L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Articoli con tag “Arcangela Tarabotti

Petronilla Paolini Massimi

Petronilla Paolini Massimi, figlia di Silvia Argoli, nacque a Tagliacozzo nel 1663. Costretta dal mari- to, il marchese Francesco Massimi, più vecchio di lei, a ritirarsi in convento, si dedicò alla poesia. Di erudizione non comune, meritò di essere ascritta nell’Arcadia con il nome di Fidalma Partenide. Scrisse numerose liriche che furono incluse nelle Rime degli arcadi, ma anche drammi per musica. Basta leggerealcune delle sue rime melanconiche per renderci conto dell’esistenza travagliata della scrittrice; ne fa la prova l’ultima terzina di un suo sonetto, ritenuto come capolavoro, scritto sull’Orologio:

“Ah! Di tante che ti escono dal seno,

Macchinetta gentile, un’ora sola

segna un’ora per me felice almeno”.

Mori a Roma nel 1726 e la sua salma riposa in Sant’Egidio di Trastevere sotto un’onorifica epigrafe.

La ragion di stato monacale nel pensiero di Arcangela Tarabotti

Arcangela Tarabotti era la prima figlia di una ricca famiglia veneziana. Nacque lievemente zoppa e il convento le fu destinato fin da piccola. La storia è molto simile a quella di Gertrude, la monaca di Monza di cui parla Manzoni: e il fenomeno delle monacazioni forzate era ben noto anche alle gerarchie ecclesiastiche, che infatti introdussero con il Concilio di Trento delle contromisure, che restarono però in buona parte sulla carta, poiché nei fatti chi conduceva i monasteri era connivente con la famiglia di provenien- za, per cui le pressioni morali e materiali esercitate nei confronti delle novizie erano all’ordine del giorno. Il convento ci guadagnava ogni volta una dote che, pur essendo inferiore a quella richiesta per un matrimonio, era sempre comunque consistente; inoltre le novizie si sarebbero mantenute con diversi lavori: ricami, dolci, manufatti vari; insomma per i conventi era un vero affare, al quale difficilmente rinunciava. Mantenere in casa una figlia zitella, se la madre era in vita, sarebbe stato, invece, per la famiglia alquanto indecoroso. Piuttosto che rinunciare ai voti delle novizie, le badesse e i vescovi erano disposti a chiudere un occhio su eventuali scappatelle. Anche Arcangela prese i voti, ma poi la sua insubordinazione si rivelò subito nella passione per la lettura di libri “profani”, che le erano procurati da suo cognato. Spesso la sua cella fu perquisita e i libri profani trovativi furono dati alle fiamme.

Ma l’escamotage di dichiarare di avere avuto una visione, in cui Dio stesso le aveva detto che doveva scri- vere, le permise di dar vita alla sua famosa trilogia sulla vita dei conventi. Nei suoi libri Arcangela descrive con accuratezza di particolari l’orrore della vita in convento, gli scherzi pesanti delle monache anziane nei confronti delle novizie (episodi di nonnismo), le rivalità, la totale mancanza di vocazione di quasi tutte le sue sorelle, fattesi monache per i motivi più disparati.

Ma Arcangela va oltre, non si limita alla denuncia delle cose, ma analizza e comprende la ragione politica di quello che succede: l’ordine patriarcale che si esprime nella connivenza fra il padre e il confessore, un ordine di cui la madre è la prima garante. Le madri infatti sapevano che le figlie venivano monacate a forza, ma si guardavano bene dall’intervenire.

In teoria esisteva la possibilità di un ripensamento: ma una volta uscite, di cosa avrebbero vissuto? La famiglia non le avrebbe mai riprese, non avrebbero saputo come vivere, e per questo probabilmente Arcangela non provò neppure quella strada.

I casi di “ripensamento accettato” erano infatti pochissimi: uno di questi avvenne qui a Milano, nel Sei- cento, protagonista una certa Teresa Pietra, che però aveva alle spalle un inglese che la sostenne nelle spese del processo e la sposò quando finalmente riuscì a lasciare il monastero.


Donne filosofia e cultura nel Seicento

A cura di Pina Totaro

Monografie Scientifiche, Serie Scienze Umane e Sociali

Consiglio Nazionale delle Ricerche, Roma 1999, 460 pp.

Donne filosofia e cultura nel Seicento si presenta come un’esplorazione della cultura femminile europea nel XVII secolo, periodo nel quale il crescente interesse delle donne per gli studi filosofici denota l’aspirazione sempre più forte e diffusa ad un sapere tradizionalmente di appannaggio maschile. Escluse dalle carriere intellettuali e vedendosi spesso negato l’accesso all’istruzione e ai suoi luoghi, le donne partecipano però in prima persona alla circolazione di nuove idee, sebbene i loro scritti abbiano scarsa visibilità e pochi riconoscimenti.

