L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Breve antologia filosofico-letteraria su amore nel mondo antico — Scorribande Filosofiche

Esiodo – daTeogonia (vv. 116-122, 191-206) Dunque per primo fu Caos, e poi Gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti gli immortali che tengono la vetta nevosa d’Olimpo, e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade, poi Eros, il più bello fra gli immortali, che rompe le membra, e di tutti […]

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Papiri erotici e pornai: l’erotismo femminile nell’antichità

Nel mondo mediterraneo antico il concetto di sessualità al femminile ebbe un’attenzione assai differente rispetto a quella riservatale in tempi moderni. Oggigiorno i paesi di tradizioni giudaico-cristiane, così come quelli musulmani, collocano la sessualità, specie quella femminile, tra i tabù, privandola di qualsiasi accento riconducibile a esperienze di piacere e riducendola ad un atto volto alla sola procreazione, in cui la donna riveste un ruolo puramente passivo.

Tale visione ha contribuito a far percepire la sessualità al di fuori del matrimonio, specie nei paesi di tradizione cristiano-cattolica, come un atto impuro se eterosessuale, e perfino abnorme quando questo diventa omosessuale, salvo il caso della recente apertura ai matrimoni gay anche nella cattolicissima Spagna.

Tornando indietro nel tempo vediamo, ad esempio, che la sfera dell’eros nell’antico Egitto, a fronte della scarsità di documenti iconografici significativi, ci ha però trasmesso svariati testi. Tra questi vi è il cosiddetto “papiro erotico di Torino” risalente alla XX Dinastia (1186-1069 a.C.), da Deir el-Medina, conservato attualmente al Museo Egizio del capoluogo piemontese. Questo documento, suddiviso in due parti, una satirica e l’altra erotica, descrive, nella seconda, il convegno amoroso tra un contadino barbuto ed una cortigiana, unendo la dovizia di particolari ad un notevole senso dello humour. Vi si narra dei preparativi da parte della donna che indugia nel farsi bella per l’incontro, cospargendosi di unguenti e cosmetici e indossando una parrucca decorata di fiori. Questa immagine di donna libera interprete dei costumi sessuali, dà la misura dell’emancipazione raggiunta dalla donna egiziana, di gran lunga la più libera tra le coeve del mondo antico.

Già dal periodo protostorico, tra le civiltà mesopotamiche (circa 3000 a.C.), la sessualità godeva di un posto d’onore, accomunata alla sfera del divino ed ai cicli della natura, ai riti della fecondità e della fertilità, com’era naturale tra popolazioni la cui sopravvivenza dipendeva dalle pratiche agricole stagionali sempre saldamente legate a fenomeni di culto. Si praticava il rituale detto “ierogamia”, le nozze sacre in cui il re-sacerdote, rappresentante terreno della divinità, si univa con una sacerdotessa simbolo della divinità femminile. E’ opinione diffusa che da questa remota tradizione abbia tratto origine il fenomeno della cosiddetta prostituzione sacra, la “ierodulia”. Erodoto ci racconta come, a Babilonia, vi fosse l’usanza che portava ogni donna, almeno una volta nella vita, a prostituirsi presso il tempio dedicato alla dea Ishtar. La medesima pratica la ritroviamo poi, in connessione con la dea Astarte, nella civiltà fenicio-punica che le erigeva templi spesso collocati in cima ad alti promontori davanti al mare, come nel caso della Sella del Diavolo sul golfo di Cagliari, attualmente oggetto di scavi archeologici. Astarte era la protettrice dei marinai, i quali certamente non disdegnavano di renderle “gradito” omaggio rivolgendo le loro attenzioni alle sacerdotesse e contribuendo così ad ingrassare le casse del tempio. La donna quindi, nel suo ruolo di ierodula, il termine greco che individua la prostituta sacra, rivestiva un’importanza centrale che oggigiorno la nostra civiltà, e in generale il mondo di formazione giudaico-cristiana e musulmana, non sono in grado di leggere.

