L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Questo sesso che non è un sesso – Luce Irigaray

La sessualità femminile è sempre stata pensata in base a parametri maschili. Cosi l’opposizione tra attività clitoridea “virile” e passività vaginale “femminile” di cui parla Freud—e  tanti altri…—come  tappe o alternative del divenire una donna sessualmente “normale”, sembra un po’ troppo richiesta dalla pratica della sessualità maschile. La clitoride infatti ne viene concepita come un piccolo pene piacevole da masturbare finché non esiste l’angoscia di castrazione (per il maschietto), e la vagina assume valore dall’offrire “alloggio” al sesso maschile quando la mano proibita deve trovare qualcosa che la sostituisca per il piacere. Le zone erogene della donna non sarebbero mai altro che un sesso-clitoride che non regge il confronto con l’organo fallico di valore, o un buco avvolgente che fa da guaina e attrito per il pene durante il coito: un non sesso, o un sesso maschile rovesciato intorno a se stesso per toccarsi.

Della donna e del suo piacere, in una simile concezione del rapporto sessuale, non si dice nulla. A lei toccherebbe la “mancanza”, l’ “atrofia” (del sesso), e “l’invidia del pene” in quanto unico sesso riconosciuto di valore. Lei quindi tenterebbe in tutti i modi di farlo suo: con l’amore, un po’ servile, del padre-marito capace di darglielo, con il desiderio d’un bambino-pene di preferenza maschio, con la scalata ai valori culturali di diritto riservati ancora ai maschi e perciò sempre maschili, ecc. La donna vivrebbe il suo desiderio unicamente come attesa di possedere finalmente un equivalente del sesso maschile.

Ebbene, tutto questo sembra alquanto estraneo al suo godere, a meno che rimanga dentro l’economia fallica dominante. Per esempio, l’autoerotismo della donna è molto diverso da quello del maschio. Costui ha bisogno d’uno strumento per toccarsi: la sua mano il sesso della donna, il linguaggio… E questa auto-affezione richiede un minimo d’attività. La donna, lei, si tocca per se stessa e in se stessa senza che sia necessaria una mediazione, e prima d’ogni possibile spartizione tra attività e passività. La donna “si tocca” in continuazione, senza che per altro glielo si possa proibire, poiché il suo sesso è fatto di due labbra che si baciano continuamente. Così lei, in se stessa, è già due –ma non divisibili in due unità—che si accostano e toccano.

Autoerotismo che si sospende con un’effrazione violenta: divaricamento brutale delle due labbra ad opera d’un pene violatore. La donna si trova così deportata, sviata, da quella “auto-affezione” di cui ha bisogno per non perdere il suo piacere nel rapporto sessuale. Se la vagina deve anche ma non soltanto dare il cambio alla mano del maschietto per assicurare un’articolazione tra autoerotismo ed eteroerotismo nel coito l’incontro con l’assolutamente altro significa sempre la morte—come si ordina, nella rappresentazione classica il perpetuarsi dell’autoerotismo per la donna? Costei non sarà lasciata nell’impossibile scelta tra una verginità difensiva, selvaticamente ripiegata su se stessa, e un corpo aperto alla penetrazione che non conosce più, nel “buco” che sarebbe il suo sesso, il piacere di ri-toccarsi? L’attenzione quasi esclusiva—e quanto angosciata…—data  all’erezione nella sessualità occidentale prova a che punto l’immaginario che la comanda sia estraneo al femminile. Non vi si trovano, in gran parte, che imperativi dettati dalla rivalità tra maschi: il più “forte” essendo quello che “gli tira di più”, quello che ha il pene più lungo, più grosso, più duro, o che “piscia più lontano” (vedere i giochi tra maschietti). Oppure dalla attivazione di fantasmi sado-masochistici comandati dalla relazione deIl’uomo con la madre: desiderio di forzare, di penetrare, di far proprio il mistero di quel ventre in cui si è concepiti, il segreto della generazione, dell’ “origine”. Desiderio-bisogno, anche, di rifar correre il sangue per ravvivare un antichissimo rapporto—intrauterino, indubbiamente, ma anche preistorico—con il materno. In questo immaginario sessuale la donna non è che supporto, più o meno compiacente, della messa in atto dei fantasmi dell’uomo. Che vi trovi, per procura, del godimento, è possibile, anzi certo. Ma questo è soprattutto prostituzione masochistica del proprio corpo ad un desiderio che non e il suo; il che la lascia nei confronti dell’uomo in quello stato di dipendenza ben noto. Perché non sa quello che vuole, pronta a subire non importa cosa, e a chiederlo perfino, purché lui la “prenda” come “oggetto” su cui esercitare il proprio piacere. Non dirà dunque quello che desidera, lei. D’altronde non lo sa, o non lo sa più. Come confessa Freud, ciò che riguarda gli inizi della vita sessuale nella bambina è talmente “oscuro”, talmente “cancellato dagli anni” che occorrerebbe scavare molto in profondità per ritrovare, dietro le tracce di questa civiltà, di questa storia, le vestigia d’una civiltà più arcaica da cui trarre qualche indizio di ciò che sarebbe la sessualità della donna. Quell’antichissima civiltà non avrebbe certo il medesimo linguaggio, il medesimo alfabeto. Il desiderio della donna non parlerebbe la medesima lingua di quello dell’uomo, e si trova ricoperto dalla logica che dal tempo dei Greci domina l’Occidente.

