L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Il sole e i culti solari

di Mircea Eliade

Mircea Eliade

Le ierofanie solari e il razionalismo

Una volta, nei tempi eroici della storia delle religioni, si credeva che il culto del sole fosse conosciuto, in altri tempi, da tutta l’umanità. Si può dire che i primi tentativi di mitologia comparata ne decifrassero le tracce dappertutto. Tuttavia, fin dal 1870, un etnologo eminente come A. Bastian osservò che questo culto solare si trova, in realtà, soltanto in rarissime regioni del globo. E mezzo secolo dopo Sir James Frazer, riesaminando il problema nell’ambito delle sue pazienti ricerche sull’adorazione della Natura, noterà l’inconsistenza degli elementi solari in Africa, in Australia, in Melanesia, in Polinesia e in Micronesia. La stessa inconsistenza si nota, salvo poche eccezioni, nelle due Americhe. Soltanto in Egitto, in Asia e nell’Europa arcaica, quello che si chiama «culto del sole» ha goduto di un favore tale da divenire in certe occasioni, per esempio in Egitto, vera preponderanza.

Se consideriamo che, oltre Atlantico, il culto del sole si è sviluppato unicamente nel Perù e nel Messico, cioè fra i soli popoli americani «civili», e i soli che abbiano raggiunto un’autentica organizzazione politica, non si può non riconoscere una certa concordanza fra la supremazia delle ierofanie solari e i destini «storici». Si direbbe che il sole predomina dove, grazie ai re, agli eroi, agli imperi, «la storia è in cammino». Ipotesi molto diverse, talvolta addirittura fantastiche, sono state proposte per giustificare questo parallelismo fra la supremazia dei culti solari e la diffusione della civiltà storica. Certi autori sono giunti a parlare di «Figli del Sole» che nel corso di peripli e migrazioni avrebbero diffuso dappertutto il culto del sole, contemporaneamente ai principi essenziali della civiltà. Lasciando da parte, come abbiamo fatto finora, la questione della «storia», limitiamoci a constatare che, contrariamente alle figure di struttura celeste, di cui troviamo quasi dappertutto le tracce, le figure divine solari sono poco frequenti.

Torneremo fra poco su queste ultime. Ma dobbiamo prima prevenire un errore di prospettiva, che potrebbe diventare difetto del metodo. Occorre ricordare, da una parte, che le figure divine solari (déi, eroi, ecc.) non esauriscono le ierofanie solari, come le altre figure non esauriscono le rispettive loro ierofanie. E, d’altra parte, bisogna tener presente che, diversamente dalle altre ierofanie cosmiche, come la Luna o le Acque, la sacralità espressa dalle ierofanie solari non sempre è trasparente per lo spirito occidentale moderno. O più esattamente, quel che rimane trasparente, e quindi facilmente accessibile allo spirito moderno nella ierofania solare, e per solito soltanto il residuo di un lungo processo di erosione razionalistica, residuo giunto fino a noi, a nostra insaputa, per il tramite del linguaggio, del costume e della cultura. Il sole ha finito col diventare uno dei luoghi comuni dell’«esperienza religiosa indistinta», appunto nella misura in cui il simbolismo solare si e ridotto a strumento banale di automatismi e di frasi fatte. Non entra nel nostro assunto spiegare le alterazioni subite, nell’esperienza dell’uomo moderno, dalla struttura stessa della ierofania solare; non cercheremo perciò di definire in qual misura l’importanza biologica e astronomica riconosciuta al sole durante gli ultimi secoli ha non soltanto modificato la posizione dell’uomo moderno di fronte al sole, e i suoi rapporti di esperienza diretta col sole, ma ha mutato la struttura stessa del simbolismo solare. Ci basti rilevare un fatto: l’orientamento dell’attività mentale, da Aristotele in poi, ha contribuito in gran parte a smussare la nostra ricettività rispetto alla totalità delle ierofanie solari. Il caso della Luna ci dimostra che questo nuovo orientamento mentale non abolisce, necessariamente, la possibilità dell’esperienza ierofanica stessa. Infatti nessuno sosterrà che un moderno é, ipso facto, impervio alle ierofanie lunari. Tutto il contrario: la coerenza dei simboli, dei miti e dei riti lunari non è per lui meno trasparente che per un rappresentante delle civiltà arcaiche. Forse questa affinità delle due strutture mentali («primitiva» e «moderna») di fronte alle manifestazioni dei modi lunari del sacro si spiega con la sopravvivenza, fin sull’orizzonte della mentalità più nettamente razionalistica, di quel che fu chiamato «regime notturno dello spirito». La Luna si rivolgerebbe allora a uno strato della coscienza umana, inattaccabile dal più corrosivo razionalismo.

È un fatto che il «regime diurno dello spirito» è dominato dal simbolismo solare, vale a dire, in gran parte, da un simbolismo che, se non è sempre fittizio, spesso è il risultato di deduzioni razionali. Questo non significa che qualsiasi elemento razionale delle ierofanie solari deve essere tardo o artificiale. Abbiamo avuto occasione di vedere che la «ragione» non mancava nelle ierofanie più arcaiche, che l’esperienza religiosa non è incompatibile a priori con l’intelligibilità. Quel che è tardo e artificiale, è il primato esclusivo della ragione: la vita religiosa (cioè, per attenerci a una definizione sommaria, l’esperienza delle cratofanie, ierofanie e teofanie) mobilità la vita dell’uomo tutto intero, e sarebbe chimerico voler porre barriere fra le diverse regioni dello spirito. Le ierofanie arcaiche del Sole offrono, da questo punto di vista, un ottimo esempio. Come vedremo, rivelano una certa intelligenza globale del reale, senza mancar di rivelare, contemporaneamente, una struttura coerente e intelligibile del sacro. Ma questa intelligibilità non si potrebbe ridurre a una serie di «verità razionali» evidenti, e a un’esperienza non ierofanica. Ecco un esempio: ammesso che le relazioni fra il sole e le tenebre o i morti, o il binomio specificamente indiano « sole-serpente”, sono fondate su di una comprensione totale della vita e della realtà, non per questo ne consegue che tali relazioni risultino trasparenti in una prospettiva puramente razionalistica .

