L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 23

Dunque le ostetriche dovevano essere considerate inaffidabili e licenziose, impresa non difficile visto che amministravano un sapere che le faceva camminare sul filo di un rasoio, di qua il bene delle donne, di là l’abisso della perdizione: ma erano utili, se non addirittura necessarie. Così, nel XVI secolo la loro inaffidabilità divenne ufficiale: nel momento in cui veniva data loro l’abilitazione alla professione (ma per almeno un secolo  molte donne continuarono ad esercitarla senza alcun permesso) si decise di farle giurare di comportarsi bene.

I giuramenti delle ostetriche erano di per sé un atto di esplicita accusa, nessuno si sognerebbe di inserire cose del genere negli impegni di altre professioni (pensate a un giuramento della polizia nel quale ci sia l’impegno a non bastonare gli operai che scioperano). Le espressioni più usate erano “non eserciteremo alcun tipo di stregoneria né faremo incantesimi” e “non useremo mezzi illegali né superstizioni, né con le parole né con i segni“. L’abitudine a questi giuramenti ebbe vita molto lunga.  Il primo riferimento ai Giuramenti delle ostetriche l’ho trovato in un libro di J. Aveling (English midwives, pubblicato nel 1872). Dice: “Io, Eleonora Pead, ammessa alla professione di ostetrica, voglio esercitare questo ufficio con diligenza e onestamente, secondo i doveri che gli sono riconosciuti, utilizzando per esso tutte le conoscenze che Dio mi ha dato. Sarò sempre disposta ad aiutare le donne povere come le donne ricche durante il parto e ad assistere ugualmente ricchi e poveri e mi impegno …… a non consentire che il padre sia sostituito……. a non scambiare né uccidere i neonati…. a non usare incantesimi e stregonerie. Se sarò costretta a battezzare un bambino userò la formula sacra e non dirò parole profane, e certamente userò acqua pura e chiara”. Siamo, è bene ricordarlo, nel 1567.

A Barcellona, nel 1795, le ostetriche licenziate dall’Università giuravano di “non somministrare farmaci alle donne gravide, partorienti o puerpere che non siano stati prescritti da un medico latino”. Un giuramento simile veniva pronunciato dalle ostetriche inglesi che inoltre si impegnavano a non dare consigli circa “erbe, medicine o veleni alle donne gravide che potrebbero così uccidere o espellere il feto prima del tempo”.

E il nome del gioco era certamente il sospetto. Un’ordinanza della città di Norimberga, emanata all’inizio del 1600 ricordava ai cittadini i “recenti crimini commessi da donne che vivono nel peccato e nell’adulterio e che, prima o durante il parto, hanno cercato di uccidere i propri figli illegittimi sia prendendo pericolose pozioni capaci di determinare l’aborto che usando altri mezzi illeciti“. Niente di male, per gli amministratori di una grande città, ricordare ai propri cittadini l’esistenza di eventi criminosi. Solo che, nella stessa ordinanza, veniva poi fatto divieto alle ostetriche di seppellire feti o bambini morti senza prima informare il consiglio comunale: ciò non avrebbe senso se l’estensore dell’ordinanza non avesse ritenuto che esisteva una generica responsabilità delle ostetriche nei crimini commessi. Inoltre, le ostetriche che avevano l’incarico di seppellire i neonati morti dovevano trovare due o tre donne, al di sopra di ogni sospetto, che assistessero alla sepoltura e ne potessero poi dare testimonianza.


Kamasutra. Motivazioni etico-sociali

Appare pertanto chiaro perché opere come il Kamasutra fossero diffuse in Oriente ma non in Occidente. Vorremmo però cercare di analizzare criticamente i diversi atteggiamenti delle due civiltà , o più precisamente come essi vengano motivati, a livello etico-sociale.

In Oriente le motivazione appaiono abbastanza evidenti e chiare. La famiglia si fonda sull’amore sessuale della coppia feconda. Appare pertanto evidente che i due coniugi debbano trovare la maggiore soddisfazione possibile nell’ambito della loro intimità. Inoltre la soddisfazione è la migliore prevenzione della infedeltà coniugale. Ogni moglie cercava di tenere il più possibile legato a se il proprio marito accendendo il suo desiderio e d’altra parte ogni marito comprendeva che la fedeltà della sposa era assicurata molto più efficacemente dalla sua soddisfazione che da qualsiasi sorveglianza. Bisogna anche poi tener conto che non conoscendosi allora i periodi fecondi delle donne l’unico mezzo per incrementare le nascite era la frequenza dei rapporti sessuali e da qui la necessità che essi fossero il più “invitanti” possibili.

