L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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La donna: un modello di forza e determinazione

di Sara Vicidomini

La donna, argomento intenso e profondamente caro, in questo giorno nel quale si riflette sulle molteplici vie da seguire in questa compagine storica in vista di un’autentica emancipazione e parità sono lieta di ospitare l’elaborato di una giovanissima donna. Vi presento con onore e stima gli argomenti selezionati da Sara Vicidomini .

Mi ha colpito profondamente la cura e la determinazione nel trattare argomenti scottanti e delicati con inchiostro fresco  e vento giovane.

Buona lettura

La donna: un modello di forza e determinazione

Il percorso che ho scelto di presentare è un argomento che ritengo fortemente importante. Parlo del ruolo che ha assunto la donna nel contesto 
storico – sociale.

I motivi che mi hanno condotta alla scelta e all’analisi di tale tematica sono molteplici e diversi tra loro: innanzitutto l’argomento della donna e della sua condizione mi sembra un tema che è ancora oggi molto attuale, per questo ho scelto di evidenziare il processo discriminatorio a cui la donna è stata sottoposta nel corso dei secoli, e ritengo che oggi, anche se in misura inferiore, ne sia ancora soggetta.
La mia è una “critica”ad una società che ha considerato l’emisfero femminile inferiore, dimenticando il ruolo chiave che esse hanno assunto e che tutt’oggi assumono all’interno della società e dei suoi molteplici settori.
La parità dei diritti e l’accesso alle professioni, sono ormai conquiste delle donne, anche se segnate da numerosi pregiudizi. 

Futuro dell’umanità e liberazione della donna

Da migliaia di anni la storia dell’umanità è una storia di uomini nella quale le donne sono presenti solo di riflesso e sempre in ruoli secondari: Penelope, la sposa fedele; Cornelia, la madre dei Gracchi; Beatrice, l’amore impossibile sognato da Dante Alighieri, dove, con il dolce stil novo (il passaggio che trasforma il volgare in una lingua letteraria, l’aggettivo dolce definisce lo stile terso e musicale, mentre l’espressione novo sottolinea la consapevolezza dei poeti che lo hanno adoperato, tra cui Guido Cavalcante e Dante Alighieri, di aver inaugurato un nuovo modo di concepire il sentimento amoroso), gli stilnovisti celebrano la donna gentile,rappresentandola come una donna angelo, e così via.

Una donna soggetta alla proprietà paterna è, anche, Gertrude, ovvero la Monaca di Monza, la quale, è il personaggio protagonista dei capitoli IX e X del romanzo “I Promessi Sposi”, l’opera più importante di Alessandro Manzoni, a cui egli lavora dal 1821 al 1840. Essa rappresenta un’immagine opposta del mondo degli ordini religiosi rispetto a quella offerta da Padre Cristoforo, perché da ospite e aiutante di Lucia si trasforma in aiutante dei suoi rapitori. Appartenente alla più alta nobiltà, essa vive, fin dalla sua monacazione forzata, tutte le contraddizioni e i malefici effetti dell’intreccio tra sistema ecclesiastico e prepotenza sociale.

Oggi però la situazione va rovesciata, prima di tutto perché il progredire della democrazia è stato accompagnato dalle lotte delle donne per la conquista dei loro diritti, in secondo luogo perché i più ascoltati economisti contemporanei sostengono che rinunciare al contributo extra-familiare di metà dell’umanità porta a crisi economiche, guerre e rovine.

L’Occidente sta già procedendo sulla strada di questa radicale trasformazione; invece, in Africa come in Asia e in vaste zone dell’America centrale, le donne stanno cominciando solo ora a reagire ai soprusi. Il fenomeno delle “spose bambine” , è il primo ostacolo da abbattere a causa della catena di conseguenze che porta con sé. E’ un fenomeno che interessa nel mondo 60 milioni di minorenni.

 

Le cause del fenomeno delle “spose bambine”

Il fenomeno delle “spose bambine” ha diverse cause, alcune di carattere culturale, altre di carattere economico. Tra le prime vi è l’obbligo per le ragazze di essere vergini al momento del matrimonio o la convinzione che sposarsi presto metta al riparo le giovani dal rischio di subire violenze. Ma la causa principale è la povertà.