 

 Solarizzazione degli Esseri Supremi

Abbiamo notato [in precedenza] la tendenza degli Esseri Supremi di struttura celeste a svanire dal primo piano della vita religiosa per cedere il posto a forze magico-religiose o a figure divine più attive, più efficaci e, in generale, più direttamente legate alla «Vita». Infatti la cosiddetta indolenza degli Esseri Supremi si può ricondurre, in ultima analisi, alla loro apparente indifferenza per le vicende, sempre più complicate, della vita umana. Per motivi di protezione (contro le forze ostili, contro i sortilegi, ecc.) o per motivi di azione (bisogno di assicurarsi l’esistenza mediante la magia della fertilità, ecc.), l’uomo si sente maggiormente attirato verso altre «forme» religiose a mano a mano che scopre di essere progressivamente più dipendente: antenati, eroi civilizzatori, Grandi Dee, forze magico-religiose (mana, ecc.), centri cosmici di fecondità (Luna, Acque, Vegetazione, ecc.). In questo modo abbiamo rilevato il fenomeno – generale nella zona indo-mediterranea – della sostituzione alla Figura Suprema uranica di un dio atmosferico e fecondatore, spesso marito o semplicemente accolito, inferiore, della Grande Madre tellurico-lunare-vegetale, e talvolta Padre di un «dio della vegetazione». Il passaggio da «Creatore» a «Fecondatore» scivolando dall’onnipotenza, dalla trascendenza, dall’impassibilità uranica, fino all’intensità e alla drammaticità delle figure atmosferiche-fecondanti­vegetali, è pur significativo, e lascia capire, da solo, che uno dei fattori principali di questa degradazione, più ovvia nelle società agricole, dei concetti di divinità, e l’importanza, sempre più invadente, dei valori vitali, della «Vita», sull’orizzonte dell’uomo economico. E, per limitarci alia zona indo-mediterranea, è interessante notare che gli dei supremi mesopotamici spesso uniscono al prestigio della fecondità i prestigi solari. Marduk è un esempio, maè soltanto l’esempio più illustre, poiché il caso si ripete per altri dei dello stesso tipo, cioè per gli dei in procinto di raggiungere la supremazia. Si potrebbe perfino dire che tali divinità della vegetazione mostrano la coesistenza di attributi solari nella misura in cui gli elementi vegetali figurano nella mistica e nel mito della sovranità divina.

Questa congiunzione di elementi solari e vegetali si spiega evidentemente con la parte straordinaria rappresentata dal Sovrano, sia sul piano cosmico che su quello sociale, nell’accumulare e distribuire la «Vita». La solarizzazione progressiva delle divinità celesti corrisponde dunque allo stesso processo di erosione che in altri contesti portò alla trasformazione delle divinità celesti in dei atmosferico-fecondatori. Presso gli Hittiti, per esempio, il dio celeste si presenta, già nei tempi storici, in uno stadio di solarizzazione molto progredito e in relazione con la sovranità cosmico-biologica, fornito quindi di elementi «vegetali» secondo la formula: Dio-Re­ Albero di Vita.

Del resto il fenomeno è molto più frequente e più antico di quanto non lascino intravedere i documenti orientali, dominati, non dimentichiamolo, dalla mistica della sovranità. Così avviene che gli strati arcaici delle culture primitive già rivelino il movi mento di trapasso degli attributi del dio uranico alla divinità solare, nonché la coalescenza dell’Essere Supremo col dio solare. L’arcobaleno, ritenuto in tanti luoghi un’epifania uranica, è associato al Sole e diventa, ad esempio presso i Fuegini, «fratello del sole». Più spesso si hanno rapporti di filiazione fra il dio supremo di struttura celeste e il sole. Per i pigmei Semang, i Fuegini e i Boscimani, il sole è l’«occhio» del dio supremo. Presso i Wiradjuri-Kamilaroi dell’Australia sud-ovest, il sole è considerato Grogoragally in persona, figlio del Creatore e figura divina propizia all’uomo, ma, certo per influenza del matriarcato, la Luna è ritenuta il secondo figlio dell’Essere Supremo. I Samoiedi vedono nel sole e nella luna gli occhi di Nurn ( = Cielo); il sole è l’occhio buono, la luna quello cattivo. I Yurak della tundra, nella regione di Obdorsk, celebrano una grande festa d’inverno alla prima comparsa del sole, ma offrono un sacrificio a Num, indizio del carattere originariamente celeste di questa solennità. Presso i Yurak delle regioni boscose (Wald-Yuraken), il sole, la luna e «l’uccello del fulmine» sono i simboli di Num; l’albero a cui si appendono teste di animali in offerta porta il nome di albero del sole, quantunque in origine quel sacrificio fosse privilegio di Num. Presso i Ciukci, il sole si sostituisce alla divinità suprema; i sacrifici principali vengono offerti agli spiriti buoni e particolarmente alla luce solare. Secondo Gahs, il culto del sole sarebbe stato introdotto in tutta l’Asia del nord da quegli stessi Ciukci e dai Yukagir. […]

 

Culti solari egiziani

La religione egiziana fu dominata, più di qualsiasi altra, dal culto solare. Fin dall’epoca antica il dio solare aveva assorbito varie divinità, come Atum, Horus e lo scarabeo Khipri. A cominciare dalla V dinastia, il fenomeno si generalizza: numerose divinità si fondono col sole, dando cosi origine alle figure solarizzate Chnum­Re, Min-Re, Amon-Re, ecc.. Non tocca a noi decidere fra le due ipotesi rivali di Kees e di Sethe intorno alle origini storiche della dottrina solare. In ogni caso è sicuro che l’apogeo della dottrina si ebbe sotto la V dinastia e che il suo successo deriva insieme dalla rafforzata nozione di sovranità e dall’azione dei sacerdoti di Eliopoli. Ma, come parrebbero dimostrare parecchie ricerche recenti, la supremazia solare fu preceduta da quella di altre figure divine, più antiche e anche più popolari, nel senso che non appartenevano esclusivamente a gruppi privilegiati.

Si sapeva già da molto tempo che Shu, dio dell’atmosfera e quindi originariamente figura uranica, fu in seguito identificato col sole. Ma Wainwright, a sua volta, ha riconosciuto in Ammone un’antichissima divinità del cielo, e H. Junker, d’altra parte, crede di aver scoperto un antichissimo Allgott celeste in Ur (wr), il cui nome significa «il Grande»; in certi casi si vede Ur sposare Nut, «la Grande» (wrt), secondo il mito della coppia cosmica Cielo­Terra. L’assenza completa di Ur dai monumenti pubblici (regi) si spiegherebbe col suo carattere popolare. Junker ha perfino tentato di ricostruire la storia di Ur, che è in breve la storia della sua deposizione dal rango supremo in seguito alla sua integrazione nelle teologie locali: diventa ausiliario di Rē (guarisce gli occhi del Sole, per un certo tempo colpiti da cecità), e poi assimilato ad Atum e finalmente a Re. Non ci riconosciamo cosi competenti da intervenire nella discussione sollevata dagli studi di Junker, ma l’abbiamo ricordata perché egittologi dell’importanza di Capart e Kees sembrano accettare in massima il suo sistema. Nella prospettiva della storia delle religioni, l’avventura di Ammone o quella di Wr sono perfettamente comprensibili: abbiamo già mostrato a sufficienza che gli Esseri Supremi di struttura uranica, quando non sprofondano completamente nell’oblio, tendono a trasformarsi in dei atmosferico-fecondatori oppure a solarizzarsi.

