L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Storia di Beltane – Celebrando il Primo Maggio

 

Beltane inaugura il felice mese di maggio e la sua  storia affonda le radici nella notte dei tempi.

Si celebra il 1 ° maggio nell’emisfero settentrionale (e alla fine di ottobre sotto l’equatore) con falò, danze e tanta buona energia sessuale vecchio stile. I Celti onoravano la fertilità degli dei con doni e offerte, a volte includendo sacrifici animali o umani. I bovini venivano guidati attraverso il fumo dei balenieri e godevano di salute e fertilità per l’anno successivo. In Irlanda, i fuochi di Tara furono i primi ad accendersi ogni anno a Beltane, e tutti gli altri fuochi accesi da una fiamma di Tara.

La religione indù celebra Holi, una festa primaverile simile a un carnevale, dedicata a Krishna o Kama, il Dio del piacere. Questo festival assomiglia a Beltane, con i falò che sono al centro della festa.

Influenze romane

I Romani, sempre famosi per celebrare le vacanze in grande stile, trascorsero il primo giorno di maggio rendendo omaggio ai loro Lari , gli dei della loro famiglia. Hanno anche celebrato la Floralia , o festa dei fiori, che consisteva in tre giorni di attività sessuale sfrenata.

I partecipanti portavano fiori tra i capelli (più tardi come i celebranti del Primo Maggio), e c’erano giochi, canzoni e danze. Alla fine dei festeggiamenti, gli animali sono stati liberati all’interno del Circo Massimo, e i fagioli sono stati sparsi per garantire la fertilità.Il festival del fuoco di Bona Dea è stato anche celebrato il 2 maggio. Questa celebrazione, che si teneva nel tempio di Bona Dea sulla collina dell’Aventino, era una cerimonia di donne, per lo più plebea, che servivano come sacerdotesse e sacrificarono una scrofa nell’onore della dea della fertilità.Un martire paganoIl 6 maggio è il giorno di Eyvind Kelda, o Eyvind Kelve, nelle celebrazioni nordiche. Eyvind Kelda era un martire norvegese che fu torturato e annegato per ordine del re Olaf Tryggvason per essersi rifiutato di rinunciare alle sue credenze pagane. Secondo i racconti di  Heimskringla: La cronaca dei re di Norvegia,  una delle saghe norrene più conosciute  compilate da Snorri Sturluson intorno al 1230, Olaf annunciò che una volta convertito al cristianesimo, tutti gli altri del suo paese dovevano essere battezzati pure. Eyvind, che si credeva fosse un potente stregone, riuscì a sfuggire alle truppe di Olaf e si diresse verso un’isola, insieme ad altri uomini che continuarono a credere negli antichi dei. Sfortunatamente, Olaf e il suo esercito sono arrivati ​​lì nello stesso momento. Sebbene Eyvind abbia provato a proteggere i suoi uomini con la magia, una volta che le nebbie e la nebbia si sono diradate, sono stati esposti e catturati dai soldati di Olaf. Una settimana dopo, i norvegesi celebrano il Festa del Sole di mezzanotte, che rende omaggio alla dea del sole norvegese. Questo festival segna l’inizio di dieci settimane consecutive senza oscurità. Oggi, questa celebrazione della musica, dell’arte e della natura è una festa popolare di primavera in Norvegia.

I Greci e la Plynteria

 

Sempre a maggio, i greci celebravano la Plynteria in onore di Atena , la dea della saggezza e della battaglia, e la patrona della città di Atene (che porta il suo nome). La Plynteria include la pulizia rituale della statua di Atena, insieme a feste e preghiere nel Partenone. Anche se questo era un cerimonia  minore, era significativa per il popolo di Atene. Il 24, omaggio alla dea della luna greca Artemide (dea della caccia e degli animali selvaggi). Artemide è una dea lunare, equivalente alla dea della luna romana Diana, anche lei identificata con Luna e Ecate .

L’uomo verde emerge

Un certo numero di figure pre-cristiane sono associate al mese di maggio e successivamente a Beltane. L’entità nota come l’ Uomo Verde , fortemente legata a Cernunnos , si trova spesso nelle leggende e nelle leggende delle Isole Britanniche, ed è un volto mascolino coperto di foglie e arbusti. In alcune parti dell’Inghilterra, un Uomo Verde viene trasportato attraverso la città in una gabbia di vimini mentre i cittadini accolgono l’inizio dell’estate. Impressioni del volto dell’Uomo Verde possono essere trovate negli ornamenti di molte delle cattedrali più antiche d’Europa, nonostante gli editti dei vescovi locali che vietano agli scalpellini di includere tali immagini pagane.Un personaggio correlato è Jack-in-the-Green, uno spirito di Greenwood. I riferimenti a Jack appaiono nella letteratura britannica fino alla fine del sedicesimo secolo. Sir James Frazer associa la figura  ai mimi e la celebrazione della forza vitale degli alberi. Jack-in-the-Green è stato visto anche nell’era vittoriana, quando era associato a spazzacamini con la faccia fuligginosa. A quel tempo, Jack era incorniciato in una struttura di vimini e coperto di foglie, circondato da ballerini . Alcuni studiosi suggeriscono che Jack potrebbe essere stato un antenato della leggenda di Robin Hood.