È intorno alla metà del secolo che si accende la questione sull’utilità per le donne di fare della filosofia, con un proliferare di scritti che per lo più ribadiscono il topos della loro naturale inferiorità e della loro costituzione fisica inadatta agli studi filosofici. Si passa così dagli elogi bruniani alle donne inglesi, che però non superano l’apprezzamento del loro ruolo fisiologico, «cioè di quella bellezza, di quel splendore, di quel serviggio, senza il quale denno esser stimate più vanamente nate al mondo che un morboso fungo», alle varie figure dell’immaginario antifemminile del tempo. Gli studi di fisiognomica identificavano nel flegma l’elemento dominante la costituzione femminile e da esso facevano derivare i difetti tradizionalmente attribuiti alle donne: la gelosia, l’invidia, il rancore, il carattere scaltro e subdolo, imputando la loro naturale inferiorità morale e fisica all’assenza di calore. Donna, dunque, come uomo imperfetto, come materia a cui l’elemento maschile conferisce forma; parimenti oggetto di discussione era se le donne fossero animali ragionevoli e se possedessero o meno l’anima. L’imputazione di credulità e forte immaginazione precludeva loro la possibilità di dedicarsi agli studi ed in particolare alla scienza e alla filosofia; piuttosto, erano riservate alle donne la poesia e la trattatistica religiosa, considerate ‘innocue’, mentre la filosofia e la scienza si ritenevano capaci di distoglierle da quella pratica di umiltà che era necessaria alla loro edificazione morale. Contro questo diffuso pregiudizio si levò la voce accorata di Anna Maria Van Schurman, una letterata assai nota e ammirata nelle Provincie Unite che, nella corrispondenza con il pastore Rivet pubblicata con il titolo Question célèbre s’il est nècessaire ou non ques les Filles soient sçavantes, condusse con coraggio e competenza la sua battaglia per il diritto delle donne all’istruzione.

Importanti e numerosi furono infatti i contributi dell’ingegno femminile al dibattito filosofico del tempo: basti ricordare i Principia philosophiae antiquissimae et recentissimae di Anne Conway, una delle rare donne inglesi del XVII secolo ad essere riuscita a pubblicare un’opera di filosofia. La Conway riesce a delineare un sistema metafisico assolutamente indipendente rispetto ai sistemi dualistici di Cartesio e di Henry More che avevano segnato profondamente la sua formazione: la sua «monistic theory of substance», che rappresenta una sorprendente anticipazione  della monadologia di Leibniz, vede infatti all’opera nella natura una forza spirituale mutevole e molteplice che si rende manifesta nelle monadi componenti l’unica sostanza. O ancora, l’opera filosofica e poetica di Damaris Cudworth, formatasi sotto la guida filosofica del padre e cresciuta nel clima culturalmente assai stimolante del Christ College di Cambridge. La «useful knowledge» elaborata dalla Cudworth nella sua originale proposta filosofica, è un genere di conoscenza teoretica e, insieme, pratico-pedagogica, maturata attraverso la frequentazione dei filosofi neoplatonici, ma soprattutto attraverso l’assiduo confronto epistolare con Locke, al quale Damaris era legata da un’amicizia molto particolare. Anche in Italia non mancarono figure di letterate di straordinario talento come Giuseppa Eleonora Barbapiccola, fondamentale per la circolazione nel nostro paese delle opere cartesiane grazie al suo lavoro di traduzione dal francese, compiuto «per invogliare alla lettura soprattutto le donne, adatte alla filosofia meglio degli uomini». Nella prefazione ai Principes di Descartes, la Barbapiccola polemizza infatti contro il pregiudizio dell’inferiorità della mente femminile, e denuncia il tipo di educazione che veniva impartito alle donne, tenute lontane dai testi originali poiché era loro negato l’insegnamento del greco e del latino, privilegio ancora esclusivamente maschile.

Nell’ampia ricostruzione che questo volume ci propone non manca un excursus nel mondo monastico, che nel Seicento rappresentò per molte giovani donne una destinazione obbligata ma che, se non altro, consentiva loro di acquisire un grado di istruzione assai elevato e di inserirsi nel territorio tradizionalmente maschile della cultura scritta. Arcangela Tarabotti, letterata e filosofa di una certa fama nella Venezia del XVII secolo, dedicò le proprie energie a denunciare il terribile fenomeno della monacazione forzata, della quale ella stessa fu vittima. Il monastero benedettino di Sant’Anna, nel quale trascorse tutta la sua vita, non piegò il suo indomito carattere, e la sua femminilità ferita trovò espressione nell’Inferno monacale, lucida denuncia della falsità ed inautenticità della vita claustrale. Una voce dal silenzio è anche quella di Jeanne Guyon, significativa espressione della spiritualità francese dell’epoca che, inserita nel più generale orizzonte di riscoperto interesse per la mistica, offre alla contemporaneità una direzione alternativa alla ragione classica della metafisica. Il suo discorso, ben lontano da una riflessione sistematica, si configura come un itinerario narrativo intessuto di metafore corporee che esibiscono una esperienza individuale e insostituibile, alla quale il logos astratto non sa dare voce.

Accanto al sorgere di questa nuova figura di femme savante, che susciterà l’ironia di Molière e di Balzac, nel Seicento si registra un aumento di imprese librarie gestite da donne, aspetto al quale è dedicata la seconda sezione del volume, intitolata Il libro, la stampa e le biblioteche femminili, insieme all’analisi, condotta attraverso materiali inediti, di biblioteche private appartenenti a donne illustri, come Cristina di Svezia o Sophie von der Pfalz, Elettrice di Hannover, che testimoniano straordinari e variegati interessi culturali.

Gli ultimi due capitoli sono infine dedicati alla produzione pittorica femminile, con una particolare attenzione alla figura di Artemisia Gentileschi e al genere, allora molto richiesto, dell’autoritratto, che ha il pregio di mostrare, insieme alla bellezza della donna, le sue straordinarie capacità artistiche.

Nelle tre sezioni del volume, dunque, vediamo tracciati percorsi estremamente diversificati, che aprono in varie direzioni lo sguardo al ruolo del soggetto nel pensiero: una sorta di archeologia di voci nascoste, di opere conosciute, come attraverso un calco, dalla corrispondenza con filosofi più noti, una femminilità coraggiosa e innovativa che emerge a rinnovare il quadro della cultura filosofica, scientifica, artistica e letteraria dell’Europa seicentesca.