Si è detto che due fattori hanno contribuito in modo decisivo a consolidare la supremazia di Rē: la teologia eliopolitana e la mistica della sovranità, il sovrano essendo egli stesso identificato col sole. Una preziosa controprova sta nella concorrenza subita per un certo tempo da Re, dio solare e funebre (imperiale), da parte di Osiride. Il sole tramontava nel «Campo delle Offerte», o «Campo del Riposo», e sorgeva il giorno dopo nel punto opposto della volta celeste, detto «Campo dei Giunchi». Queste regioni solari, che fin dall’epoca predinastica dipendevano da Rē, ricevettero in soprappiù, nel corso delle dinastie III e IV, una destinazione funeraria. Appunto dal Campo dei Giunchi l’anima del Faraone partiva per incontrarsi col Sole nella volta celeste e giungere, da lui guidata, al Campo delle Offerte. In principio l’ascensione non avveniva senza incidenti: il Faraone, malgrado la sua qualità divina, doveva lottare col guardiano del Campo, il «Toro delle Offerte», per conquistarsi il diritto a prender posto in cielo. I testi delle Piramidi alludono a questa prova eroica, di essenza iniziatica, che il Faraone doveva superare.

Alla lunga, tuttavia, i testi non parlano più del duello col Toro delle Offerte, e il defunto sale in cielo per mezzo di una scala, oppure attraversa l’oceano siderale vogando, per giungere finalmente al Campo delle Offerte, guidato da una dea, e sotto la forma di un toro splendente. Assistiamo, si potrebbe dire, alla degenerescenza di un mito (e di un rito ?) eroico-iniziatico in privilegio politico-sociale. II Faraone ha diritto alla sovranità e ottiene l’immortalità solare, ma non più in qualità di «eroe»; come capo supremo, si trova in possesso dell’immortalità senza superare nessuna «prova eroica». La legalizzazione di questa condizione privilegiata del Faraone dopo morte trova una corrispondenza nell’ascesa vittoriosa di Osiride come dio funerario non aristocratico. Non è qui il luogo di trattare del conflitto fra Rē e Osiride, che è già chiaro nei testi delle Piramidi. «Tu apri il tuo posto in Cielo fra le stelle del Cielo, perché tu sei una stella… Tu guardi al di là di Osiride, tu comandi ai morti, ti tieni lontano da loro, non sei uno di loro». Così scrive, lo indoviniamo, un apologeta dei privilegi imperiali e della tradizione solare.

Il nuovo dio, benché di struttura popolare (intendiamo, accessibile anche alle altre classi sociali), e nondimeno potente, e il Faraone crede bene invocare il Sole, perché lo salvi da Osiride: «Rē-Atum, non abbandonarti a Osiride, che non giudica il tuo cuore e non ha potere sul tuo cuore… Osiride, tu non ti impadronirai di lui, tuo figlio (Horus) non si impadronirà di lui… ». L’occidente, la strada dei morti, diventa una regione osirica, mentre l’oriente resta dominio del Sole. Quindi, nei testi delle Piramidi, i devoti di Osiride fanno il panegirico dell’occidente e denigrano l’oriente: « Osiride (N), non camminare in quelle regioni d’oriente, ma cammina in queste regioni dell’occidente, sulla strada dei Seguaci di Re»; è una raccomandazione diametralmente opposta a quelle della dottrina funebre solare; infatti il testo citato è semplicemente una sfacciata osirizzazione, per rovesciamento di termini, della seguente formula arcaica: «Non camminare su quelle strade dell’occidente, ove quelli che si avviano non progrediscono; ma che (N) cammini su queste strade d’oriente, sulle strade dei Seguaci di Re».

Col tempo, questi testi si moltiplicano. La resistenza del Sole ha vinto. Osiride, che era stato obbligato ad arrogarsi i due Campi celesti, in quanto rappresentavano da sempre le zone funerarie per eccellenza, attraversando le quali le anime dei Faraoni raggiungevano l’immortalità, fini per rinunciare al doppio dominio. Del resto la ritirata non è una disfatta. Osiride aveva tentato di impadronirsi del Cielo soltanto perché la teologia solare vi collocava l’ambiente necessario dell’immortalità faraonica. II suo messaggio escatologico, fondamentalmente diverso dalla conquista eroica dell’immortalità – degradata più tardi ad acquisto spontaneo dell’immortalità, per appartenenza alla regalità – aveva ridotto Osiride a condurre le anime, che voleva salvare dall’annientamento, lungo un itinerario celeste, solare. Osiride, del resto, altro non faceva che condurre a termine la rivoluzione di tipo «umanistico» che aveva modificato, prima di lui, il concetto escatologico egiziano. Abbiamo visto infatti che dal concetto eroico, iniziatico, dell’immortalità, offerta alla conquista di pochissimi privilegiati, si era giunti al concetto di un’immortalità concessa a tutti i privilegiati. Osiride sviluppava ulteriormente, in senso «democratico», questa profonda alterazione del concetto di immortalità: ciascuno può ottenere l’immortalità, purché superi vittoriosamente la prova. La teologia osirica riprende, per estenderla, la nozione di prova, condizione sine qua non della sopravvivenza; però alle prove di tipo eroico, iniziatico (lotta col Toro) sostituisce prove etiche e religiose (opere buone, ecc.). La teoria arcaica dell’immortalità eroica cede il posto a un concetto umano e umanitario.

 

Culti solari nell’Oriente classico e nel Mediterraneo

Non avremmo dato tanti particolari sul conflitto fra Rē e Osiride se non ci fossero di aiuto per penetrare la morfologia delle società segrete di struttura solare-funeraria, cui abbiamo alluso qui sopra. In Egitto il Sole rimarrà fino all’ultimo il psicopompo di una classe privilegiata (la famiglia del sovrano ), senza che il culto solare cessi per questo dal rappresentare una parte predominante nella religione egiziana complessiva: quella, per lo meno, che si manifesta nei monumenti e nei documenti scritti. In Indonesia e in Melanesia, la situazione è diversa: il Sole fu in altri tempi il psicopompo di tutti gli iniziati usciti dalle società segrete, ma il suo compito, quantunque rimanga importante, non è più esclusivo. In quelle società segrete, gli «antenati» – quelli che il Sole aveva guidato sulla strada dell’occidente – adempiono a una funzione egualmente importante. Potremmo dire, ponendo il fenomeno in termini egiziani, che vi si vede una coalescenza Rē-Osiride. D’altronde questa coalescenza non lede il prestigio del sole. Poiché non va dimenticato che le relazioni del sole con l’oltretomba, regione delle tenebre e della morte, sono trasparenti nelle ierofanie solari più arcaiche, e assai raramente si perdono di vista.