Simboli antichi

Tradizionalmente, le feste di Beltane iniziarono giorni prima del 1 maggio o “May Day”, quando gli abitanti del villaggio si recarono nei boschi per raccogliere i nove tronchi sacri necessari per costruire i falò di Beltane. La tradizione di “May Boughing” o “May Birching” coinvolgeva giovani uomini che allacciavano ghirlande di verdi e fiori alle finestre e alle porte dei loro futuri ladili prima che i fuochi si accendessero nella notte di Beltane. Come in molti costumi celtici, il tipo di fiori o rami usati portava un significato simbolico, e molti negoziati e corteggiamenti potevano essere elaborati in anticipo.Molte comunità hanno eletto una vergine come loro “regina di maggio” per guidare marce o canzoni. Per i Celti, rappresentava la dea vergine alla vigilia della sua transizione da Maiden a Mother. A seconda dell’ora e del luogo, la consorte potrebbe essere denominata “Jack-in-the-Green” o “Green Man”, “May Groom” o “May King”. L’unione della Regina e della sua consorte simboleggiava la fertilità e la rinascita del mondo.La tradizione di scegliere una dea e un dio simbolici come partecipanti ufficiali nel rituale di Beltane ha catturato l’immaginazione di Marion Zimmer Bradley nel suo romanzo Le nebbie di Avalon . Nella rivisitazione di Bradley della leggenda di Re Artù, la celebrazione di Beltane è un rituale sacro che coinvolge un alto grado di vergine maschile e femminile per rappresentare il Dio e la Dea. Il dio in questo caso è chiamato “King Stag”; deve attraversare il bosco con un branco di cervi, seguito dai suoi stessi cacciatori, e solo dopo aver bloccato con successo le corna e ucciso un cervo che può tornare al festival e rivendicare il suo diritto come consorte alla Dea. Anche altre coppie celebrano in questo modo, ma sono solo questi due che diventano il Dio e la Dea incarnati.Poiché il giorno celtico iniziò e finì al tramonto, la celebrazione di Beltane sarebbe iniziata al tramonto del 30 aprile. Dopo aver spento tutti i fuochi del focolare nel villaggio, due fuochi di Beltane furono accesi sulle colline. Gli abitanti del villaggio guiderebbero il loro bestiame tra gli incendi tre volte, per ripulirli e assicurare la loro fertilità durante l’estate successiva, e poi metterli al pascolo estivo. Quindi la parte umana del rituale della fertilità sarebbe iniziata.Mentre la danza intorno ai fuochi continuava per tutta la notte, i consueti standard di comportamento sociale erano rilassati. Ci si aspettava che le giovani coppie si avventurassero di nascosto in un fosso, nei boschi o, meglio ancora, in un campo recentemente arato per un piccolo test delle acque della fertilità. Anche dopo che il digiuno manuale fu sostituito dalla tradizione cristiana del matrimonio monogamo, il rituale di Beltane continuò con una nuova tradizione: tutti i voti matrimoniali furono temporaneamente sospesi per la festa di Beltane. Molti preti lamenterebbero il numero di vergini spogliati su questa notte, ma la tradizione perseverò. Si pensava che i bambini nati da un’unione Beltane fossero benedetti dalla Dea stessa.Un altro uso degli incendi di Beltane era per un rituale di purificazione usando un capro espiatorio o un Matto. Dolci speciali fatti di uova, latte e fiocchi d’avena, chiamati bannocks, venivano fatti passare in una cuffia. Un pezzo di bannock era carbonizzato, e chiunque avesse scelto questo pezzo era il Matto per Beltane di quell’anno; si credeva che ogni disgrazia sarebbe caduta sul Matto, risparmiando il resto del popolo. Generalmente si crede sia un mito che il Matto sia mai stato bruciato come sacrificio umano; questo sembra derivare dai sacerdoti cristiani e dai loro tentativi di condannare le festività di Beltane. Le usanze successive richiesero al Matto di saltare tre volte attraverso il fuoco di Beltane e, secondo le usanze precedenti, il Matto fu bandito da tutta l’attività di Beltane. Beltane, come Samhain, è un tempo in cui si pensa che il velo tra i mondi sia sottile, un tempo in cui la magia è possibile.

Mentre i festaioli di Samhain devono guardare alle anime vaganti dei morti, i burattinai di Beltane devono guardare le Fate. Beltane è la notte in cui la regina delle fate cavalca il suo destriero bianco per attirare gli uomini in Faeryland. Se senti le campane del cavallo della Fata Regina, ti viene consigliato di distogliere lo sguardo, così ti passerà accanto; guarda la Regina e il tuo senso da solo non ti trattenere! A Bannocks venivano anche lasciati a volte per le Fate, nella speranza di ottenere il loro favore in questa notte.L’albero di maggio, che era una caratteristica permanente o una cerimonia durante la raccolta dei nove boschi sacri, era un’unione simbolica del Dio e della Dea. Il maypole stesso rappresentava il maschio, un fallo conficcato nella madre terra, mentre i nastri che venivano avvolti attorno ad esso rappresentavano la natura avvolgente della donna e del suo grembo. Di solito l’albero di maggio ballava dopo l’alba, quando uomini e donne arruffati tornavano barcollando in città portando fiori raccolti nelle foreste o nei campi. L’area attorno al palo di maggio era decorata con i fiori, e quindi iniziava l’avvolgimento dei nastri. A volte i fiori venivano messi in cesti e lasciati sulla soglia di persone troppo malate o vecchie per assistere alle celebrazioni di Beltane. In questo modo, l’intera città potrebbe partecipare alle gioie della prossima primavera.Ci sono alcuni che credono che Beltane sia un tempo per le fate – l’apparizione dei fiori in questo periodo dell’anno annuncia l’inizio dell’estate e ci mostra che i fae sono al lavoro. Nel primo folclore, entrare nel regno delle fate è un passo pericoloso, e tuttavia le azioni più utili del fae dovrebbero sempre essere riconosciute e apprezzate. Se credi nelle fate, Beltane è un buon momento per lasciare fuori cibo e altre prelibatezze per loro nel tuo giardino o cortile.Per molti pagani contemporanei, Beltane è un momento per piantare e seminare di semi – di nuovo, appare il tema della fertilità. Le gemme e i fiori dei primi di maggio riportano alla mente l’infinito ciclo di nascita, crescita, morte e rinascita che vediamo nella terra. Alcuni alberi sono associati al Primo Maggio, come Ash, Oak e Hawthorn. Nella leggenda norrena, il dio Odino pendeva da un albero di frassino per nove giorni, e in seguito divenne noto come l’albero del mondo, Yggdrasil.Se hai voluto portare abbondanza e fertilità di qualsiasi tipo nella tua vita – se stai cercando di concepire un bambino, goderti la produttività nella tua carriera o le tue imprese creative, o semplicemente vedere il tuo giardino sbocciare – Beltane è il perfetto tempo per i riti magici relativi a qualsiasi tipo di prosperità.