Per le famiglie che vivono in miseria, infatti, dare in sposa una figlia il più presto possibile significa non doverla più mantenere. Inoltre, in molti Paesi, più la ragazza è giovane più bassa è la dote, la spesa principale che la famiglia della sposa deve affrontare in vista del matrimonio. Quasi sempre i mariti sono uomini adulti. In una situazione simile, per molte famiglie povere non ha alcun senso investire tempo e denaro nell’istruzione delle figlie e così il fenomeno non fa che perpetuarsi, perché meno le donne studiano meno speranze hanno di procurarsi un lavoro e rendersi autonome.

 

Le conseguenze: analfabetismo e morte precoce

I matrimoni delle spose bambine comportano molte conseguenze. La prima è l’abbandono scolastico, che condanna la donna a rinunciare per sempre ai suoi diritti civili e politici.

La seconda è la morte per parto, in quanto il loro fisico spesso non è ancora pronto a sopportare la gravidanza. E infatti nel mondo gravidanza e parto sono la prima causa di morte per le donne fra i 15 e i 19 anni. Dati del 2010 affermano che nel mondo ogni minuto una donna muore di parto, altre venti donne ogni minuto restano vittime di infermità. Anche in questo caso le differenze tra le varie aree del pianeta sono abissali. In molti Paesi non si investe abbastanza in strutture ospedaliere e non si tutela la salute delle donne povere e poco istruite.

 

Un indicatore della disuguaglianza

In molte parti del mondo, milioni e milioni di donne muoiono per cause dovute esclusivamente al fatto stesso di appartenere al sesso femminile.

In Cina il rapporto è di 107 maschi ogni 100 femmine e in India 108 maschi ogni 100 femmine. Secondo l’indiano Amartya Sen, vincitore del premio Nobel per l’Economia nel 1998, la spiegazione sta nel fatto che in questi Paesi le donne vivono in condizioni di enorme inferiorità e dunque muoiono prima, tanto che il rapporto tra la popolazione maschile e femminile rappresenta, secondo Sen, il miglior indicatore della disuguaglianza tra i sessi. Le bambine muoiono prima, perché non ricevono le stesse cure mediche dei maschi. Le donne sono vittime della discriminazione e della scarsa considerazione in cui la società tiene la loro vita e la loro salute.

Secondo i calcoli di Sen, al mondo mancano all’appello più di 100 milioni di donne.

Più di cento milioni di vittime del sessismo, la forma di discriminazione che, così come il razzismo prende di mira una razza, colpisce un sesso, quello femminile. Come tutti i razzismi, il sessismo non ha alcun fondamento reale e va combattuto con tutte le forze.

 

continua…..

 

 

 


Manzoni e Leopardi: la donna in due icone dell’Ottocento

Quando s’inizia un discorso parlando di scrittori come Manzoni e Leopardi viene subito da pensare ad argomenti importanti dal punto di vista letterario e non. Qui si tratterà invece nel dettaglio una figura presente nelle opere dei due scrittori, quella della donna.

Anche se in entrambi gli autori la donna viene spesso “usata” per esprimere un’ideologia o un’emozione e non analizzata in sé, risulta lo stesso interessante notare le differenze tra due scrittori così conosciuti e vicini nel tempo.

  Partendo da Manzoni, è bene premettere che la figura della donna è spesso schiacciata dai significati, il più delle volte religiosi o ideologici, che essa incarna.

Esplorando la grande produzione del romanziere e poeta milanese, una delle prime donne di un certo rilievo che incontriamo è sicuramente Ermengarda nell’Adelchi.

Questa tragedia venne terminata nell’1821. Essa narra di fatti storici, leggermente variati dall’autore, riguardanti il conflitto tra i Longobardi del re Desiderio ed il Papato aiutato da Carlo Magno. Ermengarda è la sorella del protagonista Adelchi, nonché figlia del re Desiderio e, cosa più importante, la moglie ripudiata e innamorata di Carlo Magno. Proprio l’oltraggio del ripudio porterà il re longobardo a tentare di obbligare il Papato ad incoronare re i nipoti di Carlo, precedentemente allontanati dalla possibile successione. L’evolversi degli eventi porterà allo scoppiare della guerra fra Longobardi e Franchi con la finale vittoria dei secondi. L’importanza di Ermengarda riguarda prevalentemente l’atto quarto, dedicato totalmente a lei, nel quale la donna impazzisce alla notizia del nuovo matrimonio di Carlo perché ancora innamorata. L’importanza rivestita da questo avvenimento è da ritrovarsi nel significato che Manzoni dà alla successiva morte della donna. In essa lei, così come il fratello, troverà la pace cristiana, sicuramente importante per il cattolico Manzoni. Analizzando l’atto del delirio di Ermengarda si nota che esso è scatenato in un secondo momento, cioè dalla notizia del matrimonio di Carlo con Ildegarde, prima di questa la donna chiede di avere una morte cristiana e di inviare il suo perdono a Carlo per l’averla ripudiata. Dopo la notizia dello sposalizio emerge però tutta la carica romantico-passionale della donna e del suo legame col re franco. Questo “sfogo” emozionale viene a trovarsi dunque in una posizione di contrasto con la precedente volontà della morte cristiana, ella infatti pare ancora troppo legata all’“empia” forza dell’amore terreno per poter legarsi totalmente a Dio(essa rifiuta infatti l’invito della sorella a farsi monaca). Finito il delirio e sentendo sopraggiungere la morte, essa si rassegna e pensa alla sua morte cristiana, mantenendo però il conflitto ideologico fra passione e cristianità che sarà risanato nel coro successivo dall’autore. In esso Manzoni rivolge alla donna l’invito a lasciare le passioni terrene e darsi completamente a Dio, inoltre la sua morte viene spiegata tramite il concetto manzoniano della “provida sventura” secondo il quale la morte cristiana permetterà alla donna di sfuggire al destino riservato all’empio popolo dei Longobardi.

