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La donna nella filosofia e letteratura greca

Nella filosofia e nella letteratura greca esistono due opposte considerazioni della donna, l’una presentata da Socrate, l’altra da Aristotele e Esiodo. Socrate offre una valutazione positiva della donna, Aristotele ed Esiodo invece rappresentano il pensiero che svaluta la figura femminile, subordinandola alla famiglia e alla società. Ambigua e ambivalente è invece la posizione di Platone, che, nella Repubblica e nelle Leggi, offre due diverse considerazioni della donna. Come scrive Eva Cantarella ne “L’ambiguo malanno”, “Socrate […] era particolarmente ben disposto verso le donne e non si limitava a riconoscere astrattamente le loro capacità, ma ascoltava i loro consigli giungendo ad ammettere senza difficoltà che alcune di esse avevano saggezza superiore alla sua”. Si dice infatti che Socrate avesse appreso il cosiddetto metodo “socratico” proprio da Aspasia, concubina di Pericle, che padroneggiava con “rara maestria la tecnica del discorso”. Socrate, anche se non affermava la completa parità tra uomo e donna, era tutt’altro che misogino; infatti per esempio, benché considerasse particolarmente duro il carattere di Santippe, sua moglie, tuttavia davanti ai figli maltolleranti, lo giustificava, affermando che la durezza di quella era dovuta all’ amore che aveva per loro. Quando nel “Simposio” Aristippo gli chiede come mai si sia messo con “la più bisbetica delle creature”, Socrate risponde in modo scherzoso affermando che per diventare buoni cavallerizzi sia necessario esercitarsi con i cavalli più focosi e non con i più docili, perché “se essi pervengono a domare tali cavalli, potranno governare facilmente gli altri”. Una visione opposta della figura femminile è offerta invece dal filosofo Aristotele, convinto della naturale disuguaglianza dei sessi e della superiorità maschile sulle donne, anche nella riproduzione. Egli infatti nella “Riproduzione degli animali” scrive che la riproduzione è comune ad entrambi i sessi: “il maschio è portatore del principio del mutamento e della generazione”, “la femmina di quello della materia”. Tuttavia il maschio e la femmina sono dotati di “una diversa facoltà”, il primo è “attivo” in quanto “atto a generare nell’altro”, la seconda è “passiva” in quanto “è quella che genera in se stessa e dalla quale si forma il generato che stava nel genitore”. Poiché “[…] la prima causa motrice cui appartengono l’essenza e la forma è migliore e più divina per natura della materia, il principio del mutamento, cui appartiene il maschio, è migliore e più divino della materia, a cui appartiene la femmina”. Quest’ultima infatti sia nelle piante, dove non ha esistenza separata dal maschio, sia negli animali, in cui ha esistenza separata, ha bisogno del maschio  e non può generare da sé. Il motivo è che l’animale è diverso dalla pianta perché percepisce attraverso la facoltà dell’anima, la cui produzione costituisce lo stesso esser maschio. Se la femmina perciò generasse da sè compiutamente, il maschio sarebbe inutile e, dice Aristotele, “la natura non fa nulla di inutile”. Egli perciò, servendosi di questo principio-base della scienza, secondo il quale ciò che accade ha sempre una causa, afferma il primato maschile nella riproduzione, estendendolo anche in ambito sociale: l’uomo, attivo per natura, è portato al comando, nella famiglia l’uomo è superiore alla moglie e la comanda. Secondo Aristotele perciò l’inferiorità della donna si fonda su basi biologiche e il rapporto uomo-donna è interpretato attraverso due delle categorie più importanti della sua filosofia, quella di forma e di materia. L’uomo-forma fa di ogni cosa ciò che è, e in quanto portatore del seme, è attivo e trasforma la passiva materia femminile naturalmente e ontologicamente inferiore. Nella letteratura Esiodo, sia nella “Teogonia” sia nelle “Opere e i Giorni”, qualifica la donna come colei che, creata dopo l’uomo per volere divino, segna, con la sua venuta, l’inizio del male nel mondo. Nel mito esiodeo la nascita della prima donna è presentata come conseguenza di un dissidio tra Zeus, dio giusto ma inesorabile, e l’astuto Prometeo, sfrontato orditore di inganni. Per punire Prometeo, che ha rubato il fuoco agli dei per darlo agli uomini, Zeus invia tra gli uomini Pandora, la prima donna, come “dono” rovinoso per i mortali. Esiodo offre due versioni di questo mito, una nella  “Teogonia”,l’altra nelle “Opere”.

Pandora ornata da Atena con ogni attributo femminile, tra cui la corona di fiori e la veste splendente.