Più difficile invece comprendere l’atteggiamento Occidentale che paradossalmente sembrava voler dare risalto al matrimonio negando o nascondendo la sessualità che veniva riconosciuta comunque come la sua base.

Seguiamo il procedere del complesso ragionamento.

Il punto fondamentale era che l’amore sessuale veniva visto come una potenza distruttiva, una insidia pericolosissima per la famiglia da esorcizzare e controllare. Che succede se una moglie ama il marito in ragione della soddisfazione che ricava dai rapporti intimi con lui? Può essere questo il metro per giudicare un marito, un padre, un uomo? Un marito infatti va giudicato dalla sua intelligenza, capacità, coraggio, affettuosità, insomma dalle sue doti intellettuali e morali e non dalla sua “potenza” sessuale. Una moglie insoddisfatta nella sua femminilità è giustificata forse nell’adulterio? E se il marito è assente per guerra o lavoro, se è infermo, se ha qualche momentanea difficoltà sessuale? Che forse questo giustifica forse la fine del matrimonio? Che importanza possono avere pochi attimi di piacere di fronte alla importanza, alla “santità” della famiglia? Coerentemente con queste premesse e questi timori la morale imponeva che la donna non desse nessuna importanza alla sessualità, che si comportasse come se essa non esistesse, che non ne parlasse nemmeno. Un donna “onesta” cioè secondo il significato originale del termine di buona famiglia, degna di essere sposa e soprattutto madre considera la sessualità essenzialmente come un dovere la cui piacevolezza è un dettaglio pressoché privo di valore: una donna che cercasse il piacere della sessualità sarebbe “leggera”, poco affidabile, una “sgualdrina” buona per amante ma non per moglie.

La fanciulla veniva educata conseguentemente a aspettarsi dal matrimonio una casa, dei figli, un posto in società, l’affetto del marito anche, ma per quanto riguarda la sessualità niente, era sconveniente solo anche parlarne.

Per quanto riguarda l’uomo l’atteggiamento ero lo stesso anche se molto meno rigido ed esigente. Per l’uomo si faceva qualche concessione alla sessualità considerata una esigenza”esistente” anche se non prioritaria mentre nella donna essa non era proprio presa in considerazione.

Il marito apprezza la moglie innanzi tutto per la sua “virtù” e poi per la affettuosità, dolcezza, abilità nel tenere la casa. Soprattutto la moglie è la madre dei propri figli: la soddisfazione sessuale è secondaria, non è mai oggetto di contestazione. Un marito può accusare la moglie di tante cose, dalla infedeltà a cucinare male, ma mai di essere “fredda”. Tuttavia per l’uomo la bellezza femminile era considerata importante e talvolta anche la presenza di un’amante era in pratica tollerata anche se assolutamente vietata dalla morale ufficiale. Per l’uomo si ammette che possa cadere preda del desiderio fisico di una donna ma ciò è visto come distruttivo, immorale. Agli uomini in qualche modo è concesso di cedere al desiderio ma debbono poi riscattarsi e vengono perdonati . Non c’è invece perdono per le donne che debbono custodire la propria “virtù” più caramente che la propria stessa vita.

La esclusione della sessualità, come abbiamo già accennato divenne ancora più radicale con il Romanticismo. Tuttora noi usiamo il termine di “un amore romantico” per indicare l’assenza della sessualità. L’amore per il romantico è sentimento, sentimento assoluto, puro, esaltante. Il romanzo romantico d’amore finisce spesso nella morte perché essa da un suggello di eternità che la quotidianità di una vita familiare non potrebbe dare. In questo contesto la sessualità non esiste o meglio viene pur essa mitizzata, assolutizzata. Non potremmo certamente pensare ai protagonisti di un amore romantico che discettino sulle posizioni dell’amplesso come avviene nel Kamasutra! Al limite, nella “Traviata” si tratta pure di un amore “irregolare”, addirittura di una donna “perduta” ma mai si accenna lontanamente a rapporti intimi: l’amore “…è palpito dell’universo intero” è “misterioso, altero, croce e delizia al cor.” come cantano Violetta e Alfredo,non è piacere sessuale.

Si viene anche a distinguere fra amore e passione: il primo è sentimento puro e nobilitante, il secondo è desiderio materiale e degradante. La passione può essere anche invincibile ma porta alla rovina morale e materiale. Si pensi al personaggio emblematico di “Notre Dame” di Hugo: Frollo, uomo dedito alla virtù e al sapere distrutto nel profondo dell’anima dalla sua insana “passione” non “amore”per Esmeralda.

Ma in Oriente non si è mai manifestato il Romanticismo, pare ignota la distinzione fra passione e amore: l’amore corrisponde alla sessualità.