Nel dio Shamash troviamo un buon esempio di questa decadenza: Shamash occupa un rango inferiore nel pantheon mesopotamico, al disotto di Sin, dio della Luna, ritenuto suo padre, e non ha mai rappresentato una parte importante nella mitologia. Le ierofanie solari babilonesi tuttavia permettono ancora di ritrovare il ricordo di relazioni molto antiche con l’oltretomba. Shamash viene chiamato il «sole di etimmē», cioè dei Mani; di lui è detto che «fa vivere il morto». Shamash è il dio della giustizia e il «Signore del Giudizio» (bēl-dini). Dai tempi più antichi, il suo tempio è chiamato «Casa del Giudice del Paese». D’altra parte Shamash è il dio degli oracoli, il patrono dei profeti e degli indovini, funzione che in ogni tempo è stata in relazione col mondo dei morti e con le regioni ctonio-funerarie.

In Grecia e in Italia, il Sole occupò un posto assolutamente secondario nel culto. A Roma, il culto solare venne introdotto sotto l’impero attraverso le gnosi orientali, e vi si sviluppò in modo, per così dire, esteriore e artificiale, favorito dal culto degli imperatori. La mitologia e la religione greche hanno conservato tuttavia qualche traccia delle ierofanie «infernali» arcaiche del Sole. II mito di Helios rivela tanto le valenze ctonie come quelle infernali. C’è un intero gioco di epiteti, nel quale Uberto Pestalozza vede il residuo di un patrimonio religioso mediterraneo; questi epiteti sono la prova evidente delle relazioni organiche di Helios col mondo vegetale. Helios è pythios e paiān – due attributi che divide con Leto, una delle grandi dee mediterranee – e chtōnios e ploutōn; Helios è parimenti titān, epifania delle energie generatrici. E meno interessante – per ora – sapere in che misura l’agganciamento del Sole al mondo ctonio-magico-sessuale appartenga al substrato mediterraneo (a Creta, per esempio, Helios è taurino e marito della Grande Madre; sorte comune alla maggioranza degli dei atmosferici), o se rappresenti un ulteriore compromesso, imposto dalla storia, fra il regime matriarcale dei popoli mediterranei e il patriarcato degli indoeuropei scesi dal nord. II punto importante per noi è altrove: sta nel fatto che il sole, mentre poteva esser considerato (nella cornice di una prospettiva razionalistica superficiale) ierofania celeste per eccellenza, diurna e «intelligibile», potè valorizzarsi quale fonte delle energie «oscure».

Poiché Helios non è unicamente pythioschtōniostitān, ecc., si tiene anche in relazione col mondo tenebroso per eccellenza: la stregoneria e l’inferno. E padre della maga Circe e nonno di Medea, due illustri specialiste del filtro notturno-vegetale; da lui Medea ha ricevuto il suo famoso carro tirato da serpenti alati. A lui si sacrificano cavalli sui Monte Taigeto; a Rodi, durante la festa a lui consacrata, Halieia (da hālios, forma dorica di Helios), gli viene offerto un carro a quattro cavalli che e poi precipitato in mare. Ora, i cavalli e i serpenti sono alle dipendenze dirette del simbolismo ctonio-funerario. Finalmente, l’ingresso dell’Ade si chiamava «porta del sole», e «Ade», nella pronuncia dell’età omerica «A-ides», evocava ancora l’immagine di ciò che è «invisibile» e di ciò che «rende invisibili». La polarità luce-oscurità, solare-ctonio potè dunque venir intesa come le due fasi alternanti di una verità unica. Le ierofanie solari dipendono quindi dalle dimensioni che il «sole», come tale, perde, in una prospettiva razionalistica, profana. Dimensioni che possono conservarsi nell’ambito di un sistema mitico e metafisico di struttura arcaica.

 

L’lndia: ambivalenza del Sole

Questo sistema si incontra in India. Sūrya figura fra gli dei vedici di seconda categoria. Il Rgveda gli dedica, sì, due inni, ma Sūrya non assurge mai a una posizione preminente. È il figlio di Dyaus ma viene chiamato anche occhio del Cielo od occhio di Mitra e di Varuna. Vede da lontano, è la «spia» del mondo intero. Secondo il Purusa sūkta, il sole nacque dall’occhio del gigante cosmico Purusa, sicché dopo la morte, quando il corpo e l’anima dell’uomo rientrano nel macrantropo cosmico, il suo occhio torna al sole. Finora le ierofanie rivelano esclusivamente l’aspetto luminoso di Sūrya. Ma già nel Rgveda il carro del Sole è tirato da un cavallo, Etaśa, o da sette cavalli, e il Sole è egli stesso uno stallone o un uccello, oppure avvoltoio e toro; vale a dire che, quando manifesta essenza e attributi equini, il sole tradisce anche valenze ctonio-funerarie. Queste valenze sono evidenti nell’altra variante vedica del dio solare, Sāvitrī, spesso identificato con Sūrya; è psicopompo e conduce le anime alla sede dei giusti. In certi testi, Savitri conferisce l’immortalità agli dèi e agli uomini; è lui che rende immortale Tvastri. Psicopompo o ierofante (= colui che conferisce l’immortalità), la sua missione ci trasmette un’eco indubitabile dei prestigi che appartenevano al dio solare nelle società primitive.

Ma già nel Rgveda, e particolarmente nella speculazione dei Brāhmana, il sole è contemporaneamente percepito nei suoi aspetti tenebrosi. Il Rgveda definisce uno dei suoi aspetti, «splendente», e l’altro «nero» (cioè invisibile). Sāvitrī conduce tanto la notte che il giorno, ed è egli stesso un dio della notte; c’è perfino un inno che descrive il suo itinerario notturno. Ma l’alternarsi delle sue modalità assume anche una portata ontologica. Sāvitrī è prasāvitā niveśanah, «colui che fa entrare e uscire». Bergaigne ha giustamente insistito sul valore cosmico di questa «reintegrazione», perché Sāvitrī e jagato niveśani, «che fa rientrare il mondo», formula che vale un programma cosmologico. La notte e il giorno (naktosasā, duale femminile) sono sorelle, come gli dei e i «demoni» (asura) sono fratelli; dvayā ha prājāpatyāhdevaś cāsurāśca, «di due specie sono i figli di Prājāpati, dei asura». II sole viene a integrarsi in questa bi-unità divina e rivela egualmente, in certi miti, un aspetto ofidico (cioè «tenebroso», indistinto), all’estremo opposto del suo aspetto manifesto. Vestigia del mito ofidico del sole si trovano ancora nel Rgveda: in origine «sprovvisto di piedi», riceve da Varuna i piedi per camminare, apade padā prati dhatāve [Rgveda, I, 24, 8 ]. È sacerdote asura di tutti i deva.