Al di là della normale funzione riproduttiva – o del puro piacere carnale per quella edonistica – nelle civiltà classiche la sessualità era vettore di precise funzioni educative, anche strettamente legate a relazioni tra membri di uno stesso sesso. Pratiche ampiamente diffuse, con l’eccezione dell’ambiente etrusco in cui gli appartenenti ai due diversi sessi vivevano esistenze nettamente distinte tra loro. Non si può dimenticare tiaso di Saffo, una sorta di comunità di tipo religioso fondata dalla poetessa nell’isola di Lesbo, in onore della dea Afrodite. Il tiaso della celebre poetessa era allora assai rinomato nell’educazione delle fanciulle di buona famiglia e faceva da pendant alle associazioni maschili nelle quali i fanciulli venivano istruiti alla poesia, alla musica ma anche all’atletica ed alle arti militari. La permanenza all’interno di tali comunità era una sorta di iniziazione alla vita adulta: l’educazione delle fanciulle nel tiaso era finalizzata al matrimonio, insieme al canto venivano insegnate loro la danza, la ricerca del bello, la raffinatezza e anche l’amore. Quelle fanciulle praticavano tra loro e con la stessa Saffo, l’omoerotismo e, oggi, conserviamo altissimi esempi di poesia da lei ispirati all’amore per una fanciulla di nome Attis. Come s’è detto, era un rapporto accettato serenamente e, anzi, oggetto d’incoraggiamento poichè benedetto dalle divinità e considerato come una fase propedeutica all’amore eterosessuale del matrimonio. L’omoerotismo, praticato anche nelle analoghe congregazioni di genere maschile, anche in questo caso era pienamente approvato.

“Abbiamo le etére per il piacere, le concubine per la soddisfazione quotidiana del corpo, le mogli per darci figli legittimi e per avere una custodia fedele della casa”: questa l’orazione pseudodemostenica “Contro Neera”, che definisce le diverse condizioni dell’eros femminile ad Atene in età classica. Al vertice della considerazione sociale era posta la sposa con la quale l’uomo aveva contratto matrimonio. Lo scopo del matrimonio era la procreazione di figli legittimi, che potessero cioè ereditare e conservare il patrimonio di famiglia. Il marito poteva nutrire grande rispetto per la sposa, in quanto madre dei suoi figli e organizzatrice dell’oìkos, la casa di famiglia, ma raramente ciò rappresentava un autentico sentimento di amore per una donna che in genere non aveva scelto di persona e che poteva non avere mai conosciuto prima delle nozze. Le concubine, “pòrnai” per usare il termine greco, erano le prostitute che, nell‘Atene di Solone, rappresentavano un vero e proprio monopolio di Stato al cui esercizio erano dedicati specifici spazi urbani. Le “etére”, infine, erano cortigiane raffinate e colte, spesso molto influenti, gradite da uomini politici e pensatori e tali caratteri contrastavano alquanto con la condizione femminile in generale, cui era negato l’accesso alla cultura e vita pubblica.

L’erotismo femminile nel mondo romano non differiva di molto. La moglie, aveva il compito di custodire il focolare domestico e di dare al marito figli legittimi dopo un matrimonio che, in genere, veniva contratto prima ancora del raggiungimento dell’età fertile, contrariamente alle usanze elleniche. Non può sorprendere che le convivenze forzate tra persone reciprocamente indesiderate e con enormi gap generazionali conducessero in genere verso rapporti extraconiugali, da ambo le parti, ma più certo più tollerati per la parte maschile. La sessualità era quindi, almeno per la donna comune di buona famiglia, alquanto repressa e certamente sottovalutata oltre che subordinata a quella dell’uomo.

La prostituzione, maschile e femminile, era naturalmente diffusa anche nell’antica Roma, ma forse in forma meno “istituzionale” rispetto alla condizione greca. E tra l’altro, se è vero che sull’omosessualità maschile abbiamo maggiori testimonianze anche ad alti livelli sociali, si pensi all’imperatore Adriano che soffrì tanto per la morte del suo giovane amante Antinoo, cui dedicò delicati versi d’amore, la stessa cosa non può dirsi per l’omosessualità femminile che non deve però ritenersi assente, malgrado il silenzio delle fonti scritte ed iconografiche. Il ritrovamento di numerosi lupanari nei centri della romanità testimonia l’ordinarietà di una pratica assai diffusa e ben conosciuta, le cui “professioniste” erano obbligate ad iscriversi in elenchi ufficiali e sottoporsi a controlli sanitari, tenuti ad indossare abiti di colore giallo ed a versare una tassa allo Stato che non riconosceva loro i pieni diritti civili.


Donne nell’antichita’

La società greca, pur valutando le differenze fra le varie epoche e la maggiore considerazione in cui la donna era tenuta nella civiltà minoica e micenea,  fu generalmente al maschile e misogina, le leggi, la vita politica, la cultura, furono elaborate dagli uomini, la donna fu relegata ad un ruolo passivo, domestico, o legato all’irrazionale e al basso istintuale, e solo il ruolo di etéra (accompagnatrice) le consentiva di esprimere una certa personalità e cultura: si pensi all’etéra più famosa, Aspasia di Mileto, che affiancò nel governo Pericle, il grande statista del V sec. a. C., nel governo ad Atene.