In questa logica, la prevalenza dello sguardo e la discriminazione della forma, della forma individualizzata, sono particolarmente estranee all’erotismo femminile. La donna gode più di toccare che di guardare, ed entrare nell’economia scopica dominante significa, per lei, di nuovo, essere assegnata alla passività: lei sarà il bell’oggetto da guardare. E mentre il suo corpo viene così erotizzato, sollecitato ad un doppio movimento di esibizione e di riserva pudica per eccitare le pulsioni del “soggetto”, il suo sesso rappresenta l’orrore del niente da vedere. Difetto in questa sistematica della rappresentazione e del desiderio. “Buco” nel suo obiettivo scopofilo. Che tale niente da vedere debba essere escluso, rigettato dalla scena della rappresentazione si scopre già nella statuaria greca. Il sesso della donna ne è già semplicemente assente: mascherato, ricucito nella sua “fessura”.

Questo sesso che non si dà da vedere non ha nemmeno forma propria. E se la donna gode per l’appunto della incompletezza di forma del suo sesso per cui questo si ri-tocca indefinitamente, il suo godimento è denegato da una civiltà che privilegia il fallomorfismo. Il valore attribuito all’unica forma definibile sbarra quello in gioco nell’autoerotismo femminile. L’uno della forma, dell’individuo, del sesso, del nome proprio, del senso proprio… soppianta, separando e dividendo, il toccarsi di almeno due (labbra) che tiene la donna in contatto con se stessa ma senza discriminazione possibile di ciò che si tocca.

Donde il mistero che lei rappresenta in una cultura che pretende enumerare tutto, contare tutto in unità, tutto catalogare in individualità. Lei non è né una né due. Non si può, a rigore, contarla come una persona né come due. Resiste ad ogni definizione adeguata. D’altronde non ha nome “proprio”. E il suo sesso, che non è un sesso, viene contato come non sesso. Negativo, inverso, rovescio, dell’unico sesso visibile e morfologicamente designabile (benché ciò ponga dei problemi di passaggio dall’erezione alla detumescenza): il pene. Ma lo “spessore” di questa “forma”, il suo assottigliarsi come volume, il suo diventare più grande o più piccola, come anche il diradarsi dei momenti in cui essa come tale si produce, su questo il femminile mantiene il segreto. Senza saperlo. E se le si chiede di alimentare, di rianimare il desiderio dell’uomo, si trascura di sottolineare quel che ciò suppone del valore del desiderio di lei. Che lei per altro non conosce, almeno esplicitamente. Ma la cui forza e continuità sono capaci di rialimentare a lungo tutte le mascherate della “femminilità” che ci si aspetta da lei.

E vero che le rimane il bambino verso il quale trova libero corso il suo desiderio di tatto, di contatto, a meno che non sia già perduto, alienato nel tabù del toccare d’una civiltà ampiamente ossessiva. Se non è così il suo piacere troverà compensi e diversivi alle frustrazioni che troppo spesso incontra nei rapporti sessuali in senso stretto. Cosi la maternità supplisce alle carenze d’una sessualità femminile rimossa. L’uomo e la donna non si carezzerebbero se non per questo tramite che è il bambino? Preferibilmente maschio. L’uomo, identificandosi nel figlio, ritrova il piacere’ delle carezze materne; la donna si ri-tocca vezzeggiando questa parte del suo corpo: il suo bambino-pene-clitoride. Quel che ne deriva per il terzetto amoroso, è risaputo. Ma il divieto edipico sembra una legge alquanto formale e artificiosa—il modo, pur sempre, di perpetuare il discorso autoritario dei padri—quando viene promulgato in una cultura in cui il rapporto sessuale è impraticabile per l’estraneità reciproca del desiderio dell’uomo e di quello della donna. E dove l’uno e l’altra devono ben cercare d’incontrarsi per qualche verso: quello, arcaico, d’un rapporto sensibile con il corpo della madre; quello, presente, della prorogazione attiva o passiva della legge del padre. Comportamenti affettivi regressivi, scambi di parole troppo astratti dal sessuale per non costituire il suo esilio: la madre ed il padre dominano il funzionamento della coppia, ma come ruoli sociali. La divisione del lavoro impedisce loro di fare l’amore. Essi producono o riproducono. Non sapendo bene come trascorrere il tempo libero. Per il poco che ne hanno, che ne vogliono magari avere. Infatti, cosa farne? Cosa inventare che supplisca la risorsa amorosa? Ancora…