L’ambivalenza del sole si manifesta inoltre nella sua condotta verso gli uomini. Da un lato, è il vero generatore dell’uomo. «Quando il padre lo emette come seme nella matrice, è in realtà il Sole che lo emette come seme nella matrice». D’altra parte, il sole s’identifica talvolta con la Morte, perché divora i propri figli, oltre a generarli. Coomaraswamy ha dedicato alcune brillanti memorie alle articolazioni e metafisiche della biunità divina quale è formulata nei testi vedici e post-vedici. Per conto nostro, abbiamo ricercato, nel Mythe de la reintegration, la polarità che si manifesta nei riti, nei miti e nelle metafisiche arcaiche. Avremo occasione di tornare su questi problemi in altri capitoli. Limitiamoci per ora a prender atto che l’ambivalenza primitiva delle ierofanie solari ha portato i suoi frutti nel campo di sistemi simbolici, teologici e metafisici estremamente elaborati.

Sarebbe tuttavia un errore considerare queste valorizzazioni come applicazioni stereotipe e artificiali di un semplice meccanismo verbale. Le laboriose interpretazioni ed ermeneutiche scolastiche altro non facevano che formulare, in termini propri, i valori cui si prestavano le ierofanie solari. Che detti valori non fossero riducibili a una formula sommaria (cioè a termini razionalistici, non contraddittori), è dimostrato dal fatto che il sole, entro una medesima religione, può essere valorizzato su piani diversi, per non dire contraddittori. Prendiamo l’esempio del Buddha. Nella sua qualità di Chakravartin, Sovrano universale, il Buddha fu identificato molto per tempo col sole, tanto che E. Senart, in un libro molto discusso, tento perfino di ridurre la sua biografia a una serie di allegorie solari. La tesi, evidentemente, era espressa in modo troppo assoluto, nondimeno e vero che l’elemento solare predomina nella leggenda e nell’apoteosi mitica del Buddha.

Tuttavia, nella cornice del Buddhismo (e del resto di tutte le mistiche indiane) il sole non rappresenta sempre la parte principale. La fisiologia mistica indiana, particolarmente lo Yoga e il Tantra, attribuisce al Sole una regione «fisiologica» determinata, opposta a quella della Luna. E lo scopo comune di tutte le tecniche mistiche indiane non e di ottenere la supremazia di uno di questi due centri cosmico-fisiologici, ma, al contrario, di unificarli, cioè di conseguire la reintegrazione dei due principî polari. Siamo qui di fronte a una delle numerose varianti del mito e della metafisica della reintegrazione, nella quale la polarità riceve una formulazione cosmogonica Sole-Luna. Indubbiamente tutte queste tecniche mistiche sono accessibili soltanto a un’infima minoranza, rispetto all’immensa massa indiana, ma non ne consegue necessariamente che queste tecniche rappresentino un’«evoluzione» della religione delle masse, dato che i «primitivi» stessi ci offrono la medesima formula Sole-Luna della reintegrazione. Ne risulta dunque semplicemente che le ierofanie solari, come qualsiasi altra ierofania, erano capaci di valorizzazione su piani molto diversi, senza che la loro struttura soffrisse dell’apparente «contraddizione».

La supremazia assoluta, concepita in modo unilaterale e semplicistico, delle ierofanie solari, sbocca negli eccessi di quelle sette ascetiche indiane, i cui membri fissano continuamente il sole, fino ad accecarsi. Qui si può parlare di «aridità» e «sterilità» di un regime esclusivamente solare, vale a dire di un razionalismo (in senso profano) limitato ed eccessivo. II caso corrispondente e quello della «decomposizione» per mezzo dell’«umidità» e della trasformazione finale dell’uomo in «semi» presso le altre sette, che intendono con lo stesso eccessivo semplicismo i meriti del regime notturno, lunare o tellurico. Un fatalismo quasi meccanico relega nella «cecità» e nell’«aridità» chi valorizza un solo aspetto delle ierofanie solari, come porta all’orgia permanente, al dissolvimento e al regresso fino allo stato larvale chi si condanna esclusivamente al «regime notturno dello spirito».

 

Gli Eroi solari, i Morti, gli Eletti

Molte ierofanie arcaiche del sole si sono conservate nelle tradizioni popolari, più o meno integrate in altri sistemi religiosi. Ruote infocate che si lanciano a valle dai colli in occasione dei solstizi, specialmente d’estate; processioni medievali di ruote su carri o barche che risalgono a un prototipo preistorico; uso di attaccare uomini a ruote, interdizione rituale di adoperare la ruota da filare in certe sere dell’anno (intorno al solstizio d’inverno), altre usanze ancora vive nelle società contadinesche europee (Fortuna, «ruota della fortuna», «ruota dell’anno» ecc.) sono tutte costumanze che tradiscono una struttura solare. Non è qui il caso di toccare la questione delle loro origini storiche; ricordiamo tuttavia che, fin dall’età del bronzo, esisteva nell’Europa settentrionale un mito dello stallone del Sole (cfr. il carro solare di Trundholm), e che, come ha dimostrato R. Forrer nel suo studio Les chars cultuels prehistoriques, questi carri cultuali preistorici, fatti per riprodurre il movimento del sole, possono considerarsi il prototipo del carro profano.

Ma studi come quelli di Almgren sui disegni rupestri protostorici dell’Europa del nord, o di Hofler sulle società segrete germaniche dell’antichità e del Medioevo, hanno posto in luce il carattere complesso del «culto solare» nelle regioni settentrionali. Complessità che non si spiega con coalescenze o sintesi ibride, perché fu ritrovata allo stesso grado nelle società primitive, anzi tradisce il carattere arcaico del culto solare. Almgren e Hofler hanno dimostrato la simbiosi degli elementi solari con elementi del culto funerario (per esempio la «Caccia Fantastica») e ctonio-agrario (fertilizzazione dei campi mediante la ruota solare, ecc.). E già da parecchio tempo Mannhardt, Gaidoz e Frazer avevano mostrato l’integrazione del complesso solare dell’«anno» e della ruota della fortuna, nella magia e nella mistica agraria delle antiche credenze europee e del folklore moderno.

Lo stesso complesso cultuale sole-fecondità-eroe (o rappresentante dei morti) ricompare, più o meno intatto, in altre civiltà. In Giappone, per esempio, nel complesso scenico rituale del «visitatore»(che contiene elementi del culto ctonio-agrario), ogni anno gruppi di giovani dal viso dipinto, detti «Diavoli del Sole», visitano i poderi, l’uno dopo l’altro, per assicurare la fertilità della terra nell’anno venturo; essi rappresentano gli antenati (cioè i «morti»), solari. Nei cerimoniali europei, il lancio di ruote infocate ai solstizi, e altre usanze analoghe, adempiono probabilmente anch’essi a una funzione magica di restaurazione delle forze solari. Infatti, specialmente nei paesi nordici, la diminuzione progressiva delle ore di luce, a mano a mano che si avvicina il solstizio d’inverno, ispira il timore che il sole si spenga. Altrove questa preoccupazione prende la forma di visioni apocalittiche: la caduta o l’oscuramento del sole e uno dei segni della fine del mondo, cioè della chiusa di un ciclo cosmico (seguita, per solito, da una nuova cosmogonia e da una nuova razza umana). I Messicani garantivano la perennità del sole sacrificandogli incessantemente prigionieri: il loro sangue era desti­ nato a rinnovare le energie esauste dell’astro. Ma questa religione è tutta pervasa dal cupo terrore della catastrofe cosmica periodica. Per quanto sangue gli venga offerto, un giorno il sole cadrà; l’apocalisse e parte del ritmo stesso dell’universo.