Nella Teogonia infatti, la donna è anonima e non si chiama ancora Pandora, essa è l’iniziatrice della stirpe femminile ed è di per sé l’origine di un male, il “bel male”, a cui l’uomo non può sottrarsi. Alla costruzione del flagello, ordita da Zeus, collaborarono Efesto (amfiguheis) e Atena per mano della quale Pandora venne ornata di attributi femminili, come una veste splendente (argujeh esqhti) e fresche corone di fiori (stefanous neoqhleas anqesi) intorno al capo. Tuttavia la donna è portatrice di disagio, “grande flagello per i mortali” (phma mega qnhtoisi), “compagna”, per gli uomini, “di imprese penose” (xunhonas ergwn argalewn) e “[…]non di rovinosa indigenza ma d’abbondanza.” ([…]oulomenhs penihs ou sumforoi, alla koroio.), in quanto la donna, nella società di Esiodo, non produce ricchezza ma la dissipa.

Pandora che apre l’orcio e fa disperdere i mali nel mondo

Inoltre, parlando di matrimonio nei versi 602-13 dice che l’uomo che non vuole sposarsi sarà privo di assistenza da vecchio e lascerà i suoi averi a parenti lontani, chi invece sarà destinato a sposarsi con una donna saggia avrà per tutta la vita in ugual misura bene e male. Ma chi si imbatterà in una donna funesta vivrà un dolore senza fine (aliaston anihn). Nelle Opere la donna ha un nome, Pandora, la quale dà origine al male non di per sé ma con un gesto colpevole, l’apertura del piqos (l’orcio che contenere tutti i mali del mondo). Nella formazione della donna, Zeus ordina ad Ermes di darle “animo senza pudore” (kuneon…noon: letteralmente “animo di cane”,  infatti, presso i Greci, il cane rappresentava la sfrontatezza e l’indecenza),e “disposizione all’inganno”. Pandora è definita “sciagura per gli uomini che si nutrono del pane” (phm’ andrasin aljhsthsin) poiché offerta in “dono” da Zeus ad Epimeteo, aprendo il piqos fa disperdere per il mondo quei mali di cui gli uomini erano privi nel tempo precedente,e “versò agli uomini dolorosi affanni” (anqrwpoisi d’ emhsato khdea lugra).

Platone assume una posiziona ambigua ed ambivalente riguardo le donne: infatti, se nella Repubblica egli offre alla donna la possibilità di un ruolo di primo piano e ne riconosce quasi  l’eguaglianza con gli uomini, nelle Leggi, invece, sembra fare marcia indietro, in quanto fa emergere un atteggiamento di diffidenza nei confronti delle donne. Nella Repubblica tratta del modello ideale di stato e parte dalla funzione della donna; egli afferma che l’uomo e la donna sono di nature diverse, ma questa differenza è rilevante solo per la parte che riguarda la generazione dei figli. Essa, invece, non ha affatto rilevanza nello svolgimento delle funzioni sociali, se non per la minore forza fisica delle donne; la differenza quindi è solo di tipo quantitativo (la minor forza) e non qualitativo. Inoltre, poiché “le facoltà sono state distribuite in maniera uniforme tra i due sessi, la donna è chiamata dalla natura a tutte le funzioni, proprio come l’uomo”. Vi sono infatti donne dotate per la medicina, per la musica, per l’atletica e perché no, anche per custodire la città, le quali potrebbero condividere l’educazione e i privilegi dell’uomo. Platone perciò nella sua città ideale considera di far accedere la donna ai due campi che sono da sempre solo appannaggio degli uomini: la guerra e la politica. La rivoluzionaria immagine della donna che Platone propone nella Repubblica sicuramente si applica soltanto alle mogli del gruppo dominante della città, mentre le altre mogli, come quelle dei lavoratori, non sono nemmeno menzionate. Nelle Leggi Platone si allontana dal modello ideale per concepire, invece, una città realizzabile e,  benché rinunci al comunismo della Repubblica, tuttavia non smette di considerare la figura femminile anche perché “le donne costituiscono la metà della popolazione cittadina”. Affermando la necessità per cui “[…] la donna nella misura del possibile, condivida i lavori dell’uomo, sia nell’educazione, sia in tutto il resto”, Platone ripropone la sue convinzioni sulla condivisione della attività maschili da parte della donne anche nel suo “secondo” modello di Stato, pur con un arretramento complessivo. Anche se partecipano all’educazione e alla vita della città, non ricevono la stessa educazione dell’uomo e, benché si riconosca alla donna il diritto ad un’attività pubblica e della magistrature femminili (ispettrici dei matrimoni, ispettrici dell’educazione infantile) tuttavia non accedono alle stesse funzioni degli uomini. In guerra hanno una parte, ma si tratta di una parte passiva in quanto possono dedicarsi all’attività bellica ma non partire per delle spedizioni militari. Inoltre, con il ristabilimento della monogamia, la donna è sottoposta alla Kyria del marito, le cui cure mirano soprattutto ad assicurare la nascita, nelle migliori condizioni, di figli legittimi. Infine, se nella città ideale della Repubblica la donna custode era dispensata da qualsiasi attività domestica, nella “seconda” città, quella delle Leggi, la donna è essenzialmente la padrona di casa. Nonostante tutto questo, Platone rompeva con i valori tradizionali e, benché sia teorico di una città “totalitaria”, è anche il primo che assegna alla donna un posto nella città, cessando di farla appartenere completamente e solamente alla sfera privata. Nonostante le varie, divergenti considerazioni dei più noti filosofi e letterati della Grecia classica sulla figura femminile, nella mentalità greca collettiva non è prevalsa la posizione più o meno positiva di Socrate e Platone, bensì quella sostanzialmente misogina di Aristotele, che infatti trovava maggior corrispondenza nella coscienza sociale.