Forse tornare sul rimosso rappresentato dall’immaginario femminile? Dunque la donna non ha un sesso. Ne ha almeno due, ma non identificabili in uni. La sua sessualità, sempre almeno doppia, è anche plurale. In effetti, il piacere della donna non deve scegliere tra attività clitoridea e passività vaginale, per esempio. Il piacere della carezza vaginale non deve sostituirsi a quello della carezza clitoridea. Contribuiscono l’uno e l’altro in modo insostituibile, al godimento della donna. Tra altri… La carezza dei seni, il contatto della vulva, il dischiudersi delle labbra, la pressione variante sulla parte posteriore della vagina, lo sfioramento del collo della matrice, ecc. Per evocare soltanto alcuni dei piaceri più specificatamente femminili. Un po’ disconosciuti nella differenza sessuale come la si immagina. O non si immagina: l’altro sesso non essendo che il complemento indispensabile dell’unico sesso.

La donna ha dei sessi un po’ dovunque. Gode un po’ dappertutto. Senza parlare dell’isterizzazione di tutto il corpo, la geografia del suo piacere è ben più diversificata, molteplice nelle sue differenze, complessa, sottile, di quello che ci si immagina… in un immaginario un po’ troppo centrato sul medesimo.

”Lei” è indefinitamente altra in lei stessa. Di qui certamente viene che la si dica bizzarra, incomprensibile, agitata, capricciosa… Per non evocare il suo linguaggio, in cui “lei” parte in tutti i sensi senza che “lui” vi rintracci la coerenza d’alcun senso. Parole contraddittorie, un po’ folli per la logica della ragione, inudibili da chi le ascolta con degli schemi già fatti, un codice tutto pronto. E che anche nel suo dire molteplice – almeno quando osa – la donna si ri-tocca in continuazione. Si scosta di poco da se stessa, d’un chiacchierio, d’una esclamazione, d’una mezza confidenza, d’una frase lasciata sospesa… Quando ci ritorna, è per ripartire da un’altra parte. Da un altro punto di piacere, o di dolore. Bisognerebbe ascoltarla con un altro orecchiocome un altro “senso” sempre dietro a tessersi, ad abbracciarsi con le parole, ma anche a disfarsene per non restarci fissato, rappreso. Perché se “lei” dice questo, già no più identico a quello che vuol dire. Del resto non mai identico a nulla, è semmai contiguo. Tocca. E quando s’allontana troppo da questa prossimità, lei taglia e ricomincia da “zero”: il suo corpo-sesso.

 

Inutile quindi intrappolare le donne nell’esatta definizione di ciò che vogliono dire, di farle ripeter(si) perché sia chiaro, loro sono già altrove rispetto il macchinario discorsivo nel quale pretendevate sorprenderle. Sono tornate in loro stesse. Il che non va inteso nel medesimo modo che tornare in voi stessi. Loro non hanno l’interiorità che avete voi, che forse supponete in loro. In loro stesse vuol dire nell’intimità di quel tatto silenzioso, molteplice, diffuso. E se chiedete loro con insistenza a che cosa pensano, non possono che rispondere: a niente. A tutto. Cosi quello che loro desiderano è precisamente niente, e nello stesso tempo è tutto. Sempre più e altro da quell’uno—di sesso, per esempio—che date loro, o concedete. Il che spesso viene interpretato, e temuto, come una specie di fame insaziabile, una voracità sul punto di divorarvi. Mentre si tratta soprattutto di un’a1tra economia, che scombina la linearità d’un progetto, intacca l’oggetto scopo d’un desiderio, fa esplodere la polarizzazione su un unico godimento, sconcerta la fedeltà ad un solo discorso…

La molteplicità del desiderio e del linguaggio femminili va intesa come frammentazione, resti sparsi di una sessualità violentata? Negata? Domanda alla quale non si può rispondere semplicemente. Il rigetto, l’esclusione d’un immaginario femminile certamente portano la donna la non sentirsi che frammentariamente, nei margini poco strutturati d’una ideologia dominante, come rimasugli o eccessi d’uno specchio investito dal “soggetto” (maschile) per riflettervisí, raddoppiarsi lui stesso. Il ruolo della “femminilità” è per altro prescritto da tale specula(rizza)zione maschile e corrisponde ben poco al desiderio della donna, il quale non si recupera che segretamente, di nascosto, in modo inquieto e colpevole.

Ma se l’immaginario femminile arrivasse a spiegarsi, a mettersi in gioco diversamente che a pezzi, frammenti dispersi, si rappresenterebbe per questo nella forma di un universo? Sarebbe in se stesso volume più che superficie? No. A meno d’intenderlo, ancora una volta, come privilegio del materno sul femminile. D’un materno tra l’altro, fallico. Richiuso sul possesso geloso del proprio prodotto di valore. Rivale dell’uomo nella stima d’un più di produzione. In questa scalata al potere la donna perde la singolarità del proprio godere. Chiudendosi in volume rinuncia al piacere che le viene dalla non sutura delle labbra: madre indubbiamente ma vergine, ruolo che le mitologie le assegnano da tempo. Riconoscendole una certa potenza sociale a condizione di ridurla, lei stessa complice, all’impotenza sessuale.