Un altro complesso mitico importante è quello degli «eroi solari», familiare specialmente ai pastori nomadi, razze da cui usciranno, nel corso dei secoli, le nazioni chiamate a «fare la storia», Troviamo questi eroi solari fra i pastori africani (ad esempio presso gli Ottentotti, gli Herrero, i Masai), fra i turco-mongoli (caso dell’eroe Gesser Khan), gli Ebrei (Sansone) e specialmente presso tutte le nazioni indoeuropee. Si sono scritte intere biblioteche sui miti e le leggende degli eroi solari, ricercandone le tracce perfino nelle ninne-nanne. Questa mania solarizzante non dev’essere condannata in blocco. Non c’è dubbio che, in un certo momento, tutte le etnie di cui parliamo conobbero la moda dell’«eroe solare». Soltanto è bene stare attenti a non ridurre a ogni costo l’eroe solare a un’epifania dell’astro; la sua struttura e il suo mito non sono limitati alla manifestazione pura e semplice dei fenomeni solari (aurora, raggi, luce, crepuscolo, ecc.). L’eroe solare, poi, presenta sempre una «zona oscura», quella delle relazioni col mondo dei morti, l’iniziazione, la fecondità, ecc. II mito degli eroi solari è anche permeato di elementi che appartengono alla mistica del sovrano o del demiurgo. L’eroe «salva» il mondo, lo rinnova, inaugura una nuova tappa, che talvolta è una nuova organizzazione dell’Universo; in altre parole, conserva il retaggio demiurgico dell’Essere Supremo. Una carriera come quella di Mithra, in origine dio celeste, diventato in seguito solare, e tardivamente soter quale Sol lnvictus, si spiega in parte con questa funzione demiurgica (dal toro ucciso da Mithra escono i semi e le piante, ecc.) di organizzatore del mondo.

Ancora altre ragioni si oppongono alia riduzione degli eroi solari alle epifanie dell’astro fatta dalla mitologia «naturistica». II fatto cioè che ogni «forma» religiosa e nel fondo «imperialistica» e si assimila continuamente la sostanza, gli attributi e i prestigi di altre «forme» religiose anche molto diverse. Qualsiasi «forma» religiosa tende a voler essere tutto, a estendere la propria giurisdizione sull’esperienza religiosa intera. Sicché noi possiamo esser certi che le «forme» religiose (dei, eroi, cerimonie, miti, ecc.) di origine solare, che hanno avuto una carriera vittoriosa, conglobano nella propria struttura elementi estrinseci, assimilati e integrati nell’azione stessa della loro espansione imperialistica.

Non intendiamo chiudere questa succinta morfologia delle ierofanie solari con un colpo d’occhio complessivo. Sarebbe lo stesso che riprendere i principali temi su cui abbiamo insistito nel corso dell’esposizione: solarizzazione degli Esseri Supremi, rapporti del Sole con la sovranità, l’iniziazione, le classi elevate, sua ambivalenza, sue relazioni con i morti e la fecondità, ecc. Ma sarebbe bene insistere sull’affinità della teologia solare con le classi elevate, siano sovrani, eroi, iniziati o filosofi. Diversamente dalle altre ierofanie cosmiche, le ierofanie solari tendono a diventare privilegio di ambienti chiusi, di una minoranza di «eletti»; e questo incoraggia e affretta il loro processo di razionalizzazione. Assimilato al «fuoco intelligente», il sole diventa alla lunga, nel mondo greco­ romano, un principio cosmico; da ierofania si trasforma in idea, con un processo analogo, del resto, a quello subíto da parecchi dei uranici (I-ho, Brahman, ecc.). Eraclito già sapeva che «il sole e nuovo ogni giorno». Per Platone, è l’immagine del Bene, quale si manifesta nella sfera delle cose visibili; per gli orfici è l’intelligenza del mondo. La razionalizzazione progredisce a paro col sincretismo. Macrobio riconduce al culto solare tutta la teologia, e identifica nel Sole: Apollo, Liber-Dionysos, Marte, Mercurio, Esculapio, Ercole, Serapide, Osiride, Horus, Adone, Nemesi, Pan, Saturno, Adad e perfino Jupiter. L’imperatore Giu­ liano, nel suo trattato Intorno al Sole Re, Proclo, nel suo Inno al Sole, dànno una valorizzazione sincretista-razionalista dell’astro. Questi ultimi omaggi al Sole, nel crepuscolo dell’Antichità, non sono del tutto privi di significato; palimpsesti che permettono ancora di decifrare, sotto la nuova scrittura, le vestigia delle ierofanie autentiche, arcaiche. Per nominarne soltanto qualcuna, la condizione di dipendenza del sole rispetto a Dio, che ricorda il mito primitivo del demiurgo solarizzato, le sue relazioni con la fecondità e col dramma vegetale, ecc. Ma in generale vi troviamo ormai soltanto una pallida immagine di quanto significavano un tempo le ierofanie solari; pallida immagine che ci giunge sempre pili scolorata dal razionalismo. Gli ultimi arrivati fra gli «eletti», i filosofi, sono cosi riusciti a «desacralizzare» una delle più potenti ierofanie cosmiche.

 

Fonte Bibliografica, M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, tr. it. di Virginia Vacca, Einaudi, Torino 1954, §§ 36, 37, 43-46, pp. 126-131  e 142-157.


La rosa del giardino e il suo simbolismo

Per comprendere la firma archetipica della rosa, è necessario sospendere le proprie connessioni intellettuali e culturali e semplicemente essere aperti alla “presenza” della rosa. Questo fiore popolare ha una simbologia complicata con significati paradossali. È allo stesso tempo un simbolo di purezza e passione, sia la perfezione celeste che il desiderio terreno; sia verginità che fertilità; sia morte che vita. La rosa è il fiore delle dee Iside e Venere, ma anche il sangue di Osiride, Adone e Cristo.

Originariamente un simbolo di gioia, la rosa in seguito ha indicato la segretezza e il silenzio, ma ora è solitamente associata nella mente comune con l’amore romantico. Ma la rosa è molto più significativa, molto più antica e profondamente radicata nell’inconscio umano di quanto la maggior parte della gente creda. In Europa sono stati trovati fossili di rose di 35 milioni di anni fa e le ghirlande di rose pietrificate sono state dissotterrate dalle più antiche tombe egizie. Circa  gli elementi numerologici della rosa  essa rappresenta il numero cinque. Questo perché la rosa selvatica ha cinque petali, e i petali totali sulle rose sono in multipli di cinque. Geometricamente, la rosa corrisponde al pentagramma e al pentagono. Cinque rappresenta il quinto elemento, la forza vitale, il cuore o l’essenza di qualcosa. In un senso assoluto, la rosa ha rappresentato l’espansione della consapevolezza della vita attraverso lo sviluppo dei sensi. Le varietà a sei petali indicano equilibrio e amore; varietà a sette petali indicano passione trasformativa; e rare rose a otto petali indicano rigenerazione, un nuovo ciclo o un livello superiore di spazio e tempo.