La prostituzione in Grecia

Si può pensare che la prostituzione sia sempre stata praticata in Grecia sotto varie forme. Agli inizi del VI secolo a.C. finì il periodo della prostituzione incontrollata, quando il legislatore Solone istituì i primi bordelli di Atene, per facilitare gli adolescenti intraprendenti ed evitare che commettessero adulterio con donne rispettabili. Si dice che Solone, con il denaro incassato da queste prime case chiuse, fece costruire in Attica il tempio dedicato ad Afrodite Pandemo, la dea patrona dell’amore a pagamento (Ataneo, 13,569) In greco la parola “prostituta” è pòrne, e deriva del verbo pèrnemi (vendere), ossia colei che è invendita. Inizialmente la parola descriveva soltanto la professione e non aveva il significato dispregiativo che assunse successivamente. Le prostitute erano schiave o ex schiave liberate, ma potava trattarsi anche di meteci, ossia libere, ma straniere immigrate, o bambine abbandonate, oppure di donne ateniesi cadute in rovina. Ad Atene indurre una donna alla prostituzione era assolutamente proibito e punito da una legge istituita da Solone. Sappiamo da Plutarco che: “Se qualcuno funge da lenone, la pena è un’am- menda di venti dracme, a meno che non si tratti di quelle donne che manifestamente si danno a quanti le paghino. E comunque, nessuno deve vendere le proprie figlie o sorelle, a meno che non abbia sorpreso una ragazza non sposata a concedersi a un uomo”(Solone 23). I lenoni erano uomini o donne delle più basse condizioni sociali che sfruttavano una o più prostitute; il lenocinio, se denunciato e provato, poteva comportare anche la pena di morte: “La legge del IV secolo a.c. sancisce che i lenoni, donne o uomini, deb- bano essere denunciati, e quelli tra loro trovati colpevoli, essere condannati a morte”(Eschine) Le prostitu- te entravano in varie categorie, a seconda dei luoghi e dove esercitavano le professione: perciò c’erano le chamaitypaì, la categoria più antica, così chiamate perché lavoravano all’aperto, sdraiate; le peripatètikes (passeggiatrici), che trovavano i clienti passeggiando e poi li portavano nelle loro case; le gephyrides, che lavoravano nelle vicinanze dei ponti; altre ancora frequentavano i bagni pubblici, ed infine c’erano quelle che lavoravano negli oikìskoi( piccole case, bordelli). A Poco a poco il numero dei postriboli aumentò e, a quanto ci dice Ateneo, nessuna città aveva tante prostitute quanto Atene, fatta eccezione di Corinto, dove veniva praticata la “Prostituzione Sacra” La tariffa per una visita a un postribolo nel V secolo era di solito di un obole (sei oboles corrispondevano a una dracma), come ci informa lo storico Ateneo (13, 568-9), ma le ragazze potevano essere pagate anche in natura. Il costo corrispondeva al guadagno giornaliero di un operaio manuale senza alcuna specializzazione. Numerose sono le illustrazioni che rappresentano scene dalle case di piacere, ma la stragrande maggioranza ritrae l’ammissione di clienti, la trattativa con la donna, il pagamento e molto raramente l’atto sessuale in sé. Probabilmente le uniche illustrazioni di coito in un postribolo, e che si possono certamente identificare con quello, sono su una copertura di uno spec- chio del IV secolo a.C. Nella parte interna ed esterna sono raffigurate due coppie che fanno l’amore. Ciò che distingue il luogo dove si svolge l’atto sessuale, sono i letti.


L’amore e il matrimonio in Grecia

Nella antica Grecia la donna vive tutta la vita sottoposta all’autorità di un padrone che normalmente è prima il padre e poi il marito: la donna libera non differisce dagli schiavi per quanto riguarda i diritti politici e giuridici. La sfera di influenza di cui gode è esclusivamente la casa: la donna sposata che gode della fiducia dello sposo governa la casa con autorità e per gli schiavi essa è la padrona. Ma ella è priva di diritti, dipende completamente dal marito, e la fiducia di cui gode può essere rievocata in qualsiasi momento.

A Sparta, dove la preoccupazione era di migliorare i geni dei futuri guerrieri, si incoraggiava l’educazione fisica delle ragazze al pari di quella dei ragazzi, per cui si potevano vedere giovani Spartani con vesti corte e cosce nude. Comunque anche se le giovani Spartane erano agili e muscolose, la possibilità di un’educazione intellettuale mancava a loro come alle ragazze di Atene. Venivano loro date solo poche no- zioni pratiche sui lavori domestici più qualche elemento di lettura, di calcolo, talvolta di musica e di danza (famosi sono i cori di giovinette a Sparta). Queste gravi lacune nell’educazione delle ragazze spiegava la mancanza di comunione intellettuale tra moglie e marito, che era generalmente ben istruito. A Sparta almeno giovani e ragazze si conoscevano di vista prima del matrimonio ed erano addirittura al corrente della loro autonomia, mentre ad Atene i futuri sposi potevano non essersi mai visti. In questa concezione di matrimonio le considerazioni economiche dominano ancora le idee morali. Nell’Atene classica, infatti, il padre cede la figlia al futuro sposo con un atto legale, confermato e accompagnato dall’as- segnazione della dote, che garantisce la legittimità dell’unione e dei figli che ne saranno frutto. Si riteneva che, per contrarre un matrimonio conveniente, l’uomo dovesse sposare una ragazza del suo stesso ambiente, né inferiore né superiore: ciò a cui si dava risalto era la prosperità materiale della famiglia e, ovviamente, la fecondità della donna. Stando così le cose, è difficile immaginare che tra gli sposi ateniesi dell’età classica ci fosse una reale comunanza di spirito e di sentimenti, un affetto coniugale, ed erano scarsi lo scambio intellettuale e il vero amore tra gli sposi: le mogli legittime erano considerate unica- mente come madri di famiglia e guardiane del focolare.


