donne continuamente chiamate “colpevoli di omicidio” e “assassine” , come anche per i dottori che le assistono.

Ha scritto Stefano Rodotà sul quotidiano del 6 agosto 2009 : « E’ inammissibile (…) la pretesa autoritaria ed illegale di fare dell’ Italia un luogo dove alle donne è preclusa la possibilità di fare le stesse scelte delle donne di quasi tutti gli altri paesi europei: e dove si violano consolidate regole europee sulla registrazione dei farmaci, fondate sul “mutuo riconoscimento”. (…) Quando il responsabile per queste materie della stessa Cei ( Conferenza episcopale italiana) dice perentoriamente che “il governo deve bloccare tutto”, siamo di fronte alla negazione dello Stato di diritto, del suo essere fondato su regole e procedure che tutti devono rispettare. Altro che Stato e Chiesa, “ ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”, come vuole l’ articolo 7 della Costituzione!

Di questo clima bisogna tenere conto, perché si cercherà di svuotare in via amministrativa quell’ autorizzazione, già severissima, ricorrendo alle abituali falsificazioni dei dati scientifici….(…) »

Il pericolo che si impedisca con ogni mezzo l’ uso della Ru486 è vivo e reale, perché ciò avviene spesso modo sotterraneo ed infido. Le motivazioni attualmente portate avanti da parte di illustri prelati come monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia accademia della vita e, più di recente, dal cardinale di Milano Tettamanzi si ammantano di preoccupazioni mediche : e parlano infatti, citando dati incompleti e distorti per confondere l’ opinione pubblica, di “una pratica che comporta pericoli e rischi riguardanti la salute della donna”.

Ma non vi è mai stata da parte loro nessuna preoccupazione per l’ aborto clandestino o fai-da-te, talmente pericoloso da comportare danni permanenti ed anche la morte ad un numero incalcolabile di donne, in Italia.

Per fortuna, ( perché nessuna donna vorrebbe mai aver bisogno di un aborto) negli ultimi trenta anni dalla legge 194 il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza in Italia si è dimezzato ; e questo unicamente grazie all’ uso dei contraccettivi, e di una molta maggiore informazione da parte delle donne. Il paradosso è che le gerarchie vaticane proibiscono recisamente anche la contraccezione, cioè il mezzo più indicato per impedire gravidanze indesiderate e quindi aborti.

Vi è stata la precisa richiesta da parte del papa Benedetto XVI di estendere anche ai farmacisti il diritto all’ obiezione di coscienza già riconosciuto ai medici antiaboristi. Il farmacista dovrebbe tra l’ altro rifiutarsi di vendere la pillola o altri contraccettivi ; ma questa condotta è contro la legge , perché il farmacista ha una licenza di vendita che lo obbliga ad essere al servizio dei clienti, delle persone che richiedono farmaci.

In particolare siamo nel mezzo di una emergenza sanitaria che riguarda la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, la Norlevo, che non è come molti credono un farmaco abortivo, ma un contraccettivo ( impedisce la gravidanza ). Spesso negli ospedali e nelle cliniche di ispirazione cattolica ( o di proprietà di enti ecclesiastici ) i medici sono tutti obiettori ; e se il medico di turno è obiettore rifiuta di fornire il farmaco. Lo stesso fanno molti farmacisti, che nonostante la regolare ricetta la negano al cliente.

Vi è stato il caso di una ragazza romana respinta da ben sei ospedali, dove tutti si erano rifiutati di darle la pillola del giorno dopo. Nell’ aprile 2008, la procura di Pisa apre un’ inchiesta , dopo che questo farmaco era stato rifiutato a numerose donne , valutando una ipotesi di reato per l’ ASL : “ interruzione di pubblico servizio”.

Fu costretta ad intervenire l’ allora ministro Livia Turco, ribadendo la necessit{ « che la prescrizione della contraccezione d’ emergenza sia garantita, oltre che nei servizi consultoriali, anche nei pronto soccorso e nelle guardie mediche, prevedendo la presenza di almeno un medico non obiettore in ogni distretto sanitario ».

Stufe di subire, le donne hanno iniziato a denunciare. Il 2 giugno 2009, ad una donna di 37 anni di Teramo, sia la guardia medica che il pronto soccorso rifiutarono la pillola del giorno dopo. Si era nel weekend e soltanto dopo qualche giorno, grazie alla prescrizione di una ginecologa, lei riuscì ad acquistare il contraccettivo di emergenza. Ma era ormai incinta ; ha citato quindi per danni la ASL competente, per danno biologico e patrimoniale.

Nel luglio 2009 una donna di 34 anni , di Fiumicino, ha denunciato ai Carabinieri il titolare di una farmacia ( il quale per inciso è Presidente dell’ Unione farmacisti cattolici ) , perché le ha rifiutato il farmaco , pur se prescritto dal consultorio con regolare ricetta.