(Ri)trovarsi per una donna non può quindi significare che la possibilità di non sacrificare nessuno dei suoi piaceri ad un altro, di non identificarsi con nessuno in particolare, di non essere mai semplicemente una. Sorta d’universo in espansione del quale non si potrebbero fissare i limiti senza per questo che sia incoerenza. Né quella perversione polimorfa del bambino nella quale le zone erogene sarebbero in attesa di raggrupparsi sotto il primato del fallo.

La donna resterebbe sempre plurale, ma salva dalla dispersione perché l’a1tro è già in lei e le è auto-eroticamente familiare. Il che non significa che lei se lo appropri, che lo riduca a sua proprietà. Il proprio, la proprietà sono, non c’è dubbio, alquanto estranei al femminile. Almeno sessualmente. Ma non il contiguo. Il cosi vicino che ‘ogni discriminazione d’identità ne diventa impossibile. Quindi ogni forma di proprietà. La donna gode di un così vicino chenon può averlo  aversi. Scambia continuamente se stessa con l’altro senza identificazione possibile dell’uno(-a) o dell’altro(-a). E ciò costituisce un problema in ogni economia corrente. Che il godimento della donna fa irrimediabilmente fallire nei suoi calcoli: perché, col passare in/per l’altro, esso non fa che crescere.

Ma perché la donna avvenga là dove come donna gode, occorre una lunga deviazione attraverso l’analisi dei diversi sistemi d’oppressione che si esercitano su di lei. Pretendere di ricorrere unicamente alla soluzione del piacere rischia di farle perdere ciò che il suo godimento esige, che -è di ripercorrere una certa pratica sociale.

Infatti la donna è tradizionalmente valore d’uso per I’uomo, valore di scambio tra gli uomini. Merce, dunque. Il che la lascia essere custode della materia, il cui prezzo sarà stimato, secondo la misura del loro lavoro e del loro bisogno-desiderio, dai “soggetti”: operai, commercianti, consumatori. Le donne sono segnate fallicamente dai padri, dai mariti, dai prosseneti. E questo stampo decide del loro valore nel commercio sessuale. La donna non sarà mai altro che il luogo d’uno scambio, più o meno rivale, tra uomini, anche per il possesso della terra-madre.

Come può tale oggetto di transazione rivendicare un diritto al piacere senza uscire dal commercio stabilito? Come potrebbe tale merce avere con le .altre merci una relazione diversa dalla gelosia aggressiva sul mercato? Come potrebbe la materia godere di se stessa senza provocare nel consumatore angoscia per la scomparsa del nutrimento? Come non sembrerà illusione, follia, questo scambio in niente che si possa definire in termini “propri” del desiderio della donna, follia troppo facilmente ricopribile da un discorso più sensato e da un sistema di valori apparentemente più tangibili?

Dunque l’evoluzione, per quanto radicale, d’una donna non basta a liberare il desiderio della donna. Nessuna teoria né pratica politiche hanno fino ad ora risolto né preso in sufficiente considerazione questo problema storico, anche se il marxismo ne ha annunciato l’importanza. Ma le donne non costituiscono in senso stretto una classe e la loro dispersione nella pluralità rende complessa la loro lotta politica, e a volte contraddittorie le loro rivendicazioni.

Resta tuttavia la loro condizione di sottosviluppo derivante dalla sottomissione ad (opera di) una cultura che le opprime, le usa, le “monetizza”, senza che loro ne traggano grande profitto. Se non nel quasi monopolio del piacere masochistico, del lavoro domestico e della riproduzione. Poteri da schiavi? Che per altro non sono zero. Poiché, quanto al piacere, il padrone non è necessariamente servito bene. Quindi rovesciare il rapporto, soprattutto nell’economia del sessuale, non appare un obiettivo invidiabile.

Ma se le donne devono preservare e dilatare il loro autoerotismo, la loro omo-sessualità, il rinunciare al godimento eterosessuale non rischia di corrispondere nuovamente a quella amputazione di potenza che tocca loro tradizionalmente? Una nuova reclusione, un nuovo chiostro, eretti con il loro pieno consenso? Scioperare tatticamente, tenersi lontane dagli uomini, il tempo necessario ad imparare a difendere, il proprio desiderio in particolare con la parola, scoprire l’amore delle altre donne al riparo dalla scelta imperiosa dei maschi che le mette in posizione di merci rivali, fabbricarsi uno statuto sociale che si imponga al riconoscimento, guadagnarsi di che vivere per uscire dalla condizione di prostitute… sono queste tappe certamente indispensabili per uscire dalla proletarizzazione sul mercato degli scambi. Ma se il loro progetto mirasse semplicemente a rovesciare l’ordine delle cose—ammesso che sia possibile—continuerebbe sempre la stessa storia. Di fallocratismo. Né il loro sesso né il loro immaginario né il loro linguaggio ci (ri)troverebbero dove aver luogo.