La rosa è uno dei simboli fondamentali dell’alchimia e divenne la base filosofica dell’alchimia rosacrociana. Era così importante per gli alchimisti che ci sono molti testi chiamati “Rosarium” (Rosario), e tutti questi testi trattano della relazione tra il re e la regina archetipici. Abbiamo notato il rosario di Jaros Griemiller; un altro importante rosario è stato preparato dall’alchimista Arnold de Villanova.

Nell’alchimia, la rosa è principalmente un simbolo dell’operazione di Congiunzione, il Matrimonio Mistico degli opposti. Rappresenta la rigenerazione delle essenze separate e la loro resurrezione su un nuovo livello. Nella pratica della psicoterapia , Carl Jung ha discusso le basi archetipiche dell’amore tra le persone in termini di rosa: “La totalità che è una combinazione di ‘io e te’ fa parte di un’unità trascendente la cui natura può essere afferrata solo in simboli come la rosa o il coniunctio(Congiunzione). “

Nell’alchimia la rosa rossa è considerata un principio maschile, attivo, espansivo dello spirito solare (zolfo), in cui la rosa bianca rappresenta il principio femminile, recettivo, contrattivo dell’anima lunare (Sale). La combinazione di rose bianche e rosse (spirito e anima) simboleggia la nascita del figlio del filosofo (Mercurio). Durante l’operazione di Congiunzione, la relazione tra la rosa rossa maschile e la rosa bianca femminile è la stessa relazione raffigurata nelle immagini alchemiche del Re Rosso e della Regina Bianca o del Sole Rosso e della Luna Bianca. Le rose bianche erano legate alla fase bianca del lavoro ( albedo ) e alla pietra bianca della moltiplicazione, mentre la rosa rossa era associata alla fase rossa e alla pietra rossa della proiezione.

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Particolare di una statua vivente che opera nei pressi della Loggia degli Uffizi a Firenze.

La singola rosa dorata (o dorata) è un completamento simbolico della Grande Opera o di una realizzazione consumata nell’alchimia personale o di laboratorio. I Papi erano soliti benedire una Rosa d’Oro la quarta domenica di Quaresima, come simbolo del loro potere spirituale e la certezza della resurrezione e dell’immortalità. In termini alchemici, la rosa d’oro significa un matrimonio riuscito di opposti per produrre il Bambino d’oro, l’essenza perfezionata del re e della regina.

Poiché Maria è il modello cristiano di unione con Dio, la rosa e il rosario sono diventati simboli dell’unione tra Dio e l’umanità. Scene di Maria in un roseto o sotto un pergolato di rose o davanti a un arazzo di rose rinforzano questa idea. Maria tiene una rosa e non uno scettro nell’arte del Medioevo, il che significa che il suo potere deriva dall’amore divino. Il roseto in disegni alchemici è un simbolo dello spazio sacro. Potrebbe significare una camera di meditazione o tabernacolo, un altare, un luogo sacro in natura o il paradiso stesso. In tutti questi casi, il roseto è la mistica camera nuziale, il luogo del matrimonio mistico.

La rosa ha evidenti connessioni con l’energia sessuale nell’alchimia. Il “sangue color rosa del redentore alchemico” o la “tintura rossa calda” erano riferimenti ad effetti curativi di energia sessuale purificata (alchemicamente distillata o sublimata). Ad esempio, l’alchimista rinascimentale Gerhardt Dorn chiama sangue color rosa un vegetabile naturae mentre il sangue normale era una materia vegetale . In altre parole, il sangue color rosa porta l’essenza naturale o l’anima, mentre il sangue ordinario funziona semplicemente a livello fisico per fornire ossigeno alle cellule, ecc. Questo è il significato della frase alchemica, “L’anima della pietra è nella sua sangue “, o come diceva Carl Jung:” Il colore rosso rosato è legato all’acqua permanentee l’anima, che viene estratta dalla prima materia . “La spada e il coltello, simboli dell’operazione di Separazione, hanno un tale potere nell’alchimia in parte a causa della loro capacità di attingere sangue.

Nell’alchimia spirituale, la singola rosa rossa rappresenta il centro mistico di una persona, il suo cuore di cuori – la propria vera natura. Rappresenta anche il processo di purificazione per rivelare la propria essenza o la “perla oltre il prezzo” interiore. L’alchimista spirituale sufi Rumi descrisse questa idea quando scrisse: “Nell’infinito deserto del dolore più secco, ho perso la mia sanità mentale e ho trovato questa rosa “. Come simbolo del Matrimonio Mistico a livello personale, la rosa rossa rappresenta un tipo speciale di amore in cui uno “si scioglie” nella bellezza di un altro, e la vecchia identità si arrende a quella dell’amata o di un’identità superiore all’interno se stessi. In questo senso, la rosa è un simbolo di resa completa e trasmutazione permanente.

L’alchimista Daniel Maier discute il simbolismo della rosa nella sua Septimana Philosophica : “La rosa è la prima, la più bella e perfetta dei fiori. È custodito perché è vergine e la guardia è una spina. I giardini della filosofia sono piantati con molte rose, sia rosse che bianche, i cui colori sono in corrispondenza con oro e argento. Il centro della rosa è verde ed è emblematico del Green Lion [First Matter]. Anche se una rosa naturale è un piacere per i sensi e la vita dell’uomo, a causa della sua dolcezza e salubrità, così anche la Rosa filosofica esalta il cuore e dà forza al cervello. Proprio come la rosa naturale si rivolge al sole e viene rinfrescata dalla pioggia, così la Materia filosofica è preparata nel sangue, cresciuta nella luce, e in e da questi resi perfetti. “

A causa della sua associazione con il funzionamento del cuore, la rosa in alchimia ha finito per simboleggiare i segreti del cuore o cose che non possono essere pronunciate o un giuramento di silenzio in generale. Nella struttura piegata della rosa, il fiore sembra nascondere un nucleo interiore segreto. “Il mistero brilla nel letto di rose e il segreto è nascosto nella rosa”, scrisse l’alchimista persiano del XII secolo Farid ud-din Attar.