La condizione della donna in Atene

In Atene la donna non gode di diritti politici né giuridici. La città è principalmente un mondo di uomini, e la vita del maschio adulto è suddivisa tra le due attività della guerra e della politica. In questa civiltà maschilista, la donna tuttavia è indispensabile per la procreazione di figli legittimi che assicurino la trasmissione dei beni di famiglia e la continuità della polis. Essa pertanto, seppur in una condizione di minorità trova il suo ambiente ideale all’interno delle pareti domestiche, ove sovrintende da padrona alle faccende svolte dalla servitù, tanto più che il marito passa il suo tempo fuori anche per più giorni dedito ai lavori agricoli o nella partecipazione alla vita politica e giudiziaria.

Rare parentesi di vita fuori casa sono per la donna le occasioni connesse con il culto. Per la vita della donna libera ateniese, dunque, il matrimonio è l’evento più importante, quello che ne fissa definitivemente il ruolo civile, a meno che non intervenga una separazione o un ripudio. Nel primo caso la donna fa ritorno alla tutela della propria famiglia, nel secondo, qualora il ripudio sia dovuto all’adulterio, la donna è rovinata perché perde l’unico diritto civile che le è riconosciuto, quello di partecipare alle cerimonie pubbliche a lei riservate, rappresentando la famiglia con dignità matronale.

Il matrimonio non ha una precisa istituzionalità giuridica, in quanto condivide gli aspetti di consuetu- dine che sono propri di tutto il diritto greco. Esso si formalizza all’atto della eggùe, pegno o garanzia, cioè di un impegno verbale privato, assunto da due famiglie in presenza di testimoni, mediante il quale il padre consegna la ragazza allo sposo. La giovane diventa una sposa legittima dal giorno in cui inizia la coabitazione: questa può seguire immediatamente, ma può anche essere rinviata.

E’ significativo il caso della sorella di Demostene, che il padre aveva legato con una promessa di matri- monio poco prima di morire, quando la figlia aveva solo cinque anni. Si tratta di un caso estremo, ma utile a capire che il matrimonio era un contratto legato alla successione dei beni di famiglia, certo non era il frutto della libera scelta di due giovani. Questa particolare fisionomia patrimoniale ne determinava la forza e, nel frattempo, la debolezza. Il matrimonio, così concepito, doveva prevedere poca intimità e poco vero amore tra i coniugi. Ciò comportava necessariamente un deterioramento dei rapporti uomo-donna, che diede vita anche in campo letterario a una vasta produzione misogina.


Le figure femminili nel teatro greco: non attrici, non autrici ma protagoniste

Nella storia del teatro, prima di trovare un accenno ad una figura femminile, bisogna arrivare al tempo della Commedia dell’arte, quando si parla di alcune donne in qualità di attrici, e poi inoltrarsi nell’Ottocento dove finalmente le cronache sono costrette a registrare con frequenza qualche nome. Idem dicasi per la voce autrice. Per molti secoli non c’è.

All’inizio del teatro occidentale, gli autori, per le loro tragedie imperniate sui grandi temi della vita, sui sentimenti e sugli eventi di guerra e di pace, non potevano evitare di dare alla donna (madre, sposa, figlia) un ruolo decisivo. Tuttavia, ad interpretare le parti femminili erano uomini e non si sa se le donne potevano assistere alle rappresentazioni teatrali. Scriveva Umberto Albini, studioso del teatro greco: “É un fenomeno sociale molto diffuso, che troviamo anche nel No giapponese, nel teatro rinascimentale di corte. Ad Atene, la donna per tutto il secolo V visse in condizioni di semiclausura, nel gineceo. Lavorava dentro casa o al massimo nelle sue vicinanze. Usciva solo in occasioni solenni, feste del culto, matrimoni, funerali, e, forse, per assistere alle rappresentazioni teatrali. Poco importa se in esse trionfavano le virtuose Alcesti o Antigone, o imperversavano le proterve Clitemnestra, Fedra, Medea”. Prosegue l’Albini: “Le testimonianze sulla frequentazione muliebre dei teatri, nel secolo V sono ambigue e contraddittorie. Un solo documento tardo parla di pubblico misto: Ateneo riferisce che Alcibiade si paludava di rosso porpora, nella sua funzione di corego, sbalordendo gli uomini e le donne. Secondo La Vita di Eschilo, alla rappresentazione delle Eumenidi, l’apparizione di questi esseri mostruosi avrebbe fatto morire dei bambini e abortire delle gestanti. Nelle Rane di Aristofane, Eschilo accusa Euripide di aver indotto ad uccidersi, bevendo la cicuta, delle donne per bene, mogli di mariti per bene, perché si sentivano colpevolizzate da tragedie come il suo Bellerofonte”. Eppure, delle opere del teatro greco antico che conosciamo, quasi la metà hanno titoli femminili. Il teatro greco è ricco di figure femminili memorabili: Medea, Elena, Fedra, Antigone, Elettra, Ecuba. Paradossalmente, mentre il ruolo pubblico delle donne nell’antica Grecia era ridottissimo, i personaggi femminili rivestono un’enorme importanza nei testi letterari. Se nell’Atene di età storica le donne erano giuridicamente e politicamente marginali, nella letteratura che parlava di Micene e di Troia, di Corinto e di Tebe, le donne contavano: scatenavano guerre (Elena), sfidavano i sovrani (Antigone), si ribellavano ai mariti (Medea). Gli aspetti del comportamento femminile esplorati nel teatro classico mettevano, dunque, in scena inquietudini fortissime. Il paradosso più grande consiste proprio nel fatto che questi personaggi femminili “forti” erano recitati da attori maschi (come accadrà poi nel teatro di Shakespeare). Platone, nella Repubblica, criticava questa pratica: chi recita personaggi moralmente condannabili o psicologicamente deboli (come una donna che si dispera per amore) acquisisce le loro caratteristiche anche nella vita reale. Questa condanna del teatro eserciterà grande influenza, e sarà ripresa dai puritani nell’Inghilterra del XVII secolo.