Tratto da Questo sesso che non è un sesso (Milano: Feltrinelli, 1990)

fonte: Pensiero Femminista Radicale


La masturbazione: uno sguardo storico all’autoerotismo

self pleasureLa sessualità è un tema che suscita sempre interesse nella maggioranza delle persone, la masturbazione un po’ meno, forse perchè manteniamo inconsciamente lo strascico di antiche credenze che la associano a qualcosa di proibito, sporco o peccaminoso.
Secondo Thomas W. Laqueur, professore di Storia dell’Università della California, la masturbazione non ha mai rappresentato un tema di interesse per i potenti fino a che nel 1712 John Marten, pubblicò un libro dal titolo “Onanismo”, dove si parlava della masturbazione in entrambi i sessi e si offrivano consigli per coloro che fossero stati vittima delle “nefaste conseguenze” di questa pratica abbominevole.
Nel libro si lasciava intravedere che il peccato di Onan era la masturbazione, sebbene tutti i conoscitori del testo biblico sanno che egli cercava di evitare di avere figli “disperdendo il suo seme”, cioè praticando suppostamente il coitus interruptus. Ma come già sappiamo, molte cose non sono come dovrbebero essere ma prendono direzioni diverse, il libro si convertì in un grande successo nel quale si affermavano alcuni consigli per rimediare alla masturbazione.
Toccando due delle corde più sensibili di quell’epoca, la privacy e la trasgressione, immediatamente il potere (mi riferisco fondamentalmente ai politici e agli intellettuali) considerò questo atto sessuale come vergognoso e approfittò dell’ignoranza delle masse, del suo fervore religoso e delle sue paure.
Tuttavia, va detto che molto prima del 1712 le persone consideravano già che il corpo soffrisse delle conseguenze negative derivanti da comportamenti sbagliati. La medicina era una sorta di guida morale che includeva anche l’etica carnale, sebbene questo ruolo aumentò considerevolmente nel secolo XVIII, quando nei ciroli progressisti le norme morali cominciano a fondersi con la natura e vengono insegnate nelle scuole. In questo contesto non c’è da sorprendersi se le angustie culturali venissero trasformate in malattie.
Così, i medici iniziarono ad associare la masturbazione alle più diverse malattie, tanto dell’anima come del corpo (carattere debole, omosessualità, acne, tubercolosi, epilessia, etc.) Dal momento che queste idee provenivano spesso da medici rinomati evidentemente gli adoloescenti e i giovani si sentivano terrorizzati dalle eventuali conseguenze, sebbene molto spesso questo terrore non bastava per frenare la pratica masturbatoria. Allora la famiglia ricorreva a invenzioni e apparati tra i più originali e strani per impedirla. Uno di questi erano i biscotti di Sylvester Graham per frenare gli impulsi sessuali.
Curiosamente, neppure agli inizi del secolo XIX la masturbazione veniva accettata, quando già i medici prescrivevano l’orgasmo come cura per l’isteria, nonostante gli stessi medici consigliassero alle pazienti l’autoerotismo per provocare l’orgasmo.
Naturalmente, con il passare del tempo si inizò a pubblicare opere davvero scientifiche che dimostravano che la masturbazione non fosse una pratica negativa e tantomeno vergognosa, che non è un sostituto del sesso di coppia e che addirittura può aiutare a conoscere il proprio corpo e godere di una sessualità più sana. Sfortunatamente quando iniziarono a diffondersi queste informazioni la paura e la vergogna avevano già impregnato la nostra società.
Un esempio? L’intervista realizzata di recente nel Regno Unito a persone di età comprese tra i 16 ed i 44 anni, dove si riscontrò che il 95% dei maschi si era masturbato più di una volta durante la sua vita ma solo il 71% dell femmine riportava di averlo fatto. Prima dei 20 anni, già il 95% dei giovani era ricorso a pratiche masturbatorie di fronte al 20% delle donne.
Fonti:
Gerressu, M., Mercer, C.H., Graham, C.A., Wellings, K. and Johnson, A.M. (2008) Prevalence of Masturbation and Associated Factors in a British National Probability Survey. Archives of Sexual Behavior; 37(2):266-78.

Shpancer, N. (2010) The Masturbation Gap. The pained history of self pleasure. In: Psychology Today.