Se nella morale tradizionale, cristiana e non, la sessualità era subordinata alle regole della famiglia nel Romanticismo essa pare proprio sparire nella assolutizzazione metafisica del sentimento.

Possiamo dire in sintesi che in Oriente si è visto soprattutto l’aspetto costruttivo del’eros, in Occidente quello distruttivo.


Le Goff: “Mille anni di passioni segrete”

Di Pietro Del Re

 

Eva è il demonio. È all’origine dei mali del mondo, perché tentatrice, istigatrice del peccato e colpevole della cacciata dell’umanità del Paradiso.

Con lei, nel medioevo la donna diventa l’icona del vizio. Eppure non si può dire che la società dell’epoca sia stata antifemminista, spiega lo storico francese Jacques Le Goff. Anche perché i rapporti tra i sessi avevano un carattere ambiguo: l’uomo medievale era spesso una creatura androgina. A ottantacinque anni, Le Goff è uno dei più illustri eredi della Ècole des Annales. L’ultima sua fatica è quasi un instant book: sta scrivendo un libro sui soldi nel Medioevo, “per dimostrare che le banche hanno sempre fallito”.

Professore, che cosa sappiamo del comportamento sessuale di quei secoli bui?

“Quasi nulla, perché salvo le espressioni letterarie o artistiche, abbiamo pochi documenti che ci permettono di capire che cosa accadesse nel segreto dell’alcova”.

Dopo il matrimonio medievale, assieme a l’uomo e alla donna nel letto c’è anche Dio. Era legittimo il coito coniugale o era soltanto una concessione alla procreazione?

“Il  matrimonio diventa sacramento solo dopo il quarto concilio lateranense, nel 1215.

Fino ad allora non era riuscito a distinguersi da quello che era nell’antichità romana: un contratto. Tuttavia anche se ci sposava al di fuori della Chiesa, per essere valido agli occhi del clero, e quindi a quelli di Dio, il matrimonio doveva essere consumato”.

Ma godere è sempre peccato?

Generalmente si. Nel Duecento, proprio quando la chiesa inventa il Purgatorio proprio per strappare l’uomo alla tradizionale opposizione Inferno – Paradiso, San Tommaso D’Aquino nega che possa essere una parte legittima di piacere nel compimento dell’atto sessuale, anche nell’ambito del matrimonio.

All’epoca il peccato originale era assimilato a quello carnale e l’immagine dell’inferno spesso rappresentata come il sesso femminile: si può dire che nel Medioevo il male fosse donna?

Si, ma fino ad un certo punto. Contrariamente a quanto accadeva a Bisanzio, fino all’undicesimo secolo il culto della Vergine Maria non era celebrato dalla chiesa.

A partire da quel momento si sviluppò invece una forza straordinaria. È anche grazie al culto mariano che la donna è stata rivalutata nella società medievale.

Contro l’infamia della lussuria e dell’adulterio erano previste punizioni corporali durissime. Queste rendevano l’uomo medievale più “ puro” dell’uomo moderno?

“Il castigo ha senza dubbio contribuito a tenere nascosta la lussuria, benché i teologi e i predicatori dicessero che Dio vedesse tutto, compreso quello che si faceva nell’ombra. Tuttavia sui margini dei manoscritti dell’epoca sono spesso raffigurate scene di lussuria che non esiterei a definire pornografiche: un vescovo sodomita, una donna che coglie falli da un albero o scene di sesso tra uomini e animali. Il Medioevo ammetteva il male, purché si manifestasse al margine della società, lontano dal suo centro sacro. Piuttosto che volerlo sradicare del tutto il cristianesimo ha sempre cercato di limitare il male attraverso la confessione e il pentimento”.

L’amor cortese che sublima la donna attraverso l’amore platonico?

“Su questo problema i medievisti sono divisi. Io credo che l’amor cortese sia puramente immaginario. Esiste soltanto nella letteratura. Ciò non significa che l’amore reale sia sempre stato brutale, che ci sia sempre stata una violenta dominazione dell’uomo sulla donna.

Ma l’amore in cui la donna diventa il signore e il cavaliere il suo servo, non c’è mai stato.

Neanche nelle classi superiori della società. Detto ciò, il medioevo è durato dal quinto al quindicesimo secolo, e in mille anni molte cose sono cambiate. La svolta essenziale si produce nel duecento, quando i valori del ciclo scendono sulla Terra. Da quel momento la felicità non è dedicata solo all’aldilà. C’è l’inizio di una possibile soddisfazione del piacere anche per noi mortali.