Bibliografia

Platone, Educare, per quanto è possibile le femmine come i maschi, da Leggi, VII, 4-5, 11-12

Aristotele, Superiorità del maschio nella riproduzione, in Opere, Riproduzione degli animali, vol V

Eva Cantarella, La visione della donna in Socrate, Platone, Aristotele, in L’ambiguo malanno, Editori Riuniti, Roma 1981

Claude Mossè, Platone pensatore “femminista”?, in La donna nella Grecia antica, ECIG, Genova 1992

Esiodo, Teogonia, 520-612

Esiodo, Opere e i Giorni, 53-105


Antica Grecia. I rapporti extraconiugali

Al matrimonio non mancavano altre occasioni per soddisfare tanto i suoi impulsi erotici quanto il bisogno d’affetto o di rapporti intellettuali. Sebbene nell’età classica fosse di regola la monogamia, talora entro le pareti domestiche poteva essere tollerata ed era legalmente tutelata la presenza di una concubina, pallakè. Questa costituiva in pratica un doppione della moglie legittima, dalla quale si differenziava principalmente perché la sua presenza non era garantita da alcun impegno formale, e pertanto poteva essere congedata quando il padrone lo riteneva.

D’altra parte si può ritenere che l’uomo greco, che teneva in casa una concubina, nutrisse per lei un rapporto affettivo o, quanto meno, sentisse una attrattiva materiale molto più intensi a confronto della moglie.

 Figura completamente diversa è quella dell’etera. Il termine hetaìra, propriamente amica, compagna, viene spesso tradotto in italiano con cortigiana, ma è ben distinto dalla pòrne, la prostituta dietro compenso. L’etera solitamente una straniera o una schiava, è la figura di donna veramente libera: si mostra in pubblico, partecipa a banchetti con uomini, è spesso colta, esperta nella danza e nella musica e con queste arti intrattiene i commensali suonando il flauto o danzando. Se la bellezza e l’intelligenza dell’etera in assoluto più famosa, la milesia Aspasia per la quale Pericle aveva ripudiato la moglie legittima, sarà stata eccezionale, si può tuttavia ritenere che il fascino di queste donne derivasse in gran parte dalla loro bellezza e raffinatezza, forse più che dalla soddisfazione sessuale che potevano offrire, e che mostrarsi in pubblico con un’etera di gran classe fosse per l’uomo che poteva permettersi di mantenerla un simbolo di successo.

Più rischiosa la pratica dell’adulterio, che era considerato reato e disciplinato da una legge a noi nota attraverso l’orazione demostenica Contro Aristocrate : “Qualora uno uccida un uomo suo malgrado nei giochi o abbattendolo per strada o in guerra senza conoscerlo, o per averlo sorpreso presso la moglie o la madre o la sorella o la figlia o la concubina che mantenga per procreare figli legittimi, l’uccisore non sia soggetto ad accusa”. L’impunità riconosciuta all’uccisore dell’adultero non è da attribuire, come si potesse pensare, a una sorta di giustificazione per causa d’onore o a una considerazione psicologica dello stato d’animo dell’uccisore. L’uccisione dell’adultero è infatti assimilata ad altre tre circostanze di reato non omogenee, la terza delle quali, l’uccisione del brigante, prevede il caso della legittima difesa.

Il fatto che la legge intenda come adulterio intrattenere rapporti non solo con una donna maritata, ma anche con una donna nubile o con una concubina, dimostra che il reato non lede l’interesse del marito alla fedeltà della sposa, ma l’interesse del gruppo familiare, dell’oìkos, che può essere inquinato dall’introduzione di figli bastardi. La soppressione dell’adultero è quindi una atto di legittima difesa, esercitato dal capo dell’oìkos a tutela di un bene di sua proprietà, non diverso da quello del padrone di casa che uccide il ladro sorpreso a rubare.

 Questo spiega perché fare violenza a una donna fosse considerato un reato meno grave che sedurla: l’atto di violenza, ratto o stupro che fosse, si configurava dal punto di vista della parte lesa come una offesa che non implicava il consenso della donna e quindi non le alienava la fiducia del marito. Malgrado il rigore delle leggi non era raro che anche le donne ingannassero i loro mariti: l’orazione di Lisia Per Eufileto racconta con abbondanza di particolari piccanti come la moglie di Eufileto conobbe durante un funerale il seduttore Eratostene, che riuscì poi a raggiungere la donna grazie all’aiuto di una ancella e a goderne l’affetto finche, tradito da una amante gelosa che aveva lasciato, fu sorpreso dal marito in flagranza di reato e ucciso.