Sex and the city- Autoerotismo


L’autoerotismo Maschile e Femminile

Il mio personalissimo interesse per la masturbazione, in particolare per quella femminile, nasce da un’innegabile realtà: non se ne parla. Per curiosità e per lavoro mi capita sovente di parlare di sesso, sia con i colleghi, psicologi e sessuologi, sia con gli amici e i conoscenti. Le persone ci pongono spesso domande riguardo ad argomenti quali l’omosessualità, le perversioni, sentono il bisogno di essere rassicurate rispetto alla “normalità” della loro vita sessuale, si interrogano su come educare i figli in tal senso. Di sesso e sessualità si parla molto, moltissimo, anche troppo. Ma di masturbazione, non c’è verso, non se ne parla. Anzi è sufficiente che venga pronunciata soltanto la parola per far calare un imbarazzante, comune silenzio.
Perchè? perchè una spessa cortina di reticenza avvolge quella che, da sempre, è la pratica sessuale più diffusa al mondo, quella che, per la stragrande maggioranza di noi, ha rappresentato la prima esperienza sessuale, l’elemento fondamentale della sessualità, indispensabile alla sua maturazione e alla sua piena realizzazione?
Non pretendo, in questo breve elaborato, di rispondere in modo esaustivo ad un interrogativo così complesso. Tuttavia mi riprometto di approfondire la questione sotto diversi aspetti e, soprattutto, mi auguro di stimolare nel lettore ulteriori curiosità ed un rinnovato interesse per l’autoerotismo.

Cosa significa masturbarsi?

Masturbare deriva dal latino manu stuprare che vuol dire violare o anche sporcare con la mano. In senso stretto questo verbo si usa, ancora oggi, riferendosi alla stimolazione manuale dei propri genitali finalizzata all’autosoddisfacimento erotico. Ma, nella realtà, esso è utilizzato in senso molto più ampio per tutta una serie di pratiche anche diverse tra loro, tra queste:
• Manipolazione del proprio seno, dell’ano e/o di altre parti del corpo. In alcuni casi viene praticata anche la penetrazione anale con le proprie dita o altri oggetti.
• Stimolazione orale dei propri seni o genitali con la propria bocca.
• Masturbazione mediante pressione delle cosce senza l’uso delle mani.
• Masturbazione mediante strofinamento dei genitali contro mobili e oggetti vari.
• Masturbazione mediante strumenti di piacere (più diffuso tra le donne che tra gli uomini).
• Masturbazione reciproca tra partners etero o omosessuali, quale preludio, postludio o sostituto del coito.
• Masturbazione mediante autosoddisfacimento intellettuale.

Demonizzazione e censura

Nel 1758 Samuel Tissot, un medico svizzero, scrive “Dell’Onanismo o Delle malattie prodotte dalla masturbazione” e con questo trattato inaugura duecento anni di oscurantismo e colpevolizzazione del sesso nella sua forma più naturale, intima, necessaria: la masturbazione. In realtà già nel 1710 era stato pubblicato un opuscolo anonimo intitolato “Onania o il Peccato infame della sozzura di sè e tutte le sue spaventose conseguenze nei due sessi, con consigli morali e fisici rivolti a coloro che han già derivato pregiudizio da questa abominevole abitudine” , attribuito dallo stesso Tissot ad un certo Dott. Bekkers. Tuttavia è solo nella seconda metà del diciottesimo secolo che l’Europa medica adotta una posizione unanime di condanna della masturbazione, sostenuta dalla morale cristiana altrettanto accanita nei confronti del peccato carnale. Medici e teologi parlano con un’unica voce per fustigare il vizio solitario. Si diffondono così una serie di false credenze le cui disastrose conseguenze sono visibili ancora oggi (basta dare un’occhiata alle domande che, sui giornali o su internet, gli adolescenti e i giovani pongono all’esperto sui fantasmatici effetti collaterali dell’autoerotismo). Chi si abbandona a questa pratica lasciva rischierà di sviluppare, secondo gli studiosi dell’epoca, i seguenti sintomi: letargia, tremori, deperimento, noia, tristezza, stanchezza, agitazione, insonnia, tosse, vomito, prurito, pallore, abbassamento della vista (fino alla cecità), acne, alitosi. Masturbarsi, a lungo andare, può portare alla follia, alla perversione, nei casi più estremi alla morte.
Ma le ammonizioni verbali e lo spettro della degradazione non sono sufficienti a scoraggiare i “delinquenti del sesso”. Vengono così adottati una serie di rimedi tra cui, in primis, la sacra confessione, unico antidoto al senso di colpa, ma anche pozioni, unguenti, medicazioni, calmanti, antispasmodici, narcotici, ipnotici, sonniferi. Si ricorre spesso a delle vere e proprie mortificazioni corporali quali cinture di castità per le ragazze più “irrequiete”, anelli penici muniti di punte erettili pronte a ricacciare anche solo un principio d’erezione notturna; il Dott. Lafond inventa il corsetto anti-onanismo, una fasciatura aderente destinata ad impedire qualsiasi toccamento. Tra i sistemi estremi troviamo anche la castrazione, la clitoridectomia, la cauterizzazione della zona genitale mediante ferro rovente o elettricità, oppure, ancora, la resezione dei nervi interni.
Diverse ipotesi sono state avanzate per dar ragione di una così cruenta persecuzione. Secondo alcuni autori è la scoperta dello spermatozoo da parte di Leeuwenhoek nel 1677 a stravolgere la morale del tempo: la masturbazione diventa un crimine sessuale che, attraverso l’inutile perdita di seme, mina la preservazione della vita. Altri spiegano le ragioni di questa furia repressiva come intensificazione del controllo sugli “istinti”, resa necessaria dall’evoluzione di costumi sessuali eccessivamente libertini (parliamo dei secoli diciottesimo e diciannovesimo). La donna che pratica l’amore solitario, nello specifico, è pericolosa perchè, in un certo senso, indipendente. E’ una donna che possiede le prerogative dell’uomo, l’iniziativa, la ricerca del piacere, in definitiva una minaccia per la società, per la stabilità dei valori morali e dei ruoli sessuali.
Quali che siano stati i focolai di questa caccia alle streghe, essa ha avuto un’eco tale da far sì che la masturbazione sia, ancora oggi, il tabù più solido della morale sessuale occidentale.