La passione, il dolore femminile, diventa dunque un modello per il dolore e la passione degli uomini. Anzi, proprio perché la cultura greca antica spesso considerava le donne più portate all’emotività, il personaggio femminile viene utilizzato dagli uomini per esplorare stati emotivi che a loro sono normalmente preclusi.  I personaggi femminili, nel teatro antico, sono  scelti proprio per il  motivo condannato da Platone: possono essere usati per rappresentare gli estremi di dolore e di passionalità. Il famoso discorso “femminista” di Medea sulle sofferenze delle donne è stato imitato e ripreso dagli interpreti moderni come il fondamento dei drammi coniugali ottocenteschi: la Medea di Euripide può accompagnare a contrasto la lettura dei drammi di Ibsen sul matrimonio, in particolare Casa di bambola (1879), Spettri (1881), Hedda Gabler (1891) e la rilettura recente del dramma euripideo operata da Christa Wolf, che ha scritto un romanzo su Medea ed ha realizzato una delle più interessanti interpretazioni moderne di questo mito. “Mi affascinava – dice la Wolf – il tentativo di giungere, per quanto  possibile,  alla  base  di  tutte  queste  tradizioni,  non  con  approccio  scientifico,  bensì  come letterata, con immaginazione e fantasia nutrite tuttavia da un’ampia conoscenza delle condizioni di vita di queste figure. (..)”. Il sottotitolo del libro è “Stimmen”, ed è proprio dall’alternarsi delle voci di sei personaggi che il racconto scaturisce: l’io narrante si moltiplica nelle voci di Medea, Giasone, Agameda, Acamante, Leuco e Glauce. Nella Medea di Wolf si nota la riscoperta del mito originario, quello prima di Euripide. Medea viene privata dall’autrice di qualsiasi tratto demoniaco, malefico: è la donna saggia, “colei che sa consigliare e provvedere”, libera e orgogliosa creatura.   Ma per gli antichi, Medea era figura esemplare della incapacità umana di controllare con la ragione gli impulsi della passione. “Hýbris” è un termine tecnico della tragedia greca e della letteratura greca, che compare nella Poetica di Aristotele (il più antico studio critico su questo genere). Significa letteralmente “tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio” o “prevaricazione”. Nella trama della tragedia, la hýbris è un evento accaduto nel passato che influenza in modo negativo gli eventi del presente. È una “colpa” dovuta a un’azione che vìola leggi divine immutabili, ed è la causa per cui, anche a distanza di molti anni, i personaggi o la loro discendenza sono portati a commettere crimini o subire azioni malvagie.  Al termine hýbris viene spesso associato, come diretta conseguenza, quello di “némesis”, in greco νέµεσις, che significa “vendetta degli dèi”, “ira”, “sdegno” a chi si macchia di tracotanza. Con Medea per la seconda volta Christa Wolf si è accostata a una figura femminile del mito. La prima volta era accaduto, alla fine degli anni ‘50, con Cassandra, nata dall’esigenza (siamo negli anni della guerra fredda e della possibilità, considerata come tutt’altro che irreale, di un conflitto atomico) di indagare le radici profonde di quella che Christa Wolf chiama la volontà di autoannientamento della nostra civiltà. In Cassandra Christa Wolf narra di come la donna, la sacerdotessa figlia di Priamo, che per lunga parte della sua vita si era identificata con la logica e le strutture del Palazzo, a poco a poco perviene alla coscienza della natura distruttiva della propria città e dei meccanismi assassini che stanno all’origine del potere e della sua conservazione. E’ un monologo interiore costituito dal flusso dei ricordi e delle riflessioni della protagonista che, giunta come schiava a Micene, attende la morte per mano di Clitemnestra, e che ha sempre vissuto come colei che sa ciò che il destino riserva a lei e alla sua città, ma non lo può evitare. Gli orrori della guerra di Troia sono raccontati dalla voce di una donna dalla sensibilità e dall’intelligenza critica penetranti, una donna capace di dire di no fino alle estreme conseguenze.

Un tema centrale nella presentazione letteraria e teatrale della donna nel mondo antico è il legame con la famiglia. La donna protegge la famiglia e si sacrifica per la famiglia, in particolare per i maschi della famiglia: il fratello e il padre. Antigone, nell’omonimo dramma di Sofocle, sceglie di morire pur di poter compiere i riti funebri in onore del fratello, proibiti dal sovrano di Tebe. Elettra, nelle Coefore di Eschilo, e nei drammi Elettra di Sofocle ed Euripide, incita il fratello a vendicare il loro padre, ucciso dalla madre e dal suo amante Egisto. Alcesti, nell’omonimo dramma di Euripide, accetta di morire al posto del marito. E’ vero che la vendetta spetta agli uomini, ma quando gli uomini sono morti, tocca alle donne agire, come ritiene Elettra nel dramma di Sofocle.

Nell’Antigone di Sofocle, dalla quale deriveranno molte altre opere della drammaturgia europea, si svolge un grande duello di idee: da un lato le leggi divine inviolabili, dall’altro le leggi civili, che hanno la caratteristica di rispecchiare la società, quindi sono considerate utili e opportune. Sofocle è considerato il poeta del dolore. L’uomo ha di fronte l’ignoto, non è padrone del proprio destino. Del suo modo di far teatro e delle sue tecniche va ricordato che accentrava l’azione attorno al protagonista, personaggio  maschile o  femminile che fosse, fortemente sottolineato. Sperimentò  anche tecniche innovative, come l’introduzione del terzo attore, anche se altri ritengono che il merito vada legato al nome di Eschilo. In Sofocle, Antigone accetta di morire per onorare le “leggi non scritte, incrollabili, degli dèi, che non da oggi né da ieri, ma da sempre sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce”, leggi superiori ai decreti dei re.