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Nella ricchissima simbologia medievale la Rosa ha un ruolo di primo piano, tanti erano i significati esoterici o popolari, religiosi o letterari che era chiamata ad incarnare in un intreccio semantico di variabili quali forma, colore, profumo, numero dei petali, presenza di spine. Già nella cultura classica era il corrispondente occidentale dell’asiatico fiore del Loto, entrambi associati per forma alla Ruota, simbolo esoterico tra i più importanti e complessi in tutte le culture del mondo conosciuto. Nell’antico Egitto la Rosa era il fiore consacrato ad Iside, dea della rinascita e personificazione della Natura, del pari era sacro ad Afrodite dea dell’eros e della rigenerazione nel pantheon greco e in quello romano. Proprio da Chartres, contemporaneamente all’evolvere della nuova filosofia della Natura, supportata dalla rilettura di testi dell’antichità classica e della cultura araba, prende il via il processo di trasformazione dei culti pagani della Natura-Grande Madre e allegoria della Femminilità Generatrice, in quello della Vergine, Madre di Dio, ma anche Madre Misericordiosa per tutti gli uomini. Questa traduzione dell’Amore Profano in Amor Sacro ne trasferisce anche i simboli ed ecco che la Rosa, consacrata a Maria, diventa nel personificarla “il Fiore tra i Fiori” e assume il più importante tra i suoi significati nella simbologia medievale. Attraverso le metafore della tradizione biblica, dove nell’Eden il roseto rappresentava Eva e quindi il Peccato, a Maria, l’anti-Eva (non è casuale la salutazione “Ave Maria”, dove il latino Ave è antipodo di Eva), viene dedicata una Rosa senza le spine, segno della fragilità e caducità dell’anima tentata dal peccato, e di colore bianco, indice di purezza, che sostituisce il vermiglio, colore della passione e della vergogna per il peccato commesso. La Rosa bianca, regina dei fiori, emblema della Vergine, Regina dei Cieli, indica la salvazione, la purezza, la devozione. Nel medioevo solo le vergini potevano indossare ghirlande di rose bianche, testimonianza della virtù mariana. Nella letteratura di lode e di preghiera la Vergine Maria viene invocata con appellativi quali “Rosa Mystica”, “Rosa Fragrans”, “Rosa Rubens”, “Rosa Novella”, fino a “Rosa das Rosas”, Rosa tra le rose, superlativo di maestà della “Regina delle regine”. Ma la Madre di Cristo è prima di tutto una madre: pietosa e misericordiosa, intercede presso Dio per tutti i suoi figli sofferenti nell’animo e nel corpo.

Questo aspetto di Maria artefice di salvezza fisica e spirituale, e nella mentalità medievale l’infermità era corollario del peccato, si trasferisce nell’uso della Rosa come talismano contro il male. Se nella medicina è adoperata in varie preparazioni per le sue qualità taumaturgiche, come cura per gli incubi, l’ansia, la vista, la rabbia (rosa canina), la superstizione e la devozione le attribuiscono poteri magici come la capacità di allontanare qualunque malattia: durante le pestilenze che spazzarono l’Europa si portavano indosso rose come presidio e amuleto contro il rischio del contagio. Con i petali di rosa si depurava l’aria e si disinfettava il vestiario.

Moltissime leggende medievali contemplano la Rosa come testimonianza di un intervento miracoloso della Vergine: in una delle Cantigas de Santa Maria del XIII secolo, un monaco dedica quotidianamente alla Madonna cinque salmi, uno per ogni lettera del nome di Maria. Alla sua morte cinque rose crescono sulla sua bocca tra lo stupore dei confratelli. Un simile miracolo avviene nei coevi Les Miracles de Nostre Dame di Gautier de Coinci, in cui un chierico, morto senza confessione, viene sepolto in terra sconsacrata e la Vergine, impietosita, fa nascere una rosa nella sua bocca per dimostrare la propria intercessione. Ancora nelle Cantigas de Santa Maria, un cavaliere devoto, che ogni giorno recitava il rosario su una ghirlanda di rose fresche, si salva dai suoi nemici che, pur avendolo sorpreso in condizioni di svantaggio, vedono al suo posto, per azione divina di Maria, una vergine che intreccia corone di rose e si ritirano disorientati. Una leggenda, che vuole l’etimologia del rosmarino provenire da Rosa Mariae, Rosa di Maria, narra come la pianta avesse in origine fiori bianchi che si tinsero d’azzurro quando la Madonna aprì il proprio manto sull’arbusto.

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Un altro simbolo sacro della Rosa è direttamente mutuato dalla sua forma circolare e dalla disposizione dei petali, che come un mandàla, rappresentano l’idea della perfezione e dell’infinito. A questa immagine circolare di perfezione si collega quella della Rosa specchio del Paradiso: Dante nella Divina Commedia vede Maria al centro dei cieli concentrici del Paradiso come Rosa che regna al centro della Rosa. Dal Cerchio alla Ruota, simbolo dello scorrere infinito del tempo e paradigma dell’eternità e dell’Eterno, la Rosa assume nuove valenze simboliche del divenire dell’opera divina e del divenire dell’Opera tout court nel traslato ermetico dell’alchimia. La Rosa, sembiante del lapis philosophum, la pietra filosofale, è uno dei fiori eletti degli alchimisti, i cui trattati hanno titoli come “Roseto dei filosofi”, “Rosarius”, o il “Rosarium” attribuito ad Arnaldo da Villanova. La Rosa bianca era associata alla pietra al bianco della “piccola opera”, mentre la Rosa rossa era collegata alla pietra al rosso della “grande opera”, la Rosa azzurra era la figurazione dell’Impossibile, inoltre ciascuno dei sette petali della Rosa alchemica evocava un metallo, un pianeta o un passaggio dell’Opera.

Legata al cerchio, simbolo del cielo e del disco solare, troviamo un’interessante stilizzazione della Rosa nei rosoni che, insieme alle finestre a feritoia laterali, illuminavano le vaste e scure cattedrali gotiche. I rosoni nel rappresentare, per la loro forma, la bellezza e la perfezione della Creazione, sono altresì proiezioni del mistero di Dio-Luce e Fonte di vita. Queste finestre, porte di comunicazione tra il mondo divino e quello dell’uomo, sono più ampie nella parte rivolta all’interno e più strette in quella che guarda l’esterno, poiché la luce, specchio della Rivelazione Divina, penetra nella chiesa, simbolo dell’interiorità dell’uomo, attraverso piccoli spiragli, ma subito si diffonde nell’esperienza della contemplazione. Vi sono vari tipi di rosoni e ognuno ha un suo significato: a sei petali è associato al sigillo di Salomone, a sette petali indica l’ordine settenario del mondo, a otto petali la rigenerazione, a dodici petali gli apostoli. La disposizione dei tre rosoni nel costante orientamento dellíarchitettura delle cattedrali suggerisce un nesso con la scienza alchemica: nel corso della giornata, seguendo il percorso del disco solare, nei tre rosoni si succedono i colori dell’Opera secondo un processo circolare che va dal nero (il rosone settentrionale mai illuminato dal sole), al colore bianco (il rosone del transetto meridionale illuminato a mezzogiorno) e al colore rosso (il rosone del portale illuminato al tramonto).