La masturbazione come strumento di piacere e conoscenza

E’ dunque necessario affermare, con grande chiarezza, che masturbarsi non solo è lecito e normale ma, addirittura, auspicabile. Masturbarsi è naturale sia per gli uomini che per le donne, tanto che di autoerotismo, in senso lato, si può parlare anche riferendosi alla primissima infanzia: il bambino comincia a prendere coscienza di sé e della propria corporeità nei primi mesi di vita toccandosi, esplorandosi. Le attenzioni della madre (baci, abbracci, carezze) naturalmente lo gratificano, ma pian piano egli sviluppa una certa indipendenza anche in questo senso. Gli organi genitali sono incredibilmente sensibili al tatto, e questa realtà precede qualsiasi consapevolezza relativa al sesso, alla cultura, al moralismo, all’identità sessuale e all’etica. I problemi nascono, solitamente, quando il piccolo incontra la disapprovazione dei genitori. Tuttavia, a riprova della “naturalità e fisiologicità” dell’atto, con la pubertà e con l’adolescenza essa non viene abbandonata, anzi è proprio a questo punto che si può parlare di masturbazione vera e propria.
Praticare l’autoerotismo, nei giovanissimi in modo particolare, aiuta a mitigare le tensioni sessuali, ma è anche un meraviglioso strumento di conoscenza del proprio corpo e delle proprie sensazioni erotiche. E’ una tappa fondamentale ed irrinunciabile della maturazione individuale. Per molti, uomini e donne, rappresenta una vera e propria “dimensione parallela” e assolutamente privata nella quale vengono vissute inconfessate fantasie erotiche. E’ bene specificare, inoltre che, al contrario di quanto molti credono, la masturbazione non è un surrogato del coito, può anzi aiutare a migliorare la vita sessuale a due. Anche l’autostima riceve dei benefici dall’amore solitario se questo viene vissuto come uno dei tanti modi che si hanno a disposizione, o si possono apprendere, per prendersi cura di sé.
La masturbazione è una tecnica manuale di ottenimento dell’orgasmo, solitaria o di coppia. Come prototipo della sessualità, essa ha permesso numerosi progressi scientifici e tecnici. Pensiamo, solo per fare un esempio, all’importantissima ricerca svolta da Masters e Johnson sulla realtà fisiologica della sessualità umana, una ricerca condotta attraverso l’osservazione di migliaia di orgasmi innescati mediante masturbazione. Anche la fecondazione in vitro, efficace trattamento per alcune forme di sterilità, utilizza sperma ottenuto attraverso l’atto masturbatorio. Infine, le nuove terapie sessuali per il trattamento dell’anorgasmia femminile, prevedono una sorta di rieducazione che, partendo dalla consultazione di atlanti di anatomia, passa per l’utilizzo di uno specchio (mezzo attraverso cui la vulva può essere osservata chiaramente dalla donna), fino ad arrivare all’autoesplorazione manuale degli organi genitali per scoprire le zone più sensibili, il tipo di pressione gradita, il ritmo da mantenere nell’esercitarla, ecc.
Negli uomini, sul piano fisiologico, la masturbazione favorisce il ricambio degli spermatozoi migliorando le capacità fecondanti del liquido seminale e mantenendo attivo il riflesso eiaculatorio coitale, sia sul versante neurologico-percettivo che su quello dell’efficienza vascolare.
Gli psicologi californiani Abramson e Mosher hanno condotto due ricerche su due gruppi diversi di volontari invitatandoli a leggere letteratura erotica e ad assistere a film sessuali espliciti. I risultati di tali ricerche mostrano che coloro i quali hanno un atteggiamento negativo verso la masturbazione si sentono maggiormente in colpa nell´assistere alla proiezione dei film, hanno avuto meno esperienze sessuali, hanno maggiori problemi di fronte al sesso e sono persino meno informati sulla contraccezione. Questi autori hanno potuto anche determinare, mediante un´analisi termografica, che i soggetti con attitudine negativa verso la masturbazione hanno una vasocongestione pelvica, una volta esposti a stimoli erotici, più scarsa rispetto a chi ha attitudini positive.
Questo dato, evidentemente, pone il buon rapporto con la masturbazione come un fattore predittivo importante verso una buona sessualità.