Quest’analisi mostra bene come a Manzoni non interessi molto analizzare la psicologia della figura femminile, anche se essa è comunque legata all’ideale romantico della passione, ma  mettere in risalto la “superiorità” del modo e della mentalità cristiana. Difatti la contraddizione passione/cristianità, messa in luce sia nell’atto che nel coro stesso, viene risolta in pieno favore della cristianità. Il tema letterario della “provida sventura” simboleggia infatti il concetto cristiano della provvidenza, che verrà ripreso più volte da Manzoni, mentre le passioni terrene della donna vengono definite come emozioni empie da tenere estranee al legame con Dio. Ermengarda, così come Adelchi, rappresenta insomma una contraddizione che serve all’autore per affermare che nel redimersi e nell’accettare la visione cristiana si può ottenere un riscatto ultraterreno. La particolarità della figura della donna rispetto a quella dell’uomo si trova nel fatto che, mentre nell’uomo prevale lo spirito razionale nel contrasto fra la bassezza della situazione sociale reale in cui si trova ad essere e il suo ideale di fratellanza e bontà, nella donna è invece la parte irrazionale della mente a determinare la contraddizione. La donna sembra essere vista dall’autore come portatrice di sentimenti istintuali e passionali ben più dell’uomo( quasi seguendo la traccia biblica di Adamo ed Eva).

La donna manzoniana, in quest’opera, si presenta come più romantica dell’uomo, che viene invece a porsi quesiti che paiono essere più “alti”, mentre la donna è dominata solo dalle sue passioni. Ed in effetti ciò è anche ben supportato dal fatto che Manzoni non deve giustificare la contraddizione(razionale) di Adelchi, mentre si vede costretto a farlo per quella(irrazionale e passionale) di Ermengarda.

Questa prima figura femminile, sebbene marginale e dominata dall’idea di cui Manzoni la veste, fa emergere una visione della donna che pare collocarla in una sfera inferiore, o forse più romantica, dell’uomo, che sembra essere simbolo di una ragione filosofica di stampo illuministico.

Procedendo nell’analisi della produzione manzoniana riguardo alla figura della donna si giunge ai “Promessi sposi”. In quest’opera emergono varie figure di donna, ma le due che più colpiscono il lettore sono sicuramente quelle di Lucia e Gertrude o “la monaca di Monza”.

Entrambi i personaggi acquisiscono importanza in relazione al sentimento religioso cristiano, così come era stato per Ermengarda. Ma in questo caso si nota una grande differenza tra le due, mentre la prima incarna valori, ideali propri di famiglia e chiesa, Gertrude viene rappresentata come una monaca peccatrice che ha trasgredito gli insegnamenti morali della religione, ma soprattutto il suo matrimonio con Dio.