Appaiono per esempio i primi trattati di gastronomia. Il lavoro, che era considerato una punizione del peccato originale, diventa invece valore. E del resto in quell’epoca che si comincia a dire che l’uomo è stato creato a immagine di Dio”.

Che cosa cambia con il Rinascimento?

“C’è l’esaltazione della bellezza, e in particolare della nudità. La Chiesa medievale rifiutava la nudità, e con essa la maggior parte dell’arte antica, che, soprattutto nella scultura, rappresentava corpi nudi. Gli stessi che prima erano rappresentati negli affreschi delle basiliche soltanto nelle scene della resurrezione dei corpi”.

Tratto da: “La Domenica di Repubblica”

15/03/09


Antica Grecia. I rapporti extraconiugali

Al matrimonio non mancavano altre occasioni per soddisfare tanto i suoi impulsi erotici quanto il bisogno d’affetto o di rapporti intellettuali. Sebbene nell’età classica fosse di regola la monogamia, talora entro le pareti domestiche poteva essere tollerata ed era legalmente tutelata la presenza di una concubina, pallakè. Questa costituiva in pratica un doppione della moglie legittima, dalla quale si differenziava principalmente perché la sua presenza non era garantita da alcun impegno formale, e pertanto poteva essere congedata quando il padrone lo riteneva.

D’altra parte si può ritenere che l’uomo greco, che teneva in casa una concubina, nutrisse per lei un rapporto affettivo o, quanto meno, sentisse una attrattiva materiale molto più intensi a confronto della moglie.

 Figura completamente diversa è quella dell’etera. Il termine hetaìra, propriamente amica, compagna, viene spesso tradotto in italiano con cortigiana, ma è ben distinto dalla pòrne, la prostituta dietro compenso. L’etera solitamente una straniera o una schiava, è la figura di donna veramente libera: si mostra in pubblico, partecipa a banchetti con uomini, è spesso colta, esperta nella danza e nella musica e con queste arti intrattiene i commensali suonando il flauto o danzando. Se la bellezza e l’intelligenza dell’etera in assoluto più famosa, la milesia Aspasia per la quale Pericle aveva ripudiato la moglie legittima, sarà stata eccezionale, si può tuttavia ritenere che il fascino di queste donne derivasse in gran parte dalla loro bellezza e raffinatezza, forse più che dalla soddisfazione sessuale che potevano offrire, e che mostrarsi in pubblico con un’etera di gran classe fosse per l’uomo che poteva permettersi di mantenerla un simbolo di successo.

Più rischiosa la pratica dell’adulterio, che era considerato reato e disciplinato da una legge a noi nota attraverso l’orazione demostenica Contro Aristocrate : “Qualora uno uccida un uomo suo malgrado nei giochi o abbattendolo per strada o in guerra senza conoscerlo, o per averlo sorpreso presso la moglie o la madre o la sorella o la figlia o la concubina che mantenga per procreare figli legittimi, l’uccisore non sia soggetto ad accusa”. L’impunità riconosciuta all’uccisore dell’adultero non è da attribuire, come si potesse pensare, a una sorta di giustificazione per causa d’onore o a una considerazione psicologica dello stato d’animo dell’uccisore. L’uccisione dell’adultero è infatti assimilata ad altre tre circostanze di reato non omogenee, la terza delle quali, l’uccisione del brigante, prevede il caso della legittima difesa.

Il fatto che la legge intenda come adulterio intrattenere rapporti non solo con una donna maritata, ma anche con una donna nubile o con una concubina, dimostra che il reato non lede l’interesse del marito alla fedeltà della sposa, ma l’interesse del gruppo familiare, dell’oìkos, che può essere inquinato dall’introduzione di figli bastardi. La soppressione dell’adultero è quindi una atto di legittima difesa, esercitato dal capo dell’oìkos a tutela di un bene di sua proprietà, non diverso da quello del padrone di casa che uccide il ladro sorpreso a rubare.

 Questo spiega perché fare violenza a una donna fosse considerato un reato meno grave che sedurla: l’atto di violenza, ratto o stupro che fosse, si configurava dal punto di vista della parte lesa come una offesa che non implicava il consenso della donna e quindi non le alienava la fiducia del marito. Malgrado il rigore delle leggi non era raro che anche le donne ingannassero i loro mariti: l’orazione di Lisia Per Eufileto racconta con abbondanza di particolari piccanti come la moglie di Eufileto conobbe durante un funerale il seduttore Eratostene, che riuscì poi a raggiungere la donna grazie all’aiuto di una ancella e a goderne l’affetto finche, tradito da una amante gelosa che aveva lasciato, fu sorpreso dal marito in flagranza di reato e ucciso.