L’autoerotismo femminile

La forma più diffusa di masturbazione femminile è la stimolazione manuale del clitoride, del monte di Venere e/o delle labbra vaginali mediante sfregamento, più o meno lieve, o pressione. Poiché molto sensibile, raramente il glande del clitoride viene sollecitato in modo diretto.
Per questa pratica solitamente si usano le dita centrali della mano e ci si mette in posizione supina. Tuttavia molte bambine-adolescenti scoprono il piacere dell’autoerotismo a letto, in modo assolutamente naturale. Si strofinano ritmicamente contro il materasso fino ad arrivare all’orgasmo, e poi conservano tale modalità anche in età adulta, mantenendo la posizione prona. Una percentuale minore di donne trae piacere dallo sfregamento della zona vulvare-clitoridea contro un oggetto morbido come ad esempio un cuscino, oppure un mucchio di vestiti, un lenzuolo arricciato, può utilizzare anche velluto, pelliccia o seta. A volte si tratta di oggetti più duri come l’angolo di un lavandino o la testiera del letto. Altre ancora si masturbano attraverso la pressione ritmica delle cosce tra di loro. E’ probabile che le donne che riescono ad arrivare all’orgasmo in questo modo, presentino una notevole sensibilità delle terminazioni nervose che collegano il clitoride con i nervi della parte alta delle cosce. Masturbarsi in questo modo non comporta movimenti o gesti troppo visibili, per cui lo si può fare ovunque, si può stare sedute, distese o in piedi.
Infine ci sono delle donne che utilizzano il massaggio idrico, stimolano cioè i propri genitali con un getto d’acqua di cui possono modulare pressione e temperatura.
Al contrario di quanto una consistente percentuale di uomini ritiene, sono poche le donne che si servono esclusivamente della penetrazione per ottenere il piacere, ed un numero altrettanto esiguo la pratica solo occasionalmente.

L’autoerotismo maschile

E’ vero, gli uomini praticano l’autoerotismo più delle donne, sia in termini di percentuale che di frequenza. La maggior incidenza dell’attività masturbatoria nel sesso maschile non può essere, a mio avviso, semplicisticamente ricondotta ad una differenza di quantità e/o qualità del desiderio sessuale fra i due generi. Tale componente va certamente considerata, tuttavia ritengo che l’incidenza di cui sopra sia legata ad una serie di fattori, tra cui: la maggior facilità di approccio genitale di cui dispongono i maschi ( il pene è molto più visibile e facilmente “raggiungibile” della vulva), il nostro (inteso, di uomini e donne) retroterra culturale, morale, religioso, l’educazione ricevuta in famiglia, il rapporto che in generale abbiamo con il piaceree, in particolare, con il nostro corpo. Tra gli adolescenti maschi, inoltre, non è affatto raro che si parli di masturbazione e si apprenda la pratica della stessa per imitazione più o meno diretta. Tra le adolescenti è molto più difficile che ciò accada, non esiste questa sorta di “tradizione”, di insegnamento che viene tramandato.
Ma passiamo alle modalità vere e proprie con cui si realizza l’autoerotismo maschile.
La maggior parte degli uomini si masturba facendo scorrere, con un movimento ritmico, la mano chiusa a pugno lungo il corpo del pene; quasi sempre tale movimento coinvolge la pelle del prepuzio e si concentra sulla parte superiore dell’asta. Qualcuno limita il massaggio erotico (o sfregamento, a seconda della pressione esercitata) al frenulo, una zona lievemente protuberante e molto sensibile posta immediatamente sotto il glande, sulla parte inferiore del pene.
La tipica masturbazione maschile inizia con un movimento relativamente lento e deliberato. Man mano che l’eccitazione aumenta, aumenta anche il ritmo del movimento e, poco prima dell’orgasmo, la stimolazione diventa molto rapida. Durante l’eiaculazione, cioè durante la fuoriuscita di sperma dall’uretra, alcuni uomini preferiscono rallentare gradualmente il ritmo, altri stringono il pene con fermezza, altri ancora interrompono repentinamente qualunque movimento.
Una percentuale tutto sommato limitata degli appartenenti al genere maschile usa sfregare il pene contro un oggetto morbido, un’altra, altrettanto esigua, lo inserisce nel collo di una bottiglia, nella creta modellata o anche in una bistecca arrotolata come per simulare il coito.
Le statistiche rivelano, inoltre, una forma rara di masturbazione maschile, praticata da due o tre uomini su mille, che consiste nell’autostimolazione orale dei propri genitali o nell’ inserimento, talvolta pericoloso, di oggetti nell’uretra o nell’ano. Quasi mai i maschi si toccano o accarezzano i capezzoli durante l’atto masturbatorio.

Conclusioni

Mi auguro, con questo piccolo contributo, di aver chiarito al lettore qualche dubbio relativo alla masturbazione, di aver stimolato in lui nuove curiosità, e di avergli trasmesso il mio entusiasmo per la forma di sessualità che, forse, più di tutte appartiene al genere umano e che, come tale, non può essere ulteriormentetrascurata.