Mentre nel resto dell’opera l’autore si sofferma su temi storici, sociali e politici, quando parla di Lucia e Gertrude egli porta un messaggio ideologico riguardante la sfera religiosa e non solo. Lucia è poi il personaggio in particolare più caro a Manzoni. Essa non solo si fa portatrice di valori religiosi traditi dalla sua “controparte” peccatrice Gertrude, ma è inoltre l’esempio della donna umile ma fortemente fiduciosa nella provvidenza e negli ideali di famiglia e bontà. A differenza di Ermengarda che viene travolta dagli eventi senza riuscire ad opporvisi con fermezza, ella non perde mai la retta via e la fede. Grazie a questa sua figura essa rappresenta quasi un faro per altri personaggi del romanzo(in particolare Renzo e l’Innominato). Ella si pone nel romanzo come un elemento di mediazione tra uomo e Dio, ben più di quanto non lo siano i rappresentanti del clero come Gertrude e Don Abbondio.La forte carica ideologica di Lucia porta però a compromettere la sua identità di personaggio, quasi riducendola ad un semplice ideale di “donna-angelo” che pare più giusto collocare in una sfera utopica che non in un romanzo sociale come sono i “Promessi Sposi”. In essa è annullato il conflitto tra passione terrena e cristianità perché la prima viene a mancare. Quindi, sebbene Lucia sia un personaggio, dal punto di vista di fedeltà all’insegnamento cristiano e di ideali “buoni”, più alto e nobile della precedente Ermengarda, essa ricalca comunque quella “funzione” della donna quale portatrice di un messaggio ideologico a scapito della sua stessa identità di personaggio romanzesco. Lucia possiede meno “libertà di azione” di Ermengarda o di Gertrude in quanto essa è ben più legata al suo stesso messaggio ideologico.

 Passando alla figura di Gertrude si potrebbe dire che lei è una Lucia “rovesciata”. La sua figura si trova per certi aspetti più vicina a quella della pagana Ermengarda che non a quella della cristiana Lucia, anche se non ci è dato sapere se essa, così come il personaggio dell’“Adelchi”, alla fine delle sue vicissitudini abbraccerà in pieno la cristianità. Essa si lascia sconvolgere dagli eventi subendoli fin dalla sua formazione infantile.Il messaggio cristiano non fa realmente presa e non è quindi realmente portato da lei in quanto essa lo assume controvoglia. La sua scelta cristiana è un obbligo che le viene dato dai suoi famigliari a cui ella non riesce a opporsi. Mentre Lucia appare come personaggio fermo e fiducioso nella provvidenza divina, ella è un personaggio rinunciatario e psicologicamente debole, che non mostra mai una vera e propria presa di posizione. Anche la figura di Gertrude è però funzionale all’autore: essa mostra a cosa porti il non accettare in pieno il messaggio cristiano e soprattutto il trasgredirlo. Il personaggio della monaca esce ideologicamente sconfitto da quello della donna di campagna, ma forse proprio per questo Gertrude mantiene una maggiore identità di personaggio romanzesco rispetto a Lucia.

Insomma, in Manzoni la figura della donna si vede schiacciata dal preponderante messaggio ideologico di cui l’autore la fa portatrice nel suo intento di cristianizzare la società. La vera identità della donna sembra non riuscire ad emergere e l’unico esempio”realistico” che resta è quello delle donne popolari dei Promessi sposi(Perpetua,Agnese) che contribuiscono a dare un piccolo affresco del mondo contadino dal quale Lucia si deve escludere per la sua troppo alta idealizzazione cristiana.    In Manzoni la donna appare come strumento per i fini ideologici in quanto essa è probabilmente vista come più emozionale e romantica della figura maschile(che si fa comunque portatrice di questi ideali come in Adelchi e fra Cristoforo) che  mantiene inoltre una maggiore identità letteraria rispetto alla schiacciata figura femminile.

Questo modo di fare della donna la portatrice del messaggio religioso non sarebbe probabilmente andato a genio al Leopardi più maturo che invece si distacca dalla mentalità cattolica, anche se nella sua produzione letteraria la figura della donna gode di ben poco rilievo, anzi, forse meno di quello che le dà il Manzoni. Difatti nel suo pensiero filosofico-pessimistico troviamo  poco spazio per l’analisi delle tipologie umane che anzi non vengono quasi considerate dall’autore. Come Manzoni egli utilizza i suoi personaggi per esprimere le sue idee ma anche, a differenza, i suoi sentimenti ed emozioni. Pur vivendo un’iniziale adesione al classicismo,nel quale ritroviamo anche una critica alla nascente cultura romantica, si avvicinerà gradualmente alla stessa ma mai in maniera totalitaria, anche se si avrà una più forte carica passionale solo nella parte più tarda della sua produzione.