All’opposto della vendetta, per le protagoniste del teatro greco c’è l’accettazione della morte. Alcesti rappresenta la polarità estrema del sacrificio, e la più rischiosa: sacrificarsi per il marito significa sacrificarsi per una persona acquisita alla famiglia, con cui non si hanno legami di sangue.  Questo dramma ebbe una grande fortuna in età moderna, soprattutto a partire dal ‘700. La vicenda di Alcesti va interpretata sempre tenendo ben presente la netta dicotomia del rapporto uomo-donna che si evidenzia nell’Atene del V secolo: vita fuori di casa per l’uomo e vita chiusa tra le mura domestiche per la donna. Spazi e opportunità contrapposti a limitazioni e divieti. Il teatro permette dunque di accorciare questa distanza, permette alle donne di entrare in un terreno che nella vita quotidiana è precluso loro. Sembra quindi emergere un preciso tentativo da parte di Euripide di modificare gli equilibri di questo rapporto, smontandone e rovesciandone le caratteristiche fondamentali, di deviare, attraverso  la  tragedia,  il  modo  di  pensare comune.  L’appellativo  “donna”  viene  spesso  usato  nella tragedia greca come termine dispregiativo nei confronti di un uomo e Alcesti, chiedendo al marito di farsi madre, lo trascina fuori dalle tipiche funzioni che spettano ad un uomo e a un re del suo tempo. Anche il coro si domanda se per Admeto non sarebbe meglio suicidarsi, attraverso un’impiccagione, modo di morire tipico dei personaggi tragici femminili che si tolgono la vita. Alcesti invece si fa uomo: è lei che scende agli Inferi perché Admeto possa restare a vedere la luce, è lei a prendere l’iniziativa, ad agire. Successivamente, sarà lo stesso Admeto a definire Alcesti come madre e padre insieme, evidenziando un mutamento nei ruoli classici imposti dalla società greca all’uomo e alla donna. Alcesti è dunque un’eroina che demolisce gli stereotipi, trasforma Admeto da campione del “genos” a madre e custode dell’”oikos”. Il sacrificio permette ad Alcesti di imporsi, di far sentire la sua voce, di assumere il comando, costringere il marito a giurare, a sottomettersi. Alcesti fa quello che una donna greca del V secolo mai si sarebbe potuta permettere: imporre la propria legge al marito, collocandola al di sopra della norma sociale, come aveva fatto Antigone.

Se c’è, poi, un personaggio che suscita orrore e non fa nessuna concessione alla pietà, questi è Medea, la madre che  uccide i  propri figli per  vendicarsi di  Giasone che l’ha abbandonata.  Euripide qui non sentenzia, come in tante altre opere. Esprime un tragico sentimento: la vendetta. É considerato uno dei capolavori euripidei e viene sempre messa in rilievo una caratteristica stilistica importante: l’unità affidata alla figura della protagonista. Non ci sono digressioni, a parte qualche canto corale.

Il tema dell’eros è un’altra lente attraverso cui vengono presentati i personaggi femminili. Nella letteratura italiana, Beatrice e Laura, Angelica e Lucia sono i personaggi femminili che per primi vengono alla mente: tutti legati all’eros, ma a un eros molto meno inquietante di quello di Elena e Fedra. Angelica è il personaggio che si distacca dagli altri per una caratteristica mescolanza di innocenza e pericolosità: come Elena, la sua attrattiva scatena le passioni dei guerrieri di eserciti contrapposti, e provoca duelli tra i campioni dei diversi schieramenti. Il teatro greco aveva già esplorato questo rovesciamento  della  figura  di  Elena:  Euripide,  nell’Elena appunto,  ci  presenta  una  donna  casta  e rispettosa, ingiustamente accusata di essere la causa della guerra di Troia. La dea Era ha infatti creato un fantasma, un automa dalle fattezze simili alle sue: i greci e i troiani vanamente combattono per un’illusione. Fedra, che si innamora del figliastro, rappresenta, invece l’eros distruttivo nell’Ippolito di Euripide.

Anche alcune opere del quarto “grande” del teatro greco antico, Aristofane, hanno come protagoniste le donne con i loro problemi. Ne Le donne al parlamento (Ecclesiazuse), le protagoniste, riunite in parlamento, proclamano il comunismo dei beni e delle persone. Ma è Lisistrata, che riprende i temi de La Pace, la commedia più emblematica, dal punto di vista femminile: le donne dichiarano lo sciopero dell’amore, finché gli uomini non smetteranno di fare guerre. Lisistrata è un personaggio, altero nella femminile sensibilità, deciso e assieme trepido, teneramente umano. E’ una figura consapevole e coerente, ardita e commossa, paziente e ironica. Lisistrata è il simbolo dell’intelligenza femminile, intuitiva, lungimirante, consapevole di sé.


Antica Grecia. Le divinità – Eros e Afrodite

Eros e Afrodite possono essere utilizzati in modo intercambiabile in rapporto alla sessualità, al desiderio sessuale e al piacere, sia singolarmente che in coppia. Tuttavia Eros si riferisce più specificatamente all’istinto del desiderio amoroso, mentre Afrodite é implicata nell’intero campo di azioni comprese tra l’esercizio del fascino sessuale e la concreta nascita dell’atto sessuale.

 Alcuni sostengono che Eros, uscito dall’uovo cosmico, fu il primo degli dei, poiché senza di lui nessuna delle altre divinità sarebbe potuta nascere. Così si sostiene che fosse coevo della Madre Terra e del Tartaro, e si nega che egli potesse avere un padre e una madre. Una altra tradizione dice che egli nacque da Afrodite e da Ermete o da Ares o da Zeus stesso. Eros era un fanciullo ribelle, che non rispettava né la condizione né l’età altrui, ma svolazzava con le sue ali d’oro scoccando frecce a caso e infiammando i cuori con i suoi temibili dardi.