L’ Italia è ben lontana dai Paesi progrediti, se pensiamo che nel Regno Unito la pillola del giorno dopo viene data senza ricetta. In Francia essa è distribuita gratuitamente, e negli USA da tempo può essere venduta liberamente tra i farmaci da banco a tutte le donne maggiorenni (per le minori occorre una ricetta medica).

In altri Paesi la pillola contraccettiva , come anche la spirale e il diaframma, sono gratuiti, al fine di prevenire le gravidanze non volute.

In ossequio alle direttive delle gerarchie ecclesiastiche si è registrato a volte un comportamento fin troppo zelante, ed inqualificabile per medici e sanitari in genere : rifiutarsi di alleviare il dolore, quindi esprimere una volontà che possiamo chiamare “sadica” di infliggere dolore senza motivo.

Riporto da un quotidiano del luglio 2008 . All’ ospedale di Niguarda ( Milano), il medico anestesista di turno si è rifiutato di somministrare un antidolorifico ad una giovane di 30 anni, in preda a fortissimi dolori , causati dai primi interventi per indurre l’ aborto terapeutico. Poiché l’ antidolorifico consisteva in un forte anestetico e non in una semplice pillola, solo un anestesista poteva somministrarlo. Il marito ha denunciato il medico obiettore che “ si è rifiutato di alleviare il dolore della moglie”. Anche il primario, che è dovuto intervenire in emergenza per somministrare una iniezione di morfina alla donna, si è chiesto se questa supposta “obiezione di coscienza” non configuri una “omissione di assistenza”, ed è iniziata una inchiesta in merito.

Anche al San Camillo di Roma una donna , in preda a dolori terribili ( infatti l’ aborto terapeutico a 21 settimane, a cui lei si sottopose a causa di una grave malformazione del feto, è peggiore del parto ), ha sopportato lunghe ore di attesa perché venisse da un altro reparto l’ unico anestesista non obiettore.            Dopo il breve effetto, nuovamente non si è trovato un anestesista per ricaricare l’ anestetico.            « Una dottoressa – dice l’ articolo- ha anche dovuto sostituire le ostetriche, tutte latitanti ».

A questo proposito è pervenuta alla posta di Corrado Augias su “Repubblica” una lettera, di Roberto Martina, che osservava : « La cosa che mi stupisce sempre è che le vittime dell’ accanimento degli obiettori siano sempre esclusivamente le donne.

Non ho mai letto su giornali storie di uomini che non hanno ricevuto adeguata assistenza perché il medico era obiettore. Allora penso che la faccenda della carriera ( con gli aborti non si fa carriera, dunque si obietta) sia una comoda scusa accampata per nascondere una vecchia cultura, molto poco medica, che vuole che la donna debba pagare un prezzo sempre più alto per realizzare la propria identità e la propria libertà.

E’ il fantasma della discriminazione sessuale, per cui le donne hanno sempre un peccato da scontare, dai tempi di Adamo, e qualcuno depositario di una moralità divinamente migliore di altre, si erge a giudice. »

Questo lettore ha ragione : il problema riguarda la condanna particolarissima che è stata fatta dell’ aborto, considerato “peccato gravissimo”, per cui scatta automaticamente la scomunica, e da cui il semplice sacerdote non può assolvere ( ne hanno facoltà il Vescovo, o il Penitenziario della Cattedrale).

Al contrario, mai la Chiesa ha sanzionato in modo particolare la violenza e l’ uccisione di una donna : non si sono mai sentiti sermoni tuonanti contro lo stupro. E, se l’ aborto è un omicidio, perché nel passato, quando si affidava al marito, arbitro di vita e di morte sulla famiglia, la decisione di “salvare la madre o il bambino” in occasione di un parto difficile, se il marito lasciava morire sua moglie al fine di avere un erede non è mai stato ritenuto un assassino ?

In quanta scarsa considerazione venga tenuta la dignità ed il benessere delle donne lo rivela il vicepresidente della Pontificia Accademia per la vita, monsignor Jean Laffitte che, in un articolo per l’ Osservatore Romano, ha precisato che la “pillola del giorno dopo” non va usata neanche in caso di stupro perché « va difeso il diritto alla vita dell’ essere umano eventualmente gi{ concepito».

Più volte del resto la Chiesa Cattolica ha ribadito il divieto di aborto anche in caso di donna rimasta incinta dopo una violenza.

Ciò significa però ridurre le donne a un semplice “contenitore”, come ho già detto, ad un ambiente di sviluppo del feto, e ciò richiama gli stupri etnici nella ex Yugoslavia e in altri scenari di guerra, dove si tenevano prigioniere le donne per impedire loro di abortire.