La prima figura femminile che si incrocia nelle opere leopardiane potrebbe essere vista nella natura matrigna, anche se forse risulta un accostamento più forzato del dovuto e forse non realmente voluto dall’autore. Resta il fatto che in questa visione della natura come “nemica” dell’uomo si potrebbe leggere come una rinuncia alla passione amorosa derivante dal rapporto con la donna, ciò potrebbe anche essere dimostrato dalla sfortunata vita sentimentale di Leopardi. Inoltre non sono poche le poesie nelle quali Leopardi sembra diffidare delle illusioni create dal sentimento amoroso, si pensi dunque a componimenti quali “Aspasia”, “Alla sua donna”, “A se stesso”, nei quali l’illusione dell’amore si mostra in tutta la sua cruda realtà senza lasciare scampo all’uomo che può solo rimproverarsi e giurare a se stesso di non cadere più in tali tranelli. Stona lievemente con questo pensiero la poesia “Amore e Morte”(comunque precedente agli ultimi due componimenti sopraccitati) nella quale l’inganno dell’amore è comunque visto come una consolazione per l’uomo, insieme con la morte. Probabilmente questo contrasto è dato dal fatto che “Amore e Morte” rappresenta un invito agli uomini a vivere la passione amorosa a differenza dello stesso autore, incapace di assaporarla a pieno come avrebbe probabilmente voluto.

Collegato al concetto della natura matrigna è il tema del suicidio ricorrente in alcune poesie e nel pensiero leopardiano. A riguardo di questo tema troviamo un’altra figura femminile ne l’“Ultimo canto di Saffo”. La grande poetessa greca, vissuta nel VII-VI a.C., viene qui rappresentata nella bruttezza del suo aspetto fisico che la porta a maturare un sentimento di esclusione dall’armonia della natura, tratteggiando un parallelismo autobiografico con l’autore stesso.

La figura della poetessa travalica il senso di estraneità dal mondo naturale per farsi terreno di scontro tra il mondo dell’apparenza, che la limita nella bruttezza del suo aspetto, e quello della sensibilità interiore, che le fa cogliere la profondità di tale contrasto conducendola all’esasperato gesto del suicidio. Anche in questo caso, sebbene si parli di un personaggio di un certo spicco, la figura femminile serve all’autore per muovere una denuncia alle illusioni della vita e al destino beffardo che dona, in modo totalmente casuale, felicità e infelicità a uomini e donne.

Pare quindi che la scelta del personaggio di Saffo sia dettata, più che dalla volontà di poetare su di una figura femminile, dall’opportunità offerta dalla significativa vicenda della poetessa greca di riportare un esempio di conflitto esistenziale  che ben si adattava alla trattazione di una tematica cara a Leopardi.

Detto ciò la figura più di spicco, e conosciuta, di tutta la produzione leopardiana è sicuramente Silvia. Ma questo personaggio, come abbiamo analizzato nel precedente autore, non viene proposto con una sua vera identità di donna, ma come portatrice del concetto della caducità e della disillusione della vita. Si ripete in Leopardi ciò che accade anche nelle opere di Manzoni: la donna, per quanto idealizzata e importante per l’autore, finisce per vedere schiacciata la sua identità in nome di ciò di cui essa si deve far portatrice secondo le scelte dell’autore. Anche se in questo caso la “tirannide” del pensiero è meno evidente, anche per il sincero dispiacere di Leopardi per la precoce morte di Silvia, non si può comunque parlare di una vera analisi dell’universo femminile. Il poeta sceglie la donna come “pretesto” per parlare di altro. Viene a mancare il personaggio vero e proprio.

Anche nel caso leopardiano si potrebbe però dire che la donna viene scelta come portatrice di determinati concetti in quanto, probabilmente, ritenuta più emotiva e “irrazionale” dell’uomo. Ciò però non basta a dare una vera e propria inquadratura della donna in sé, ma la mantiene dipendente dal messaggio che porta e da cui è  soffocata.

In sostanza, per quanto Leopardi sia più legato a concetti romantici ed emotivi del romanziere Manzoni, nemmeno in lui si può parlare di una ben delineata figura di donna che possa in qualche modo inquadrare una sua visione del mondo femminile. In entrambi gli autori non esiste questa volontà di analisi anche dovuta alle loro idee e ai loro scopi. Il primo si fa portavoce di un messaggio di cambiamento politico e sociale, mentre il secondo esprime il proprio pensiero filosofico-pessimistico tramite la sua poesia. Non ritroviamo nessun’analisi della figura umana vera e propria ma quella della situazione socio-politica e quella dell’amarezza della vita.

In queste due grandi icone dell’800 si nota dunque, per quanto concerne la figura femminile, quello che potrebbe essere artisticamente definito come un prevalere del contenuto sulla forma. La donna non interessa come identità in sé, ma come portatrice di idee, messaggi o pensieri. Pare essere insomma una figura letterariamente marginale.