Come la cultura greca ribadisce più volte, Eros é un’emozione, una immagine, una figura, una idea, una forza sovrannaturale che ha effetto sia sul corpo sia sulla mente: obnubila l’intelletto, causa il rilassamento delle membra (Saffo); nessuno é immune dall’influsso erotico, né animali né uomini, né mortali né immortali, e il suo impero, al pari di quello di Afrodite, si esercita sul cosmo intero: terra, mare, cielo, ed é la celebrazione della vita istintuale intera quale commistione di piaceri e pericoli. Eros era venerato come dio del desiderio e in quanto tale vi erano una serie di culti a lui dedicati.

 Molti templi gli furono consacrati, per lui si svolgevano feste con agoni musicali e ginnici e concorsi dedicati alle Muse. Anche le etere svolgevano un ruolo importante nella celebrazione del dio, infatti nel santuario di Afrodite a Corinto si era immessa la pratica concreta dell’amore nella sfera religiosa e questo costume dissocia la prostituzione dal rapporto commerciale e innalza l’unione sessuale ad atto di culto. Il culto di Eros si trova anche nel cuore di Atene: non solo vi era un altare di Eros all’entrata dell’Accademia, ma anche il santuario dedicato ad Afrodite ed Eros, situato alle pendici settentrionali dell’acropoli.

 Afrodite emerse nuda dalla spuma delle onde del mare fecondata dai genitali di Urano, che Crono aveva gettato in mare per impossessarsi del potere. Inoltre sembrerebbe essere la stessa dea dall’immenso potere che nacque dal Caos e danzò sul mare, la dea insomma che era venerata in Siria e in Palestina come Ishtar. Il centro più famoso del suo culto era Pafo dove, tra le rovine di un grandioso tempio romano, si vede ancora la bianca primitiva immagine aniconica della dea. La dea fondava il suo potere non solo sulla incredibile bellezza e sul fascino, ma era anche stata dotata da Zeus, padre adottivo, di una cintura magica che la rendeva irresistibile per gli occhi di chiunque, dei e mortali. Non c’é da stupirsi dunque se veniva ritenuta la più potente di tutti gli immortali, proprio perché il suo potere era il più divino, al quale tutti dovevano soggiacere e al quale nessuno poteva opporre resistenza. Gli Elleni cercarono anche di svilire la Grande Dea del Mediterraneo, che per molto tempo aveva avuto il potere supremo a Corinto, Sparta, Tespie e Atene, condannando le sue solenni orge sessuali come se fossero sregolatezze adulterine.


Antica Grecia. La prostituzione

Si può speculare che la prostituzione sia sempre stata praticata in Grecia sotto varie forme. Agli inizi del VI secolo a.C. finì il periodo della prostituzione incontrollata, quando il legislatore Solone istituì i primi bordelli di Atene, per facilitare gli adolescenti intraprendenti e evitare che commettessero adulterio con donne rispettabili. Si dice che Solone, con il denaro incassato da queste prime case chiuse, fece costruire il tempio dedicato ad Afrodite Pandemo, la dea patrona dell’amore a pagamento (Ataneo, 13, 569d).

 In greco la parola prostituta é pòrne, e deriva del verbo pérnemi (vendere), ossia colei che é in vendita. Inizialmente la parola descriveva soltanto la professione e non aveva il significato dispregiativo che assunse successivamente. Le prostitute erano schiave o ex schiave liberate, ma potava trattarsi anche di meteci, ossia libere, ma straniere immigrate, o bambine abbandonate, oppure donne ateniesi cadute in rovina. Ad Atene, indurre una donna alla prostituzione era assolutamente proibito e punito da una legge istituita da Solone. Sappiamo da Plutarco che: “Se qualcuno funge da lenone, la pena é un’ammenda di venti dracme, a meno che non si tratti di quelle donne che manifestamente si danno a quanti le paghino. E comunque, nessuno deve vendere le proprie figlie o sorelle, a meno che non abbia sorpreso una ragazza non sposata a concedersi a un uomo” (Solone). I lenoni erano uomini o donne delle più basse condizioni sociali che sfruttavano una o più prostitute; il lenocinio, se denunciato e provato, poteva risultare anche nella pena di morte del IV secolo a.C.: “La legge sancisce che i lenoni, donne o uomini, debbano essere denunciati, e quelli tra loro trovati colpevoli, essere condannati a morte” (Eschine).

 Le prostitute entravano in varie categorie, a seconda dei luoghi che frequentavano e dove esercitavano le professione: perciò, c’erano le chamaitypaì, la categoria più antica, così chiamate perché lavoravano all’aperto, sdraiate; le perepatétikes (passeggiatrici), che trovavano i clienti passeggiando e poi li portavano nelle loro case; le gephyrides, che lavoravano nelle vicinanze dei ponti; altre ancora frequentavano i bagni pubblici e infine c’erano quelle che lavoravano negli oikìskoi (piccole case, bordelli).

Poco a poco il numero dei postiboli aumentò e a quanto ci dice Ateneo, nessuna città aveva tante prostitute quanto Atene, fatta eccezione di Corinto, dove veniva praticata la Prostituzione Sacra. La tariffa per una visita a un postibolo nel V secolo era di solito di un obole (sei oboles corrispondevano a una dracma), come ci informa lo storico Ateneo (13, 568-9), ma le ragazze potevano essere pagate anche in natura. Il costo corrispondeva al guadagno giornaliero di un operaio manuale senza alcuna specializzazione.

 Numerose sono le illustrazioni che rappresentano scene dalle case di piacere ma la stragrande maggioranza ritrae l’ammissione di clienti, la trattativa con la donna, il pagamento e molto raramente l’atto sessuale in sé. Probabilmente le uniche illustrazioni di coito in un postibolo, e che si possono certamente identificare con quello, sono su una copertura di uno specchio del IV secolo a.C.. Nella parte interna ed esterna sono raffigurate due coppie che fanno l’amore. Ciò che distingue il luogo dove si svolge l’atto sessuale, sono i letti: entrambi hanno coperte e cuscini; i triclini dei simposi non avevano né l’uno né l’altro.