Questa assoluta noncuranza nei riguardi delle donne è stata rivelata ancora meglio da un recente episodio che ha prodotto raccapriccio nel mondo : la scomunica comminata dall’ arcivescovo di Recife a chi ha aiutato ad abortire una bambina brasiliana , ed anche alla madre di lei che ne aveva fatto richiesta.

Ha scritto su “Repubblica” Corrado Augias il 6 maggio 2008 : « Un paio di anni fa il cardinal Bertone, Primo Ministro Vaticano, partecipando al meeeting di Rimini, attaccò con decisione Amnesty International che aveva inserito tra i diritti umani l’ interruzione di gravidanza per le donne violentate.

Poche settimane fa ha suscitato scandalo nel mondo la scomunica inflitta dall’ arcivescovo brasiliano José Cardoso Sobrinho al medico che aveva fatto abortire una bambina di 9 anni ( del peso di 33 chili ! ) violentata e messa incinta dal patrigno. La legge brasiliana consente l’ aborto in caso di stupro o di problemi per la salute della madre.

La sventurata bambina rientrava in ambedue le categorie essendo incinta di due gemelli, dunque a rischio della vita.

L’ implacabile arcivescovo ha dichiarato ; “ La legge di Dio è superiore a qualunque legge umana. Quindi se la legge umana è contraria alla legge di Dio non ha valore ”.

Chiedere a una donna di portare a termine la gravidanza in nome del diritto alla vita dell’ embrione significa obbligarla a farsi strumento della violenza per nove lunghi mesi. Diventare poi madre di un bambino che è figlio anche di un “nemico” .»

Un’ altra lettera inviata a “Repubblica” faceva poi notare che per il Vaticano « l’ infamia non è compiuta da chi commette la violenza, ma da chi cerca di restituire un po’ di serenità alla indifesa vittima della violenza ».

Infatti, l’ incredibile è che lo stupratore ( il patrigno che abusava della bambina da tre anni, da quando cioè lei aveva sei anni ) non è stato scomunicato. Alla domanda, il vescovo di Recife ha risposto : « Si tratta di un reato e di un peccato enormi, ma la Chiesa non c’ entra. Ci penserà la Giustizia. Non c’ è crimine peggiore dell’ aborto ».

A questo punto, qualunque commento è superfluo. Non tutti, anche nella Chiesa, hanno però condiviso queste posizioni estreme. Corrado Augias ha anche segnalato : « la posizione molto più tollerante ( potrei dire più “umana” ) di alcuni vescovi francesi.».

Ad esempio il vescovo di Nanterre ha scritto che « i vescovi devono manifestare la bontà di Gesù Cristo, il solo vero Buon Pastore » e non lanciare strali di scomuniche.

« Meno dottrina, insomma – dice Augias – e più misericordia, più comprensione per le condizioni reali di un’ esistenza. Domenica sera il presidente Obama nell’ università di “Notre Dame” ha detto tra l’ altro queste parole che faccio mie : “ Lavoriamo insieme per ridurre il numero delle donne che vogliono abortire diminuendo le gravidanze non volute”. Mi pare un approccio umanistico al problema. Chiudere all’ aborto e chiudere alla contraccezione ( preventiva e del giorno dopo ) mi pare invece solo ideologia, non dissimile da ogni altra disumana ideologia che abbiamo conosciuto nel Novecento. »

La mia opinione personale, che riguarda le caratteristiche della nostra specie, è che le donne fanno sui figli un investimento genetico fortissimo. La nostra andatura eretta e la testa sproporzionatamente grande del piccolo umano, infatti, hanno resi faticosi, difficili e rischiosi la gravidanza e il parto, mentre le femmine degli altri animali in genere non hanno particolari problemi.

Inoltre il piccolo umano ha una infanzia lunghissima ( la maggiore età è stabilita a 18 anni ), mentre gli altri cuccioli sono ben presto del tutto autonomi, e la madre molto difficilmente può da sola badare al suo sostentamento a al suo sviluppo. Per questo la società si fonda sulla famiglia, con il padre e la madre che insieme amorevolmente curano i figli. Ma comunque il peso di gran lunga maggiore grava sulla donna, e non si è fatto molto per evitarlo, finora.

Il vantaggio sta nel rapporto di incredibile bellezza e felicità con i figli, nella sacralità che ha assunto la parola “mamma”.

Al contrario, l’ impegno gravoso della gravidanza e della cura dei figli ha fatto sì che le donne ne ricavassero un enorme svantaggio sociale. Dalla maternità la vita della donna è permanentemente modificata, anzi stravolta: per tale motivo appare un alienabile diritto delle donne quello di scegliere se diventare madri o no .

Checché ne dicano i dottori della Chiesa o altri illustri “pensatori”, quasi sempre maschi, prontissimi a dettare leggi e regole di vita a cui non dovranno mai obbedire.