Nella famiglia greca, dove il capo riconosciuto era il padre, che esercitava anche missioni di carattere religioso, e a cui si doveva cieca ubbidienza, la donna, che contraeva matrimonio combinato soprattutto per convenienze economiche o familiari, era confinata nella parte più segreta della casa, il gineceo, passando, col matrimonio, dalla reclusione  nella casa paterna a quella nella casa del marito; padrona di schiave, diventava di fatto anch’ella schiava, e trascorreva la vita ad  attendere ai lavori domestici e alla prima educazione dei figli.

Diversa era la condizione della spartana rispetto a quella ateniese e, in generale alle altre donne greche, sulle quali operò l’influsso della vicina Asia che le relegava in una condizione di inferiorità.

La spartana  riceveva un’educazione molto più severa ed austera; le leggi le vietavano ogni forma di lusso nel vestiario, nell’acconciatura, nei cosmetici, perciò non poteva portare gioielli, indossare vesti ricamate o colorate, e le veniva imposto di praticare molti sport, come la corsa, e di vivere all’aria aperta, per fortificare lo spirito e il  corpo e poter procreare figli sani e robusti, però godeva di una certa indipendenza e di notevoli diritti che le conferivano una spiccata dignità.

Da sola amministrava la casa, creando una specie di matriarcato, affrontando spesso anche lavori pesanti, partecipava ai banchetti e collaborava con lo Stato all’educazione dei figli. Inoltre, rispetto alla donna ateniese, era più libera; poteva girare per le strade, indossare gonne corte, attendere ai giuochi ginnici, cantare e danzare in compagnia di giovanotti, ed aveva un posto di riguardo nell’ambito della famiglia, dovendo assumersi molte responsabilità allorché sostituiva l’uomo, costantemente impegnato nelle imprese belliche o negli uffici pubblici.

Nella famiglia romana l’indiscusso capo della famiglia era il pater familias, con poteri assoluti riconosciuti dalle leggi dello Stato, la patria potestas,  autorità eccezionale, che gli dava diritto di vita e di morte sui figli e sugli schiavi.

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Anche la donna (dómina, cioè padrona) era soggetta alla patria potestas, ma, pur essendo sottoposta all’autorità paterna o a quella del marito, sempre sotto tutela di un uomo (il padre, il fratello, il marito), unita in matrimoni di convenienza, spesso con notevoli differenze di età (si pensi alla bella e giovane quattordicenne Messalina andata in sposa a Claudio imperatore, cinquantenne,  balbuziente e zoppo), in cui frequente era l’adulterio ed il ripudio dell’uomo (la donna, invece, poteva solo essere ripudiata), dopo sposata godeva di un certo rispetto e di una maggiore indipendenza e libertà di movimento, pur se limitata,  rispetto alle altre donne dell’antichità, per esempio le greche, soprattutto le ateniesi, riuscendo anche ad avere influenza sulla vita pubblica.

Virtuosa per eccellenza, dedita alla famiglia e ai lavori domestici (Domi mansit, lanam fecit  “rimase in casa, filò la lana”,  Domi mansit casta vixit lanam fecit, “rimase in casa, visse casta, filò la lana”, l’ideale condizione femminile  era legata al lanificium, l’antico costume secondo il quale la matrona personalmente filava la lana e tesseva le vesti per la famiglia), nell’ambito della vita familiare ricopriva una  posizione preminente (testimoniata dai lusinghieri appellativi di mater familias, matrona, domina);  partecipe di tutte le attività familiari, aveva il governo della casa, vigilava sul lavoro delle ancelle, si occupava dell’educazione dei figli nella prima età, era libera di uscire per fare acquisti o visite.

Inoltre partecipava a ricevimenti e ai banchetti (però non poteva stare sdraiata ma seduta, si asteneva dalla commissatio, il rito finale in cui i convitati si abbandonavano alle libagioni, e  non beveva vino, ma mulsum, miscela di vino e miele), frequentava le terme, assisteva agli spettacoli del Circo, andava a  teatro, e veniva sempre consultata negli affari dal marito, al quale era molto devota e garantiva costante sostegno morale.

Giuridicamente, però, inferiore era la condizione della donna romana: non le era consentito testimoniare in tribunale e non poteva reclamare alcun diritto sul patrimonio del coniuge defunto, ma poteva ereditare e possedere dei beni.