Antica Grecia. La condizione della donna

In Atene la donna non gode di diritti politici né giuridici. La città é principalmente un mondo di uomini, e la vita del maschio adulto é suddivisa tra le due attività della guerra e della politica. In questa civiltà maschilista, la donna tuttavia é indispensabile per la procreazione di figli legittimi che assicurino la trasmissione dei beni di famiglia e la continuità della polis. Essa pertanto seppur in una condizione di minorità trova il suo ambiente ideale all’interno delle pareti domestiche, ove sovrintende da padrona alle faccende svolte dalla servitù, tanto più che il marito passa il suo tempo fuori anche per più giorni, intento nei lavori agricoli o nella partecipazione alla vita politica e giudiziaria. Rare parentesi di vita fuori casa sono per la donna le occasioni connesse con il culto.

 Per la vita della donna libera ateniese, dunque, il matrimonio é l’evento più importante, quello che ne fissa definitivamente il ruolo civile, a meno che non intervenga una separazione o un ripudio. Nel primo caso la donna fa ritorno alla tutela della propria famiglia, nel secondo, qualora il ripudio sia dovuto all’adulterio, la donna é rovinata perché perde l’unico diritto civile che le é riconosciuto, quello di partecipare alle cerimonie pubbliche a lei riservate, rappresentando la famiglia con dignità matronale. Il matrimonio non ha una precisa istituzionalità giuridica, in quanto condivide gli aspetti di consuetudine che sono propri di tutto il diritto greco.

Essa si formalizza all’atto della eggùe, pegno o garanzia, cioé di un impegno verbale privato, assunto da due famiglie in presenza di testimoni, madiante il quale il padre consegna la ragazza allo sposo. La giovane diventa una sposa legittima dal giorno in cui inizia la coabitazione: questa può seguire immediatamente, ma può anche essere rinviata. E’ significativo il caso della sorella di Demostene, che il padre aveva legato con una promessa di matrimonio poco prima di morire, quando la figlia aveva solo cinque anni. Si tratta di un caso estremo, ma utile a capire che il matrimonio era un contratto legato alla successione dei beni di famiglia, certo non era il frutto della libera scelta di due giovani.

Questa particolare fisionomia patrimoniale ne determinava la forza e, nel contempo, la debolezza: se si evitava un divorzio perché avrebbe comportato la rescissione del contratto patrimoniale e la restituzione della dote, il matrimonio, così concepito, doveva prevedere poca intimità e poco vero amore tra i coniugi. Ciò comportava necessariamente un deterioramento dei rapporti uomo-donna, che diede vita anche in campo letterario a una vasta produzione misogina.


Le occasioni amorose dell’uomo greco in età classica

“Abbiamo le etere per il piacere, le concubine per la soddisfazione quotidiana del corpo, le mogli per darci figli legittimi e per avere una custodia fedele della casa”. così l’orazione pseudodemostenica Contro Neera, 122, definisce la varia configurazione dei rapporti erotici dell’Atene dell’età classica. Al vertice della considerazione sociale stava la sposa, con la quale l’uomo aveva contratto matrimonio. Lo scopo del matrimonio era la procreazione di figli legittimi, che potessero ereditare e mantenere il patrimonio di famiglia. Il marito poteva nutrire grande rispetto per la sposa in quanto madre dei suoi figli e organizzatrice dell’oìkos, la casa di famiglia, ma raramente nutriva un autentico sentimento di amore per una donna che non aveva scelto di persona e che poteva non avere mai visto prima del matrimonio.


L’amore nell’antica Grecia

Nella Grecia la donna vive tutta la vita sottoposta all’autorità di un padrone che normalmente é prima il padre e poi il marito: la donna libera non differisce dagli schiavi per quanto riguarda i diritti politici e giuridici. La sfera di influenza di cui gode é esclusivamente la casa: la donna sposata che gode della fiducia dello sposo governa la casa con autorità e per gli schiavi essa é la padrona. Ma ella é priva di diritti, dipende completamente dal marito, e la fiducia di cui gode può essere revocata in qualsiasi momento.

Caso a sé é Sparta, dove, per la preoccupazione di migliorare i geni dei futuri guerrieri, si incoraggiava l’educazione fisica delle ragazze al pari di quella dei ragazzi, per cui si potevano vedere giovani Lacedemoni con vesti corte e cosce nude. Comunque anche se le giovani Spartane erano agili e muscolose, la possibilità di una educazione intellettuale mancava a loro come alle ragazze di Atene. Venivano loro date solo poche nozioni pratiche sui lavori domestici più qualche elemento di lettura, di calcolo, talvolta di musica e di danza (famosi sono i cori di giovinette a Sparta). Queste gravi lacune nell’educazione delle ragazze spiegava la mancanza di comunione intellettuale tra moglie e marito, che era generalmente ben istruito.

 A Sparta almeno giovani e ragazze si conoscevano di vista prima del matrimonio ed erano addirittura al corrente della loro autonomia, mentre ad Atene i futuri sposi potevano non essersi mai visti. In questa concezione di matrimonio le considerazioni economiche dominano ancora le idee morali. Nell’Atene classica, infatti, il padre cede la figlia al futuro sposo con un atto legale, confermato e accompagnato dall’assegnazione della dote, che garantisce la legittimità dell’unione e dei figli che ne saranno frutto. Si riteneva che, per contrarre un matrimonio conveniente, l’uomo dovesse sposare una ragazza del suo stesso ambiente, né inferiore né superiore: ciò a cui si dava risalto era la prosperità materiale della famiglia e, ovviamente, la fecondità della donna.

Stando così le cose é difficile immaginare che tra gli sposi ateniesi dell’età classica ci fosse una reale comunanza di spirito e di sentimenti, un affetto coniugale, ed erano scarsi lo scambio intellettuale e il vero amore tra gli sposi: le mogli legittime erano considerate unicamente come madri di famiglia e guardiane del focolare.