Successivamente, con l’aumento della ricchezza, e con  la corruzione politica, nella società romana vennero meno gli austeri principi, e ne risentì anche l’istituto familiare (e frequenti divennero i divorzi); allora le donne non furono più relegate esclusivamente al ruolo di custodi del focolare,  cominciarono ad avere maggiore libertà e  poterono anche dedicarsi agli affari o alle professioni pubbliche, esercitando la medicina e l’avvocatura, ma anche studiare, tenere conferenze, comporre versi.

Nella vita familiare etrusca, invece, rispetto a quella greca o romana, maggiore era l’importanza della donna, che, come madre e sposa, poteva accompagnare l’uomo sia nelle cerimonie religiose che in quelle pubbliche, presenziare ai banchetti, assistere alle rappresentazioni ginniche (cosa severamente vietata, tranne che per le sacerdotesse, presso gli antichi Greci nei giochi olimpici), abbigliarsi con vesti splendidi e variopinte e adornarsi di ricchi monili d’oro.

La grande considerazione  in cui era tenuta, che avvicina il suo ruolo a quello delle donne della civiltà preellenica o cretese micenea, in cui era loro consentito essere presenti a tutte le cerimonie, ed anche partecipare ai giochi, è provato dal fatto che, nelle epigrafi funerarie, volendo stabilire l’appartenenza del defunto ad una determinata famiglia, si soleva  indicare non soltanto il nome del padre, ma anche quello della madre.

Diversa, invece, pur provenendo da una civiltà di origine indoeuropea come quelle greca e romana, era la condizione della donna nelle popolazioni celtiche, che disponeva, sicuramente, di libertà ed autonomia ben più ampie.

Non  “angelo del focolare” (già da piccoli i figli spesso venivano affidati a persone estranee alla famiglia per essere educati), le era consentito essere sacerdotessa (anche druidessa) e guerriera (le donne- guerriero furono presenti fra i Celti fino al IX secolo, poi furono bandite per legge, e molte armi e armature sono state ritrovate nelle sepolture femminili), regina e capo tribù, moglie e capofamiglia (se era lei ad essere più ricca in famiglia, assumendo, così, all’interno del matrimonio, il ruolo dominante), anche istruttore d’arme (a educare alle armi l’eroe gallese Cu Chulainn  fu, appunto, una donna, l’amazzone Scáthacht) e, poiché la società celtica contemplava tale  istituzione,  poteva divorziare.

La donna celta non solo poteva ereditare, ma, come dimostrano i ricchi corredi funebri riportati alla luce dagli scavi archeologici,  poteva essere anche molto ricca.

Straordinario il corredo ritrovato in una camera funeraria scoperta nel 1953 presso delle fortificazioni a Vix, in Borgogna! Insieme allo scheletro di una principessa sequana, adorna di bracciali e collane di perle e recante un diadema d’oro, c’erano oggetti importati dalle zone più lontane del mondo, dal nord al sud,  dal Baltico e dal Mediterraneo, persino un cratere greco di duecento chili capace di contenere cinque persone.

E godeva pure di una maggiore libertà sessuale, e, per il fatto di poter avere più figli da uomini diversi, essendo difficile in tale promiscuità assicurarsi con certezza chi fosse il padre di un dato bambino, la successione era matrilineare.

Fra le donne celte, oltre all’indomita, forte e coraggiosa Boudica, esemplare per valore e fierezza, da Plutarco, nel “De mulierum virtute”, apprendiamo la storia di altre due combattive e dignitose figure femminili: Chiomara e Camma.

La regina Chiomara era la moglie dell’affascinante ed intelligente Ortagion dei Tolistoboi; rapita e violentata da un centurione romano, nel momento in cui questi si chinò a raccogliere l’oro del riscatto, lo decapitò, e poi tornò dal marito col macabro trofeo.

E la sacerdotessa Camma non esitò ad attuare una vendetta mortale contro chi le aveva assassinato il marito.

Donna galata di bellissimo aspetto, moglie  del tetrarca Sinato, suscitò la passione del potente  Sinorige che, non riuscendo in alcun modo ad averla, le uccise il marito, pensando che, liberandosi del rivale, avrebbe potuto farla sua.

Camma cercò conforto al dolore della perdita dello sposo esercitando il sacerdozio, rifiutando tutti i suoi ricchi pretendenti, ma quando poi Sinorige le propose le nozze, finse di acconsentire, e lo attirò in una trappola fatale: lo prese per mano e lo condusse all’altare per il brindisi rituale ma, nella coppa dalla quale entrambi dovevano bere, all’idromele contenuto aggiunse del veleno: così facendo morì insieme all’assassino, però vendicò la morte del marito.